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esistenza di dio in san bonaventura
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questo testo L'ESISTENZA
DI DIO Se
l'essere di Dio sia una verità indubitabile
[1][3]
Si
domanda anzitutto se l'essere di Dio sia una
verità indubitabile. Che sia così
si dimostra seguendo una triplice via.
La prima è questa: ogni verità
naturalmente impressa in tutte le menti è
indubitabile.
La seconda è la seguente: ogni verità
proclamata da ogni creatura è indubitabile.
La terza via è questa: ogni verità
certissima ed evidentissima in se stessa è
indubitabile. Quanto
alla prima via si procede in questo modo;
dimostrando con argomenti di autorità
e di ragione che l'essere di Dio è
impresso in tutte le menti razionali. 1.
Giovanni Damasceno, nel primo libro (De fide
orthod.), al capitolo terzo, afferma che:
«La cognizione dell'esistenza di Dio
è impressa naturalmente in noi ». 2.
Cosi Ugo di San Vittore (De Sacram. p. iii,
c. i) sostiene che: «Dio ha regolato
a tal punto la nozione di sé presente
nell'uomo che, siccome egli non avrebbe mai
potuto comprenderne l'essenza nella sua totalità,
non ne potesse almeno ignorare l'esistenza
». 3.
Parimenti Boezio (iii De consol., prosa 2):
« È impresso nelle menti degli
uomini il desiderio del vero e del bene »;
ma il desiderio del vero bene presuppone la
conoscenza di esso, perciò nelle menti
degli uomini sono impresse la nozione del
vero bene ed un desiderio di ciò che
è sommamente desiderabile. E questo
bene è Dio; dunque ecc. 4.
Agostino in più passi del De Trinitate
(ix, 2, 2, ss.; xii, 4, 4 nss.; xiv, 8, ll
ss.), dice che l'immagine consiste nella mente,
nella notizia e nell'amore, e che il carattere
di immagine si scopre nell'anima in relazione
a Dio; se dunque è naturalmente
impressa nell'Anima l'immagine di Dio, l'anima
ha naturalmente innata la conoscenza di Dio.
Ma la prima cosa che si conosce di Dio è
la sua esistenza; dunque la conoscenza di
essa è naturalmente innata nella mente
umana. 5.
Aristotele (ii, Poster., 15) afferma che «
non sarebbe conveniente che possedessimo cose
nobilissime e non lo sapessimo »; perciò,
essendo l'esistenza di Dio una verità
nobilissima, presentissima a noi, non è
conveniente che tale verità rimanga
nascosta all'intelletto umano. 6.
Inoltre: è innato nelle menti
degli uomini un desiderio di sapienza, poiché,
dice Aristotele (i, Metaf., I): « Tutti
gli uomini per natura desiderano sapere »;
ma la sapienza sommamente desiderabile è
quella eterna; perciò è profondamente
insito nella mente umana il desiderio di tale
sapienza. Ma, come si è detto
prima, non c'è amore se non di ciò
che è in qualche modo conosciuto; perciò
è necessario che una qualche nozione
di quella somma sapienza sia impressa nella
mente umana. Ma questo è in primo luogo
sapere che Dio stesso o quella sapienza esiste.
7.
Inoltre, il desiderio della beatitudine
è insito a tal punto in noi che a proposito
di nessuno si può dubitare se voglia
o no essere beato, come dice in più
passi Agostino (De Trin. XllI, 3, 3; 4, 7
ss.; 20, 25); ma la beatitudine consiste nel
sommo bene che è Dio; perciò,
se tale desiderio non può esistere
senza una qualche notizia, è necessario
che tale nozione mediante la quale si conosce
che esiste il sommo bene, ossia Dio, sia impressa
nella stessa anima.
8.
È impresso pure nell'anima
un desiderio di pace ed impresso a tal punto
che lo si ricerca anche nel suo contrario;
e questo desiderio non può essere neppure
tolto ai dannati ed ai demoni, secondo quanto
si dimostra nel libro diciannovesimo del De
civitate Dei (13,lss.). Se, dunque, la pace
di una mente razionale non si trova se non
in un ente immutabile ed eterno ed il desiderio
presuppone una nozione od una conoscenza,
la conoscenza di un ente immutabile ed eterno
è innata nello spirito razionale. 9.
Inoltre, è insito nell'anima
l'odio della falsità; ma ogni odio
nasce dall'amore; perciò è molto
più radicato nell'anima l'amore della
verità e specialmente di quella verità
per la quale l'anima è stata fatta.
Se dunque Dio è la verità prima,
consegue necessariamente che la nozione della
prima verità è insita nell'intelligenza
razionale. Che l'odio dell'errore,
poi, sia insito nella mente umana, appare
dal fatto che nessuno vuol essere ingannato,
come dice Agostino nel libro decimo delle
Confessioni (23, 33 ss.). Che l'odio
sia causato dall' amore mostra ancora Agostino
nel libro quattordicesimo del De civitate
Dei (7, 2); nessuno infatti odia qualcosa
se non perché ama il suo opposto. 10.
