tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Tutte
le eresie tendono al razionalismo.
- Il cattolicesimo, confrontato con le altre
forme di cristianesimo, è caratterizzato
particolarmente dalla sua fedeltà nel
mantenere intatto l'insegnamento tradizionale,
nonostante tutte le apparenti difficoltà
che si possono presentare. Le eresie tendono,
vorremmo dire per forza di cose, al razionalismo:
esse pretendono di proporre alle anime una
religione intelligibile e perciò non
esitano a sacrificare, quando torni utile,
una parte della verità rivelata.
Tendono
al razionalismo, dal quale, d'altronde, partono
e si può dire che logicamente, se non
sempre storicamente, l'eresia è l'effetto
d'un atteggiamento razionalista da parte dei
suoi " responsabili ". Per la massa
che vi è trascinata, il razionalismo
può essere una conclusione dell'eresia,
perché l'uomo, privato della guida
della fede, ha bisogno di darsi delle ragioni;
ma originariamente l'errore il più
delle volte è preceduto dall'orgoglio
umano.
Il
cattolicesimo invece non teme il mistero.
Sarebbe esagerato dire che se ne compiace,
ma lo accetta, perché in esso vede
una condizione di vita. Nelle pagine seguenti
vedremo la verità di queste osservazioni
richiamando il lontano ricordo di alcune eresie
d'altri tempi.
§
1. - Errori circa la natura dell'insegnamento
tradizionale.
Primi
attacchi contro la tradizione al tempo di
San Paolo. - Si può dire che
la Chiesa, fin dai primi giorni della sua
storia, si trovò di fronte ad eresie.
San Paolo, nelle Lettere della prigionia e
in quelle pastorali, mette in guardia i suoi
discepoli contro le tendenze pericolose dei
novatori, che predicano dottrine estranee,
e noi non troviamo in questo, come certi critici,
un motivo per negare l'autenticità
di tali lettere. Specialmente nella provincia
dell'Asia, dove s'incontravano tanti opposti
sistemi, dove si urtavano tanti influssi diversi,
era quasi fatale che la predicazione cristiana
fornisse l'appiglio a ogni sorta di speculazioni
capaci di adulterarla. D'altronde conosciamo
assai poco gli errori condannati da San Paolo,
ed è assai verosimile che non si possano
ridurre ad unità. Alcuni dottori della
menzogna, si preoccupano soprattutto delle
esigenze della vita pratica, predicano un
ascetismo esagerato, forse esigono anche dai
loro ascoltatori la continenza perfetta, preludendo
cosi all'encratismo. Altri s'interessano troppo
alla speculazione: sono già gnostici,
con le loro interminabili genealogie e le
novità profane di parole, con l'esagerato
culto degli angeli, con le pretese di rivelare
un mistero nascosto. La fermezza usata dall'Apostolo
contro questi sistemi, comunque siano e da
qualunque parte vengano, è
notevole. Una formula breve ne traduce il
senso: "Custodisci il deposito".
La fede cristiana è qualcosa di sacro:
essa fu affidata all'apostolo che l'ha trasmessa
ai suoi discepoli, i quali a loro volta, devono
trasmetterla come l'hanno ricevuta, senza
cambiamenti o adulterazioni di sorta.
Il
secondo secolo: gli gnostici. - Questa
fedeltà non sarà senza merito,
specialmente quando saranno scomparsi gli
ultimi apostoli e finché non sia riconosciuta
ovunque l'autorità d'un giudice supremo
delle controversie. In quanto ci é
noto, il secondo secolo ci appare come il
secolo della gnosi. Da ogni parte sorgono
sistemi che pretendono di rivelare tutti i
segreti della vita divina e di far conoscere
agli uomini i misteri dell'eternità:
Basilide e suo figlio Isidoro; Valentino e
i suoi discepoli, Eracleone, Tolomeo, Marco,
Teodoto s'ingegnano a descrivere il mondo
dell'aldilà con gli eoni che lo popolano
e che procedono gli uni dagli altri. Oggi
ci torna difficile interessarci a tutta questa
fantasmagoria, che d'altronde conosciamo poco
nei particolari; ma le anime antiche vi trovavano
una seduzione incomparabile. In se stessa
l'idea della gnosi non era cristiana: vi furono
gnosi esclusivamente pagane e forse' anche
gnosi giudaiche. Tuttavia si comprende bene
come spiriti ingegnosi avessero trovato il
mezzo d'introdurre il nome di Gesù
tra quelli degli altri eoni e anche come abbiano
fatto di Gesù il redentore delle anime
decadute: non è questa una testimonianza
della forza e della vitalità del cristianesimo?
