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I miracoli

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Pio XII la "leggenda nera"

Il caso

Ipotesi demonologiche sull'ideologia marxista

 

 

 

la divinita' di gesu' cristo


di Mons. Giovanni Celi

Sembrerà strano e fuori luogo intrattenerci oggi, dopo tanti anni di vita cristiana, sulla divinità di Gesù Cristo. Voi potreste dirmi: «e che! forse non sappiamo che Cristo è esistito, è Dio ed è morto per noi? Il fatto che siamo venute o che andiamo in chiesa non le dice che noi conosciamo il Signore e lo amiamo?» Sì, e vero ciò che voi dite e ciò che voi fate; però e anche vero che nella vostra vita, nel vostro lavoro, lungo i momenti di solitudine interiore o di lotta con voi stessi o con gli altri, il dubbio e, qualche volta - oserei dire - la certezza che non è vero niente; che non esiste niente e che fanno bene coloro che non credono a nulla e che non si preoccupano di nessuna cosa dell'altro mondo; questo dubbio - dico - vi ha presi e vi ha, forse, sbattuti di qua e di là lasciandovi più freddi nell'amore e più tiepidi nel servizio di Cristo Signore.

Ebbene, ecco il motivo della trattazione di oggi: abbiamo detto di come dovrebbe essere un vero fidanzamento ed una vera amicizia; spesso sentiamo ripetere che la nostra vita, per essere ben vissuta, deve essere penetrata dalla grazia; ma, forse, mai ne abbiamo sentito dire il motivo.
Sì - ci si dice - per amore di Gesù! Ma chi è Gesù Cristo per cui io devo rinunciare a me stesso e vivere come vuole Lui? Che autorità ha Egli nella mia esistenza? E se fosse tutto falso ciò a cui credo non ho perduto questa e l'altra vita? E se fosse vero e vivo come se non fosse vero niente? Che sarà di me?
Ecco alcune domande che ci siamo posti e a cui tenterò di rispondere, nel migliore dei modi, affinché la vostra gioia sia completa.

Dividerò l'argomento in 4 parti:

1) Dimostrerò che i libri che parlano di Gesù Cristo dicono la verità e quindi, come tali, bisogna crederli;
2) Servendomi di ciò che dicono questi libri, dimostrerò che Cristo è Dio;
3) Dimostrerò la verità della divinità di Cristo attraverso la prova della sua resurrezione;
4) Infine, se Cristo é Dio, deve essere da noi adorato.

 

I Vangeli sono veri libri storici e quindi ad essi bisogna prestare fede.

" L'autorità storica dei Vangeli, come di ogni altro libro, dipende da tre cose: l'autenticità, l'integrità, la veridicità. Essi sono autentici se appartengono veramente al tempo e agli autori ai quali si attribuiscono, ossia se sono scritti che risalgano all'era apostolica, redatti dagli apostoli Matteo e Giovanni e dai discepoli Marco e Luca.
Sono integri se non hanno subito nel corso dei secoli alcuna alterazione essenziale; veridici, se i loro autori sono competenti e riferiscono fatti certi.
"(G. Falcon: Manuale di Apologetica, pag. 162; 2 edizione - Ed. Paoline )
Ciò premesso andiamo provando uno per uno questi tre elementi che ci daranno la certezza della nostra fede.

I vangeli sono autentici perché sono stati scritti dagli apostoli Matteo e Giovanni e dai discepoli Marco e Luca.
" Che un libro sia di un autore o di un’altro si sa specialmente dalle testimonianze dei contemporanei ".

Ora dell'autenticità dei Vangeli vi sono:

I. Le testimonianze dei discepoli degli apostoli.

Papia ( + c. 150) fu discepolo di S. Giovanni e parla esplicitamente dei Vangeli di S. Matteo e di S. Marco. " Matteo - Egli dice - scrisse in lingua ebraica i discorsi del Signore, e ciascuno li tradusse come poté". Di S. Marco scrive "che fu interprete di Pietro, il quale avendo bene impresso nella memoria tutto ciò che il Signore avesse detto o fatto, il tutto diligentemente scrisse, benché non con ordine, poiché egli non aveva udito il Signore, né l'aveva mai seguito ma, come dissi, fu seguace di Pietro, il quale, predicando il Vangelo, l'adattava alla capacità degli ascoltatori, non intendendo già di compilare una storia metodica delle parole del Signore. Quindi non é colpa di Marco se scrisse le cose come gliele suggeriva la memoria: una sola cosa essendogli a cuore, di non trascurare nulla di quel che aveva udito, né mescolarvi nulla di falso" ( Eusebio, Storia eccl., III, 39).
Al vangelo di S. Luca e di S. Giovanni essi alludono citando alcuni loro detti.
Per es. S. Clemente romano (+ 101) discepolo di S. Pietro cita un detto del Vangelo di S. Luca : " Il Signore dice nel Vangelo: Chi è fedele nel poco, sarà fedele anche nel più". ( Luc. 16,10) ( lett. 2 Cor. 8).
Il Vangelo di S. Giovanni è citato a non di rado da S. Ignazio d'Antiochia, suo discepolo (+107), da Policarpo pure discepolo di S. Giovanni ecc. ecc.