Inoltre, è impressa nell'anima
razionale la conoscenza di sé, perché
l'anima è presente a se stessa e conoscibile
per se stessa; ma Dio è presentissimo
all'anima e conoscibile per se stesso; perciò
è impressa nella stessa anima la nozione
del suo Dio. Se tu dicessi che non
è la stessa cosa perché l'anima
è proporzionata a sé ma Dio
non è proporzionato all'anima, risponderei:
la tua obiezione non vale, perché se
la proporzionalità fosse necessaria
alla conoscenza, l'anima non giungerebbe mai
alla conoscenza di Dio poiché non può
essere paragonata a Lui né per natura,
né per grazia, ne per gloria.
Con queste ragioni, dunque, si dimostra che
l'esistenza di Dio è una verità
indubitabile naturalmente impressa nell'intelligenza
umana; nessuno infatti dubita se non di ciò
di cui non possiede una conoscenza certa. Questo
si dimostra per la seconda via così;
ogni verità proclamata da tutte le
creature è indubitabile; ma ogni creatura
proclama l'esistenza di Dio. Che, poi, ogni
creatura proclami Resistenza di Dio, si dimostra
in base a dieci aspetti delle cose ed a proposizioni
immediatamente evidenti. 11.
La prima è questa: se c'è
l'ente che vien dopo c'è l'ente che
vien prima poiché l'ente che vien dopo
dipende da quello che vien prima; se dunque
vi è l'insieme degli enti che vengono
dopo, e necessario che vi sia un primo ente.
Se, pertanto, è necessario ammettere
un prima e un poi nelle creature, è
necessario che l'insieme delle creature implichi
e proclami l'esistenza di un primo principio. 12.
Inoltre, se esiste un ente che dipende da
un altro, esiste anche l'ente che non dipende
da un altro, poiché nulla può
far passare se stesso dal non essere all'essere;
dunque, è necessario che vi sia una
prima ragion d'essere che è nell'ente
primo, il quale non è stato prodotto
da un altro. Se dunque l'ente che
dipende da un altro è detto ente creato
e l'ente che non dipende da un altro è
detto ente increato ed è Dio, tutti
i diversi tipi di ente implicano l'esistenza
di Dio. 13.
Inoltre, se vi è l'ente possibile
deve esserci l'ente necessario perché
il possibile dice indifferenza all'essere
e al non essere; ma non può
un ente essere indifferente ad essere e a
non essere se non in virtù di qualcosa
che è pienamente determinato all'essere.
Se dunque l'ente necessario che non ha assolutamente
alcuna possibilità di non essere è
soltanto Dio ed ogni altro ente ha qualche
possibilità di non essere, ogni differente
tipo di ente implica l'esistenza di Dio. 14.
Inoltre, se vi è un ente relativo
deve esserci anche l'ente assoluto poiché
il relativo non è tale se non rispetto
all'assoluto; ma l'ente assoluto
non può essere detto dipendente da
nessun altro se non perché non riceve
nulla da un altro; e questo è
l'ente primo; mentre ogni altro ente ha una
qualche dipendenza; quindi è necessario
che ogni differente tipo di ente implichi
l'esistenza di Dio. 15.
Inoltre, se vi è un ente limitato
o parziale vi è l'ente che è
assolutamente, perché l'ente parziale
non può né essere, né
essere concepito se non per mezzo dell'ente
che è assolutamente; e l'ente limitato
non può esistere ed essere concepito
se non in virtù dell'ente perfetto,
come la privazione non si concepisce se non
per mezzo del positivo. Se pertanto ogni ente
creato è parziale, solo l'ente increato
è ente che è assolutamente e
perfetto; perciò è necessario
che ogni diverso tipo di ente implichi e supponga
l'esistenza di Dio. 16.
Inoltre, se vi è un ente ordinato
ad altro deve esserci un ente autosufficiente,
altrimenti non esisterebbe il bene; ma l'ente
autosufficiente non è se non quell'ente
di cui non può esservi migliore, cioè
lo stesso Dio; perciò, poiché
la totalità degli altri enti è
ordinata a lui, la totalità degli enti
implica l'esistenza e la nozione di Dio. 17.
Inoltre, se vi è un ente per
partecipazione deve esserci un ente per essenza,
perché la partecipazione non si riferisce
se non a qualcosa di posseduto essenzialmente
da qualcos' altro poiché ogni
predicato accidentale si riconduce a un predicato
essenziale; ma qualunque ente diverso dall'ente
primo che è Dio, ha l'essere per partecipazione,
mentre solo Lui ha l'essere per essenza. 18.