Tra gl'inventori di sistemi nessuno l'avrebbe
preso in considerazione se non fosse riuscito
a conquistare le anime: il suo stesso successo
lo mette in pericolo, perché gli fa
correre il rischio di non restare se stesso
e di divenire un nuovo sincretismo.
Qui
non possiamo ricordare neppure sommariamente
la storia degli gnosticismi cristiani, che
però ci danno l'occasione di fare molti
rilievi a loro riguardo. Prima di tutto bisogna
sottolineare la potenza di seduzione della
gnosi: tutti vogliono sapere, tutti corrono
dietro ai segreti della scienza; e sono proprio
le pretese rivelazioni riguardo al mondo dell'aldilà
che valsero alle religioni misteriche un gran
numero di adepti. Gli stessi cristiani, intendo
quelli che appartengono alla grande Chiesa,
non sono sempre insensibili a' questa seduzione:
per rendersene conto basta leggere opere come
le Odi di Salomone, l'Epistola apostolorum,
gli Atti di Tommaso, gli Atti di Giovanni.
I critici non hanno ancor finito di discutere
sull'ambiente in cui apparvero questi libri:
alcuni vedono in essi produzioni nettamente
gnostiche, il che pare esatto per gli Atti
di Tommaso; altri vi trovano lo spirito della
grande Chiesa, e le Odi di Salomone sembrano
realmente un'opera cattolica. Almeno i cattolici
del secondo secolo non temono sempre di usare
espressioni sospette. Molti di loro diffidano
della carne, in cui vedono il principio del
male e spingono a un entcratismo esagerato
e pericoloso. Naturale quindi che il compito
della Chiesa sìa di far fronte al pericolo.
D'altra
parte se il cristianesimo autentico non è
una gnosi nel senso stretto che si può
dare a questa parola, comporta tuttavia una
dottrina, che deve mantenere intatta perché
la considera, e giustamente, come rivelata
da Dio. La dottrina da sola non basta se non
informa tutta la vita. Son fedeli non coloro
che posseggono la parola d'ordine con cui
entrare nel mondo superiore, ma coloro che
praticano la carità, che si amano a
vicenda e che, come già notava Plinio
il Giovane, s'impegnano con giuramento a non
commettere nessun delitto. La loro vita morale
è fondata su una fede, la quale, lungi
dall'essere una cieca fiducia, è invece
una ferma adesione a un insegnamento. Leggendo
le opere di Clemente Alessandrino e di Origene,
si resta talvolta sorpresi nel vedere quale
posto occupi specialmente in Clemente, che
non cessò mai d'essere un professore,
l'elemento intellettuale della religione.
Clemente esagera, e il ritratto dello gnostico
da lui tracciato con amore, è qualcosa
di puramente ideale; ma se anche fosse realizzabile,
non sarebbe quello del vero cristiano. Tuttavia
bisogna aggiungere che Clemente ed Origene
furono sempre fedeli alla Chiesa. Basta dire
che la Chiesa è lungi dal misconoscere
il posto della dottrina nella sua vita.
Un
esempio significativo: Marcione e la sua critica
dell'Antico Testamento. - È appena
necessario aggiungere che alla Chiesa sta
molto a cuore conservare l'integrità
di questa dottrina. Particolarmente significativo
al riguardo è il caso di Marcione.
Egli non è propriamente- un gnostico,
ma prima di tutto un cristiano, che però
esagera l'originalità del cristianesimo
fino a condannare tutto il complesso dell'Antico
Testamento. Per Marcione il Dio giudaico non
è quello vero; la sua giustizia diventa
iniqua e il Dio buono, rivelato da Gesù,
ha l'unico compito di mettere fine, al suo
regno. Venuto Gesù, il giudaismo non
ha che da scomparire. Quindi Marcione non
s'accontenta di dichiarare che la Chiesa non
ha nulla di comune con la Sinagoga e che devono
essere rinnegati tutti i libri sacri dei giudei;
ma pretende sottoporre ad un esame critico
anche i libri cristiani, conservando soltanto
il Vangelo di San Luca e le Lettere di San
Paolo, dopo essersi affaticato a purgarle
accuratamente. Il suo eclettismo finisce in
una dottrina assai coerente e anche molto
razionalista; il talento d'organizzatore gli
permette di costituire comunità abbastanza
solide per resistere a non pochi assalti.