2. Le testimonianze di tutti gli scrittori del II secolo.

S. Giustino martire del 167 chiama in genere gli Evangeli commentari scritti dagli apostoli e dai loro discepoli". - L'autore del canone Muratoriano ( scritto tra il 160 - 170), parla esplicitamente degli ultimi due vangeli però sottintende i primi due; ecco come si legge nel pezzo da noi posseduto: " ... alle quali però fu presente e così riferì. Il terzo Vangelo è di Luca, medico, compagno di Paolo...; il quarto è di Giovanni, uno dei discepoli".
Infine vediamo ciò che dice S. Ireneo che fu vescovo di Lione e discrepolo di S. Policarpo (+ 202).
Egli così scrive: " Matteo, dimoroando tra gli ebrei, scrisse nella loro lingua il suo Vangelo, mentre Pietro e Paolo evangelizzavano e fondavano la Chiesa di Roma. Dopo la loro dispersione Marco, discepolo ed interprete di Pietro, anch'esso ci tramandò in iscritto le cose che erano da Pietro predicate. E Luca, seguace di Paolo, raccolse in un libro il Vangelo predicato da lui. Poscia anche Giovanni, discepolo del Signore.... diede alla luce il suo Vangelo in Efeso, città dell'Asia Minore"." ( E. Polipdori: Corso di religione, I4° Ed. pag. 77-78)

3. Le testimonianze degli eretici dei primi tempi.

Anche gli gnostici Basilide ( 130 ), Valentino ( 140 ) e Marcione ( 150 ), nonostante la loro estrema indipendenza, non pongono mai in dubbio l'autenticità dei nostri libri, anche se cercano d'interpretarli in loro favore o di mutilarli.
Lo stesso dicasi degli Ebrei ( Trifone ) e dei Pagani ( Celso ), i quali, pur cercando
di cogliere in fallo i Vangeli e metterli in contraddizione fra loro, non gettano neppure l'ombra del dubbio sulla loro autenticità.
Se, infine guardiamo allo stile, alla lingua, alla cultura, alle condizioni storiche e geografiche riportateci dagli evangeli, non possiamo non concludere che tali libri riflettono solamente ed unicamente la mentalità e l'età in cui si dice siano stati scritti.
I Vangeli sono integri, cioè i Vangeli che noi oggi possediamo sono identici, nella sostanza, a quelli che hanno scritto gli autori sopra menzionati.
La genuinità dei libri del Nuovo Testamento si prova dai manoscritti, dalle versioni, dalle citazioni degli autori ecclesiastici e dall'impossibilità della corruzione.

Manoscritti e versioni

Si conoscono più di mille manoscritti del N.T. Due rimontano al IV secolo, cioè: il Codice Vaticano ed il Codice Sinaitico. Due sono del V secolo, cioè il Codice Alessandrino che é al museo britannico e il Codice Regio della Biblioteca nazionale di Parigi. - Quanto alle versioni, vi é l'Itala che rimonta al IV secolo; la versione Siriaca, detta Pescitto, pur dello stesso tempo. Vengono poi le versioni Copte, egiziane ecc.. ecc.; tanto i manoscritti, quanto le versioni concordano nella sostanza a quel vangelo che abbiamo noi oggi, quindi il vangelo non è stato alterato.

2. Le citazioni dei Padri e degli autori ecclesiastici.

Dalla fine del primo secolo fino al IV più di duecento scrittori ecclesiastici citano il nuovo Testamento. Tanto che un autore francese, l'Abate Gainet, pubblicò un libro, la Bibbia senza Bibbia, ricostruendo cioè tutta la dottrina degli Evangeli dalle citazioni degli autori ecclesiastici citati, di cui é rimasto qualche scritto. Ora la dottrina che ne emerge, é sostanzialmente la stessa. Dunque non vi fu nel N.T. alterazione sostanziale, altrimenti ciò non sarebbe stato possibile.

3. L'alterazione non poté farsi sotto gli occhi degli apostoli né dopo di loro.

Questo si deduce chiaramente dalla capacità degli apostoli di mantenere inalterata la dottrina che predicavano come consta da alcune loro espressioni. Eccone qualcuna: S. Paolo " L'uomo eretico, dopo la prima e la seconda correzione, fuggilo" (Tito 3,10 ); e S. Giovanni così scrive: " Se taluno viene a voi e non porta questa dottrina, non lo ricevete in casa, anzi non salutatelo neppure" (2Giov. 5,10 ) Così si comportarono i successori degli apostoli, così infatti scriveva S. Ignazio martire agli Efesini: " Se vi vengono esposte dottrine che alterano la fede degli apostoli, turatevi gli orecchi" ( Ef. 9,1 ).