Inoltre, se vi è l'ente in
potenza deve esserci l'ente in atto poiché
la potenza non può passare all'atto
se non in virtù di un ente in atto
e la potenza non sarebbe tale se non potesse
passare all'atto; se, dunque, quell'ente che
è atto puro e non ha in sé alcuna
possibilità non può essere che
Dio, è necessario che ogni ente diverso
dal primo implichi l'esistenza di Dio. 19.
Inoltre, se vi è un ente composto
deve esserci un ente semplice perché
il composto non ha l'essere da sé ed
è perciò necessario che abbia
la sua origine da un ente semplice ma l'ente
semplicissimo, che non ha in sé alcuna
composizione, non può essere che l'ente
primo; perciò ogni altro ente implica
Dio. 20.
Inoltre, se vi è un ente mutevole
deve esserci un ente immutabile, perché,
secondo quel che prova Aristotele (Fis. viii,
5; Metaf. xi, 7), il moto proviene da un ente
immobile e ha per fine un ente immobile; se,
dunque, l'ente del tutto immutabile non può
essere se non quell' ente primo che è
Dio e gli altri enti creati per il fatto stesso
di essere creati sono mutevoli, è necessario
che l'esistenza di Dio sia inferita da ogni
differente tipo di ente. Da
questi dieci presupposti necessari ed evidenti
si inferisce che tutti i diversi tipi o zone
dell'ente implicano e proclamano l'esistenza
di Dio. Se, dunque, ognuna di queste verità
è indubitabile, è necessario
che l'esistenza di Dio sia una verità
indubitabile. La
medesima conclusione è dimostrata per
la terza via così: ogni verità
così certa da non poter essere negata
senza contraddizione è una verità
indubitabile; ma l'esistenza di Dio è
tale; dunque ecc. La maggiore è immediatamente
evidente, la minore si dimostra in vari modi. 21.
Infatti Anselmo, nel capitolo quarto
del Proslogio, dice: « Ti ringrazio.
Signore buono, poiché quello che prima
credevo per tuo dono, ora lo capisco per influsso
della tua luce, sicché, se anche non
volessi credere che tu esisti, non potrei
non saperlo ». 22.
E questa verità è provata
da Anselmo come segue: Dio è ciò
di cui non si può pensare il maggiore;
ma ciò che non può essere pensato
non esistente è più vero di
ciò che può essere pensato non
esistente; dunque, se Dio è ciò
di cui non si può pensare il maggiore.
Dio non può essere pensato non esistente.
23.
Inoltre, l'ente di cui non si può
pensare il maggiore è di tale natura
che non può essere pensato se non esiste
anche nella realtà; poiché se
esistesse nel solo pensiero non sarebbe l'ente
di cui non si può pensare il maggiore;
dunque, se un tale ente è pensato,
è necessario che esista in realtà
in tal modo da non poter essere pensato non
esistente. 24.
Ancora Anselmo (Prosl. 5) affermia : «
Tu sei tutto ciò che è
meglio esista piuttosto die non esista »;
ma ogni verità indubitabile è
migliore di ogni verità dubbia; perciò
a Dio
si deve attribuire piuttosto l'essere indubitabile
che l'essere dubitabile. 25.
Inoltre Agostino dice nei Soliloqui
(i, 8,5) che nessuna verità può
essere vista se non nella prima verità;
ma la verità nella quale è vista
ogni altra verità è sommamente
indubitabile; perciò l'esistenza di
Dio non è solo una verità indubitabile,
ma anche una verità di cui non si può
pensare nulla di più indubitabile;
dunque è una verità tale da
non poter essere pensata non esistente. 26.
Agostino
(Sol. I, 15, 27 ss.; II, 2,2; e 15,28) dimostra
questa stessa verità come segue: tutto
ciò che si può pensare si può
anche enunciare; ma in nessun modo si può
enunciare che Dio non esiste senza affermare
insieme che Dio esiste. E questo si dimostra
come segue: poiché se non vi è
alcuna verità è vero che non
c'è la verità, e, se è
vero queste, esiste qualche verità
e, se esiste qualche verità, esiste
la verità prima, pertanto, se non si
può affermare che Dio non esiste non
lo si può neppure pensare.
27.
Quanto maggiore e più universale
è una verità tanto è
più nota; ma questa verità con
la quale si dice che esiste il primo ente
è la prima fra tutte le verità
sia nell'ordine ontologico che in quello logico;
perciò è necessario che essa
stessa sia certissima ed evidentissima.
Ma la verità degli assiomi e delle
proposizioni più universali è
a tal punto evidente a causa della loro priorità
che essi non possono essere pensati come inesistenti;
pertanto nessuna intelligenza può pensare
che la stessa prima verità non esista
o dubitare della sua esistenza. 28.
« Nessuna proposizione è
più vera di quella nella quale la stessa
proprietà è predicata di se
stessa » (Boezio, Periherm. Arìstot.,
i, 14); ma quando dico che Dio è, l'essere
detto di Dio è identico con Dio perché
Dio è il suo stesso essere; dunque
nessuna proposizione è più vera
ed evidente di quella che dice: Dio è,
dunque nessuno può pensare che essi
sia falsa o dubitarne. 29.