La
Chiesa cattolica non ignora tutto ciò
che la separa dalla Sinagoga: fin dai primi
giorni della sua esistenza dovette lottare
per la conquista della sua indipendenza e,
durante la predicazione di Marcione, trova
i Giudei tra i suoi peggiori nemici. Ma essa
non vuole rinnegare nulla della sua eredità.
I libri sacri dell'Antico Testamento le appartengono
come proprietà sua: l'autore della
Lettera di Barnaba non arriva forse a sostenere
che essi hanno cessato di essere la proprietà
dei Giudei? A fortiori avviene lo stesso di
tutti gli scritti che rivendicano come propri
autori apostoli o discepoli: prima che finisca
il secondo secolo il canone del Nuovo Testamento
è costituito press'a poco come lo definirà
il Concilio di Trento; in particolare, i quattro
Vangeli vengono presentati da Sant'Ireneo
come diverse redazioni dell'unico Vangelo.
Gesù aveva detto che non era venuto
per distruggere la legge, ma per compierla;
nulla quindi, nemmeno un apice o uno iota,
sparirà dalla Legge, ed a questa regola
la Chiesa si attiene, senza chiedersi se così
non diventi più difficile la professione
del cristianesimo. Che importano le difficoltà?
Solo conta la fedeltà all'insegnamento
del Maestro, che bisogna mantenere intatto.
Si
può notare che oggi la Chiesa, su questo
punto, pensa esattamente come la Chiesa d'un
tempo e che non è, più di allora,
disposta a rigettare l'Antico Testamento nonostante
gl'inviti che le rivolgono certi critici.
Haraack nel suo studio su Marcione non ha
forse scritto: k Giustamente la Chiesa del
secondo secolo si rifiutò di commettere
l'errore di rigettare l'Antico Testamento
", perché allora non poteva respingerlo
senza rompere ogni legame con esso, e senza
dichiararlo opera di un falso dio, il che
avrebbe significato gettare il turbamento
nelle coscienze? o Conservare l'Antico Testamento
nel secolo xvi fu un destino al quale la Riforma
non potè ancora sottrarsi ", sebbene
Luterò ne avesse quasi avuto l'intenzione:
Non potest nobis monstrare verum Deum. "
Ma conservare ancora l'Antico Testamento,
come fonte canonica, dopo il secolo xix è
conseguenza d'una paralisi religiosa ed ecclesiastica".
Harnack acconsente che si conservi il Nuovo
Testamento, a perché non si potrebbe
fare migliore raccolta di fonti per determinare
ciò che è cristiano ",
ma condanna i libri dell'Antico Testamento,
esattamente come Marcione. La Chiesa cattolica
però non acconsentirà mai a
subire o a fare una mutuazione di questo genere.
" Essa riceve come sacri e canonici tutti
questi libri, nella loro integrità
e con tutte le loro parti, come si usa leggerli
nella Chiesa cattolica e come si trovano nella
vecchia Volgata latina " (Conc. Trid.
sess. rv).
L'atteggiamento
della Chiesa. -L'eresia scioglie;
la Chiesa conserva, non avendo per cosi dire
altra missione. Gli gnostici insistono sulla
conoscenza d'una dottrina e molti di loro
abbandonano volentieri la morale: se basta
la gnosi, se gli peumatici sono predestinati
alla salute, non è evidente che la
condotta della vita è indifferente
e che il praticare la virtù non serve
nulla? Forse potrebbe anche essere utile fare
ogni genere d'esperienze e avvoltolarsi nel
vizio. Altri che insistono sul dualismo e
sulla natura essenzialmente cattiva della
materia, condannano perfino l'uso legittimo
del matrimonio e votano i loro adepti alla
continenza assoluta. Gli uni e gli altri sono
forse logici nelle conclusioni, ma partono
da premesse false, e per provarlo la Chiesa
non ha bisogno di lunghe dimostrazioni, bastandole
notare che la sua dottrina è un principio
di vita. Conoscere è bene, ma vivere
è meglio, se la vita traduce fedelmente
la conoscenza. Il vero cristiano è
chiamato alla salute, e non viene salvato
definitivamente dal solo fatto dell'iniziazione
battesimale o anche dalla partecipazione al
corpo e al sangue di Cristo. Né le
formule né i sacramenti esercitano
un'azione magica ed è ancora più
falso dire che ci sono uomini che si salvano
per natura, mentre altri sarebbero per natura
dannati. Ciascuno deve appropriarsi i meriti
della redenzione operata da Cristo e chi pecca
renderà conto a Dio dei propri peccati.
