tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
INTRODUZIONE.
-
PERCHÉ I CATTOLICI AMANO LA LORO CHIESA
Non
c'è istituzione al mondo che abbia
suscitato tanto amore e tanto odio quanto
la Chiesa cattolica. Essa è stata sempre
ed è tuttoggi segno a d'inestinguibil
odio e d'indomato amor ".
Che
abisso e che distanza tra la Città
di Dio e i libelli tedeschi e ginevrini del
secolo XVI, tra i vecchi trattati di Celso
e di Porfirio contro i Cristiani e il Sermon
sur l'Unite del 1681: a Se io ti dimentico,
o Santa Chiesa Romana, che "
possa dimenticare me stesso! ". Donde
tante tenerezze e tante ire? Inoltre, nonostante
gli attacchi e le ingiurie, quali cause continuano
a spiegare l'ardente passione del fedele cattolico
verso l'antica Chiesa sua madre? Certamente
perché invece di fermarsi a certi particolari
esteriori o provvisori che è troppo
facile volgere in ridicolo, egli la considera
nel suo principio divino, con tutta la gioia
che essa reca, la certezza e l'atmosfera di
simpatia e d'euforia: egli la vede così
talmente somigliante a Dio, e talmente conforme
a se stesso, che la saluta come
Il
vero incontro del cielo con la terra, limite
dei due mondi, nel senso che Claudel da alla
parola limite: frontiera che è legame.
CAPITOLO
I. - CONFORME A DIO
Un
giorno fu chiesto a un giovane professore
di Sacra Scrittura, che fu poi innalzato alle
più alte dignità ecclesiastiche,
che cosa lo avesse colpito di più nel
pellegrinaggio ai Luoghi Santi di Palestina.
Egli aveva fatto il viaggio in piena estate,
con un solo compagno, in modo da visitare
il paese nelle condizioni meno artificiali.
" Ciò che mi ha commosso di più
è che il Figlio di Dio abbia accettato
di vivere in un tale ambiente di sudore, oleoso
e polveroso, e circondato dal sudiciume che
ne è la conseguenza ". A contatto
di tale esperienza, la frase Verbum caro assumeva
un senso più vero, e più realista.
Evidentemente le statue del Sacro Cuore non
sono fatte in quello stile; ma esse hanno
torto contro il fatto storico.
La
Chiesa cattolica continua questo mistero,
impegnandosi nella storia e facendosi compagna
di tutte le debolezze e di tutte le miserie
umane. Incarnata nelle nostre povere nature,
non è per questo meno la figlia di
Dio, perché sposa mistica del Cristo,
corpo vivente e dolorante di questo Capo risuscitato.
Il suo sforzo secolare consiste nel sostenere
tanta santità e tanta grandezza in
una debole carne, e nel purificare quest'ultima
perpetuamente facendola meno indegna d'un
tale incontro.
ECCELLENZA
E CARATTERI DELLA CHIESA
§
I. - La Chiesa fu concepita e voluta da Cristo.
Il
cristiano rispetta e ammira questo successo
quando contempla i lineamenti della Madre
sua. Egli l'ama perché essa fu tanto
amata nella sua giovinezza, quando Cristo
" la santificò dopo averla purificata
nell'acqua battesimale, con la parola, per
far apparire questa Chiesa gloriosa davanti
a lui, senza macchia né ruga o alcuna
cosa simile, ma santa e immacolata "
(Ef., 5, 26-27). Da quei tempi lontani essa
è storicamente invecchiata, ma al contatto
dei secoli e degli uomini acquistò
un'esperienza personale e titoli di nobiltà,
che accrescono maggiormente la venerazione
che i posteri provano per lei. Nonostante
così grande accrescimento e fecondità,
sul piano spirituale essa è sempre
la giovane sposa del giovane Capo che non
muore più; i frutti che produce sono
sempre nuovi come quando uscì dal fianco
del Crocifisso, come la donna uscita dal desiderio
efficace del primo uomo, anch'egli esaudito
dalle prime tenerezze del Creatore.
Infatti
bisogna considerare la Chiesa prima di tutto
traverso la volontà di Cristo nella
sua vita mortale, che prima di morire per
la sua salvezza, visse per lei. Essa non fu
mai assente dal pensiero di Lui, che mai cessò
di prevederla, di volerla e di realizzarla,
stabilizzarla, formarla tanto nell'anima come
nel gruppo dei suoi primi discepoli. Religioso
perfetto del Padre suo, nell'apparente solitudine
della sua preghiera trascendente, egli era
nello stesso tempo l'educatore più
deciso e il più chiaroveggente fondatore.
La sua visione delle cose eterne non gl'impediva
di prevedere i tempi futuri e di collocarvi
la sua istituzione; Pietro, Giacomo, Giovanni
e gli altri l'avrebbero prolungata in due
modi: all'interno, perché tutto quello
che il Padre aveva dato a lui, egli lo avrebbe
dato a loro; all'esterno, perché succedendogli
lo sostituissero nel mondo e perché
essi lo avrebbero compromesso a seconda che
avessero agito bene o male. Perciò
avrebbe dovuto proteggerli comunicando loro
il suo Spirito, dopo aver legato ad essi tutti
i suoi diritti, tutti i suoi poteri, tutti
i privilegi che essi potevano portare. Questa
fu all'origine l'ambizione legittima e illimitata
che ben presto si chiamò cattolicesimo.
§
2. - Le quattro note che autenticano la missione
della Chiesa.
Da
questa volontà del Salvatore derivarono
pure quattro note iscritte ben presto nel
Simbolo, che continuano sempre ad autenticare
la vera, anzi l'unica Chiesa: una, santa,
cattolica, apostolica.
a)
Unità. - II carattere che,
assieme alla santità (di cui non trattiamo
qui perché viene studiata a parte;
vedi pp. 558 ss.), si presentò subito
alla riflessione dei primitivi fedeli fu il
privilegio e l'obbligo dell'unità,
su cui il fondatore aveva tanto insistito.
Figlio unico, egli aveva sempre e solo sognato
una Chiesa unica. Si potrà sopprimere
il Vangelo prima di trovarvi un principio
di divisione o i germi d'una possibile scissione.
Si racconta che grandi conquistatori, avendo
misurato i limiti umani, per mantenere l'equilibrio
tra la gelosia dei loro generali, divisero
il proprio impero quando erano ancor in vita
o nel testamento. Non c'è traccia d'una
simile intenzione nelle parole di Colui che
aveva reclutato i Dodici e li mandava ad evangelizzare
tutte le nazioni. Gesù vide la religione,
che egli viveva e fondava, prolungarsi identica,
fino alla consumazione dei secoli, e, cosa
più grave ancora, fino afli estremi
della terra. Questo piano grandioso non lo
indusse a prendere altra precauzione oltre
quella dell’unità. Quando al momento
di partire, affidò la sua piccola Chiesa
alo Spirito, non fu per abbandonarla alle
fantasie di successive e molteplici improvvisazioni;
anzi, presentando il Paracleto come una persona,
lo Spirito del Padre e suo, egli lo prometteva
come il principio d'un'unità costante,
" Che siano uno, come tu, o Padre mio,
sei in me e io in te " (Gv., 17, 21).