Inoltre nessuno può ignorare che questa
proposizione: l'ottimo è ottimo, sia
vera, oppure pensare che sia falsa; ma l'ottimo
è un ente completissimo ed ogni ente,
per il fatto stesso di essere completissimo,
è anche in atto; pertanto, se l'ottimo
è ottimo, l'ottimo è. Similmente
si può argomentare: se Dio è
Dio, Dio è; ma l'antecedente è
vero a tal punto che non può essere
pensato non esistente; pertanto l'esistenza
di Dio è una verità indubitabile
[...]. rispondo.
Per la comprensione delle cose predette occorre
notare che una cosa si dice indubitabile per
privazione del dubitabile; ora il dubitabile
si dice in due sensi: o per il
discorso della ragione o per difetto di ragione.
Il primo modo di intendere riguarda il conoscibile
ed il conoscente; il secondo modo di intendere
solo il conoscente. Dubitabile nel primo senso
è detta qualche verità perché
le manca il carattere di evidenza o in sé,
o in rapporto ad un medio probante, o in rapporto
all'intelletto che apprende. Ma in nessuno
di questi modi di intendere manca la certezza
a questa verità che è l'esistenza
di Dio. È
certo infatti allo stesso intelletto conoscente
che la conoscenza di questa verità
è innata nella mente razionale in quanto
la mente ha carattere di immagine grazie alla
quale sono insiti in lei il naturale desiderio,
la nozione e la memoria di Colui ad immagine
ilei quale è stata creata e verso il
quale tende naturalmente per poterne essere
beatificata. La
verità dell' esistenza di Dio è
ancora più certa in rapporto alla ragione
probante.
Infatti tutte le creature, sia considerate
secondo le loro proprietà positive
che difettive, con voci altisonanti proclamano
l'esistenza di Dio del quale hanno bisogno
a causa della loro mancanza di perfezione
e dal quale ricevono perfezione. Per cui secondo
la loro maggiore o minore perfezione proclamano
alcune con grande, altre con maggiore, altre
con grandissima voce che Dio esiste. E
tale verità è anche certissima
in sé per il fatto che è una
verità prima e immediatissima nella
quale non solo la nozione del predicato è
contenuta nel soggetto, ma è lo stesso
l'essere che è predicato e il soggetto
di cui è predicato. Perciò,
come ripugna sommamente al nostro intelletto
l'unire termini differentissimi fra loro,
perché nessun intelletto può
pensare che qualche cosa esista o non esista
al tempo stesso, così ripugna la divisione
di qualche cosa che è totalmente uno
e indiviso; per cui, come è evidentissimamente
falso che una stessa cosa esista e non esista,
o che esista in modo sommo o non esista affatto,
così è una verità evidentissima
che il primo e sommo ente esiste. Pertanto,
se si ritiene indubitabile ciò che
toglie ogni dubbio per discorso della ragione,
l'esistenza di Dio è una verità
indubitabile poiché, sia che l'intelletto
penetri in se stesso, sia che esca fuori di
sé, sia che guardi sopra sé,
se procede razionalmente conosce con certezza
ed indubitabilmente lesistenza di Dio. Se
poi si considera l'indubitabile nel secondo
senso, in quanto cioè toglie il dubbio
che deriva da un difetto di ragione,allora
si può concedere che per un difetto
degli uomini qualcuno possa dubitare clic
Dio esiste, e ciò per un triplice difetto
dell'intelletto conoscente: 1)
o quanto all'atto dell'apprendere, 2)
o quanto all'atto del giudicare, 3)
o quanto all'atto di ricondurre a un primo
principio. 1)
Quanto all'atto dell'apprendere, il
dubbio si inserisce quando il significato
del nome Dio non è assunto in modo
reno e nella sua pienezza ma solamente per
qualche suo aspetto, come hanno fatto
i pagani i quali pensavano che Dio fosse tutto
ciò che era superiore all'uomo e poteva
prevedere in qualche modo il futuro e perciò
credevano che gli idoli fossero dei e li adoravano
come dei perché davano talvolta responsi
veritieri sul futuro. 2)
Quanto all'atto del giudicare, il
dubbio si ha quando il giudizio è parziale,
come quando lo stolto vede che non si fa manifestamente
giustizia dell'empio e ne conclude che non
esiste provvidenza nell'universo e, perciò,
che non esiste in esso un rettore primo e
sommo come Dio eccelso e glorioso. 3)
Similmente, quanto al difetto nel
ricondurre a un primo principio: il dubbio
subentra quando un intelletto carnale non
sa arrivare se non sino a quello che i sensi
mostrano, vale a dire, alle realtà
corporee; per il qual motivo alcuni
ritennero che questo sole visibile che occupa
un posto preminente fra le creature corporee
fosse Dio, perché non erano capaci
di giungere sino alla sostanza incorporea,
né sino ai primi principi delle cose.
