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l'eccellenza e i caratteri della chiesa

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

INTRODUZIONE.

- PERCHÉ I CATTOLICI AMANO LA LORO CHIESA

Non c'è istituzione al mondo che abbia suscitato tanto amore e tanto odio quanto la Chiesa cattolica. Essa è stata sempre ed è tuttoggi segno a d'inestinguibil odio e d'indomato amor ".

Che abisso e che distanza tra la Città di Dio e i libelli tedeschi e ginevrini del secolo XVI, tra i vecchi trattati di Celso e di Porfirio contro i Cristiani e il Sermon sur l'Unite del 1681: a Se io ti dimentico, o Santa Chiesa Romana, che " possa dimenticare me stesso! ". Donde tante tenerezze e tante ire? Inoltre, nonostante gli attacchi e le ingiurie, quali cause continuano a spiegare l'ardente passione del fedele cattolico verso l'antica Chiesa sua madre? Certamente perché invece di fermarsi a certi particolari esteriori o provvisori che è troppo facile volgere in ridicolo, egli la considera nel suo principio divino, con tutta la gioia che essa reca, la certezza e l'atmosfera di simpatia e d'euforia: egli la vede così talmente somigliante a Dio, e talmente conforme a se stesso, che la saluta come

Il vero incontro del cielo con la terra, limite dei due mondi, nel senso che Claudel da alla parola limite: frontiera che è legame.

CAPITOLO I. - CONFORME A DIO

Un giorno fu chiesto a un giovane professore di Sacra Scrittura, che fu poi innalzato alle più alte dignità ecclesiastiche, che cosa lo avesse colpito di più nel pellegrinaggio ai Luoghi Santi di Palestina. Egli aveva fatto il viaggio in piena estate, con un solo compagno, in modo da visitare il paese nelle condizioni meno artificiali. " Ciò che mi ha commosso di più è che il Figlio di Dio abbia accettato di vivere in un tale ambiente di sudore, oleoso e polveroso, e circondato dal sudiciume che ne è la conseguenza ". A contatto di tale esperienza, la frase Verbum caro assumeva un senso più vero, e più realista. Evidentemente le statue del Sacro Cuore non sono fatte in quello stile; ma esse hanno torto contro il fatto storico.

La Chiesa cattolica continua questo mistero, impegnandosi nella storia e facendosi compagna di tutte le debolezze e di tutte le miserie umane. Incarnata nelle nostre povere nature, non è per questo meno la figlia di Dio, perché sposa mistica del Cristo, corpo vivente e dolorante di questo Capo risuscitato. Il suo sforzo secolare consiste nel sostenere tanta santità e tanta grandezza in una debole carne, e nel purificare quest'ultima perpetuamente facendola meno indegna d'un tale incontro.

ECCELLENZA E CARATTERI DELLA CHIESA

§ I. - La Chiesa fu concepita e voluta da Cristo.

Il cristiano rispetta e ammira questo successo quando contempla i lineamenti della Madre sua. Egli l'ama perché essa fu tanto amata nella sua giovinezza, quando Cristo " la santificò dopo averla purificata nell'acqua battesimale, con la parola, per far apparire questa Chiesa gloriosa davanti a lui, senza macchia né ruga o alcuna cosa simile, ma santa e immacolata " (Ef., 5, 26-27). Da quei tempi lontani essa è storicamente invecchiata, ma al contatto dei secoli e degli uomini acquistò un'esperienza personale e titoli di nobiltà, che accrescono maggiormente la venerazione che i posteri provano per lei. Nonostante così grande accrescimento e fecondità, sul piano spirituale essa è sempre la giovane sposa del giovane Capo che non muore più; i frutti che produce sono sempre nuovi come quando uscì dal fianco del Crocifisso, come la donna uscita dal desiderio efficace del primo uomo, anch'egli esaudito dalle prime tenerezze del Creatore.

Infatti bisogna considerare la Chiesa prima di tutto traverso la volontà di Cristo nella sua vita mortale, che prima di morire per la sua salvezza, visse per lei. Essa non fu mai assente dal pensiero di Lui, che mai cessò di prevederla, di volerla e di realizzarla, stabilizzarla, formarla tanto nell'anima come nel gruppo dei suoi primi discepoli. Religioso perfetto del Padre suo, nell'apparente solitudine della sua preghiera trascendente, egli era nello stesso tempo l'educatore più deciso e il più chiaroveggente fondatore. La sua visione delle cose eterne non gl'impediva di prevedere i tempi futuri e di collocarvi la sua istituzione; Pietro, Giacomo, Giovanni e gli altri l'avrebbero prolungata in due modi: all'interno, perché tutto quello che il Padre aveva dato a lui, egli lo avrebbe dato a loro; all'esterno, perché succedendogli lo sostituissero nel mondo e perché essi lo avrebbero compromesso a seconda che avessero agito bene o male. Perciò avrebbe dovuto proteggerli comunicando loro il suo Spirito, dopo aver legato ad essi tutti i suoi diritti, tutti i suoi poteri, tutti i privilegi che essi potevano portare. Questa fu all'origine l'ambizione legittima e illimitata che ben presto si chiamò cattolicesimo.

§ 2. - Le quattro note che autenticano la missione della Chiesa.

Da questa volontà del Salvatore derivarono pure quattro note iscritte ben presto nel Simbolo, che continuano sempre ad autenticare la vera, anzi l'unica Chiesa: una, santa, cattolica, apostolica.

a) Unità. - II carattere che, assieme alla santità (di cui non trattiamo qui perché viene studiata a parte; vedi pp. 558 ss.), si presentò subito alla riflessione dei primitivi fedeli fu il privilegio e l'obbligo dell'unità, su cui il fondatore aveva tanto insistito. Figlio unico, egli aveva sempre e solo sognato una Chiesa unica. Si potrà sopprimere il Vangelo prima di trovarvi un principio di divisione o i germi d'una possibile scissione. Si racconta che grandi conquistatori, avendo misurato i limiti umani, per mantenere l'equilibrio tra la gelosia dei loro generali, divisero il proprio impero quando erano ancor in vita o nel testamento. Non c'è traccia d'una simile intenzione nelle parole di Colui che aveva reclutato i Dodici e li mandava ad evangelizzare tutte le nazioni. Gesù vide la religione, che egli viveva e fondava, prolungarsi identica, fino alla consumazione dei secoli, e, cosa più grave ancora, fino afli estremi della terra. Questo piano grandioso non lo indusse a prendere altra precauzione oltre quella dell’unità. Quando al momento di partire, affidò la sua piccola Chiesa alo Spirito, non fu per abbandonarla alle fantasie di successive e molteplici improvvisazioni; anzi, presentando il Paracleto come una persona, lo Spirito del Padre e suo, egli lo prometteva come il principio d'un'unità costante, " Che siano uno, come tu, o Padre mio, sei in me e io in te " (Gv., 17, 21).