L'unità
nel tempo suppone la continuità, la
fedeltà e quel che presto sarebbe chiamato
ortodossia, cioè il mantenimento delle
cose insegnate e istituite. Assimilando il
suo Vangelo dopo la sua partenza a una testimonianza,
Cristo continuava ad affermare il carattere
insostituibile della sua persona, della sua
missione e della sua trascendenza divina;
ma con ciò stesso egli fondava per
sempre l'unità della sua opera.
b)
Cattolicità. - Quest'unità
vista non più dal lato del Fondatore
o della fondazione, ma dalla parte di quelli
che avrebbero accettato il Fondatore e costituito
la fondazione, si chiama la cattolicità.
La Chiesa è universale: l'espressione
è d'uso corrente ed è divenuta
così comune da non percepirne quasi
più le immense esigenze. Sarebbe ingiusto
vedere in questa seconda nota soltanto una
pretesa geografica, che tuttavia vi è
racchiusa. La cattolicità è
territoriale, perché gli uomini abitano
o possono abitare ogni luogo della superficie
del globo ovunque seguiti dall'ambizione della
Chiesa. Ma la cattolicità è
soprattutto umana, perché pretende
d'abbracciare tutta quanta la nostra razza;
non sono soltanto chilometri quadrati da conquistare,
ma volontà e intelligenze da raggruppare
e convenire.
Per
usare categorie care al pensiero contemporaneo,
occorre aggiungere che questa cattolicità
non è statica, ma dinamica; non consiste
nell'introdurre brutalmente nella Chiesa anime
vinte e intontite, che verrebbero a farvi
numero senza apportare altro che la propria
presenza, apprezzata in cifre; ma consiste
nel diffondere ovunque il messaggio evangelico,
in modo che esso appaia come una risposta,
o almeno come un rimedio, a tutto quello che
era prima contenuto nelle esitazioni frammentarie
ed interrogative dell'umanità. La forza
conquistatrice della Chiesa deve prolungarsi
all'interno delle anime, riducendo alla sua
dottrina superiore tutto quello che era assimilabile
nelle dottrine estranee. Attira a sé,
reclama come un bene proprio, non per addizione
o sincretismo, ma per simpatia e purificazione,
tutto ciò che scopre altrove di vero
contenuto nelle speranze tenaci, nei gesti
cominciati, negli atteggiamenti religiosi
abbozzati dei popoli seduti nell'ombra della
morte.
Proprio
così San Paolo aveva percepito la cattolicità,
che nel suo bello stile biblico chiamava la
vocazione dei Gentili. Egli vedeva l'intera
creazione e tutta l'umanità travagliata
da un immenso dolore e da un vasto strappo;
e in questi gemiti tradotti nelle iscrizioni
profetiche sui frontoni dei templi, al fondo
dei cuori, eredità divine che ignoravano
se stesse, egli percepiva come un abbozzo
di cristianesimo, l'anima naturalmente cristiana
di cui parleranno i Padri, e, come conseguenza,
il diritto o il dovere della Chiesa di prendere
possesso di queste anime, ma esaudendole,
rispettandole, rivelandole a se stesse nello
stesso tempo che rivela loro Gesù Cristo.
Che proprio tutto questo è una vocazione
o, in altre parole, un appello e un invito.
Da
questi princìpi derivano i metodi d'apostolato
seguiti nella Chiesa e che
i papi attuali c'insegnano proprio sotto il
nome di azione cattolica. Invece di cominciare
la conversione degl'infedeli con una preventiva
distruzione dal fondo dei loro cuori di tutti
gli amori religiosi ereditari, la Chiesa concepì
piuttosto il suo dovere sotto la forma d'una
risposta da dare per via d'una trasforinazione
a tutte le preoccupazioni e le insufficienze
interiori. Era l'atteggiamento di San Paolo
specialmente verso il giudaismo, che non era
un errore, ma una povertà: a Sono essi
ebrei? Lo sono anch'io. Sono israeliti? anch'io.
Sono discendenti di Abramo? anch'io "
(2 Cor., 11, 22); ma anche verso il paganesimo
onesto, facendo contemporaneamente nella Lettera
ai Romani, la critica più severa dei
suoi risultati, e l'elogio più sincero,
ricordandone le disponibilità. La sintesi
di questa duplice posizione è nel discorso
all'Areopago: n Io vengo ad annunciarvi quello
che adorate senza conoscerlo " (At.,
17, 23).
c)
Apostolicità. - Ma in nome
di chi, la Chiesa attuale annuncerà
a sua volta questa dottrina immortale? In
nome d'una successione autentica e d'una continuità
ininterrotta. Ma si ha il diritto d'esercitare
l'apostolato solo se si è erede degli
apostoli. La terza o quarta nota della vera
Chiesa è l'apostolicità, che
evoca il piccolo collegio dei Dodici, i quali
avevano ricevuto per primi la missione d'essere
i testimoni di Cristo, di predicarlo alle
nazioni, di conservare al suo regno i caratteri
e la costituzione delle origini. Infatti l'apostolicità
suppone tutte queste cose riunite e, prima
fra tutte, la visibilità. I Dodici
avevano un nome conosciuto, nome d'uomini
vivi e determinati, distinti da chiunque altro:
in essi e per essi la Chiesa era storicamente
nel tal luogo e non in un chissà dove;
non occorreva né inventare né
immaginare la Chiesa, perché era composta
di Pietro, Giacomo, Giovanni, Paolo e di tutti
gli altri... Ora costoro erano stati scelti
o eletti per volere del Maestro, che non aveva
tenuto conto della razza, della ricchezza,
dei titoli e neppure dell'intelligenza; la
scelta era stata fatta da lui: ego vos elegi.
I loro poteri erano il risultato d'una designazione
pubblica, che creava una società regolare
e visibile.
Veniamo
cosi condotti all'idea d'una gerarchla, che
si recluta in nome di principi spirituali,
ma sul piano visibile e per conservare una
testimonianza autentica. La Chiesa apparterrà
ai successori che saranno stati scelti dagli
apostoli, e così di seguito. A queste
condizioni si manterrà il potere spirituale,
per prolungare fino a noi uno stato di cose
e un corpo di dottrine fissate fin dalle origini.
§
3. - Solo la Chiesa attua il possesso di queste
quattro note e la sua intransigenza è
soltanto fedeltà ad esse.
Resterebbe
da cercare dove oggi si trovino riunite nel
modo più preciso queste quattro note;
meglio, siccome il lettore sa in anticipo
la risposta dei redattori della presente opera,
resta da chiedersi se l'intransigenza che
si rimprovera con acredine alla Chiesa avente
il suo capo a Roma, non sia la sem plice prova
della sua fedeltà all'unità,
alla cattolicità, all'apostolicità.