I vangeli sono veritieri

infatti: gli autori:

a) Non poterono ingannarsi, narrando ciò che videro o udirono, giacche essi erano o testimoni oculari o testimoni auricolari. E, per di più narrano fatti pubblici visibili, manifesti, tali insomma, che per accettarli non v'era bisogno né di scienza, né di cultura, come udire un muto che parla, vedere un morto riprendere vita, ecc.: tanto più che i miracoli di Gesù erano operati alla luce del sole, e perciò stesso che erano fatti straordinari, destavano l'attenzione e l'esame di chi li vedeva o li ascoltava.

b) Non poterono ingannare. perché erano molti e narrarono le cose a coloro che le videro, poco dopo che erano accadute, e anche ai nemici, di cui molti si convertirono.

e) Non vollero ingannare. Si prova dalla loro condotta dopo la morte di Gesù Cristo; poiché predicarono con una persuasione ed un coraggio tale che non é da mentitori mentre prima erano timidi e paurosi e avevano già perduta la fede nel maestro (Atti 4,5-21; 5,25-33). Si prova dal tipo di virtù che propongono da imitare in Gesù Cristo mentre il mondo di allora era diametralmente opposto a quella che era la dottrina del Cristo. Infine si prova dal fatto che scrivendo ognuno per conto proprio ed in località e tempi differenti concordano nel narrare i fatti.
A tutto ciò che abbiamo detto circa l'autenticità., la integrità e la veridicità dei Vangeli si devono aggiungere queste al tre prove: " La prima si deduce dalla maniera di narrare degli evangelisti. Un falsario scrive in una maniera, un uomo che narra la verità scrive in un altra.
La seconda dal tipo nobilissimo che gli scrittori evangelici ci danno di Gesù Cristo, tipo impossibile ad inventarsi umanamente.  La terza dalla corrispondenza del Vangelo con la storia antica, con la storia sincrona ad esso e con la storia posteriore sino a noi
" ( Polidori Op.cit. pag. 85-86).
Ometto lo svolgimento di queste prove per non essere troppo lungo e per non annoiare di più l'uditorio, però se qualcuno volesse approfondire l'argomento sono disposto a farlo in separata sede.

Da tutto ciò che ho detto e da tutto ciò che non ho detto, sarebbe da sciocchi o da ciechi voler continuare a dire: " Io non credo a ciò che mi dicono i vangeli" oppure voler negare qualcosa del Vangelo! - Credetemi - se non si crede al Vangelo non é perché mancano gli elementi storici per dire il nostro sì, ma è semplicemente, perché non vi è la volontà di impegnarsi fino in fondo a ciò che il vangelo comanda e a ciò che la verità esige.
Harnack, che é uno di questi, così scrive: " Gli Evangeli non sono scritti di partito; inoltre non é vero che essi siano profondamente compenetrati dello spirito ellenico. Essi appartengono, se guardiamo il loro contenuto sostanziale, al periodo primitivo od ebraico del cristianesimo... E' gran ventura che la storia ci abbia conservato notizie di quei tempi... Il carattere originale degli vangeli è oggi - continua Harnack - concordemente riconosciuto dalla critica...." però quando si tratta di tirare le conclusioni a ciò che aveva scritto prima, e ciò ammettere che Gesù é Dio e quindi riformare, la propria vita, dice: " Che una procella si sia sedata con una parola è cosa che non crediamo e che non crederemo mai più" ( da Falcon: Op. cit. pag. 171 ).
mando a voi il promesso del padre mio " ( Lc. 24,49)

Cristo è Dio.

Dopo aver visto che i Vangeli riportano la verità storica dell'esistenza e dell'azione di un uomo straordinario, riferendoci a ciò che questi stessi dicono, dimostrerò in un modoconciso, ma nello stesso tempo, esauriente che Gesù Cristo si disse ed è vero figlio naturale di Dio.
Gesù si proclama Figlio di Dio nel senso più stretto.

a) Fin dagli inizi della sua predicazione, egli usa studiosamente chiamare Dio suo Padre, e non permette mai che la sua filiazione venga confusa con quella degli altri, anche di coloro che chiama affettuosamente suoi amici e fratelli. " Vi assicuro che non berrò di questo frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel regno del Padre mio" ( Mt. 26, 29)
"Venite, benedetti dal Padre mio prendete possesso del regno preparato per voi sin dalla fondazione del mondo" (Mt. 25,34) Invece quando si tratta degli altri, Gesù usa un altro linguaggio: " Il padre vostro sa che avete bisogno di tutto questo" (Mt. 6,32) " Il Padre vostro che è nei cieli concederà cose buone a quelli che glieli domandano" (Mt. 7,11). " Se non perdonerete agli uomini, nemmeno il padre vostro vi perdonerà le vostre mancanze" ( Mt. 6,10 ); " Voi dunque pregate così: Padre nostro..." (Mt. 6,9). E nulla induce a credere che il Cristo unisse la sua voce a quella dei discepoli per implorare il perdono delle mancanze, Egli che durante la sua vita sfidò chiunque a convincerlo di peccato.
In tutti i discorsi di Gesù vi è contrapposizione costante tra le espressioni: Padre mio, Padre vostro. Sempre si tiene separato dal resto degli uomini, e pertanto Egli è figlio di Dio a titolo personale ed incomunicabile, " Il Figlio " per eccellenza, in senso assoluto, come ripete con insistenza (Mt. 11,27; 28,I9; Mc. 13,32).