Ecco quello che la Chiesa risponde agli gnostici
immoralisti. D'altronde agli encratiti di
ogni scuola risponde che se la pratica della
virtù è indispensabile, non
è necessario imporre agli uomini gioghi
che essi non possono portare: eccellente è
la verginità, come dichiarò
il Signore e San Paolo confermò, ma
non si potrebbe renderla obbligatoria: qui
potest capere capiat. All'origine del mondo
Dio istituì il matrimonio per assicurare
la propagazione della specie umana; quindi
il matrimonio rimane buono e l'unione dell'uomo
e della donna, secondo San Paolo, può
venire paragonata all'unione di Cristo e della
sua Chiesa. Sarebbe una follia condannarla,
mentre si tratta semplicemente di santificarla.
La
concezione cattolica: Sant'Ireneo.
- Sant'Ireneo è il grande avversario
dello gnosticismo, che, alla fine del secondo
secolo, quando già i primi dottori
dell'eresia sono morti e i loro epigoni moltiplicano
all'infinito le sette, espone mirabilmente
il pensiero cattolico di fronte all'errore:
la Chiesa è fatta per custodire la
tradizione e l'insegnamento apostolico; ed
essa custodisce questa tradizione con fedeltà
senza aggiungervi né toglierle nulla.
La sola vera fede, vivente e vivificante,
è quella che la Chiesa ha ricevuto
dagli apostoli e che essa oggi distribuisce
ai suoi figli. Il Signore in realtà
diede il suo Vangelo agli apostoli; affidò
loro la missione d'insegnare in suo nome,
e da essi noi abbiamo la verità, cioè
la dottrina del Figlio di Dio (Haer., Ili,
praefat.). Per poco che si voglia aprire gli
occhi, in ogni chiesa si contempla la tradizione
della dottrina degli apostoli, autenticata
dai vescovi attuali che risalgono agli apostoli,
con una successione continua e verificabile
(Haer., Ili, 3, 1). Il procedimento è
semplice: nessuna verità fuori della
dottrina degli apostoli; non c'è dottrina
degli apostoli fuori del cattolicesimo; non
c'è cattolicesimo fuori della successione
dei vescovi.
Sant'Ireneo
quindi può definire l'eresia per opposizione
alla tradizione cattolica. Gli gnostici sono
quelli che ricercano la verità come
se nessuno prima di loro l'avesse mai trovata;
e se per caso fanno appello alla tradizione,
deviano questa parola dal suo vero senso cercandosi
degli antenati umani, ai quali d'altronde
sono incapaci di restare fedeli. Fin dalle
origini la Chiesa è una coesione d'anime
e di Chiese in una stessa fede d'autorità;
lo gnosticismo invece si risolve in un pulviscolo
di sette senza alcuna unità; tutt'alpiù
finisce coll'organizzare delle scuole. È
vero che Marcione riesce a fondare una Chiesa,
ma questa non tarda a dividersi in sette rivali.
Solo il cattolicesimo conserva la sua unità,
perché esso solo mantiene la tradizione
ricevuta.
Il
montanismo. - Molto caratteristico
della fedeltà della Chiesa a tutta
l'eredità del passato è l'atteggiamento
assunto nell'affare montanista. È noto
come circa l'anno 170 un certo Montano, accompagnato
dalle due profetesse, Quintilla e Massimilla,
cominciò a predicare nella Frigia l'avvento
dello Spirito Santo e la prossima venuta della
Gerusalemme celeste. Montano e le sue compagne
si pretendevano ispirati e assicuravano che
lo Spirito Santo in persona parlava per la
loro bocca. Sembrava difficile poter rispondere
a una tale affermazione: la Chiesa non era
forse nata nel giorno di Pentecoste, e gli
apostoli non erano stati gratificati in modo
miracoloso del dono delle lingue? Da allora
le manifestazioni dello Spirito divino nei
cristiani erano state molto numerose; gli
Atti degli apostoli a più riprese ricordano
i suoi interventi; San Paolo, specialmente
nella prima lettera ai Corinti, fa lunghe
istruzioni sui carismi, particolarmente sulla
glossolalia e sulla profezia e dichiara che
la carità è preferibile a tutte
le lingue del mondo non esitando a riconoscere
i diritti sovrani dello Spirito, che spira
dove vuole e che non bisogna estinguere. Dopo
l'età apostolica i carismatici erano
stati certamente meno numerosi, ma la Chiesa
non ne era mai stata priva e tra i fratelli
restavano testimoni indiscutibili della presenza
di Dio in mezzo ai suoi. Che cosa c'era da
opporre a Montano che si presentava come il
depositario delle grazie divine?