Essa è davvero l'erede, perché
non vuole abbandonare in nulla il piano primitivo
del fondatore, ma restargli fedele cercando,
attraverso tentativi e scosse inevitabili,
di restare se stessa, salvo a riformarsi incessantemente,
a motivo della miseria umana, ma in eodem
sensu eademque sententia.
CONFORME
A DIO
L'unità
della Chiesa. - Si rimprovera la
Chiesa di volere l'unità, e di volerla
per sé. Bisognerebbe dire che la vuole
in sé. E che dovrebbe volere se non
questo? Il fatto che una comunità rinunci
a dirsi Chiesa unica e universale, è
già di per sé la prova che questa
Chiesa ha sconfessate le pretese e la volontà
del Signore, e che per così dire, ha
già dato parzialmente le sue dimissioni.
L'ambizione d'essere fedele non è più
degna di Cristo che la rassegnazione? Cristo,
a sua volta, fu rassegnato solo alla volontà
del Padre suo, mai all'insuccesso, al ripiegamento,
al rifiuto, e solo il figliuol prodigo reclamò
la sua parte d'eredità.
Si
sa che quasi tutte le altre chiese cristiane
tendono a limitare la loro estensione ai confini
della nazione di cui fan parte i loro fedeli.
Alcune sono alleate del governo del paese,
al quale offrono il più valido sostegno
interno ed esterno; sono orgogliose del loro
nazionalismo, da cui ricevono una nota pittoresca
e locale, e si vedono assicurato maggior influsso
tangibile sui destini temporali del popolo
sul quale vigilano come una regina-madre sull'impero
del proprio figlio. Nelle loro liturgie parlano
la lingua volgare o quella arcaica del paese,
di cui fanno proprie le questioni, di cui
comprendono meglio i costumi e le tradizioni.
L'insularità, altrove il regionalismo
o il provincialismo, le origini storiche che
si confondono con quelle della nazione, le
profonde radici etniche sono per loro giusti
titoli di nobiltà, successi secondo
la carne, che però nascondono malamente
la loro infedeltà allo Spirito, al
grande sogno paolino all'ultima volontà
di Cristo. Esse hanno guadagnato la terra,
la loro terra, e perduto il mondo; non ammaestrano
più tutte le nazioni; i loro sacerdoti,
i loro vescovi non si sentono più abbastanza
missionari dei pagani, né abbastanza
responsabili dei Gentili.
Chi
dunque ci darà l'immagine di questa
Chiesa-madre e unica, che sente di non essere
sconosciuta in nessun luogo, perché
ovunque si sente in casa propria; alla quale
tutti i popoli, nei giorni del loro furore,
rimproverano successivamente d'essere straniera
perché non appartiene esclusivamente
a qualcuno fra di loro? che durante le grandi
guerre europee o mondiali non getta il peso
del suo valore spirituale in nessuno dei due
piatti della bilancia? che s'accontenta di
distribuire qualche gentile parola religiosa
ai potenti di questo mondo, per non dover
prestare giuramento di fedeltà a nessuno?
Forse in certi tempi potè intendersi
con alcuni imperi. Però il primo impero
romano -esisteva prima che essa nascesse e
quando, dopo tre secoli di malintesi, la Chiesa
si decise mescolare i propri interessi a quelli
dello Stato, era sua intenzione sopravvivergli.
Più
tardi la Chiesa ristabilì l'impero
in favore di Carlomagno, ma fu perché
questo grande costruttore di popoli s'illudeva
di estendere i confini del suo regno ai confini
della cristianità: dunque era ancora
in nome dell'unità che la Chiesa si
alleava all'unico Cesare del tempo. Ma, in
fondo, era assillata per le città lontane
ancora idolatriche o pagane, e la sua grande
anima, come quella di San Paolo, continuava
a indignarsi o a intenerirsi alla vista delle
pecore senza pastore. Per questo accanto al
clero metropolitano, ha sempre avuto un clero
missionario e, come le grandi nazioni colonizzatrici,
ha speso in questo lusso spirituale le sue
risorse migliori, il sangue che tiene più
caro. Le missioni all'estero che le costano
tanto (parlo della vita di uomini e del valore
di queste anime d'elite) indicano che la Chiesa
non ha abdicato. Forse dal punto di vista
della riuscita, l'era delle missioni è
appena cominciata e, per esempio di fronte
all'Isiam si cercano ancora le vie d'accesso
conformi ai metodi evangelici; ma che cosa
importa se perfino il perdurare degl'insuccessi
prova la fedeltà al programma primitivo,
e la stessa scarsità dei risultati
dimostra infine la perseveranza della volontà,
del progetto, dell'ideale, dell'obbedienza
alla parola del Fondatore?
La
cattolicità della Chiesa. - La cattolicità
che è la gloria della Chiesa romana
è pure il suo fardello, perché
è peso; ed è il suo tormento,
perché è una preoccupazione.
Essa è un'esigenza che obbliga a una
perpetua riforma ulteriore al pari di ogni
vero arricchimento. Acquistare nuovi clienti
e convertirli in fedeli, significa prima comprenderli,
poi vedere che cosa dell'eterna eredità
li seduce, preparare l'incontro del loro legittimo
umanesimo, della loro civiltà e lingua,
delle loro belle arti, e anche del clima in
cui si preparano a recitare a loro volta questo
Credo unico. Neppure nei confronti delle Chiese
separate l'unione suppone l'uniformità.
Il rispetto per i riti liturgici è
soltanto un simbolo d'un'ospitalità
intellettuale che accoglie le loro tradizioni,
le loro teologie anteriori alla separazione,
la loro sensibilità religiosa di ogni
tempo. Come carattere o nota, il cattolicismo
è soprattutto comprensione.
Una
quarantina d'anni fa in alcune pagine mirabili
del Christus i compianti Padri gesuiti Rousselot
e Grandmaison traducevano in questo stile
le quattro note che vedevano realizzate nella
Chiesa romana. I quattro aggettivi sotto la
loro penna prendevano un rilievo prima sconosciuto
: la vera Chiesa, essi dicevano, dev'essere
intransigente, eroica, comprensiva, gerarchica.
I due primi titoli, e forse anche l'ultimo
farebbero paura a certi legittimi pudori se
non venisse il terzo a spiegarli con sfumature
e dare loro il vero riflesso.