b) - Ecco ulteriori dichiarazioni. Il Salvatore deplora l'accecamento dei giudei. Però, se è vero che le classi elevate della città orgogliosa hanno respinto il vangelo, i semplici l'hanno accettato. Gesù ringrazia il Padre della rivelazione che ha riservata per loro. " Ti ringrazio, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Così, o Padre, perché così ti é piaciuto. Tutto é stato affidato a me dal Padre e nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre tranne il Figlio e colui al il quale il Figlio avrà voluto rivelarlo." ( Matt. 11,35-27; Lc. 10,21-22).
La dignità del figlio é dunque così grande che solo il Padre può comprenderla e reciprocamente solo il Figlio può conoscere il Padre. Noi lo conosciamo soltanto attraverso la rivelazione del Figlio.
Tale affermazione evidentemente pone il Figlio sullo stesso piano del Padre. C'é già in germe la dottrina di S. Giovanni: "Nessuno ha mai veduto Dio: l'Unigenito Figlio che é nel seno del Padre, Egli stesso ce l'ha rivelato" (Giov. 1,18).

d) Gesù anche al cospetto di Caifa si proclama Dio infatti ecco cosa ci dice il Vangelo: " Da capo il sommo sacerdote lo interrogò e gli disse: Sei tu il Cristo, figlio di Dio Benedetto? e Gesù rispose: sì, lo sono; e vedrete il figlio dell'uomo assiso alla destra della potenza di Dio, venire sulle nubi del cielo. E il sommo sacerdote, stracciatosi le vesti, esclamò: che bisogno abbiamo più di testimoni? Avete sentito la bestemmia? Che ve ne pare? e tutti lo condannarono come reo di morte."( Mc.14,61-64).
Gesù si attribuisce non solo il titolo di messia ma anche una dignità divina. Assicura che lo vedranno assiso alla destra dell'Onnipotente e si colloca senz'altro alla pari con Lui, in quanto l'esser seduti alla destra del Padre.. nello stile delle lingue orientali é una prerogativa del Figlio e dell'erede legittimo. D'altra parte l'accusa di bestemmia che prorompe dalla bocca dei giudei, dimostra che non si tratta di una filiazione adottiva, ma reale; poiché i figli di Dio in senso generico erano numerosi in Israele e la pretesa alla dignità Messianica non era di per se considerata come una bestemmia. Quello che agli occhi di Caifa costituisce una bestemmia é il carattere sopraumano e propriamente divino che Gesù si attribuisce nel proclamarsi Messia.

Gesù si é attribuito tutti i titoli e le prerogative divine.

a) Gesù ha assunto tutti i titoli che l'umanità ha sempre e ovunque considerati come caratteristica della divinità. "Io sono la via, la verità, la vita " ( Giov. 14,6). " Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita" (Giov. 8,12). " Io sono il pane vivo disceso dal cielo"(Giov. 6,51) "io sono la resurrezione e la vita" (giov.6,25).

b) In oltre si é attribuito apertamente tutte le perfezioni inerenti alla divinità.

L'Eternità. " Abramo, padre nostro, sospirò di vedere il mio giorno: lo vide e ne tripudiò." I giudei all'udire tali parole si sdegnarono e d'altronde non arrivano a comprenderle interamante:" Non hai ancora 50 anni e hai veduto Abramo? " " In verità... prima che Abramo fosse nato io sono" (Giov. 8,56- 58)". Pesate le parole, commenta S. Agostino, e comprendete il mistero. Comprendete che ' fosse nato' si riferisce alla creazione dell'uomo che giunge all'esistenza: " Io sono" significa la sostanza divina, e il Cristo non dice ' Io ero' ma ' Io sono' per esprimere l'eternità del suo essere" (In Giov.. homilia 1).

L'Onnipotenza. Gesù é padrone della vita e della morte.

"Io do la mia vita per nuovamente riprenderla. E nessuno me la toglie; ma la dò io da me stesso e sono padrone di darla e padrone di riprenderla" (Giov. 10,17). " Come il Padre risuscita i morti e rende loro la vita, così pure il figlio dà la vita a quelli che vuole" (Giov. 5,21).
Egli infonde nelle anime la vita soprannaturale... " Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno" (Giov. 6,55).

L'Onniscienza. Gesù infatti legge infondo al cuore i pensieri più reconditi: " V'eran lì a sedere degli scribi i quali pensavano in cuor loro perché parla così? Costui bestemmia. Chi può mai perdonare i peccati se non Dio solo? Avendo Gesù conosciuto nel suo spirito che ragionavano in quel modo dentro di sé disse loro: perché pensate queste cose nei vostri cuori? " (Mc. 8,6-9).

La santità. Tutte le anime, anche le più pure, avvertirono sempre il bisogno di confessare le loro colpe, sia pure le più piccole e di chiederne con sincerità il perdono a Dio. Gesù invece non conosce né la penitenza né il rimorso. " Chi mi potrà convince re di peccato?" domanda ai giudei (Giov. 8,46).

Inoltre Gesù si è arrogato i diritti e ha esercitato tutti i poteri divini.

a) Vuole che gli si renda culto pari a Dio: " Il Padre non giudica nessuno; ma ha rimesso ogni giudizio al figlio, affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre" Giov. 5,23).
Esige un amore sommo dovuto solo a Dio. Non soltanto identifica l'amore dovuto al Figlio con quello dovuto al Padre "chi odia me odia il Padre mio" (Giov. 15,23) ma vuole essere amato personalmente sopra ogni cosa "Chi ama il padre e la madre più di me, non é degno di me" (Mt. 10,37).
Richieste comprensibilissime e del tutto naturali se non da parte di un Dio, ma assurde e sacrileghe in bocca ad un uomo.

b) Inoltre Gesù esercita tutti i poteri divini.