E così nella proposizione Dio esiste
può sorgere un dubbio causato da un
difetto dell'intelletto che apprende, o che
giudica, o che riconduce a un primo principio;
e secondo un tale modo difettoso di intendere,
qualche intelletto può pensare che
Dio non esiste, perché esso non comprende
con sufficiente integrità il significato
del termine Dio. Ma quell'intelletto
che comprende appieno il significato di questo
nome: Dio e ritiene che Dio è ciò
di cui non si può pensare il maggiore,
non solo non dubita che Dio esiste, ma anche
in nessun modo può pensare che Dio
non esiste. Perciò dobbiamo ammettere
come vere le ragioni che lo dimostrano esistente. La
contemplazione di Dio per mezzo della sua
immagine impressa nelle potenze dell'anima[2][4]
1.
Poiché i due gradi precedenti, guidandoci
a Dio attraverso le sue orme per mezzo delle
quali Egli risplende in tutte le sue creature,
ci hanno condotti sino al punto di rientrare
in
noi, nel nostro spirito nel quale risplende
l'immagine divina, ora, in terzo luogo, rientrando
in noi stessi e lasciando fuori l'atrio, dobbiamo
sforzarci di vedere Dio come in uno
specchio, nel santo[3][5]3, nella parte anteriore
del tabernacolo; lì la luce della verità
brilla come un candelabro di fronte alla nostra
mente nella quale risplende l'immagine della
beatissima Trinità. Entra,
dunque, dentro di te e osserva con quale ardore
la tua mente ama se stessa; ora, essa non
potrebbe amarsi se non si conoscesse e non
potrebbe conoscersi se non avesse il ricordo
di sé, poiché la nostra intelligenza
non apprende se non ciò che è
presente alla nostra memoria; vedi, perciò,
non con l'occhio della carne, ma con quello
della ragione, che la tua anima possiede una
triplice potenza. Considera le attività
e i rapporti di queste tre potenze e potrai
vedere Dio in te stesso come nella sua immagine,
il che significa vedere in uno specchio «
in aenigmate ».
2.
L'attività della memoria consiste tiri
ritenere e rappresentare non solo le realtà
presenti, corporee e temporali, ma anche le
realtà che si susseguono, che sono
semplici ed eterne.
Infatti la memoria ritiene il passato col
ricordo, il presente con l'apprensione e il
futuro con la previsione. Ritiene anche
le cose semplici, cioè i principi delle
quantità continue e discrete come il
punto, l'istante e l'unità senza cui
sarebbe impossibile il ricordare o il pensare
quelle cose che da essi hanno principio.
Ritiene anche i principi e gli assiomi delle
scienze come realtà eterne e in modo
eterno poiché mai può dimenticarli
sin tanto che conserva l'uso della ragione,
e se li sente nominare, non può non
approvarli e concedere ad essi il suo assenso,
e non come se li percepisse di nuovo, ma come
se li riconoscesse come innati e familiari.
Per convincersene basta proporre a qualcuno
« Il principio di non contraddizione
» (Arist., i , Post. ,10) od il principio:
« II tutto è maggiore della parte»,
o qualunque altro principio che la «
ragione interiormente» non può
contraddire. Ritenendo attualmente tutte le
cose temporali, ossia il passato, il presente
e il futuro, la memoria porta in sé
l'immagine dell'eternità il cui presente
indivisibile si estende a tutti i tempi.
Con la capacita di ritenere le cose semplici,
la memoria dimostra di possedere non solo
la possibilità di essere informata
dalle immagini esteriori, ma anche da un principio
superiore, possedendo in se stessa delle forme
semplici che non possono entrare per le porte
dei sensi e delle fantasie sensibili. Ritenendo
i principi e gli assiomi delle scienze, essa
dimostra di possedere una luce immutabile
sempre presente a sé, nella quale si
ricorda delle verità che non cambiano
mai. E così, dalle attività
della memoria risulta che l'anima stessa è
immagine e similitudine di Dio, a tal punto
presente a sé ed avente Dio così
presente da poterlo comprendere in un atto
ed essere «potenzialmente capace di
possederlo e di parteciparne » (Agostino,
De Trin. xiv, 8, 11).
3.
L'attività della potenza intellettiva,
poi, consiste nel comprendere il significato
dei termini, delle proposizioni e delle argomentazioni.
Ora l'intelletto comprende il significato
dei termini quando apprende mediante la definizione
che cosa è una cosa. Ma ogni definizione
si fa per mezzo di termini generali, e questi
si definiscono per mezzo di termini ancor
più generali, sinché si arriva
alle nozioni supreme e generalissime senza
le quali non possono essere definiti neppure
i concetti più specifici. Se dunque
non si conosce che cos'è l'ente per
sé, non si può conoscere adeguatamente
la definizione di alcuna sostanza specifica.