La
santità nella Chiesa è legata
all'apostolicità. - Perciò
non resta che unire la santità con
l'apostolicità per dimostrarne il reale
equilibrio. La Chiesa romana non può
allineare i suoi titoli storici alla successione
di Pietro e degli apostoli che alla condizione
di santificarsi perpetuamente, per mostrare
di aver ereditato tanto dal loro spirito come
dai loro poteri. La Chiesa prima ancora di
essere dei Santi e dei mistici, risiede anzitutto
nel papa e nei vescovi, però a condizione
che papi e vescovi, che nessuno ha il diritto
di giudicare (d'altronde in nome di chi e
di che cosa?), giudichino perpetuamente se
stessi per divenire uomini di preghiera e
di santità; altrimenti la loro apostolicità
diverrebbe uno scandalo. Questa grande inquietudine
interiore costituisce la tragedia della storia
della Chiesa: siamo apostoli, ma siamo santi?
si chiedono i capi; le membra poi, volgendosi
ai propri pastori, li interrogano rispettosamente
per domandarne lezioni ma anche l'esempio.
Tutta la storia della vera riforma della Chiesa
cattolica è qui; non ha nessuna data,
perché è di tutti i tempi e
non è mai alla fine.
CAPITOLO
II - SIMILE A NOI
§
1. - Il problema dei riti
La
celebrazione del sacrificio e la pratica sacramentale
con i loro indefiniti prolungamenti, le devozioni,
la salmodia, il culto delle immagini e delle
reliquie, l'uso delle indulgenze, i riti e
i formulari saranno eternamente il sostegno
o lo scoglio, la cornice o la caricatura della
religione in spirito e della verità
rivelata da Cristo alla Samaritana, "Io
ho forse bisogno del sangue dei capri e delle
giovenche? ", protestava già il
Dio d'Israele per bocca dei profeti; il salmista
gli rispondeva: " Se tu avessi voluto
sacrifici, te ne avrei offerti; ma tu non
ti compiaci degli olocausti: l'unica vittima
gradita a te è un cuore contrito e
umiliato ".
Sarebbe
pertanto più facile cancellare la natura
umana dalla faccia della terra, che impedire
all'animale ragionevole d'incarnare in gesti
e simboli le sue volontà profonde,
che proibirgli di chiedere a segni corporali
o materiali, a oggetti sensibili, a parole
sacre, d'appagare la sua immensa inquietudine
di fronte al peccato, all'avvenire, all'infinito.
Donde viene a noi questa strana mania rituale
die nulla può estinguere? Sarà
un ultimo vestigio dell'istinto, abituato
a ottenere risultati infallibili da un riflesso
monotono o fatidico? O, al contrario, non
sarà già la prima spinta vitale
del concetto che vuole fissare in lineamenti
definiti la fluidità delle cose, e,
come dice la Scrittura, dare ad esse un nome,
fissare il moto innumerevole in una definizione
precisa, accolta, tradizionale, socialmente
efficace? O non sarà piuttosto che
il rito; il sacramento — un tempo la magia
e il feticismo — provengono dal fatto che
in un solo essere s'incontrano due elementi
d'origine diversa, cioè un corpo animale
ancora tutto permeato d'istinti appena liberati,
e un'anima spirituale, in cui l'intelligenza
appare sotto la forma ragionevole dell'idea
concettuale? Il rito è un gesto stilizzato,
che ha in sé una sapienza e una religione
intcriori; è una volontà efficace
concretata in una formula consecrata; è
insomma la firma dell'uomo, essere strano
e dolorante, che non è bestia né
angelo, perché è l'uno e l'altro,
è fra i due, ai confini di due mondi;
essere diviso ed insieme uno, con l'evitabile
e duplice tentazione, mortale per lui, di
proseguire separatamente i due compiti estremi
anziché contemporaneamente per restare
se stesso.
Resti
dunque quello che è, animale ragionevole,
spirito incarnato; e accetti dunque il sacramentalismo
con tutti i suoi pericoli anche nella sua
vita più spirituale, nei rapporti più
intimi con l'invisibile; consenta di far posto
alla propria carne, splendida e debole, muscolosa
e sofferente, che si nutre d'immagini concrete,
di suoni e colori, di ritmo e moto, di simboli
o sogni, di visioni anticipate e di ricordi
registrati; e al momento d'incontrare Dio
pensi ancora di gettarsi ai suoi piedi, o
nelle braccia, o sul cuore, come se Dio avesse
piedi, braccia, bocca e orecchie.
L'atavismo
qui è più forte di tutte le
teorie cartesiane sulla " canna pensante
" o sull’ " intelligenza servita
da organi ". Tutta la nostra eredità
è rituale e non lo fu mai più
brutalmente che nel secolo presente che si
crede laicizzato, e in cui le ricette di felicità,
gli amuleti, i filtri, le mascottes, i portafortuna,
i totem, i tatuaggi, le divinazioni, gli spiritismi,
non avevano mai raccolto tanti fedeli prima
che gli altari del Dio vivo, le balaustre
della comunione, le grate dei confessionali,
e perfino i fonti battesimali fossero abbandonati.
L'uomo
s'ostina nella speranza di trovare una soluzione
definitiva, che unifichi tutto il suo essere
di fronte al Dio sconosciuto senza nulla sacrificare
delle potenze animali e spirituali che ci
compongono. Questa tenacia ci segue ovunque,
ombra instancabile e mobile, replica visibile
di tutto il nostro essere. Dare forma in questo
mondo sensibile, dove il nostro corpo pronuncia
le sue parole e agita le sue membra, a un
simbolo che esprima una sensazione, poi dargli
il valore d'una idea e un potere spirituale;
oppure, con processo inverso, incarnare nell'esperienza
un pensiero astratto, creare cosi un valore
materialmente carnale ma tutto permeato d'intelligenza,
mettere queste due ricchezze l'una nell'altra
in nome della nostra duplice natura, fatta
di carne e di spirito; poi per mezzo di questo
gesto, avere la formidabile pretesa d'agire
sul mondo invisibile, tracciare un segno che
permetta alla nostra volontà d'entrare
nei disegni infiniti, collaborare così
alla divina potenza, affermando in questo
modo che l'ordine intellettuale, cosi bello
ma cosi duro, cosi chiaro ma cosi fatale,
non ci ha ancora svelato i misteri supremi,
perché dietro gli effetti, le cause
e le leggi che lo definiscono, c'è
un altr'ordine, che si serve del primo per
altri scopi supremi: ecco l'uomo con la sua
impotenza e la sua preghiera, i suoi limiti
ridotti e le speranze illimitate; ecco l'uomo
che geme e piange, supplica e sogna convinto
che dietro la spiegazione scientifica del
mondo ve ne sia un'altra, quella vera, che
la ragione non conosce, ma che si augura pensando
all'immenso e regale progetto d'un'Onnipotenza
benefica e feconda, che al di là dei
nostri poveri schemi concettuali, che tuttavia
non nega, attua un altro disegno di bontà,
di amore e di gloria.