L'unità nel tempo suppone la continuità, la fedeltà e quel che presto sarebbe chiamato ortodossia, cioè il mantenimento delle cose insegnate e istituite. Assimilando il suo Vangelo dopo la sua partenza a una testimonianza, Cristo continuava ad affermare il carattere insostituibile della sua persona, della sua missione e della sua trascendenza divina; ma con ciò stesso egli fondava per sempre l'unità della sua opera.

b) Cattolicità. - Quest'unità vista non più dal lato del Fondatore o della fondazione, ma dalla parte di quelli che avrebbero accettato il Fondatore e costituito la fondazione, si chiama la cattolicità. La Chiesa è universale: l'espressione è d'uso corrente ed è divenuta così comune da non percepirne quasi più le immense esigenze. Sarebbe ingiusto vedere in questa seconda nota soltanto una pretesa geografica, che tuttavia vi è racchiusa. La cattolicità è territoriale, perché gli uomini abitano o possono abitare ogni luogo della superficie del globo ovunque seguiti dall'ambizione della Chiesa. Ma la cattolicità è soprattutto umana, perché pretende d'abbracciare tutta quanta la nostra razza; non sono soltanto chilometri quadrati da conquistare, ma volontà e intelligenze da raggruppare e convenire.

Per usare categorie care al pensiero contemporaneo, occorre aggiungere che questa cattolicità non è statica, ma dinamica; non consiste nell'introdurre brutalmente nella Chiesa anime vinte e intontite, che verrebbero a farvi numero senza apportare altro che la propria presenza, apprezzata in cifre; ma consiste nel diffondere ovunque il messaggio evangelico, in modo che esso appaia come una risposta, o almeno come un rimedio, a tutto quello che era prima contenuto nelle esitazioni frammentarie ed interrogative dell'umanità. La forza conquistatrice della Chiesa deve prolungarsi all'interno delle anime, riducendo alla sua dottrina superiore tutto quello che era assimilabile nelle dottrine estranee. Attira a sé, reclama come un bene proprio, non per addizione o sincretismo, ma per simpatia e purificazione, tutto ciò che scopre altrove di vero contenuto nelle speranze tenaci, nei gesti cominciati, negli atteggiamenti religiosi abbozzati dei popoli seduti nell'ombra della morte.

Proprio così San Paolo aveva percepito la cattolicità, che nel suo bello stile biblico chiamava la vocazione dei Gentili. Egli vedeva l'intera creazione e tutta l'umanità travagliata da un immenso dolore e da un vasto strappo; e in questi gemiti tradotti nelle iscrizioni profetiche sui frontoni dei templi, al fondo dei cuori, eredità divine che ignoravano se stesse, egli percepiva come un abbozzo di cristianesimo, l'anima naturalmente cristiana di cui parleranno i Padri, e, come conseguenza, il diritto o il dovere della Chiesa di prendere possesso di queste anime, ma esaudendole, rispettandole, rivelandole a se stesse nello stesso tempo che rivela loro Gesù Cristo. Che proprio tutto questo è una vocazione o, in altre parole, un appello e un invito.

Da questi princìpi derivano i metodi d'apostolato seguiti nella Chiesa e che i papi attuali c'insegnano proprio sotto il nome di azione cattolica. Invece di cominciare la conversione degl'infedeli con una preventiva distruzione dal fondo dei loro cuori di tutti gli amori religiosi ereditari, la Chiesa concepì piuttosto il suo dovere sotto la forma d'una risposta da dare per via d'una trasforinazione a tutte le preoccupazioni e le insufficienze interiori. Era l'atteggiamento di San Paolo specialmente verso il giudaismo, che non era un errore, ma una povertà: a Sono essi ebrei? Lo sono anch'io. Sono israeliti? anch'io. Sono discendenti di Abramo? anch'io " (2 Cor., 11, 22); ma anche verso il paganesimo onesto, facendo contemporaneamente nella Lettera ai Romani, la critica più severa dei suoi risultati, e l'elogio più sincero, ricordandone le disponibilità. La sintesi di questa duplice posizione è nel discorso all'Areopago: n Io vengo ad annunciarvi quello che adorate senza conoscerlo " (At., 17, 23).

c) Apostolicità. - Ma in nome di chi, la Chiesa attuale annuncerà a sua volta questa dottrina immortale? In nome d'una successione autentica e d'una continuità ininterrotta. Ma si ha il diritto d'esercitare l'apostolato solo se si è erede degli apostoli. La terza o quarta nota della vera Chiesa è l'apostolicità, che evoca il piccolo collegio dei Dodici, i quali avevano ricevuto per primi la missione d'essere i testimoni di Cristo, di predicarlo alle nazioni, di conservare al suo regno i caratteri e la costituzione delle origini. Infatti l'apostolicità suppone tutte queste cose riunite e, prima fra tutte, la visibilità. I Dodici avevano un nome conosciuto, nome d'uomini vivi e determinati, distinti da chiunque altro: in essi e per essi la Chiesa era storicamente nel tal luogo e non in un chissà dove; non occorreva né inventare né immaginare la Chiesa, perché era composta di Pietro, Giacomo, Giovanni, Paolo e di tutti gli altri... Ora costoro erano stati scelti o eletti per volere del Maestro, che non aveva tenuto conto della razza, della ricchezza, dei titoli e neppure dell'intelligenza; la scelta era stata fatta da lui: ego vos elegi. I loro poteri erano il risultato d'una designazione pubblica, che creava una società regolare e visibile.

Veniamo cosi condotti all'idea d'una gerarchla, che si recluta in nome di principi spirituali, ma sul piano visibile e per conservare una testimonianza autentica. La Chiesa apparterrà ai successori che saranno stati scelti dagli apostoli, e così di seguito. A queste condizioni si manterrà il potere spirituale, per prolungare fino a noi uno stato di cose e un corpo di dottrine fissate fin dalle origini.

§ 3. - Solo la Chiesa attua il possesso di queste quattro note e la sua intransigenza è soltanto fedeltà ad esse.

Resterebbe da cercare dove oggi si trovino riunite nel modo più preciso queste quattro note; meglio, siccome il lettore sa in anticipo la risposta dei redattori della presente opera, resta da chiedersi se l'intransigenza che si rimprovera con acredine alla Chiesa avente il suo capo a Roma, non sia la sem plice prova della sua fedeltà all'unità, alla cattolicità, all'apostolicità. Essa è davvero l'erede, perché non vuole abbandonare in nulla il piano primitivo del fondatore, ma restargli fedele cercando, attraverso tentativi e scosse inevitabili, di restare se stessa, salvo a riformarsi incessantemente, a motivo della miseria umana, ma in eodem sensu eademque sententia.

CONFORME A DIO

L'unità della Chiesa. - Si rimprovera la Chiesa di volere l'unità, e di volerla per sé. Bisognerebbe dire che la vuole in sé. E che dovrebbe volere se non questo? Il fatto che una comunità rinunci a dirsi Chiesa unica e universale, è già di per sé la prova che questa Chiesa ha sconfessate le pretese e la volontà del Signore, e che per così dire, ha già dato parzialmente le sue dimissioni. L'ambizione d'essere fedele non è più degna di Cristo che la rassegnazione? Cristo, a sua volta, fu rassegnato solo alla volontà del Padre suo, mai all'insuccesso, al ripiegamento, al rifiuto, e solo il figliuol prodigo reclamò la sua parte d'eredità.