Legifera come Dio. Fin dagli inizi del suo ministero, riferendosi ai comandamenti ricevuti da Mosè tra i lampi del Sinai, Egli dice: " Udiste quel che fu detto agli antichi .... ma io vi dico... è stato pur detto... ma io vi dico..."( Mt. 5,21).

Perdona come Dio. Alla mensa di Simone, di fronte a molti farisei, assolve la Maddalena, una pubblica peccatrice: " Donna, ti sono perdonati i peccati". Gli astanti sbalorditi mormorano dentro di sé: "Chi é Costui che perdona anche i peccati?" Gesù, conoscendo il loro intimo pensiero, si giustifica dicendo: " Questa peccatrice mi ha bagnato i piedi con le sue lacrime e li ha asciugata con i a suoi capelli; ha unto con l'unguento i miei piedi; ha molto amato." Non dice: " Il suo cuore é tornato a Dio," bensì: "mi ha dimostrato molto amore". Ciò significa che la perdona perché l'ha amato e amare Lui equivale ad amare Dio (Lc. 7,36-50).
Verrà, a giudicare come Dio. " Quando verrà il Figlio del l'uomo sederà sul trono della sua gloria... e separerà le pecore dai capri ... Dirà a quelli che saranno alla sua destra: Venite benedetti dal Padre mio ... Perché ebbi sete e mi deste da bere. ebbi fame e mi deste da mangiare; fui nudo e mi vestiste, infermo e mi visitaste" (Matt. 25, 31-46). Questo giudice non si preoccupa dell'obbedienza e dell'amore dovuti al Padre esamina le azioni riguardo a se stesso. Vice versa minaccia il fuoco eterno a quelli che avranno rifiutato di nutrirlo, di rivestirlo, di consolarlo.

Gesù si identificò espressamente con Dio.

a) L'azione del Padre e quella del Figlio hanno la stessa continuità, efficacia e potenza. " Il Padre mio opera ancora ed io pure opero" dice Gesù a quelli che l'accusavano di violare il Sabato. E i giudei a protestare perché si faceva uguale a Dio. Gesù risponde loro: " Le cose che fa il Padre mio, anch'io le faccio...Come il Padre risuscita i morti e rende loro la vita, così pure il Figlio dà la vita a quelli che vuole". Ciò significa non solo eguaglianza, ma identità di azione e questa azione unica è opera di due persone che si amano e si compiacciono l'una dell'altra: " perche il Padre ama il Figlio e gli manifestata ciò che fa egli stesso" (Giov..5,I7-8I).

b) Identità di natura: "Ciò che mi ha dato il Padre è più grande di tutto...IO e il Padre siamo una cosa sola" (Giov..10,29­3). L'affermazione è categorica e i giudei, che l'hanno compresa nel suo vero significato, si ribellano: "Diedero allora di piglio alle pietre per lapidarlo".
La stessa cosa dice nel Cenacolo a Filippo che voleva vedere il Padre. (Giov. 14,9-I2)
Ecco che cosa ha detto Gesù Cristo di se stesso. Parole inaudite, inammissibili non soltanto sulla bocca di un uomo ma neanche di ogni altra creatura, sia pura la più alta. Si può discutere su questa o quell'altra affermazione, ma, considerandole nel loro complesso, non si può negare che Gesù abbia avuto piena coscienza della sua eguaglianza e identità col Creatore.
" ( G. Falcon, Op.cit.208 ss.).

Gesù dimostrò di essere Dio attraverso il miracolo della sua risurrezione.

Come se tutto ciò che Gesù ha detto di se non bastasse. Egli volle confermare la sua divinità attraverso i miracoli.
( Il miracolo viene definito: un fatto, scientificamente sperimentabile e storicamente trasmissibile, straordinario, cioè fuori di ogni ordine di cause naturali o preternaturali, divino, cioè tale che la causa di questo fatto deve trovarsi solamente ed unicamente in Dio Padrone e Signore di tutto il creato.)
Gesù di questi fatti che chiamiamo miracolasi, ne compì moltissimi. Nel Vangeli ne vengono registrati in un modo abbastanza diffuso bel 43; a noi qui basta richiamarne qualcuno per fermare poi la nostra attenzione sulla sua risurrezione.
I miracoli principali sono: le tre risurrezioni (Mc.5,2I-43; Lc.7,11-I6;Giov..11,I-44); le due moltiplicazione dei pani ( Mt.14,I3-36; Mt.I5,29-39 ); la guarigione del cieco nato ( Giov. 9,1ss ); la guarigione del paralitico di Cafarnao ( Mc.2,I-I2 ); la tempesta sedata ( Me. 4,35-5,20 ); ecc; ecc.
Ma, dicevo a noi interessa sapere se veramente Gesù è risorto dai morti, e ciò perchè Egli stesso, a coloro che un giorno gli chiesero un segno: "Maestro desideriamo vedere un segno" rispose: "questa generazione malvagia e adultera cerca un segno e non le sarà dato altro segno se non quello di Giona.. Infatti, come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (Mt.12,38,40; Lc.11,29-32 ). Per Gesù quindi, unico segno per credere alla sua dottrina e per credere alla sua divinità è la sua risurrezione. Infatti è evidentemente impossibile che Dio consacri l'impostura. Se quindi Dio ha risuscitato Gesù da morte, vuol dire che Gesù è veramente il suo inviato, il suo :messaggero, il suo Figlio.