Un'intelligenza
fatta per la caccia e per la pesca, nella
ricerca delle cause ha trovato Dio, al di
là delle sue reti e delle frecce! Poi,
sentendosi incapace di andare più oltre
da sola, ha prostrato la sua carne davanti
all'Invisibile per superarsi; mettendo i lineamenti
del suo corpo al servizio dell'idea, cercò
di entrare tutta quanta, assieme e per mezzo
della sua carne nelle regioni dello spirito
e della grazia... Ma di chi dunque io ho raccontato
questa storia? Sono io quest'essere; ad ogni
modo è il mio antenato troglodite delle
caverne e delle città lacustri; è
il mio fratello del Sudan e delle Indie millenarie!
siamo tutti noi, quando in un momento di sofferenza
e di speranza, ricominciamo il gesto umano
per eccellenza, con la sensazione al principio
e alla fine del mondo spirituale; è
la storia della mia oscura infanzia, in cui
ho fatto inconsciamente i miei primi segni
di mago, per soddisfare i miei primi desideri;
è la Grecia, la madre di noi tutti,
con la sua fatalità; è il console
romano, che al principio della giornata di
una probabile battaglia, ritornava indietro
con le truppe, perché una lepre gli
aveva tagliata la strada. Dietro queste superstizioni,
anzi sopra, sul piano superiore, è
tutta la storia religiosa dell'umanità.
Il
sacramento è il sensibile spiritualizzato,
la natura sublimata. Esso suppone, come il
miracolo, ma senza nessuna sorpresa o stupore,
che la materia non sia impermeabile allo spirito.
Anche il miracolo sarebbe un incatenamento
della materia da parte delle correnti spirituali;
ma essendo un fatto anormale e quasi rivoluzionario,
la carne viene scossa e si accascia per obbedire
a una brusca decisione. Nel sacramento lo
spirito trionfa in silenzio e più efficacemente,
e la grazia s'inserisce soavemente nella natura
senza modificarne visibilmente il corso. Sicché
il miracolo, che è un argomento per
gli occhi del corpo divenuti occhi della fede,
per sé è meno perfetto del sacramento,
in cui Dio spiritualizza la materia senza
sconvolgerla. Spingendo al massimo l'effetto
della sua onnipotenza, compie il suo capolavoro
nell'ordine visibile. La Chiesa quindi al
miracolo preferisce il sacramento (1).
Anticamente miracolo e sacramen to spesso
si confondevano, come nella Pentecoste; ma
presto il rito sacro si emancipò per
opera di San Paolo che fece la critica vittoriosa
del carisma inferiore alla carità.
(1)
Le vecchie magie delle religioni primitive
non li distinguono, ma i! cristianesimo li
ha dissociati su due piani diversi ; da entrambe
le parti viene stabilito un con-
Però
è troppo forte per noi parlare questo
linguaggio cristiano, dovendosi ancora intrattenere
alquanto sul piano delle ipotesi generali.
§
2. - Le speranze umane e l'istituzione dei
sacramenti.
In
queste inevitabili condizioni, imposte dalla
nostra stessa natura, alla quale nessuno di
noi pensa sul serio di rinunciare, una religione
veramente divina si riconosce prima di tutto
dal modo con cui essa potrà risolvere
il difficile problema del sacramentalismo,
poi dal carattere semplice e artistico, eppure
commovente, dei riti che sceglierà
e delle rubriche che imporrà; da una
certa somma eleganza con cui affronterà
la delicata questione dell'impiego della materia
in un'opera divina; infine forse anche da
una certa audacia che non esiterà ad
essere realista di fronte al contatto con
gli elementi della natura visibile e con le
membra del corpo umano; si aggiunge pure un
certo universalismo sobrio e puro, che permetterà
ai gesti rituali di essere validi per tutti
i tempi e tutti i luoghi, di non urtare nessuna
legittima suscettibilità, nessun pudore
ragionevole, nessuna sensibilità di
razza né di clima. Infine questa religione
dovrà soprattutto trovare il mezzo
per far circolare in queste istituzioni un'immensa
corrente di spiritualità, che attraversando
tutti questi poveri oggetti materiali, li
trasfigurerà al momento dell'unione
o dell'assoluzione, della purificazione o
della consecrazione e quasi permetterà
di dimenticarli proprio mentre svolgono il
loro compito essenziale di segni e di mezzi.
Insomma
per restare uomini nel momento in cui si diventa
divini, l'universale dev'essere fatto e lo
spirituale dev'essere evocato e realizzato
non col nulla, ma con qualcosa di semplice
e perciò visibile e corporeo. E Dio
stesso in questo grande sistema va reso non
proprio visibile, perché è Spirito,
ma totalmente prossimo e vicino a noi, anzi,
sentito, sperimentato almeno in noi, dove
la nostra carne, cioè la nostra immaginazione,
la memoria, i sentimenti siano tutti trasfigurati
dalla sua presenza provata, in ogni caso dal
provato sentimento della sua presenza.
Questo
è tutto? non abbiamo dimenticato nulla
riguardo agli elementi di questo problema
in cui sappiamo impegnato tutto il nostro
essere? Forse abbiamo omesso l'essenziale.
Infatti, se la religione perfetta, di cui
parliamo, è stata fondata da qualcuno
che, attraverso la sua persona, incarnata
nella nostra razza ma trascendente la nostra
umanità, unì in sé la
spiritualità più alta con la
carne più reale; se egli, per questo
privilegio unico, è per noi l'unico
intermediario ormai possibile tra il cielo
e la terra; se le istituzioni storiche, di
cui egli è l'autore, si confondono
con i suoi interventi e attività personali;
se il suo regno s'identifica con la sua autorità
reale; se, per dire tutto, la sua retatto
tra la materia e lo spirito e vi è
mutua penetratone, senza che i due valori
siano dosati nella stessa misura nei due casi.
Nel miracolo l'elemento soprannaturale è
meno ricco e non è necessariamente
santificatore, essendo soltanto preternaturale,
come dicono i teologi moderni; invece nel
sacramento il gesto sensibile come tale ha
apparenza più debole, non presentando
alla vista nulla d'anormale ; però
in realtà è molto più
permeato dalla grazia, poiché "
contiene quello che rappresenta e produce
ciò che significa ".
ligione
è lui stesso, bisognerà che
i gesti sacramentali nati dalla sua volontà,
designati da lui prima d'affidarli a noi,
ci permettano di raggiungere lui stesso, e
quindi Dio attraverso l'umanità del
Figlio suo. Così la Chiesa, che ha
tutti i poteri non potrà istituire
sacramenti; avendo solamente il compito di
conservarli, amministrarli, e circondarli
di una liturgia conforme, adattata ai tempi
e alle circostanze, ma altrettanto rispettosa
dell'iniziativa originale di Cristo. Fatta
questa riserva, i sacramenti propriamente
detti saranno fino alla fine dei tempi, secondo
le modalità speciali di ciascuno, i
gesti di Cristo ereditati dalla Chiesa e compiuti
dalle sue membra, per le sue membra, nelle
sue membra. ! Poiché c'è un
corpo mistico, i sacramenti saranno come i
grandi ritmi di respirazione, di circolazione,
d'energia nervosa, che indicano l'essere vivente,
lo mantengono sano, ne spiegano l'azione,
ne esprimono la potenza, ne causano e sviluppano
l'influsso.