Infatti
numerosi cristiani si lasciarono sedurre e
anche alcuni vescovi | ebbero la debolezza
di aderire al movimento montanista. Nel suo
complesso la ! Chiesa restò ferma contro
l'eresia, e oppose risolutamente la sua tradizione
alle novità del preteso profeta. È
impossibile che Dio contraddica se stesso;
quello che fu insegnato fin dall'origine è
la verità; quindi tutto ciò
che s'oppone alla tradizione è l'errore.
Sotto colore di rivelazione privata, Montano
in-troduceva delle novità e solo per
questo si rendeva condannabile e meritava
di venir considerato come un eretico. Sembra
che sia stato in occasione del montanismo
che si riunirono i primi Concili in Oriente.
Che cosa più di queste assemblee di
vescovi, successori degli apostoli depositari
della tradizione e custodi
della fede, poteva essere più efficace
contro le pretese di Montano? Nei vescovi
infatti il montanismo trovò un'opposizione
irriducibile, e ben presto cadde in oblio
anche perché la Gerusalemme celeste,
promessa con tanta sicurezza, non discese
nella pianura di Pepuzio, dov'era attesa.
Intanto
era impostato il problema della legittimità
della. profezia. I vescovi avevano il diritto
e anche il mezzo di regolare le manifestazioni
carismatiche? Di questo non ci poteva essere
questione. Alcuni storici hanno recentemente
ridotto l'essenza della storia della Chiesa
primitiva a un conflitto tra carismatici e
membri della gerarchla; ma i fatti sono molto
lontani dall'appoggiare quest'ipotesi, e conosciamo
non pochi vescovi, cominciando da Sant'Ignazio
d'Antiochia e San Policarpo di Smirne, che
vennero favoriti delle grazie dello Spirito
Santo. Però era necessario fissare
le regole che dovevano permet: tere di distinguere
i veri dai falsi profeti. Già la Dottrina
degli apostoli aveva dato a questo riguardo
alcuni principi. Gli avversari del montanismo
ripresero lo studio del problema e decisero
in particolare che " il profeta non deve
parlare in estasi ". Questo indicava
una netta diffidenza verso i prodigi e le
manifestazioni straordinarie; significava
condannare in anticipo tutti i' falsi profeti
che, sotto colore d'ispirazione, avrebbero
profuso discorsi inintelligibili; significava
soprattutto affermare il primato della tradizione
sull'ispirazione individuale. I principi erano
salvi: i veri profeti mantenevano il loro
posto nella Chiesa e in loro si veneravano
i privilegiati dello Spirito Santo; ma venivan
loro richieste le lettere credenziali, cioè
una vita degna, discorsi intelligibili e perfetto
disinteresse. Soluzione saggia quant'altro
mai, equilibrata e armoniosa, analoga a quelle
che chiusero i dibattiti sollevati dallo gnosticismo.
§
2. - Errori sul contenuto dell'insegnamento
tradizionale.
La
fine del secondo secolo e il principio del
terzo videro sorgere altre questioni che concernevano
non solo la natura, ma anche e principalmente
il contenuto dell'insegnamento tradizionale.
Ancora una volta constateremo che nelle controversie
sul patripassianesimo e l'adozianesimo, la
Chiesa rimase fedele alla linea di condotta
seguita fino allora.
Due
movimenti estremi: adozianesimo e patripassianesimo.