E l'ente per sé non può essere
conosciuto se non in unione con le sue proprietà
che sono: unita, verità e bontà.
L'ente, poi, può essere pensato: parziale
o completo, imperfetto o perfetto, in potenza
o in atto, come modo di essere o come ente
simpliciter, come parziale o totale, transeunte
o permanente, condizionato o incondizionato,
come misto al non essere o come ente puro,
come dipendente o assoluto, successivo o antecedente,
mutevole o immutabile, semplice o composto;
e siccome « le privazioni ed i difetti
non possono essere conosciuti se non per mezzo
di concetti positivi» (Averroè,
De Anima, text. 25), il nostro intelletto
non si rende conto pienamente del concetto
di nessun ente creato se non ha l'idea dell'ente
purissimo, attualissimo, completissimo e assoluto
che è l'ente senza altre aggiunte ed
eterno, nel quale si trovano nella loro purezza
le ragioni di tutte le cose. Come, dunque,
l'intelletto potrebbe sapere che quest' ente
è manchevole e incompleto se non avesse
alcuna cognizione dell'ente privo di ogni
difetto? Lo stesso dicasi delle altre proprietà
ricordate. Diciamo, poi, che il nostro intelletto
intende veramente le proposizioni, quando
sa con certezza che sono vere; e saper questo
vuol dire che non può ingannarsi in
quella conoscenza.
Esso sa, infatti, che quella verità
non può essere diversa e che, dunque,
è immutabile. Ma poiché la nostra
mente è mutevole, essa non potrebbe
vedere quella verità risplendere immutabilmente
se non con l'aiuto di una luce che risplende
immutabilmente, la quale non può essere
una creatura mutevole. Esso conosce dunque
in quella luce che illumina ogni uomo veniente
in questo mondo, la quale è vera luce,
il Verbo che fin dal principio è presso
Dio (Giov. 1,1 e 9). Il
nostro intelletto percepisce veramente una
conseguenza quando vede che la conclusione
segue necessariamente dalle premesse. E questo
può vedere non solo quando le premesse
sono necessarie, ma anche quando si riferiscono
a realtà contingenti come: «
se un uomo corre, un uomo si muove».
Ed il nostro intelletto percepisce questo
rapporto necessario non solo a proposito di
enti, ma anche a proposito di non enti. Come
infatti quando un uomo esiste, segue: «
se un uomo corre, si muove », questa
proposizione condizionale vale anche se un
uomo non esiste. La
necessità di tale conseguenza non deriva
pertanto dall'esistenza materiale della cosa,
perché essa è contingente, né
dall'esistenza della cosa nella nostra anima,
perché allora sarebbe una finzione
se non esistesse nella realtà; ma deriva
da un modello che è nell'arte eterna,
in virtù della quale le cose hanno
un ordine e un rapporto fra loro modellato
sulla rappresentazione di quell'arte eterna.
Ogni intelligenza dunque che ragiona con verità,
dice Agostino nel De vera Religione (39, 72),
è illuminata da quella verità
eterna e ad essa si sforza di pervenire.
Da ciò appare manifestamente che il
nostro intelletto è unito alla stessa
verità eterna poiché non può
cogliere con certezza nessuna verità
se quella verità non gliela insegna.
Tu puoi dunque vedere, riflettendo su di te,
questa verità che ti istruisce se le
passioni e i fantasmi sensibili non tè
lo impediscono frapponendosi come nubi fra
tè e il raggio della verità.
4.
L'operazione della facoltà che porta
alla scelta si esplica nella deliberazione,
nel giudizio e nel desiderio. La deliberazione
consiste nel ricercare che cosa sia meglio,
se questo o quest'altro. Ma il meglio non
può essere definito tale se non in
rapporto all'ottimo; ed il rapporto consiste
nella maggiore o minore somiglianza di esso
rispetto all'ottimo; nessuno dunque sa se
una cosa è migliore di un'altra se
non sa che essa è più simile
all'ottimo. E nessuno sa se essa è
più simile a un'altra se non conosce
quest'altra; infatti non posso sapere se un
tale è simile a Pietro se non so chi
è o non conosco Pietro. Pertanto la
nozione del sommo bene è necessariamente
impressa in chiunque debba deliberare. Ma
non si arriva a un giudizio certo sulle cose
da deliberare se non in virtù di una
legge. E nessuno giudica con certezza secondo
una legge se non è certo che quella
legge è retta e che egli non deve giudicare
di essa. Ora la mente umana giudica se stessa
ma non può giudicare la legge per mezzo
della quale essa giudica; perciò quella
legge è superiore alla mente umana
la quale giudica mediante questa in quanto
le è impressa. Ma niente è superiore
alla mente umana se non Colui che l'ha creata;
pertanto l'attività deliberativa, se
agisce in piena consapevolezza, quando giudica
attinge alle leggi divine.