Si
capisce come in queste condizioni i sacramenti
abbiano un valore sociale, sian gesti di tutto
quanto il corpo della Chiesa, mentre sono
compiuti da un ministro designato in favore
di determinati fedeli. Non è concepibile
un regime sacramentale semplicemente individualista.
Sottomettendosi al sistema, o piuttosto accettando
questo dono come una soluzione perfetta e
totalitaria delle esigenze della nostra natura
integrale, il soggetto aderisce alla società,
se ne dichiara il membro, rinnova il suo contatto
con lei, mentre ne accresce la vita e ne prolunga
l'irraggiamento. Che cosa mai potrebbe essere
un sacramento privato o mentale? Si parla
d'orazione mentale, di vita personale o privata,
di religione spirituale, e questi sono valori
insostituibili e sempre presupposti, però
al momento del sacramento questi valori prendono
un aspetto sociale e visibile che, però
senza mutare la loro essenza, da loro un altro
carattere, ancora più umano nella loro
stessa divinità.
A
motivo dell'apparato sociale ed esteriore,
del necessario intervento della Chiesa e del
suo ministero, il sacramento può sempre
essere sostituito, in caso d'impossibilità,
dalla religione interiore che il sacramento
doveva incarnare. Tutti i sacramenti, necessari
alla salvezza, hanno come dicono i teologi
i loro supplementi. Ma la vera vita del cristiano,
vita normale e sociale, umana fino alla fine,
diventa perfetta, almeno nel tempo fissata
dall'istituzione, dalla tradizione e dalla
legge, solo nella pratica sacramentaria, vero
tentativo ufficiale di vita mistica in comune.
Qui
sarebbe fuori posto dimostrare die i sette
sacramenti furono istituiti
da Cristo, il che venne fatto altrove (2).
I vangeli, se bene consultati, a questo
riguardo rispondono affermativamente e sono
d'accordo col Concilio di Tren
to; però a condizione che, come dice
l'autore dell'Imitazione, siano letti con
quello spirito che presiedette la loro redazione
primitiva: omnis scriptum sa
cra eo spiritu debet legi quo facta est (3).
(2)
Gfr. E. Masure, L'inslìtution des sacramente
et de i'Eglise, in Le Redempteur, opera pubblicata
in collaborazione con G. Bardy e M. Brillarti
presso Bloud et Gay, 1933, p. iag-158, e in
Le sacrifice du chef, ed. 1944, presso Beauchesne.
(3)
De Imitatone Christi, lib. I, e.
V. De lectione sacrarum Scripturarum.
Pensando
ai sette sacramenti, ce li rappresentiamo
volentieri, come Roger de la Pasture al museo
d'Anversa, nel decoro della nostra Chiesa
cattolica, già da lungo tempo separata
dalla Sinagoga, in cui tenne le prime riunioni,
o come il pittore fiammingo in una cappella
gotica, le cui linee sono tra le più
familiari; però dimentichiamo che Gesù
di Nazareth parlava e agiva sulle sponde del
lago di Tiberiade, davanti a gente che aveva
una cultura religiosa limitata all'Antico
Testamento e alle promesse dei profeti; e
che egli doveva creare le sue istituzioni
in quest'atmosfera messianica. Inoltre per
rispondere all'attesa degli uditori Gesù
doveva cominciare a compiere le profezie realizzando
la propria missione: gli si chiedeva meno
di fondare una nuova religione che di tener
gl'impegni di quella antica. I sacramenti,
prima d'essere i segni della nuova alleanza,
furono anzitutto la prova della verità
delle predizioni e delle speranze della Legge,
e i segni della presenza del dito di Dio.
I
sacramenti sono, d'altra parte, l'annuncio
dei beni eterni: sono pegni e poteri lasciati
da Gesù ai suoi apostoli. D'altronde
la grazia, che ci devono dare i sacramenti,
ha valore soltanto se prepara in noi i doni
definitivi della visione e del possesso di
Dio. Il messaggio in cui Gesù racchiude
le sue volontà, la Chiesa alla quale
affida le sue istituzioni, che perpetuamente
la definiscono e la ricreano, terminano solo
nelle visuali illimitate che si aprono davanti
a noi: non si concepisce un Vangelo che nello
stesso tempo non sia un'escatologia, cioè
un abbozzo, un'inaugurazione, un'attesa dei
novissimi.
Infine,
nonostante il loro valore immediato per le
nostre anime di oggi, o anche a causa di questa
ricchezza di grazia inclusa nei loro riti
e nelle loro formule, i sacramenti sono istituzioni
che si protendono nel lontano passato, per
trovarvi il loro punto d'agganciamento, e
nell'avvenire eterno, per cercarvi la suprema
ragion d'essere: commemoratio praeteriti,
demonstratio praesentis, prognosticum futuri
(4).
Gli
apologisti che dimenticassero queste verità
elementari, s'esporrebbero al pericolo d'indebolire
singolarmente la prova scritturale dell'istituzione
dei sacramenti da parte di Cristo, e di non
trovare più testi sufficienti per stabilirla
in tutte le sue parti. I documenti, in tal
caso, non permetterebbero più di scorgere
creazioni di cui si sarebbe cominciato a misconoscere
il carattere, tanto più che queste
istituzioni oggi non hanno ormai più
il nome o i nomi che avevano allora. Si restituisca
ai gesti di Cristo la loro portata e la loro
volontà messianiche, si considerino
come l'armatura d'una Chiesa destinata a tracciare
in anticipo le linee della nostra vita eterna,
e i sacramenti riappariranno talmente visibili
agli occhi, che diverrà impossibile
non vederli più, come certi disegni
tracciati sulla carta in mezzo ad altri: prima
di distinguerli è impossibile riconoscerli;
quando si sono distinti, fosse pure per un
solo istante, è impossibile non percepirli
più: essi scavano gli occhi.
(4)
Cfr. (in senso un po' diverso) S. Tommaso,
Summa Theologica, III, 60. a. 3.
§
3. - Come i sacramenti rispondono alle speranze
umane.
Adattamento
generale alla nostra natura. - Stando
al programma premesso al principio di questo
capitolo, ci basterà sottolineare il
perfetto accordo tra l'istituzione sacramentaria
con le speranze umane precedentemente analizzate.
Com'è possibile negare che i sacramenti
siano eccellentemente adattati alla nostra
natura? Da parte delle materie usate, l'acqua,
l'olio, il pane e il vino: gli elementi più
puri e più certi della vita corporea
dell'uomo su tutta la faccia della terra.