La prova di questo punto la dividiamo in due parti:
a) Gesù è veramente morto; b) Gesù è veramente risorto.

a) Gesù è veramente morto.

La morte di Gesù, morte violenta sulla croce, morte reale, e non semplice sincope o letargo, è attestata dai Vangeli con molti e decisivi particolari.
Essa innanzitutto risulta dalle circostanze della Passione. Sfinito da una lunga e tremenda agonia, Gesù è preso dai suoi avversar:i, interrogato, condannato trascinato da un tribunale all'altro, flagellato, incoronato di spine.
Non era nemmeno più in grado di portare la croce fino al luogo dell'esecuzione, tanto che si dovette ricorrere, lungo il cammino, all'opera di un oriundo di Cirene, Simone. Inchiodato sul legno, dissanguato e arso dalla sete, Gesù, dopo aver gridato a gran voce, rese lo spirito ( Mt. 27,50; Mc. 15,37; Lc.23,43; Giov.. 19,30 ). Un soldato, con una lancia, gli diede il colpo di grazia ( Giov.. 19,34); e fu seppellito avvolto in cento libbre di aromi che l'avrebbero soffocato se avesse ancora respirato (Mt. 27,57-61; Marc.15,42-47; Le.23,50-56; Giov..19,38-42).
Ma era veramente morto? Ce lo assicura il contegno di Pilato che nei confronti del trattamento del corpo di Gesù: a Giuseppe di Arimatea solo dopo essersi accertato della morte; dei soldati che finirono a colpi di mazza i ladroni crocifissi, ma non toccarono Gesù, vedendo che era già morto; degli amicidi Gesù che lo deposero dalla croce, ne prepararono il corpo e lo deposero nel sepolcro, cosa che non avrebbero fatto se avessero avuto il minimo dubbio che fosse ancora vivo; dei nemici che, temendo qualche frode, dovettero prendere precauzioni.
Altro fatto certo: la sepoltura di Gesù entro un sepolcro nuovo scavato nella pietra, datagli da Giuseppe di Arimatea (Mt. 27,61 ). Costui, uomo dabbene e ricco, membro del sinedrio, discepolo segreto di Gesù, non aveva consentito alle deliberazioni che si erano concluse con la condanna a morte di Gesù. Quando poi Gesù fu spirato, si presentò a Pilato e, secondo la disposizione della legge romana (Corpora animadversorum quìbuslibet petentibus ad sepulturam danda sunt Digest. XLVIII, 24), riuscì ad ottenere il corpo. L'avvicinarsi del Sabato lo costrinse a limitarsi a un'imbalsamazione sommaria. E San Matteo parla dei parla dei soldati mandati dai principi dei sacerdoti a custodire il a sepolcro
."(Falcon: Op. Cit. pag.263-264)
Gesù quindi è veramente morto! La sua morte fu dovuta, oltre al fatto che ormai era sfinito dalle fatiche dell'agonia e dei processi, anche per asfissia, infatti era tale la condizione dei crocifissi che, per la legge della somma delle forze, tutto quanto il peso gravava sul centro della persona, peso che schiacciava talmente la cassa toracica che non permetteva al condannato di respirare. La rottura delle ginocchia ai condannati aveva proprio lo scopo di affrettare questa a asfissia.

b) Gesù è veramente risorto.

1. Il fatto Evangelico:

"Appena terminato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono dei profumi, poi andarono per fare su di lui le unzioni. E, di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro, quando il sole era già sorto. E dicevano tra loro: 'chi ci rivolterà la pietra del sepolcro?'. Ma, guardando, videro che la pietra già stava rivoltata da un lato; era, infatti, molto grande. Ed entrate nel sepolcro, scorsero un giovane seduto, a destra vestito di bianco e furono prese da stupore e terrore. Ma egli disse loro: " non abbiate paura. Voi cercate Gesù di Nazareth, il Crocifisso: è risuscitato, non è più quì. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ma andate la a dire ai suoi discepoli e a Pietro Egli vi precede in Galilea; là voi lo vedrete, come egli vi ha detto. Esse uscirono dal sepolcro, fuggendo, perché erano fuori di se per lo spavento. E non dissero niente a nessuno tanto erano spaventate " (Mc. 16,1-8).
Fin qui il Vangelo di S. Marco. Fu così che i seguaci del Signore appresero la notizia della scomparsa del corpo di Gesù dal sepolcro, finchè non venne Gesù stesso, con le sue apparizioni, a confermare le parole del giovane e a dare vita alla fede degli Apostoli.