Il desiderio ha per oggetto principale ciò
che sommamente lo attira. E sommamente attira
quel che sommamente si ama; ma quel che sommamente
si ama è la felicità; e la felicità
non si possiede se non nel fine ottimo e ultimo,
perché il desiderio umano non tende
se non al bene sommo o a ciò che ad
esso conduce o possiede una qualche immagine
di quello.
Tanto grande è l'attrattiva del sommo
bene che la creatura non può amare
nulla se non per il desiderio di esso. E si
inganna ed erra quando prende l'immagine e
il simulacro per
la vera realtà. Vedi,
dunque, come l'anima è vicina a Dio
e la memoria, con le sue operazioni, conduce
all'eternità, l'intelligenza alla verità,
la volontà alla somma bontà.
5.
L'ordine, l'origine e i mutui rapporti di
queste facoltà, ci conducono alla stessa
beatissima Trinità. Infatti, dalla
memoria nasce l'intelligenza come sua prole,
perché noi abbiamo intelligenza quando
l'immagine che è nella memoria si riflette
in quel vertice dell'intelletto e diventa
parola; dalla memoria e dall' intelligenza,
poi, sgorga l'amore come loro nesso. Queste
tre facoltà, cioè: la mente
generatrice, il verbo e l'amore,corrispondono
nell'anima, alla memoria, all'intelligenza
e alla volontà e sono consustanziali,
coeguali, contemporanee e compenetrantesi
a vicenda. Se, dunque, Dio è perfetto
spirito, possiede memoria, intelligenza e
volontà, possiede anche il Verbo generato
e l'Amore risultante, i quali sono necessariamente
distinti poiché uno è generato
dall'altro e non essenzialmente o accidentalmente
ma personalmente. Pertanto
quando la mente considera se stessa, allora,
come per mezzo di uno specchio, si eleva verso
la contemplazione della beata Trinità,
del Padre, del Verbo e dell'Amore, delle
tre persone coeterne, coeguali e consustanziali,
esistenti ciascuna nelle altre senza contendersi
con esse, ma essendo tutte e tre un solo Dio. La
contemplazione dell'unità divina nel
suo primo nome che è l'essere[4][6]
1.
Possiamo contemplare Dio non soltanto fuori
e dentro di noi, ma anche sopra di noi; fuori
di noi attraverso l'orma che Egli ha lasciato
nelle creature, dentro di noi attraverso
la Sua immagine impressa nella nostra anima,
e sopra di noi attraverso il lume che è
segnato sulla nostra mente che è la
luce della Verità eterna dalla quale
« la nostra mente è immediatamente
informata» (Agostino, De div. quaest.
lxxxiii, 51, 2-4). Coloro che si sono esercitati
nel primo grado sono già entrati nell'atrio
che si trova davanti al tabernacolo; coloro
che si sono esercitati nel secondo grado sono
entrati nel santo; coloro che sono passati
per il terzo grado entrano con il Sommo Sacerdote
nel santo dei santi dove, sopra l arca si
trovano i Cherubini di gloria ad adombrare
il propiziatorio; e questi Cherubini rappresentano
i due modi o gradi per mezzo dei quali noi
possiamo contemplare le invisibili ed eterne
perfezioni di Dio; il primo riguarda gli attributi
essenziali di Dio, l'altro le proprietà
delle persone divine. 2.
Il primo modo. anzitutto e principalmente,
ci fa fissare lo sguardo nello stesso essere
ed affermare che il primo nome di Dio è:
Colui che è. Il secondo modo ci fa
fissare lo sguardo nel bene in sé ed
affermare che questo è il primo nome
di Dio. Il primo si riferisce essenzialmente
al vecchio Testamento che proclama soprattutto
l'unità dell'essenza divina per il
fatto che fu detto a Mosè: Io sono
colui che sono (Esodo 3, 14). Il secondo modo
di intendere si riferisce al nuovo Testamento
in cui si determina la pluralità delle
persone divine nella formula del battesimo
che viene dato nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito santo (Matt. 28,19). Ecco
perché il nostro maestro Cristo, volendo
condurre alla perfezione evangelica il giovane
che aveva osservato la legge, attribuisce
principalmente ed esclusivamente a Dio il
nome di buono. Nessuno, dice, è buono
se non Dio solo (Luc. 18,19).
[...]. 3.