Si sa che quasi tutte le altre chiese cristiane tendono a limitare la loro estensione ai confini della nazione di cui fan parte i loro fedeli. Alcune sono alleate del governo del paese, al quale offrono il più valido sostegno interno ed esterno; sono orgogliose del loro nazionalismo, da cui ricevono una nota pittoresca e locale, e si vedono assicurato maggior influsso tangibile sui destini temporali del popolo sul quale vigilano come una regina-madre sull'impero del proprio figlio. Nelle loro liturgie parlano la lingua volgare o quella arcaica del paese, di cui fanno proprie le questioni, di cui comprendono meglio i costumi e le tradizioni. L'insularità, altrove il regionalismo o il provincialismo, le origini storiche che si confondono con quelle della nazione, le profonde radici etniche sono per loro giusti titoli di nobiltà, successi secondo la carne, che però nascondono malamente la loro infedeltà allo Spirito, al grande sogno paolino all'ultima volontà di Cristo. Esse hanno guadagnato la terra, la loro terra, e perduto il mondo; non ammaestrano più tutte le nazioni; i loro sacerdoti, i loro vescovi non si sentono più abbastanza missionari dei pagani, né abbastanza responsabili dei Gentili.

Chi dunque ci darà l'immagine di questa Chiesa-madre e unica, che sente di non essere sconosciuta in nessun luogo, perché ovunque si sente in casa propria; alla quale tutti i popoli, nei giorni del loro furore, rimproverano successivamente d'essere straniera perché non appartiene esclusivamente a qualcuno fra di loro? che durante le grandi guerre europee o mondiali non getta il peso del suo valore spirituale in nessuno dei due piatti della bilancia? che s'accontenta di distribuire qualche gentile parola religiosa ai potenti di questo mondo, per non dover prestare giuramento di fedeltà a nessuno? Forse in certi tempi potè intendersi con alcuni imperi. Però il primo impero romano -esisteva prima che essa nascesse e quando, dopo tre secoli di malintesi, la Chiesa si decise mescolare i propri interessi a quelli dello Stato, era sua intenzione sopravvivergli.

Più tardi la Chiesa ristabilì l'impero in favore di Carlomagno, ma fu perché questo grande costruttore di popoli s'illudeva di estendere i confini del suo regno ai confini della cristianità: dunque era ancora in nome dell'unità che la Chiesa si alleava all'unico Cesare del tempo. Ma, in fondo, era assillata per le città lontane ancora idolatriche o pagane, e la sua grande anima, come quella di San Paolo, continuava a indignarsi o a intenerirsi alla vista delle pecore senza pastore. Per questo accanto al clero metropolitano, ha sempre avuto un clero missionario e, come le grandi nazioni colonizzatrici, ha speso in questo lusso spirituale le sue risorse migliori, il sangue che tiene più caro. Le missioni all'estero che le costano tanto (parlo della vita di uomini e del valore di queste anime d'elite) indicano che la Chiesa non ha abdicato. Forse dal punto di vista della riuscita, l'era delle missioni è appena cominciata e, per esempio di fronte all'Isiam si cercano ancora le vie d'accesso conformi ai metodi evangelici; ma che cosa importa se perfino il perdurare degl'insuccessi prova la fedeltà al programma primitivo, e la stessa scarsità dei risultati dimostra infine la perseveranza della volontà, del progetto, dell'ideale, dell'obbedienza alla parola del Fondatore?

La cattolicità della Chiesa. - La cattolicità che è la gloria della Chiesa romana è pure il suo fardello, perché è peso; ed è il suo tormento, perché è una preoccupazione. Essa è un'esigenza che obbliga a una perpetua riforma ulteriore al pari di ogni vero arricchimento. Acquistare nuovi clienti e convertirli in fedeli, significa prima comprenderli, poi vedere che cosa dell'eterna eredità li seduce, preparare l'incontro del loro legittimo umanesimo, della loro civiltà e lingua, delle loro belle arti, e anche del clima in cui si preparano a recitare a loro volta questo Credo unico. Neppure nei confronti delle Chiese separate l'unione suppone l'uniformità. Il rispetto per i riti liturgici è soltanto un simbolo d'un'ospitalità intellettuale che accoglie le loro tradizioni, le loro teologie anteriori alla separazione, la loro sensibilità religiosa di ogni tempo. Come carattere o nota, il cattolicismo è soprattutto comprensione.

Una quarantina d'anni fa in alcune pagine mirabili del Christus i compianti Padri gesuiti Rousselot e Grandmaison traducevano in questo stile le quattro note che vedevano realizzate nella Chiesa romana. I quattro aggettivi sotto la loro penna prendevano un rilievo prima sconosciuto : la vera Chiesa, essi dicevano, dev'essere intransigente, eroica, comprensiva, gerarchica. I due primi titoli, e forse anche l'ultimo farebbero paura a certi legittimi pudori se non venisse il terzo a spiegarli con sfumature e dare loro il vero riflesso.

La santità nella Chiesa è legata all'apostolicità. - Perciò non resta che unire la santità con l'apostolicità per dimostrarne il reale equilibrio. La Chiesa romana non può allineare i suoi titoli storici alla successione di Pietro e degli apostoli che alla condizione di santificarsi perpetuamente, per mostrare di aver ereditato tanto dal loro spirito come dai loro poteri. La Chiesa prima ancora di essere dei Santi e dei mistici, risiede anzitutto nel papa e nei vescovi, però a condizione che papi e vescovi, che nessuno ha il diritto di giudicare (d'altronde in nome di chi e di che cosa?), giudichino perpetuamente se stessi per divenire uomini di preghiera e di santità; altrimenti la loro apostolicità diverrebbe uno scandalo. Questa grande inquietudine interiore costituisce la tragedia della storia della Chiesa: siamo apostoli, ma siamo santi? si chiedono i capi; le membra poi, volgendosi ai propri pastori, li interrogano rispettosamente per domandarne lezioni ma anche l'esempio. Tutta la storia della vera riforma della Chiesa cattolica è qui; non ha nessuna data, perché è di tutti i tempi e non è mai alla fine.

CAPITOLO II - SIMILE A NOI

§ 1. - Il problema dei riti

La celebrazione del sacrificio e la pratica sacramentale con i loro indefiniti prolungamenti, le devozioni, la salmodia, il culto delle immagini e delle reliquie, l'uso delle indulgenze, i riti e i formulari saranno eternamente il sostegno o lo scoglio, la cornice o la caricatura della religione in spirito e della verità rivelata da Cristo alla Samaritana, "Io ho forse bisogno del sangue dei capri e delle giovenche? ", protestava già il Dio d'Israele per bocca dei profeti; il salmista gli rispondeva: " Se tu avessi voluto sacrifici, te ne avrei offerti; ma tu non ti compiaci degli olocausti: l'unica vittima gradita a te è un cuore contrito e umiliato ".