2. Le apparizioni del Signore.

Infatti Gesù Cristo apparve vivo successivamente alle pie donne, agli apostoli, ai discepoli, in Gerusalemme, nei dintorni e in Galilea.
Gesù apparve fin dal mattino di Pasqua a Maria Maddalena (Mc. 16,9; Giov..20,14-15 ), quindi alle pie donne che si recavano al sepolcro ( Mt.28,9 ). Durante il giorno, non si sa preciso in quale momento, fu visto da Pietro ( Lc.24,34; 1Cor.I5,5), nel pomeriggio da due discepoli sulla strada di Emmaus ( Mc.16,I3; Lc.24,13-35) Finalmente la sera, mentre i due discepoli erano tornati a raggiungere gli undici e raccontavano il prodigio di cui erano stati testimoni, Gesù apparve agli Undici radunati; uno solo mancava, Tommaso ( Me.16,14; Lc.24,36-49; Giov. 20).
Dopo otto giorni, ancora in Gerusalemme, Gesù apparve agli Undici radunati, essendo presente Tommaso che fu invitato dal Signore a toccare la piaghe delle sue mani e del suo costato ( Giov..20,26).
Delle apparizioni avvenute in Galilea, ne conosciamo esplicitamente solo due: una, riferita da S. Giovanni, sul lago di Tiberiade a sette discepoli che stavano pescando ( Giov..21,1-14);l'altra,narrata da S. Matteo sopra una montagna davanti agli undici radunati ( Mt. 28,26-20). L'ultima apparizione avviene in Gerusalemme, sul monte degli Olivi, e precede immediatamente l'Ascensione (Lc.24,44-53; Atti 1,1-9).
A queste apparizioni si devono aggiungere le tre ricordate soltanto da S. Paolo, cioè l'apparizione ai cinquecento discepoli, quelle a S. Giacomo e a S. Paolo stesso.
E' Chiaro che qui si tratta di visioni sensibili e corporali, che implicavano la realtà del corpo del Signore; gli evangelisti parlano così chiaramente di corpo reale, di contatto sensibile, di parole pronunciate e udite. Per loro non sussiste alcun dubbio sul ritorno di Gesù alla vita corporale. D'altronde si deve escludere, in base a molte circostanze, l'illusione dei testimoni delle apparizioni.

3. Gli effetti della risurrezione.

E' un fatto innegabile che la fede della Pasqua domina il sorgere del Cristianesimo: essa riunisce gli Apostoli avviliti e dispersi dopo la passione e li lancia di nuovo a predicare il regno di Dio, prima nella stessa Gerusalemme, al cospetto dei giudici più adatti a confonderli; poi in tutto il mondo.
E questo con una tale ostinazione che ne la prigione, ne la flagellazione, ne il martirio subito da alcuni di loro, possono ridurli al silenzio.
Donde scaturisce questa fede ardente in Cristo risorto? Non vi è che una sola spiegazione possibile: la Risurrezione. Senza di essa, a quelli che avevano seguito Gesù non restava che fuggire da Gerusalemme e tornarsene alle loro reti.
Il loro stato d'animo era proprio l'opposto di quello che avrebbero dovuto avere per crearsi da soli visioni di Cristo risuscitato.
Anche San Paolo che era persecutore del Cristo diventa un suo tenace sostenitore. Ecco cosa dice egli di se stesso: " Voi avete sentito parlare delle mie relazioni di una volta col Giudaismo, come accanitamente perseguitassi la Chiesa di Dio e la devastassi, sorpassando nel Giudaismo molti della mia età e della mia nazione, come straordinario zelatore della tradizione dei miei padri " ( Gal. 1,13-14 ).
Dopo l'apparizione sulla via di Damasco egli crede fermamente nel Cristo risorto e paga la sua credenza col proprio sangue, ecco cosa ci dice delle sue peripezie: " Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato; tre volte ho fatto naufragio, ho passato una notte e un giorno nel profondo del mare. Spesso in Viaggio, tra i pericoli dei fiumi, pericoli degli assassini, pericoli da parte dei miei connazionali, pericoli dai Gentili, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli in mare, pericoli dai falsi fratelli. Nella fatica, nella miseria, in continue vigilie, nella fame, nella sete, in frequenti digiuni, nel freddo e nella nudità. Oltre a quello che mi viene dal di fuori, ho anche l'affanno quotidiano, la cura di tutte le Chiese " ( II Cor. 11,24-29 ).
Infine il cambiamento degli abitanti di Gerusalemme che alla predicazione degli apostoli si convertirono in massa, mentre prima non avevano voluto riconoscere Cristo come Messia e per questo l'avevano condannato a morte.