Da parte dei gesti compiuti, gli atteggiamenti
più carichi di sane reazioni religiose:
l'imposizione delle mani, segno di protezione
consentita, di supplica
esaudita, simbolo di trasmissione di poteri,
di discesa di benedizioni; l'unzione con l'olio,
che rievoca la dolcezza del rimedio, la forza
dei combattimenti nell'arena, l'elemento sacro
dei profeti e dei re, e quindi insieme l'ambulanza,
lo stadio, il trono, l'altare, tutti gli alti
luoghi dell'umanità, tutte le sommità
eroiche o beneficile. Dal lato del decoro
e della messinscena, il battistero, la tavola
del banchetto, ancora l'altare sul quale vengono
offerte le vittime, dove i sacerdoti si santificano,
dove si segnano i contratti d'amore. Al centro
c'è il corpo dell'uomo, così
debole e cosi bello, la carne, come diceva
Tertulliano, che sopporta tutto il mistero
dei riti, la carne che, esorcizzata e completamente
consociata, si spoglia attraverso le abluzioni
purificatrici, s'abbandona alle imposizioni
dello Spirito, si mitre e si disseta, infine
s'abbandona all'estreme unzioni, mentre l'anima
sovrabbonda di tutti i favori spirituali simbolizzati
e contenuti nei sacramenti divini.
Esempio
del Battesimo. - 1l Battesimo, assieme
all'Eucarestia, e anche in modo diversissimo,
è il sacramento nel quale Cristo ha
maggiormente impegnato la sua carne, perché
volle per primo sottomettersi al rito prima
d'introdurci in esso. Agendo così,
egli faceva suo uno dei gesti religiosi più
abituali all'uomo: chiedere all'acqua pura
il simbolo e il mistero della purificazione
dell'anima, trovare nelle fonti della natura
il principio d'una vita nuova, d'una seconda
nascita, d'un'iniziazione alle realtà
celesti.
E
indubbiamente il Figlio di Dio, passando attraverso
le acque, conferiva loro un valore inaudito
e singolare. Egli però partiva da un
gesto profondamente umano, non inventato da
Lui, perché i discepoli comprendessero
fino a che punto egli comprendeva e rispettava
la loro natura di uomini.
Vi
sono autori che si scandalizzano nel vedere
i cristiani comunicare su questo punto e su
tanti altri con gli antichi atteggiamenti
dell'umanità, e che, non si sa perché,
vogliono vedere in tale accordo delle obiezioni,
mentre invece è una meraviglia. Costoro
vorrebbero che la religione divina non fosse
anche umana, che non fosse fatta per l'uomo.
Se così non fosse sarebbe ancora divina?...
Nel suo stesso rito il battesimo è
la gloria del cristiano e tutti i sacramenti,
fino all'Eucarestia in cui culminano, sottolineano
l'ammirabile umanesimo della Chiesa cattolica.
La
Penitenza e l'evoluzione della sua disciplina.
- L'adattabilità è
ancor più visibile nella storia degli
altri sacramenti, come ad esempio la Penitenza.
L'istituzione penitenziale per il suo carattere
psicologico e giudiziario fu in grado di adottare
costantemente, nel corso dei secoli, la procedura
voluta dalla durezza dei costumi oppure dalla
sensibilità religiosa del tempo. Il
diritto di rimettere o di ritenere i peccati,
di accordare o rifiutare al fedele la partecipazione
all'Eucarestia attuò ancora una volta
la legge, che si verifica tanto spesso nel
cattolicismo, della continuità del
principio nel multiforme sviluppo della vita
feconda e generosa. Certamente il potere delle
chiavi è rimasto quale lo aveva istituito
Cristo; e tuttavia, salvando tale sostanza,
come dice il Concilio di Trento, si conformò
ai diversi bisogni delle anime, ai diversi
climi e alle successive civiltà. Diventò
un metodo, un'educazione, un'ascesi; e, ogni
volta che fu necessario, assunse una forma
nuova, imprevista, utile, benefica. E per
aver dato la pace a tante e così varie
coscienze, non è invecchiato e continua
a piegarsi alle nostre esigenze spirituali
al fine di soddisfarle.
a)
Al principio intervenne nella vita della comunità
cristiana in modo breve e sommario, a rari
intervalli. La Chiesa, forse un po' spaventata
dai propri diritti, forse un po' stupita che
" Dio avesse dato un tale potere agli
uomini ", pare esitasse a servirsi troppo
spesso d'un'arma nuova e tagliente. Le coscienze
d'allora, tanto fervide quanto semplici, forse
non avevano ancora bisogno di cure troppo
speciali. Venivano dal mondo giudaico e da
quello romano e nessuno dei due era pronto
per fare esomologesi particolareggiate. La
religione giudaica più fedele che tenera,
più esatta che inquieta, conosceva
" il cuore contrito e umiliato ",
ma ne esponeva i dettagli solo a Dio; riposava
più sopra un largo fondamento di speranze
nazionali e religiose, su un dommatismo duro
e irriducibile, un proselitismo implacabile
che non sopra delicatezze mistiche e confessioni
precise, e se soffriva di scrupoli eran troppo
spesso scrupoli di farisei. Quanto ai Gentili,
Greci o Romani, nulla li disponeva direttamente
a quello che noi chiamiamo la confessione.
Gli antichi, che mostravano così volentieri
il loro corpo in pubblico, solo a stento manifestavano
le loro anime, che d'altronde conoscevano
appena. In confronto delle nostre, le loro
intimità erano molto superficiali,
le amicizie molto avare. Il cristianesimo
non aveva ancora iniziato il grande lavoro
per far rientrare le anime nella loro interiorità.
La religione rimaneva un dovere o un'estasi,
una fede o una morale; sotto la pressione
del Vangelo essa doveva anche divenire un'ascesi
e una confidenza, un esame e una confessione.
Il sacramento avrebbe attuato il grande cambiamento,
e finché non fosse compiuto, s'accontentava
di abituare il fedele a rendere conto davanti
alla comunità delle grandi linee della
sua coscienza.
In
quell'epoca la Penitenza è soprattutto
una liturgia, lunga e austera, monotona e
un po' teatrale; colpiva soprattutto i sensi
esteriori. I padri parlano dell'esomologesi
per evocare lo spettacolo dei penitenti prosternati
e anche per insegnare il potere della Chiesa
e rinsaldare i legami della comunità.
Tribunale rituale e vendicatore, raro, pubblico
e umiliante, il sacramento è un'arma
riservata ai casi gravi e di cui la Chiesa
si serve il meno possibile. L'attenzione è
diretta specialmente altrove, al Battesimo,
la cui preparazione si chiama catecumenato
e quaresima, le due grandi istituzioni del
tempo. Si dice volentieri (ad ogni modo lo
dicevano i Giansenisti) che era l'epoca delle
vere austerità e che poi la disciplina
e la severità si rilassarono, ma si
dimentica che la Penitenza era usata parsimoniosamente
e solo in extremis, e che quasi tutti i fedeli,
certamente tutti i chierici, durante la loro
vita, non si sottoponevano mai ai suoi esercizi.
b)
Nei secoli seguenti. - Nei secoli
successivi soprattutto il progresso del l'ascetismo
volgarizzò ed estese l'uso dell'istituzione
penitenziale: medicina severa per i peccatori,
diventò a poco a poco un rimedio preventivo
per le anime ferventi. Da sanzione disciplinare
qual'era e rimase, divenne un esercizio ascetico.