Sarebbe pertanto più facile cancellare la natura umana dalla faccia della terra, che impedire all'animale ragionevole d'incarnare in gesti e simboli le sue volontà profonde, che proibirgli di chiedere a segni corporali o materiali, a oggetti sensibili, a parole sacre, d'appagare la sua immensa inquietudine di fronte al peccato, all'avvenire, all'infinito. Donde viene a noi questa strana mania rituale die nulla può estinguere? Sarà un ultimo vestigio dell'istinto, abituato a ottenere risultati infallibili da un riflesso monotono o fatidico? O, al contrario, non sarà già la prima spinta vitale del concetto che vuole fissare in lineamenti definiti la fluidità delle cose, e, come dice la Scrittura, dare ad esse un nome, fissare il moto innumerevole in una definizione precisa, accolta, tradizionale, socialmente efficace? O non sarà piuttosto che il rito; il sacramento — un tempo la magia e il feticismo — provengono dal fatto che in un solo essere s'incontrano due elementi d'origine diversa, cioè un corpo animale ancora tutto permeato d'istinti appena liberati, e un'anima spirituale, in cui l'intelligenza appare sotto la forma ragionevole dell'idea concettuale? Il rito è un gesto stilizzato, che ha in sé una sapienza e una religione intcriori; è una volontà efficace concretata in una formula consecrata; è insomma la firma dell'uomo, essere strano e dolorante, che non è bestia né angelo, perché è l'uno e l'altro, è fra i due, ai confini di due mondi; essere diviso ed insieme uno, con l'evitabile e duplice tentazione, mortale per lui, di proseguire separatamente i due compiti estremi anziché contemporaneamente per restare se stesso.

Resti dunque quello che è, animale ragionevole, spirito incarnato; e accetti dunque il sacramentalismo con tutti i suoi pericoli anche nella sua vita più spirituale, nei rapporti più intimi con l'invisibile; consenta di far posto alla propria carne, splendida e debole, muscolosa e sofferente, che si nutre d'immagini concrete, di suoni e colori, di ritmo e moto, di simboli o sogni, di visioni anticipate e di ricordi registrati; e al momento d'incontrare Dio pensi ancora di gettarsi ai suoi piedi, o nelle braccia, o sul cuore, come se Dio avesse piedi, braccia, bocca e orecchie.

L'atavismo qui è più forte di tutte le teorie cartesiane sulla " canna pensante " o sull’ " intelligenza servita da organi ". Tutta la nostra eredità è rituale e non lo fu mai più brutalmente che nel secolo presente che si crede laicizzato, e in cui le ricette di felicità, gli amuleti, i filtri, le mascottes, i portafortuna, i totem, i tatuaggi, le divinazioni, gli spiritismi, non avevano mai raccolto tanti fedeli prima che gli altari del Dio vivo, le balaustre della comunione, le grate dei confessionali, e perfino i fonti battesimali fossero abbandonati.

L'uomo s'ostina nella speranza di trovare una soluzione definitiva, che unifichi tutto il suo essere di fronte al Dio sconosciuto senza nulla sacrificare delle potenze animali e spirituali che ci compongono. Questa tenacia ci segue ovunque, ombra instancabile e mobile, replica visibile di tutto il nostro essere. Dare forma in questo mondo sensibile, dove il nostro corpo pronuncia le sue parole e agita le sue membra, a un simbolo che esprima una sensazione, poi dargli il valore d'una idea e un potere spirituale; oppure, con processo inverso, incarnare nell'esperienza un pensiero astratto, creare cosi un valore materialmente carnale ma tutto permeato d'intelligenza, mettere queste due ricchezze l'una nell'altra in nome della nostra duplice natura, fatta di carne e di spirito; poi per mezzo di questo gesto, avere la formidabile pretesa d'agire sul mondo invisibile, tracciare un segno che permetta alla nostra volontà d'entrare nei disegni infiniti, collaborare così alla divina potenza, affermando in questo modo che l'ordine intellettuale, cosi bello ma cosi duro, cosi chiaro ma cosi fatale, non ci ha ancora svelato i misteri supremi, perché dietro gli effetti, le cause e le leggi che lo definiscono, c'è un altr'ordine, che si serve del primo per altri scopi supremi: ecco l'uomo con la sua impotenza e la sua preghiera, i suoi limiti ridotti e le speranze illimitate; ecco l'uomo che geme e piange, supplica e sogna convinto che dietro la spiegazione scientifica del mondo ve ne sia un'altra, quella vera, che la ragione non conosce, ma che si augura pensando all'immenso e regale progetto d'un'Onnipotenza benefica e feconda, che al di là dei nostri poveri schemi concettuali, che tuttavia non nega, attua un altro disegno di bontà, di amore e di gloria.

Un'intelligenza fatta per la caccia e per la pesca, nella ricerca delle cause ha trovato Dio, al di là delle sue reti e delle frecce! Poi, sentendosi incapace di andare più oltre da sola, ha prostrato la sua carne davanti all'Invisibile per superarsi; mettendo i lineamenti del suo corpo al servizio dell'idea, cercò di entrare tutta quanta, assieme e per mezzo della sua carne nelle regioni dello spirito e della grazia... Ma di chi dunque io ho raccontato questa storia? Sono io quest'essere; ad ogni modo è il mio antenato troglodite delle caverne e delle città lacustri; è il mio fratello del Sudan e delle Indie millenarie! siamo tutti noi, quando in un momento di sofferenza e di speranza, ricominciamo il gesto umano per eccellenza, con la sensazione al principio e alla fine del mondo spirituale; è la storia della mia oscura infanzia, in cui ho fatto inconsciamente i miei primi segni di mago, per soddisfare i miei primi desideri; è la Grecia, la madre di noi tutti, con la sua fatalità; è il console romano, che al principio della giornata di una probabile battaglia, ritornava indietro con le truppe, perché una lepre gli aveva tagliata la strada. Dietro queste superstizioni, anzi sopra, sul piano superiore, è tutta la storia religiosa dell'umanità.

Il sacramento è il sensibile spiritualizzato, la natura sublimata. Esso suppone, come il miracolo, ma senza nessuna sorpresa o stupore, che la materia non sia impermeabile allo spirito. Anche il miracolo sarebbe un incatenamento della materia da parte delle correnti spirituali; ma essendo un fatto anormale e quasi rivoluzionario, la carne viene scossa e si accascia per obbedire a una brusca decisione. Nel sacramento lo spirito trionfa in silenzio e più efficacemente, e la grazia s'inserisce soavemente nella natura senza modificarne visibilmente il corso. Sicché il miracolo, che è un argomento per gli occhi del corpo divenuti occhi della fede, per sé è meno perfetto del sacramento, in cui Dio spiritualizza la materia senza sconvolgerla. Spingendo al massimo l'effetto della sua onnipotenza, compie il suo capolavoro nell'ordine visibile. La Chiesa quindi al miracolo preferisce il sacramento (1). Anticamente miracolo e sacramen to spesso si confondevano, come nella Pentecoste; ma presto il rito sacro si emancipò per opera di San Paolo che fece la critica vittoriosa del carisma inferiore alla carità.

(1) Le vecchie magie delle religioni primitive non li distinguono, ma i! cristianesimo li ha dissociati su due piani diversi ; da entrambe le parti viene stabilito un con-

Però è troppo forte per noi parlare questo linguaggio cristiano, dovendosi ancora intrattenere alquanto sul piano delle ipotesi generali.