- Roma diviene ora il centro delle controversie
che improvvisamente acquistano una importanza
speciale. Già i maestri più
famosi della gnosi e lo stesso Marcione avevano
fatto di Roma il centro della loro propaganda,
rendendo cosi una specie d'omaggio all'autorità
della Chiesa romana. Circa l'anno 200 Roma
è più che mai il punto d'incontro
di tutti i cristiani che credono d'avere qualcosa
da dire. Da Bisanzio giunge Teodoto il Cuoiaio
il quale insegna che " Gesù è
un uomo partorito da una vergine secondo la
volontà del Padre; che visse come tutti
gli altri, ma per la sua pietà supera
tutti gli uomini. Più tardi, al tempo
del suo battesimo sulle rive del Giordano,
ricevette e contenne in sé il Cristo
disceso dal cielo sotto forma d'una colomba...
Ma anche allora, dopo la discesa dello Spirito,
Gesù non è divenuto Dio; secondo
alcuni lo divenne mediante la sua resurrezione
dai morti ". Teodoto ebbe numerosi discepoli,
che unitamente a lui vedono in Gesù
Cristo un semplice uomo, ma che in quanto
al resto sono ben lungi dall'andare d'accordo
tra loro: questo però non impedisce
ai teodoziani di cercare almeno di organizzare
una Chiesa e darsi per vescovo un certo Natale,
sedotto dall'esca mensile di centocinquanta
denari.
Circa
nello stesso tempo Prassea introduce a Roma
il patripassianesimo. Egli viene dall'Asia,
dove ha conosciuto il montanismo, e combatte
vigorosamente la nuova profezia. Però
nello stesso tempo, col pretesto di conservare
la monarchia divina, afferma che il Verbo
non esiste come una persona, e che non è
altro che un nuovo nome per indicare il Padre:
quindi il Padre stesso si è incarnato
nel seno di Maria, sofferse, mori e resuscitò.
In Gesù Cristo si possono distinguere
due elementi: quello umano, Gesù, che
se si vuole è Figlio; l'altro divino,
Cristo, identico al Padre.
Pare
che Prassea non sia rimasto a lungo a Roma,
dove però si continuò a insegnare
la sua dottrina: Cleomene, sotto il pontificato
di San Zeffirino, è il patripassiano
più noto e trova un grande numero di
partigiani tra i semplici, che vogliono affermare
l'unità di Dio. Bisogna ammettere che
il mistero cristiano sconcerta le deboli intelligenze
che cercano di capire come Dio possa essere
unico nella Trinità delle persone:
a questi semplici fedeli era stato tanto predicato
che il grande nemico del cristianesimo .è
l'idolatria, ed essi per timore insistono
tanto sulla monarchia divina da compromettere
la Trinità. Perciò non possono
dire che il Figlio è differente dal
Padre e siccome devono ammettere che Gesù
Cristo è Dio, ne concludono molto naturalmente
che il Padre stesso s'è incarnato.
D'altronde molti non vanno così lontano
nello sforzo intellettuale e s'accontentano
di affermare la divinità del Salvatore
o di dire che Dio si è fatto uomo,
senza continuare le investigazioni.
La
risposta della Chiesa: i papi Zeffirino e
Dionigi. - I cattolici istruiti naturalmente
protestano contro le semplificazioni del domina;
desiderano quanto gli altri di salvaguardare
la divinità di Cristo, ma non sono
meno desiderosi di mantenere la Trinità
delle persone in Dio. Tertulliano a Cartagine
e Sant'Ippolito a Roma rappresentano meglio
di tutti lo sforzo degl'intellettuali per
trovare formule pienamente soddisfacenti.
D'altronde bisogna riconoscere che questo
sforzo non arrivò a risultati definitivi
e che non venne incoraggiato dal papa S. Zeffirino
il quale si mette a fianco dei semplici credenti.
Tertulliano protesta invano: " I semplici,
per non dire gli inetti e gl'ignoranti, che
formano sempre la grande massa dei fedeli,
vedendo che la regola della fede ci fa passare
dal politeismo pagano a un Dio vero e unico,
non capiscono che in realtà bisogna
credere al Dio unico, ma con la sua economia,
e si spaventano; immaginano che l'economia
introduca la pluralità, che la distinzione
della Trinità divida l'unità,
mentre è tutto il contrario, poiché
l'unità, diffondendo dal suo seno la
Trinità, non viene distrutta, ma ordinata
" (Adv. Prax., 8).