Chi desidera dunque contemplare le invisibili
percezioni di Dio nell'unità della
sua essenza, rivolga anzitutto il suo sguardo
verso l'essere e vedrà che esso è
così certo che non può essere
pensato non esistente, perché lo stesso
purissimo essere non si presenta se non mettendo
pienamente in fuga il non-essere così
come il nulla non è se non la piena
fuga dell'essere . Come, dunque, il nulla
assoluto non possiede niente dell'essere né
delle sue proprietà, così e
inversamente, l'essere non possiede nulla
del non essere, né in atto né
in potenza, né secondo verità,
né secondo il nostro giudizio. Ora,
poiché il non essere è la privazione
dell'essere, il non essere non può
essere conosciuto dalla nostra intelligenza
se non mediante lessere; l'essere, invece,
non è concepito in rapporto ad altro
poiché tutto ciò che è
conosciuto o è conosciuto come non
ente o come ente in potenza, oppure come ente
in atto. Se, dunque, il non-ente non può
essere concepito se non mediante l'ente e
l'ente in potenza se non mediante l'ente in
atto e l'essere esprime il puro atto dell'ente,
ne segue che l'essere è ciò
che è primariamente concepito e quell'essere
è atto puro. Ma questo non è
l'essere particolare perché quest'ultimo
è un essere limitato in quanto misto
a potenza, né l'essere analogo perché
non possiede attualità in quanto non
esiste neppure. Perciò il puro essere
in atto non può essere che l'essere
divino. 4.
È una strana cecità quella del
nostro intelletto il quale non riflette su
quello che vede prima di ogni altra cosa e
senza il quale non può conoscere nulla.
Ma, come l'occhio
intento ad osservare le varie differenze dei
colori, non vede la luce grazie alla quale
può vedere il resto e, se la vede non
se ne rende conto, così l'occhio della
nostra mente intento ad osservare gli enti
particolari ed universali non avverte l'essere
per eccellenza che è al di là
di ogni genere, benché esso gli si
presenti per primo ed attraverso di esso conosca
le altre cose. Per cui appare proprio vero
che « l'occhio della nostra
mente si comporta nei confronti delle realtà
più evidenti della natura come l'occhio
del pipistrello di fronte alla luce
»
(Aristot., Metaf. Il, 1) perché, abituato
alle tenebre degli esseri creati ed alle immagini
delle realtà sensibili, quando vede
la luce dell'essere supremo gli sembra di
non vedere nulla e non capisce che questa
stessa oscurità è la più
grande illuminazione della nostra mente, come
accade all'occhio cui sembra di non vedere
nulla quando vede la luce pura.
5.
Considera, dunque, se puoi, l'essere purissimo
e ti accorgerai che esso non può essere
pensato come derivato da altro e che perciò
deve essere necessariamente pensato come assolutamente
primo, tale che non può venire ne dal
nulla né da un altro. Cosa infatti
potrebbe considerarsi per sé se lo
stesso essere non esiste per sé e non
è da sé? Tale
essere ti apparirà come assolutamente
privo di non essere e quindi senza principio
e senza fine, cioè eterno. Ti
apparirà come non avente in sé
altro che lo stesso essere e quindi a nulla
unito, cioè semplicissimo. Ti
apparirà come esente da ogni possibilità
poiché ogni possibile in qualche modo
ha in sé del non essere e ti apparirà
quindi come attualissimo.
Ti apparirà privo di ogni possibile
difetto e quindi come
perfettissimo. Ti
apparirà, infine, esente da ogni possibile
diversità e quindi sommamente uno.
Pertanto l'essere puro, semplice ed assoluto,
è l'essere primario, eterno, semplicissimo,
attualissimo, perfettissimo e sommamente uno. Note
3 Quaestiones disputatae. De mysterio Trinitatis,
q. i, art. 1; Opera, V, pp. 45-50.
4
Itinerarium mentis in Deum, cap. iii, Opera,
v, pp. 303-305.
5
Qui san Bonaventura si riferisce alle tre
parti in cui era diviso il
« tabernacolo » di Mosè
contenente l'arca dell'alleanza simboleggiata
dalle tavole della legge e di cui si parla
in Esodo 26. Tali parti erano: l'atrio,
che per Bonaventura simboleggia il mondo sensibile;
il santo,
che simboleggia l'anima umana; ed il santo
dei santi, che simboleggia
la visione mistica di Dio
6
Itinerarium mentis in Deum, cap. v, nn. 1-5;
Opera v, pp. 308-309.
-------------------------------------------------------------------------------- [1]
3 Quaestiones disputatae. De mysterio Trinitatis,
q. i, art. 1; Opera, V, pp. 45-50. [2][4]
Itinerarium mentis in Deum, cap. iii, Opera,
v, pp. 303-305. [3][5]
Qui san Bonaventura si riferisce alle tre
parti in cui era diviso il
« tabernacolo » di Mosè
contenente l'arca dell'alleanza simboleggiata
dalle tavole della legge e di cui si parla
in Esodo 26. Tali parti erano: l'atrio,
che per Bonaventura simboleggia il mondo sensibile;
il santo,
che simboleggia l'anima umana; ed il santo
dei santi, che simboleggia
la visione mistica di Dio [4][6]
Itinerarium mentis in Deum, cap. v, nn. 1-5;
Opera v, pp. 308-309.
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