§ 2. - Le speranze umane e l'istituzione dei sacramenti.

In queste inevitabili condizioni, imposte dalla nostra stessa natura, alla quale nessuno di noi pensa sul serio di rinunciare, una religione veramente divina si riconosce prima di tutto dal modo con cui essa potrà risolvere il difficile problema del sacramentalismo, poi dal carattere semplice e artistico, eppure commovente, dei riti che sceglierà e delle rubriche che imporrà; da una certa somma eleganza con cui affronterà la delicata questione dell'impiego della materia in un'opera divina; infine forse anche da una certa audacia che non esiterà ad essere realista di fronte al contatto con gli elementi della natura visibile e con le membra del corpo umano; si aggiunge pure un certo universalismo sobrio e puro, che permetterà ai gesti rituali di essere validi per tutti i tempi e tutti i luoghi, di non urtare nessuna legittima suscettibilità, nessun pudore ragionevole, nessuna sensibilità di razza né di clima. Infine questa religione dovrà soprattutto trovare il mezzo per far circolare in queste istituzioni un'immensa corrente di spiritualità, che attraversando tutti questi poveri oggetti materiali, li trasfigurerà al momento dell'unione o dell'assoluzione, della purificazione o della consecrazione e quasi permetterà di dimenticarli proprio mentre svolgono il loro compito essenziale di segni e di mezzi.

Insomma per restare uomini nel momento in cui si diventa divini, l'universale dev'essere fatto e lo spirituale dev'essere evocato e realizzato non col nulla, ma con qualcosa di semplice e perciò visibile e corporeo. E Dio stesso in questo grande sistema va reso non proprio visibile, perché è Spirito, ma totalmente prossimo e vicino a noi, anzi, sentito, sperimentato almeno in noi, dove la nostra carne, cioè la nostra immaginazione, la memoria, i sentimenti siano tutti trasfigurati dalla sua presenza provata, in ogni caso dal provato sentimento della sua presenza.

Questo è tutto? non abbiamo dimenticato nulla riguardo agli elementi di questo problema in cui sappiamo impegnato tutto il nostro essere? Forse abbiamo omesso l'essenziale. Infatti, se la religione perfetta, di cui parliamo, è stata fondata da qualcuno che, attraverso la sua persona, incarnata nella nostra razza ma trascendente la nostra umanità, unì in sé la spiritualità più alta con la carne più reale; se egli, per questo privilegio unico, è per noi l'unico intermediario ormai possibile tra il cielo e la terra; se le istituzioni storiche, di cui egli è l'autore, si confondono con i suoi interventi e attività personali; se il suo regno s'identifica con la sua autorità reale; se, per dire tutto, la sua retatto tra la materia e lo spirito e vi è mutua penetratone, senza che i due valori siano dosati nella stessa misura nei due casi. Nel miracolo l'elemento soprannaturale è meno ricco e non è necessariamente santificatore, essendo soltanto preternaturale, come dicono i teologi moderni; invece nel sacramento il gesto sensibile come tale ha apparenza più debole, non presentando alla vista nulla d'anormale ; però in realtà è molto più permeato dalla grazia, poiché " contiene quello che rappresenta e produce ciò che significa ".

ligione è lui stesso, bisognerà che i gesti sacramentali nati dalla sua volontà, designati da lui prima d'affidarli a noi, ci permettano di raggiungere lui stesso, e quindi Dio attraverso l'umanità del Figlio suo. Così la Chiesa, che ha tutti i poteri non potrà istituire sacramenti; avendo solamente il compito di conservarli, amministrarli, e circondarli di una liturgia conforme, adattata ai tempi e alle circostanze, ma altrettanto rispettosa dell'iniziativa originale di Cristo. Fatta questa riserva, i sacramenti propriamente detti saranno fino alla fine dei tempi, secondo le modalità speciali di ciascuno, i gesti di Cristo ereditati dalla Chiesa e compiuti dalle sue membra, per le sue membra, nelle sue membra. ! Poiché c'è un corpo mistico, i sacramenti saranno come i grandi ritmi di respirazione, di circolazione, d'energia nervosa, che indicano l'essere vivente, lo mantengono sano, ne spiegano l'azione, ne esprimono la potenza, ne causano e sviluppano l'influsso.

Si capisce come in queste condizioni i sacramenti abbiano un valore sociale, sian gesti di tutto quanto il corpo della Chiesa, mentre sono compiuti da un ministro designato in favore di determinati fedeli. Non è concepibile un regime sacramentale semplicemente individualista. Sottomettendosi al sistema, o piuttosto accettando questo dono come una soluzione perfetta e totalitaria delle esigenze della nostra natura integrale, il soggetto aderisce alla società, se ne dichiara il membro, rinnova il suo contatto con lei, mentre ne accresce la vita e ne prolunga l'irraggiamento. Che cosa mai potrebbe essere un sacramento privato o mentale? Si parla d'orazione mentale, di vita personale o privata, di religione spirituale, e questi sono valori insostituibili e sempre presupposti, però al momento del sacramento questi valori prendono un aspetto sociale e visibile che, però senza mutare la loro essenza, da loro un altro carattere, ancora più umano nella loro stessa divinità.

A motivo dell'apparato sociale ed esteriore, del necessario intervento della Chiesa e del suo ministero, il sacramento può sempre essere sostituito, in caso d'impossibilità, dalla religione interiore che il sacramento doveva incarnare. Tutti i sacramenti, necessari alla salvezza, hanno come dicono i teologi i loro supplementi. Ma la vera vita del cristiano, vita normale e sociale, umana fino alla fine, diventa perfetta, almeno nel tempo fissata dall'istituzione, dalla tradizione e dalla legge, solo nella pratica sacramentaria, vero tentativo ufficiale di vita mistica in comune.

Qui sarebbe fuori posto dimostrare die i sette sacramenti furono istituiti
da Cristo, il che venne fatto altrove (2). I vangeli, se bene consultati, a questo
riguardo rispondono affermativamente e sono d'accordo col Concilio di Tren
to; però a condizione che, come dice l'autore dell'Imitazione, siano letti con
quello spirito che presiedette la loro redazione primitiva: omnis scriptum sa
cra eo spiritu debet legi quo facta est (3).

(2) Gfr. E. Masure, L'inslìtution des sacramente et de i'Eglise, in Le Redempteur, opera pubblicata in collaborazione con G. Bardy e M. Brillarti presso Bloud et Gay, 1933, p. iag-158, e in Le sacrifice du chef, ed. 1944, presso Beauchesne.

(3) De Imitatone Christi, lib. I, e. V. De lectione sacrarum Scripturarum.