San
Zeffirino, succeduto a San Vittore, è
secondo Sant'Ippolito, uno spirito angusto
e incolto. Qui Sant'Ippolito parla come avversario,
ma si può credere che in realtà
il papa non abbia tutta la scienza del prete
che illustra allora la sua Chiesa, e che s'accontenta
di mantenere la tradizione cristiana nella
sua integrità, senza fare il gioco
né dei dotti, che con le loro spiegazioni
sottili tendono al subordinazianesimo, né
degl'ignoranti, che sarebbero tentati di sacrificare
sconsideratamente la Trinità. Ippolito
assicura che, nel suo desiderio di pace, Zeffirino
ora dichiara : " Io non conosco che un
Dio, Gesù Cristo, e all'infuori di
lui nessun altro che sia nato e che potesse
soffrire "; ora dice: " Non è
il Padre che è morto, ma il Figlio
". L'autenticità di queste formule
non
è certa; specialmente la prima, che
è testualmente dell'eretico Noeto di
Smirne, stupirebbe se fosse detta da un papa.
Tuttavia si può spiegare cosi: È
ben sicuro che Gesù Cristo è
Dio e che egli — non il Padre, né lo
Spirito Santo, ma il Figlio — è stato
generato e sofferse. Tra i monarchici patripassiani
e gli adozianisti, San Zeffirino vuole conservare
l'integrità dell'insegnamento tradizionale;
non intende sacrificare nulla del domma cattolico,
dovesse pure per questo insistere sull'aspetto
misterioso della dottrina. C'è un Dio
e in Dio ci sono tre persone; Gesù
Cristo è veramente un uomo ed è
veramente un Dio. Tutto questo dev'essere
egualmente affermato, e tutto questo agli
occhi della Chiesa è egualmente prezioso.
Una
cinquantina d'anni più tardi il papa
San Dionigi deve ritornare sugli stessi problemi
e formula la sua decisione in termini netti
e categorici: " È necessario che
il Verbo divino sia unito al Dio dell'universo,
e bisogna che lo Spirito Santo abbia in Dio
il suo soggiorno e la sua abitazione. Bisogna
ad ogni modo che la Santa Trinità sia
ricapitolata e ricondotta a uno solo come
al suo vertice, voglio dire il Dio onnipotente
dell'universo perché spezzare e dividere
la monarchia in tre principi è l'insegnamento
di Marcione, l'insensato...
Non bisogna quindi dividere in tre divinità
l'ammirabile e divina unità, né
abbassare (con l'idea di) produzione la dignità
e l'eccellente grandezza del Signore, ma credere
in Dio Padre onnipotente, e Gesù Cristo
suo Figlio, e allo Spirito Santo e (credere
che) il Verbo è unito al Dio dell'universo
".
In
queste formule di San Dionigi ci colpisce
la forza e la chiarezza. Come nota il P. Lebreton,
qui non ci sono " affatto speculazioni
teologiche, affatto sottigliezze dialettiche,
scarsa "erudizione scritturale, ma la
dichiarazione categorica della fede professata
dalla Chiesa... Non parla il teologo, ma il
papa; egli da parte sua non si compiace nelle
speculazioni teologiche e poco si cura di
quelle degli altri: si è notato che
la sua argomentazione non tiene conto delle
sottili distinzioni alessandrine sulle tre
persone o sul duplice stato del Logos; si
cura soltanto delle conclusioni più
in vista, sia che i loro autori abbiano formulato
questa dottrina essi stessi, sia che gli sembrino
derivarne per deduzione spontanea; e poiché
tali conclusioni sono un pericolo per la fede,
le rigetta e con esse la teologia che le ha
generate " (J. Lebreton, Le désaccord
de la fot populaire et de la théologie
sanante dans VEglise chrétienne du
ih siede, in Rev. d'hist. ecclésiast,
xx, 1924, pp. 9-10).
Il
Concìlio di Nicea. - Però
la controversia non è finita con le
dichiarazioni di San Dionigi romano e l'onore
di definire il domma cattolico della Trinità
spetta al Concilio di Nicea. La definizione
è data in un simbolo che mette in onore
il termine consustanziale, applicato al Figlio
di Dio. Dire che il
Figlio è consustanziale al Padre significa
affermare che è Dio come lui, inseparabile
da lui, che è l'immagine della sua
sostanza; in una parola significa proclamarne
la sua vera divinità. Si poteva esitare
a questo riguardo leggendo le lettere di San
Paolo e i Vangeli, specialmente il quarto,
che afferma chiara
mente la perfetta unità del Padre e
del Figlio? Ma nello stesso tempo i Padri
di Nicea insegnano che il Figlio non si confonde
col Padre, che è altra cosa da un nome,
che ha una realtà personale e incomunicabile;
e se non insistono su questo punto è
perché devono combattere l'eresia subordinazionista
di Ario. Ma quando le circostanze lo richiederanno
la Chiesa non avrà nessuna difficoltà
a mettere in rilievo la Trinità delle
divine persone, con altrettanta chiarezza
come ha fatto per l'unità di Dio. Qui
è particolarmente interessante segnalare
il Concilio di Alessandria del 362, perché
fa chiaramente vedere la saggezza della Chiesa
e la sua volontà di mantenere intatta
tutta la tradizione.