4. La nostra risposta alla divinità di Cristo è la fede.

Gesù è Dio, e lo abbiamo dimostrato attraverso la prova della sua risurrezione e attraverso la sue stesse parole. Ma non basta credere e sapere semplicemente ciò per andare in paradiso e vivere da veri cristiani, è necessario che tutto ciò che è creduto con la mente venga attuato con le opere, perché, come dice S. Giacomo "la fede senza le opere è morta " cioè la semplice fede non è valida per la vita eterna.
Molte volte in noi subentra lo scoraggiamento, viene ad annullarsi la volontà per fare il bene proprio perché manchiamo di una fede ardente, di una fede che spera contro ogni speranza.
E' di questa fede che trattiamo oggi.
La fede è "una virtù teologale infusa da Dio nell'intelletto, mediante la quale diamo il fermo assenso alla verità divinamente rivelata per l'autorità o la testimonianza di Dio stesso che le rivela ", da questa definizione, veniamo subito a comprendere quanta differenza passa tra la fede e la scienza. In questa , infatti vi è la conoscenza e l'intelligenza della cosa che viene vista dal nostro intelletto ed attuata dalla nostra volontà; in quella, invece, molte volte, l'intelligenza non vede e non capisce il nesso tra un termine e l'altro, tra un avvenimento esterno ed una volontà superiore che governa questo avvenimento stesso; però tuttavia, poiché è Dio stesso che parla, o attraverso la Sacra Scrittura o attraverso la Chiesa, la volontà umana accetta la cosa così come le viene presentata ed adora in essa la volontà di Dio.
E' questa la fede che strappò i miracoli a Gesù; Vediamola infatti disseminata in tutto il Vangelo:
La donna emorroissa pensa in se stessa: "Basta che io riesca a toccare le sue vesti, e sarò guarita..." le tocca, ed ottiene il miracolo, e Gesù conclude: " la tua fede ti ha salvata "( Mt.9,22 ).
La donna Cananea che insiste presso Gesù per la, guarigione della figlia, e Gesù compie il miracolo dicendo: "grande è la tua fede! ti sia fatto come desideri" (Matt. 15,21-28)
Commentando la preghiera del Centurione di Cafarnao a cui guarisce il servo, dice:" in verità vi assicuro neppure in Israele ho trovato una fede sì grande" (Matt. 8,5-13).

"Ai due ciechi che chiedevano pietà del loro stato, Gesù domanda: credete che io possa fare questo? Sì Signore - gli risposero - e Gesù a loro " vi sia fatto secondo la vostra fede" ed il miracolo avvenne! ( Mt. 9,27-30 ).
Molti e molti altri esempi si potrebbero portare per di mostrare come Gesù, prima di operare i miracoli, scruta l'animo dei presenti, per vedere se veramente in essi vi è la fede.

Mentre, e lo vediamo dallo stesso vangelo, quando vien meno la fede viene anche a mancare l'effetto miracoloso.
Siamo sul lago di Genezareth, è una notte in cui soffia forte il vento, Gesù non è sulla barca con i discepoli, però sopraggiunge dopo, camminando sulle acque. Gli Apostoli, a quella visuale, si spaventarono e dissero: - è un fantasma! - e mandarono grida di paura. Ma subito Gesù disse loro: rassicuratevi, sono io: non temete! Ma Pietro rispose: Signore, se sei Tu, comanda che io venga da te sulle acque. Ed Egli: 'vieni' gli disse. Allora Pietro, sceso di barca, cominciò a camminare sulle acque, per andare da Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, ebbe paura e, cominciando ad affondare gridò: Signore, salvami, e subito Gesù, stesa la mano, lo prese, poi gli disse: uomo di poca fede, perché hai dubitato?" (Matt. 14,22 ss.).

Un'altra volta ai discepoli che avevano dimenticato di prendere dei pani, e Gesù aveva detto loro di "guardarsi dal lievito dei farisei e dei sadducei" per cui loro si erano rammaricati che Gesù avesse scoperto la loro negligenza, lo stesso Gesù disse: "Che cosa andate ragionando fra di voi, o uomini di poca fede, per non aver preso dei pani? Non avete ancora capito; e non vi ricordate dei cinque pani per i cinquemila uomini, e quante ceste ne avete raccolte? " (Mt. 15,8-10 ).
Adesso vi esorto a fare un serio esame sulla vostra vita di fede e vediamo profondamente in noi stessi, quale è il motivo per cui in noi c'è ancora tanto male e tanta negligenza nel fare il bene.

Penso che ognuno di noi, con tanta umiltà e tanta sincerità, deve confessare a se stesso e al Signore che manca di fede.

- Manca di fede nei sacramenti e nella forza che questi hanno nel trasformare le nostre cattive inclinazioni;
- Manca di fede in Gesù Eucaristia e nell'efficacia che ha la Santa Comunione sulla nostra volontà;
- Manca di fede nel sacramento della confessione e nella efficacia di purificazione che con esso è connessa;
- Manca di fede nella Provvidenza di Dio che dispone tutte le cose per il nostro maggior bene;
- Manca di fede nel vedere l'autorità civile e religiosa come strumento di santificazione per le nostre anime;
- Manca di fede in quelle parole che facevano volare S. Paolo: "posso tutto in Colui che mi da forza!" (Philp.4,I3 ).

Se ci convincessimo di questo la nostra vita sarebbe cambiata e tutto sarebbe più facile. Se ci abbandonassimo nelle braccia del padre Celeste, la nostra vita sarebbe trasformata ed il nostro operare, anche se pieno di sacrifici, ci condurrebbe alla santità.
Vogliamo essere santi?
Vogliamo superare tutto ciò che ci porta in basso?
Crediamo fermamente che tutto ciò ci è possibile, con la grazia di Dio, che a, chi la chiede non può mancare, ed allora la santità sarà nostra.
Diciamo, come gli apostoli: " Credo, o Signore, ma aumenta la mia fede!" (cf. Luc. 17,7)