Pensando ai sette sacramenti, ce li rappresentiamo volentieri, come Roger de la Pasture al museo d'Anversa, nel decoro della nostra Chiesa cattolica, già da lungo tempo separata dalla Sinagoga, in cui tenne le prime riunioni, o come il pittore fiammingo in una cappella gotica, le cui linee sono tra le più familiari; però dimentichiamo che Gesù di Nazareth parlava e agiva sulle sponde del lago di Tiberiade, davanti a gente che aveva una cultura religiosa limitata all'Antico Testamento e alle promesse dei profeti; e che egli doveva creare le sue istituzioni in quest'atmosfera messianica. Inoltre per rispondere all'attesa degli uditori Gesù doveva cominciare a compiere le profezie realizzando la propria missione: gli si chiedeva meno di fondare una nuova religione che di tener gl'impegni di quella antica. I sacramenti, prima d'essere i segni della nuova alleanza, furono anzitutto la prova della verità delle predizioni e delle speranze della Legge, e i segni della presenza del dito di Dio.

I sacramenti sono, d'altra parte, l'annuncio dei beni eterni: sono pegni e poteri lasciati da Gesù ai suoi apostoli. D'altronde la grazia, che ci devono dare i sacramenti, ha valore soltanto se prepara in noi i doni definitivi della visione e del possesso di Dio. Il messaggio in cui Gesù racchiude le sue volontà, la Chiesa alla quale affida le sue istituzioni, che perpetuamente la definiscono e la ricreano, terminano solo nelle visuali illimitate che si aprono davanti a noi: non si concepisce un Vangelo che nello stesso tempo non sia un'escatologia, cioè un abbozzo, un'inaugurazione, un'attesa dei novissimi.

Infine, nonostante il loro valore immediato per le nostre anime di oggi, o anche a causa di questa ricchezza di grazia inclusa nei loro riti e nelle loro formule, i sacramenti sono istituzioni che si protendono nel lontano passato, per trovarvi il loro punto d'agganciamento, e nell'avvenire eterno, per cercarvi la suprema ragion d'essere: commemoratio praeteriti, demonstratio praesentis, prognosticum futuri (4).

Gli apologisti che dimenticassero queste verità elementari, s'esporrebbero al pericolo d'indebolire singolarmente la prova scritturale dell'istituzione dei sacramenti da parte di Cristo, e di non trovare più testi sufficienti per stabilirla in tutte le sue parti. I documenti, in tal caso, non permetterebbero più di scorgere creazioni di cui si sarebbe cominciato a misconoscere il carattere, tanto più che queste istituzioni oggi non hanno ormai più il nome o i nomi che avevano allora. Si restituisca ai gesti di Cristo la loro portata e la loro volontà messianiche, si considerino come l'armatura d'una Chiesa destinata a tracciare in anticipo le linee della nostra vita eterna, e i sacramenti riappariranno talmente visibili agli occhi, che diverrà impossibile non vederli più, come certi disegni tracciati sulla carta in mezzo ad altri: prima di distinguerli è impossibile riconoscerli; quando si sono distinti, fosse pure per un solo istante, è impossibile non percepirli più: essi scavano gli occhi.

(4) Cfr. (in senso un po' diverso) S. Tommaso, Summa Theologica, III, 60. a. 3.

§ 3. - Come i sacramenti rispondono alle speranze umane.

Adattamento generale alla nostra natura. - Stando al programma premesso al principio di questo capitolo, ci basterà sottolineare il perfetto accordo tra l'istituzione sacramentaria con le speranze umane precedentemente analizzate. Com'è possibile negare che i sacramenti siano eccellentemente adattati alla nostra natura? Da parte delle materie usate, l'acqua, l'olio, il pane e il vino: gli elementi più puri e più certi della vita corporea dell'uomo su tutta la faccia della terra. Da parte dei gesti compiuti, gli atteggiamenti più carichi di sane reazioni religiose: l'imposizione delle mani, segno di protezione consentita, di supplica esaudita, simbolo di trasmissione di poteri, di discesa di benedizioni; l'unzione con l'olio, che rievoca la dolcezza del rimedio, la forza dei combattimenti nell'arena, l'elemento sacro dei profeti e dei re, e quindi insieme l'ambulanza, lo stadio, il trono, l'altare, tutti gli alti luoghi dell'umanità, tutte le sommità eroiche o beneficile. Dal lato del decoro e della messinscena, il battistero, la tavola del banchetto, ancora l'altare sul quale vengono offerte le vittime, dove i sacerdoti si santificano, dove si segnano i contratti d'amore. Al centro c'è il corpo dell'uomo, così debole e cosi bello, la carne, come diceva Tertulliano, che sopporta tutto il mistero dei riti, la carne che, esorcizzata e completamente consociata, si spoglia attraverso le abluzioni purificatrici, s'abbandona alle imposizioni dello Spirito, si mitre e si disseta, infine s'abbandona all'estreme unzioni, mentre l'anima sovrabbonda di tutti i favori spirituali simbolizzati e contenuti nei sacramenti divini.

Esempio del Battesimo. - 1l Battesimo, assieme all'Eucarestia, e anche in modo diversissimo, è il sacramento nel quale Cristo ha maggiormente impegnato la sua carne, perché volle per primo sottomettersi al rito prima d'introdurci in esso. Agendo così, egli faceva suo uno dei gesti religiosi più abituali all'uomo: chiedere all'acqua pura il simbolo e il mistero della purificazione dell'anima, trovare nelle fonti della natura il principio d'una vita nuova, d'una seconda nascita, d'un'iniziazione alle realtà celesti.

E indubbiamente il Figlio di Dio, passando attraverso le acque, conferiva loro un valore inaudito e singolare. Egli però partiva da un gesto profondamente umano, non inventato da Lui, perché i discepoli comprendessero fino a che punto egli comprendeva e rispettava la loro natura di uomini.

Vi sono autori che si scandalizzano nel vedere i cristiani comunicare su questo punto e su tanti altri con gli antichi atteggiamenti dell'umanità, e che, non si sa perché, vogliono vedere in tale accordo delle obiezioni, mentre invece è una meraviglia. Costoro vorrebbero che la religione divina non fosse anche umana, che non fosse fatta per l'uomo. Se così non fosse sarebbe ancora divina?... Nel suo stesso rito il battesimo è la gloria del cristiano e tutti i sacramenti, fino all'Eucarestia in cui culminano, sottolineano l'ammirabile umanesimo della Chiesa cattolica.

La Penitenza e l'evoluzione della sua disciplina. - L'adattabilità è ancor più visibile nella storia degli altri sacramenti, come ad esempio la Penitenza. L'istituzione penitenziale per il suo carattere psicologico e giudiziario fu in grado di adottare costantemente, nel corso dei secoli, la procedura voluta dalla durezza dei costumi oppure dalla sensibilità religiosa del tempo. Il diritto di rimettere o di ritenere i peccati, di accordare o rifiutare al fedele la partecipazione all'Eucarestia attuò ancora una volta la legge, che si verifica tanto spesso nel cattolicismo, della continuità del principio nel multiforme sviluppo della vita feconda e generosa. Certamente il potere delle chiavi è rimasto quale lo aveva istituito Cristo; e tuttavia, salvando tale sostanza, come dice il Concilio di Trento, si conformò ai diversi bisogni delle anime, ai diversi climi e alle successive civiltà. Diventò un metodo, un'educazione, un'ascesi; e, ogni volta che fu necessario, assunse una forma nuova, imprevista, utile, benefica. E per aver dato la pace a tante e così varie coscienze, non è invecchiato e continua a piegarsi alle nostre esigenze spirituali al fine di soddisfarle.