L'evoluzione probabilmente è dovuta
ai monaci. Crebbe il numero di coloro che
si accostavano al sacramento, che però
dovette farsi più discreto; per essere
più frequentato, dovette farsi meno
visibile. Era l'epoca in cui la
spiritualità occidentale, erede delle
esperienze religiose che avevano sovvertito
e poi pacificato la grande anima d'Agostino,
si metteva per sempre alla scuola di questo
grande penitente il quale aveva avuto il sentimento
del peccato più di tutti i Padri anteriori.
Traducendo in latino la dottrina spirituale
dei Padri greci, al loro moralismo ottimista
e oratorio egli aveva mescolato il meglio
dei pentimenti e delle umiliazioni dei Salmi,
spingendo nello stesso tempo l'anima
cristiana sempre più dentro se stessa.
Il sacramento della Penitenza portava una
soluzione ai rinnovati bisogni e perciò
dovette trasformarsi, guadagnando in frequenza
e precisione ciò che aveva perduto
in ampiezza liturgica. Fattosi meno umiliante
e più discreto, l'uso della Penitenza
cessò per sempre d'essere un ostacolo
per i deboli. In questo tempo la Chiesa aveva
preso maggior coscienza dei propri poteri,
aveva imparato a conoscersi meglio, conoscendo
meglio il cuore dei suoi figli. Siamo all'epoca
delle prime analisi dell'anima cristiana.
L'antenato dei futuri Rodriguez si chiamava
allora Cassiano, che nelle sue Collationes
si dimostra moralista eccellente.
Non
dimentichiamo però d'essere ancora
in pieno periodo delle invasioni dei barbari;
la notte s'estende sull'Europa, e la Chiesa
deve lasciar passare la tempesta. Da un clero
ignorante e spesso molto alla buona non si
potevano esigere sentenze sottili. La Penitenza
s'è volgarizzata e individualizzata,
ma conserva una grande semplicità.
Tutti i casi sono ridotti a pochi tipi, si
fissano tariffe, come si dettano sentenze.
L'antico diritto germanico conosceva questo
processo che non era quello del taglione,
bensì delle sanzioni. La Penitenza,
affidata a questo -clero alla buona e posta
al servizio d'un popolo rozzo, sarà
prima di tutto una punizione, poi anche una
lezione, che la regolarità e la chiarezza
rendono eloquenti. La Penitenza come qualsiasi
efficace disinfettante opera presto e bene,
sobria ed energica organizza e santifica la
Chiesa meglio di qualsiasi predicazione. Perciò
non ci deve stupire che in questo tempo il
sacramento diventi definitivamente parrocchiale
e organizzato: di esso la Chiesa si serve,
come l'operaio si serve del suo strumento
quotidiano, senza delicatezze inutili e anche
senza timori puerili. Ciascuno si confessi
una volta all'anno al suo parroco, dice la
Chiesa nel quarto Concilio Laterano, e tutto
andrà bene; così vedrò
chiaro negli affari dei miei numerosi figli
e anche nei miei
Tale
educazione produceva intanto i suoi frutti
affinando le anime che diventano più
delicate e anche più esigenti per se
stesse e, in una società rimasta dura
e brutale, c'era ormai una cristianità,
cioè uno spirito, con costumi, istituzioni,
stati di vita, ordini e terz'ordini, dove
si viveva amorosamente la vita cristiana.
I filosofi restano ancora dei logici ma da
molto tempo i mistici s'intenerivano: dall'Areopagita
a San Francesco d'Assisi molta strada è
stata fatta!
c)
Nel Rinascimento. - Quando questa
civiltà occidentale divenne cosciente
di se stessa e sentì nettamente che
non era più barbara, franca o germanica,
ma era diventata latina e umana, si verificò
la crisi del Rinascimento. Si vide allora
la cristianità del medioevo prendere
due atteggiamenti opposti e irreconciliabili
tra loro in una guerra che non è ancor
finita. Gli uni attribuirono al loro genio
umano le conquiste ottenute sulla barbarie
degli antichi, s'inchinarono davanti alla
natura dei risultati acquisiti, rigettarono
il cristianesimo tradizionale come ormai inutile,
e, affondandosi nella cultura razionale ritornarono
a Roma e alla Grecia e pretesero aumentare
ancora il loro valore di pensiero, di gioia
e di vita. Gli altri credettero che i successi
ottenuti e- la perfezione raggiunta accrescessero
i loro doveri e responsabilità, per
conseguenza li rendessero meno pari ai loro
nuovi compiti e quindi dover cercare in un
rafforzamento di vita cristiana e cattolica
la crescita ulteriore delle energie morali
richieste dallo stesso accrescimento delle
conquiste intellettuali e civilizzatrici.
Vennero creati nuovi ordini religiosi, che
chiedevano di meno all'ascetismo corporale
e di più allo sforzo spirituale. Grande
epoca fu quella, in
cui là Chiesa sotto un'apparente reazione
e riforma si decise realmente a far concorrere
i progressi della cultura psicologica e morale
alla santità dei suoi membri.
Ed
era proprio necessario. Dai resti
della cristianità medioevale smembrata
era nata l'Europa moderna; anime nuove con
aspirazioni sconosciute chiedevano nuovi costumi.
La spinta verso una vita più larga,
più alta, più estetica, infine
più umana non risale solo al secolo
XVI, poiché il movimento intellettuale
dell'occidente, di cui viviamo ancora, e da
cui nacque il rinascimento continuandolo,
ebbe le sue origini nel secolo XIII e nella
Scolastica, anzi risale ancor più indietro,
ai tempi di Carlomagno e oltre, quando i barbari,
usciti dalle foreste della Germania e divenuti
padroni dello spogliato impero romano, assieme
alle terre più calde e più gaie,
incontrarono costumi più dolci e scoprirono
come grande educatrice la Chiesa. Questa,
mentre tutto il mondo circostante le crollava
attorno, davanti all'invasione rimase in piedi,
decisa a mantenere accesa la fiamma e a tentare,
loro consenzienti, la formazione religiosa,
intellettuale e morale dei nuovi arrivati.
Da quel giorno esiste, in principio, l'Europa
moderna.
Nel
secolo XVI i desideri, i bisogni o ambizioni
si fecero sentire più che mai, e allora
comparve un uomo nuovo che discuteva, interrogava
la natura per domarla, un uomo più
che mai inquieto, agitato, curioso di se stesso
e degli altri, indipendente e ricercatore,
artista e avveduto, che aveva il suo pudore
e i suoi segreti, individualista e critico,
amante dell'antichità per meglio giudicare
dell'avvenire. Quest'essere sofferente aveva
anch'esso bisogno d'essere fatto cristiano.
I
sacramenti della Penitenza e dell'Eucarestia,
che venivano ricevuti assieme e spesso, unitamente
ad altre ricchezze