§
3. - Conclusione: la lezione del passato.
L'eresia
è una dissociazione rovinosa e ingiustificata.
- Abbiamo insistito sulle'prime eresie, perché
dal nostro punto di vista hanno un significato
speciale, in quanto segnano lo sforzo della
scienza umana per scegliere quello che nell'insegnamento
del Salvatore si può ritenere e quello
che si deve respingere. Si poteva temere che
la Chiesa soccombesse alla tentazione, ma
abbiamo constatato che proprio questo essa
non ha mai fatto. Gli eretici abbandonano
or questa or quella parte della rivelazione
e scivolano per una china dove non potranno
arrestarsi; gli unici eretici perfettamente
logici sono i razionalisti puri, che respingono
tutto e non conservano nulla. Come fare per
scegliere, e che cosa si ha il diritto di
conservare, quando si è cominciato
la discussione? Perché credere in Gesù
se non si ammette tutto quello che ha detto?
Perché conservare le Scritture, se
si respinge la Chiesa che ne insegna l'ispirazione
e l'inerranza? Perché ammettere che
Dio ha parlato agli uomini, se si respinge
il miracolo e la profezia?
Il
domma cristiano dev'essere accolto o negato
nella sua totalità.
-
Si voglia o no, l'insegnamento cristiano è
un blocco che si ammette o no cosi com'è.
Ma dal momento che lo si ammette, non si ha
più il diritto di discuterne le parti:
occorre appena notare che qui si tratta non
delle opinioni liberamente dibattute tra i
teologi, ma delle dottrine che fanno parte
del deposito rivelato. Quello che San Paolo
diceva al suo discepolo Timoteo: "Custodisci
il deposito ", la Chiesa non cessa di
ripeterlo a quanti credono in lei. I papi
e i vescovi, che costituiscono la Chiesa docente,
hanno la sola missione di ripetere nei secoli
questa formula, piaccia o dispiaccia. Se questo
in determinati momenti solleva speciali difficoltà
non importa. Non si tratta di sapere se una
data dottrina oggi s'accorda con la filosofia
in voga; se armonizza con questo o quel sistema
umano: a questo gioco possono dedicarsi, se
vogliono, quelli che hanno tempo e gusto.
Si tratta solo di mantenere tutto quello che
è stato creduto sempre dappertutto
e da tutti, per usare la formula di San Vincenzo
di Lerino. La Chiesa non ha mai sacrificato
nulla del tesoro che le è stato affidato.
Non è forse mera vigliosa simile fedeltà
nelle circostanze più difficili, di
fronte alle più seducenti tentazioni?
E non possiamo credere che lo Spirito di Dio
ha manifestato la sua presenza non permettendo
che durante i secoli neppure una volta fosse
intaccata l'integrità del deposito?
G. B.
BIBLIOGRAFIA.
- Circa gli errori relativi alla natura dell'insegnamento
e la rispettiva reazione della Chiesa è
fondamentale D. Van Den Eyttoe, "Le nomes
de l'ensàgnement chrétien dans
la lìttérature patrìstique
des trois premiers siècles, Duculot,
Gembloux 1933. Per gli errori relativi al
contenuto dell'insegnamento tradizionale vedere
una buona Storia della Chiesa, ad es. quella
di Fucsie et Martin, voli. I-II, L. I. C.
E., Torino 1937-1938; oppure L’Histoire des
dogmes di Tixeront, Gabalda, Paris 1905-1912
o le rispettive voci nella E. C. Sullo spirito
di eresia nei primi tre secoli si possono
leggere le profonde considerazioni di A. Moehler,
L'uniti dans VEglise, Ed. du Cerf, Paris 1938,
pp. 55-108 : Multitude sans unite. Di questa
classica opera esiste anche una traduzione
italiana (Librerò Pirotta, Milano 1858}
ormai quasi introvabile.