a) Al principio intervenne nella vita della comunità cristiana in modo breve e sommario, a rari intervalli. La Chiesa, forse un po' spaventata dai propri diritti, forse un po' stupita che " Dio avesse dato un tale potere agli uomini ", pare esitasse a servirsi troppo spesso d'un'arma nuova e tagliente. Le coscienze d'allora, tanto fervide quanto semplici, forse non avevano ancora bisogno di cure troppo speciali. Venivano dal mondo giudaico e da quello romano e nessuno dei due era pronto per fare esomologesi particolareggiate. La religione giudaica più fedele che tenera, più esatta che inquieta, conosceva " il cuore contrito e umiliato ", ma ne esponeva i dettagli solo a Dio; riposava più sopra un largo fondamento di speranze nazionali e religiose, su un dommatismo duro e irriducibile, un proselitismo implacabile che non sopra delicatezze mistiche e confessioni precise, e se soffriva di scrupoli eran troppo spesso scrupoli di farisei. Quanto ai Gentili, Greci o Romani, nulla li disponeva direttamente a quello che noi chiamiamo la confessione. Gli antichi, che mostravano così volentieri il loro corpo in pubblico, solo a stento manifestavano le loro anime, che d'altronde conoscevano appena. In confronto delle nostre, le loro
intimità erano molto superficiali, le amicizie molto avare. Il cristianesimo non aveva ancora iniziato il grande lavoro per far rientrare le anime nella loro interiorità. La religione rimaneva un dovere o un'estasi, una fede o una morale; sotto la pressione del Vangelo essa doveva anche divenire un'ascesi e una confidenza, un esame e una confessione. Il sacramento avrebbe attuato il grande cambiamento, e finché non fosse compiuto, s'accontentava di abituare il fedele a rendere conto davanti alla comunità delle grandi linee della sua coscienza.

In quell'epoca la Penitenza è soprattutto una liturgia, lunga e austera, monotona e un po' teatrale; colpiva soprattutto i sensi esteriori. I padri parlano dell'esomologesi per evocare lo spettacolo dei penitenti prosternati e anche per insegnare il potere della Chiesa e rinsaldare i legami della comunità. Tribunale rituale e vendicatore, raro, pubblico e umiliante, il sacramento è un'arma riservata ai casi gravi e di cui la Chiesa si serve il meno possibile. L'attenzione è diretta specialmente altrove, al Battesimo, la cui preparazione si chiama catecumenato e quaresima, le due grandi istituzioni del tempo. Si dice volentieri (ad ogni modo lo dicevano i Giansenisti) che era l'epoca delle vere austerità e che poi la disciplina e la severità si rilassarono, ma si dimentica che la Penitenza era usata parsimoniosamente e solo in extremis, e che quasi tutti i fedeli, certamente tutti i chierici, durante la loro vita, non si sottoponevano mai ai suoi esercizi.

b) Nei secoli seguenti. - Nei secoli successivi soprattutto il progresso del l'ascetismo volgarizzò ed estese l'uso dell'istituzione penitenziale: medicina severa per i peccatori, diventò a poco a poco un rimedio preventivo per le anime ferventi. Da sanzione disciplinare qual'era e rimase, divenne un esercizio ascetico. L'evoluzione probabilmente è dovuta ai monaci. Crebbe il numero di coloro che si accostavano al sacramento, che però dovette farsi più discreto; per essere più frequentato, dovette farsi meno visibile. Era l'epoca in cui la
spiritualità occidentale, erede delle esperienze religiose che avevano sovvertito e poi pacificato la grande anima d'Agostino, si metteva per sempre alla scuola di questo grande penitente il quale aveva avuto il sentimento del peccato più di tutti i Padri anteriori. Traducendo in latino la dottrina spirituale dei Padri greci, al loro moralismo ottimista e oratorio egli aveva mescolato il meglio dei pentimenti e delle umiliazioni dei Salmi, spingendo nello stesso tempo
l'anima cristiana sempre più dentro se stessa. Il sacramento della Penitenza portava una soluzione ai rinnovati bisogni e perciò dovette trasformarsi, guadagnando in frequenza e precisione ciò che aveva perduto in ampiezza liturgica. Fattosi meno umiliante e più discreto, l'uso della Penitenza cessò per sempre d'essere un ostacolo per i deboli. In questo tempo la Chiesa aveva preso maggior coscienza dei propri poteri, aveva imparato a conoscersi meglio, conoscendo meglio il cuore dei suoi figli. Siamo all'epoca delle prime analisi dell'anima cristiana. L'antenato dei futuri Rodriguez si chiamava allora Cassiano, che nelle sue Collationes si dimostra moralista eccellente.

Non dimentichiamo però d'essere ancora in pieno periodo delle invasioni dei barbari; la notte s'estende sull'Europa, e la Chiesa deve lasciar passare la tempesta. Da un clero ignorante e spesso molto alla buona non si potevano esigere sentenze sottili. La Penitenza s'è volgarizzata e individualizzata, ma conserva una grande semplicità. Tutti i casi sono ridotti a pochi tipi, si fissano tariffe, come si dettano sentenze. L'antico diritto germanico conosceva questo processo che non era quello del taglione, bensì delle sanzioni. La Penitenza, affidata a questo -clero alla buona e posta al servizio d'un popolo rozzo, sarà prima di tutto una punizione, poi anche una lezione, che la regolarità e la chiarezza rendono eloquenti. La Penitenza come qualsiasi efficace disinfettante opera presto e bene, sobria ed energica organizza e santifica la Chiesa meglio di qualsiasi predicazione. Perciò non ci deve stupire che in questo tempo il sacramento diventi definitivamente parrocchiale e organizzato: di esso la Chiesa si serve, come l'operaio si serve del suo strumento quotidiano, senza delicatezze inutili e anche senza timori puerili. Ciascuno si confessi una volta all'anno al suo parroco, dice la Chiesa nel quarto Concilio Laterano, e tutto andrà bene; così vedrò chiaro negli affari dei miei numerosi figli e anche nei miei

Tale educazione produceva intanto i suoi frutti affinando le anime che diventano più delicate e anche più esigenti per se stesse e, in una società rimasta dura e brutale, c'era ormai una cristianità, cioè uno spirito, con costumi, istituzioni, stati di vita, ordini e terz'ordini, dove si viveva amorosamente la vita cristiana. I filosofi restano ancora dei logici ma da molto tempo i mistici s'intenerivano: dall'Areopagita a San Francesco d'Assisi molta strada è stata fatta!

c) Nel Rinascimento. - Quando questa civiltà occidentale divenne cosciente di se stessa e sentì nettamente che non era più barbara, franca o germanica, ma era diventata latina e umana, si verificò la crisi del Rinascimento. Si vide allora la cristianità del medioevo prendere due atteggiamenti opposti e irreconciliabili tra loro in una guerra che non è ancor finita. Gli uni attribuirono al loro genio umano le conquiste ottenute sulla barbarie degli antichi, s'inchinarono davanti alla natura dei risultati acquisiti, rigettarono il cristianesimo tradizionale come ormai inutile, e, affondandosi nella cultura razionale ritornarono a Roma e alla Grecia e pretesero aumentare ancora il loro valore di pensiero, di gioia e di vita. Gli altri credettero che i successi ottenuti e- la perfezione raggiunta accrescessero i loro doveri e responsabilità, per conseguenza li rendessero meno pari ai loro nuovi compiti e quindi dover cercare in un rafforzamento di vita cristiana e cattolica la crescita ulteriore delle energie morali richieste dallo stesso accrescimento delle conquiste intellettuali e civilizzatrici. Vennero creati nuovi ordini religiosi, che chiedevano di meno all'ascetismo corporale e di più allo sforzo spirituale. Grande epoca fu quella, in cui là Chiesa sotto un'apparente reazione e riforma si decise realmente a far concorrere i progressi della cultura psicologica e morale alla santità dei suoi membri.

Ed era proprio necessario. Dai resti della cristianità medioevale smembrata era nata l'Europa moderna; anime nuove con aspirazioni sconosciute chiedevano nuovi costumi. La spinta verso una vita più larga, più alta, più estetica, infine più umana non risale solo al secolo XVI, poiché il movimento intellettuale dell'occidente, di cui viviamo ancora, e da cui nacque il rinascimento continuandolo, ebbe le sue origini nel secolo XIII e nella Scolastica, anzi risale ancor più indietro, ai tempi di Carlomagno e oltre, quando i barbari, usciti dalle foreste della Germania e divenuti padroni dello spogliato impero romano, assieme alle terre più calde e più gaie, incontrarono costumi più dolci e scoprirono come grande educatrice la Chiesa. Questa, mentre tutto il mondo circostante le crollava attorno, davanti all'invasione rimase in piedi, decisa a mantenere accesa la fiamma e a tentare, loro consenzienti, la formazione religiosa, intellettuale e morale dei nuovi arrivati. Da quel giorno esiste, in principio, l'Europa moderna.

Nel secolo XVI i desideri, i bisogni o ambizioni si fecero sentire più che mai, e allora comparve un uomo nuovo che discuteva, interrogava la natura per domarla, un uomo più che mai inquieto, agitato, curioso di se stesso e degli altri, indipendente e ricercatore, artista e avveduto, che aveva il suo pudore e i suoi segreti, individualista e critico, amante dell'antichità per meglio giudicare dell'avvenire. Quest'essere sofferente aveva anch'esso bisogno d'essere fatto cristiano.

I sacramenti della Penitenza e dell'Eucarestia, che venivano ricevuti assieme e spesso, unitamente ad altre ricchezze furono i grandi mezzi che portarono al buon esito. Scopo era la comunione discreta, ma fervente, forse breve ma fatta con raccoglimento, bramata, personale, protenda e quindi efficace. Mezzo principale un serio esame di coscienza che fa rientrare in se stessi, fatto abitualmente, severamente, quasi implacabilmente per scandagliare anche le minime pieghe dell'anima, esaminarle, verificarle, purificarle, rimetterle finalmente in ordine; e soprattutto la confessione particolareggiata, in cui lungi dal limitarsi all'accusa dei peccati mortali, della quale tuttavia si accontenterebbe la Chiesa, il fedele non esita a svelare le imperfezioni, le piccole miserie umilianti, e a cercare il consiglio intimo e preciso. Tali furono alcuni fra i metodi spirituali, quasi esagerati, che servirono ai cristiani dell'epoca barocca per avvicinarli a Dio.

Il sacramento divenne sempre più un esercizio della vita cristiana e il grande mezzo psicologico del progresso spirituale. Le anime conobbero meglio se stesse e praticarono meglio l'abbandono confidente; il confessore diviene moralista e direttore; l'uso dei confessionali, che si diffuse in quel tempo, testimonia a suo modo l'intervento sempre più intimo del potere delle chiavi nel foro della coscienza. Questo mobile misterioso e scomodo, dove i due attori sono tanto vicini e a un tempo lontani tra loro, suggella materialmente una grande trasformazione psicologica e spirituale. La Penitenza restava sempre il potere giudiziario d'assolvere o di ritenere i peccati; adattabile e insieme inflessibile, conserva il principio delle sue origini; dall'esomologesi antica con il suo apparato di supplicanti prosternati, fino al confessionale a due sportelli del periodo moderno, è sempre lo stesso potere, evidente, formidabile, benefico.

Gli altri sacramenti. - Lo sviluppo liturgico o canonico della maggior parte degli altri sacramenti segue, con passo più celere o più lento, la stessa curva segnata dalla storia della Penitenza. Gli altri sacramenti, nati da un rito evangelico molto semplice e quasi nudo, si arricchirono a mano a mano, nel periodo patristico e nell'alto Medio Evo, con cerimonie supplementari o istituzioni accessorie, ampliarono assai il loro apparato esteriore e la loro amministrazione. L'epoca seguente e i secoli moderni abbandonarono spesso parte della solennità, per ritrovare, se non la semplicità e la povertà primitiva, almeno una certa sobrietà, guadagnando però in intimità, frequenza e influsso, ciò che avevano perduto quanto alla maestà, perché, dice il Concilio di Trento, k nel dispensare i sacramenti, la Chiesa ebbe sempre il potere, salva la loro sostanza, di stabilire o mutare quanto giudicava più conveniente all'utilità dei fedeli e alla venerazione dovuta ai sacramenti stessi, tenendo conto della varietà delle cose, dei tempi e dei luoghi " (Sess. xxi, e. 2; Denz. 981).

A sua volta lo sviluppo sacramentario liturgico è conforme allo sviluppo del sentimento religioso in seno al cattolicesimo, come fa vedere in modo eccellente il P. Rousselot in Christus (e. xv). La Chiesa di Cristo, sorta da modeste origini, nata umilmente sulle sponde del lago di Galilea, parte per la conquista del mondo greco romano. Essa accetta per molto tempo la civiltà ellenista declinante, alla quale i Padri greci devono lo splendore del loro verbo, la visione così chiara della natura, le espressioni letterarie del loro genio cristiano. A partire da S. Agostino, e grazie soprattutto a lui, il pensiero cattolico s'interiorizza maggiormente per trovare più intimamente Dio nel segreto del cuore. La liturgia, sempre un po' in ritardo, come l'arte, sul moto delle idee e dei costumi, segue, anche se da lontano, la spinta, e con essa la vita sacramentale. Il medioevo continua questo lavoro d'intimità; è l'umanità di Cristo che ora seduce queste anime, che la devozione francescana ha fatto più umane, più tenere e anche più profonde. Il vigoroso slancio, che il secolo XVI da agli esercizi spirituali, continua il processo di interiorizzazione dell'uomo. La Chiesa cerca, per cosi dire, di definire maggiormente la sua inquietudine, di calmarla senza spegnerla; così vicina all'uomo come una Madre, cosi vicina a Dio, come una Sposa, come diceva San Paolo, essa unisce in sé, non solo i contrasti, ma tutti gli elementi della complessa istituzione che chiamiamo religione, incontro del cielo e della terra, ritrovo dell'uomo e di Dio.

E. Ma.

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