Sembrerà
strano e fuori luogo intrattenerci oggi, dopo
tanti anni di vita cristiana, sulla divinità
di Gesù Cristo. Voi potreste dirmi:
«e che! forse non sappiamo che Cristo
è esistito, è Dio ed è
morto per noi? Il fatto che siamo venute o
che andiamo in chiesa non le dice che noi
conosciamo il Signore e lo amiamo?»
Sì, e vero ciò che voi dite
e ciò che voi fate; però e anche
vero che nella vostra vita, nel vostro lavoro,
lungo i momenti di solitudine interiore o
di lotta con voi stessi o con gli altri, il
dubbio e, qualche volta - oserei dire - la
certezza che non è vero niente; che
non esiste niente e che fanno bene coloro
che non credono a nulla e che non si preoccupano
di nessuna cosa dell'altro mondo; questo dubbio
- dico - vi ha presi e vi ha, forse, sbattuti
di qua e di là lasciandovi più
freddi nell'amore e più tiepidi nel
servizio di Cristo Signore.
Ebbene,
ecco il motivo della trattazione di oggi:
abbiamo detto di come dovrebbe essere un vero
fidanzamento ed una vera amicizia; spesso
sentiamo ripetere che la nostra vita, per
essere ben vissuta, deve essere penetrata
dalla grazia; ma, forse, mai ne abbiamo sentito
dire il motivo.
Sì - ci si dice - per amore di Gesù!
Ma chi è Gesù Cristo per cui
io devo rinunciare a me stesso e vivere come
vuole Lui? Che autorità ha Egli nella
mia esistenza? E se fosse tutto falso ciò
a cui credo non ho perduto questa e l'altra
vita? E se fosse vero e vivo come se non fosse
vero niente? Che sarà di me?
Ecco alcune domande che ci siamo posti e a
cui tenterò di rispondere, nel migliore
dei modi, affinché la vostra gioia
sia completa.
Dividerò
l'argomento in 4 parti:
1)
Dimostrerò che i libri
che parlano di Gesù Cristo dicono la
verità e quindi, come tali,
bisogna crederli; 2) Servendomi di ciò
che dicono questi libri, dimostrerò
che Cristo è Dio; 3) Dimostrerò
la verità della divinità di
Cristo attraverso la prova della sua resurrezione; 4) Infine, se Cristo
é Dio, deve essere
da noi adorato.
I
Vangeli sono veri libri storici e quindi ad
essi bisogna prestare fede.
"
L'autorità storica dei Vangeli,
come di ogni altro libro, dipende da tre cose:
l'autenticità, l'integrità,
la veridicità. Essi sono autentici
se appartengono veramente al tempo e agli
autori ai quali si attribuiscono, ossia se
sono scritti che risalgano all'era apostolica,
redatti dagli apostoli Matteo e Giovanni e
dai discepoli Marco e Luca.
Sono integri se non hanno subito nel corso
dei secoli alcuna alterazione essenziale;
veridici, se i loro autori sono competenti
e riferiscono fatti certi. "(G.
Falcon: Manuale di Apologetica, pag. 162;
2 edizione - Ed. Paoline )
Ciò premesso andiamo provando uno per
uno questi tre elementi che ci daranno la
certezza della nostra fede.
I
vangeli sono autentici perché sono
stati scritti dagli apostoli Matteo e Giovanni
e dai discepoli Marco e Luca.
" Che un libro sia di un autore o
di un’altro si sa specialmente dalle testimonianze
dei contemporanei ".
Ora
dell'autenticità dei Vangeli vi sono:
I.
Le testimonianze dei discepoli degli apostoli.
Papia
( + c. 150) fu discepolo di S. Giovanni e
parla esplicitamente dei Vangeli di S. Matteo
e di S. Marco. " Matteo - Egli
dice - scrisse in lingua ebraica i discorsi
del Signore, e ciascuno li tradusse come poté".
Di S. Marco scrive "che fu interprete
di Pietro, il quale avendo bene impresso nella
memoria tutto ciò che il Signore avesse
detto o fatto, il tutto diligentemente scrisse,
benché non con ordine, poiché
egli non aveva udito il Signore, né
l'aveva mai seguito ma, come dissi, fu seguace
di Pietro, il quale, predicando il Vangelo,
l'adattava alla capacità degli ascoltatori,
non intendendo già di compilare una
storia metodica delle parole del Signore.
Quindi non é colpa di Marco se scrisse
le cose come gliele suggeriva la memoria:
una sola cosa essendogli a cuore, di non trascurare
nulla di quel che aveva udito, né mescolarvi
nulla di falso" ( Eusebio, Storia
eccl., III, 39).
Al vangelo di S. Luca e di S. Giovanni essi
alludono citando alcuni loro detti.
Per es. S. Clemente romano (+ 101) discepolo
di S. Pietro cita un detto del Vangelo di
S. Luca : " Il Signore dice nel Vangelo:
Chi è fedele nel poco, sarà
fedele anche nel più". (
Luc. 16,10) ( lett. 2 Cor. 8).
Il Vangelo di S. Giovanni è citato
a non di rado da S. Ignazio d'Antiochia, suo
discepolo (+107), da Policarpo pure discepolo
di S. Giovanni ecc. ecc.
2.
Le testimonianze di tutti gli scrittori del
II secolo.
S.
Giustino martire del 167 chiama in genere
gli Evangeli commentari scritti dagli apostoli
e dai loro discepoli". - L'autore del
canone Muratoriano ( scritto tra il 160 -
170), parla esplicitamente degli ultimi due
vangeli però sottintende i primi due;
ecco come si legge nel pezzo da noi posseduto:
" ... alle quali però fu presente
e così riferì. Il terzo Vangelo
è di Luca, medico, compagno di Paolo...;
il quarto è di Giovanni, uno dei discepoli".
Infine vediamo ciò che dice S. Ireneo
che fu vescovo di Lione e discrepolo di S.
Policarpo (+ 202).
Egli così scrive: " Matteo,
dimoroando tra gli ebrei, scrisse nella loro
lingua il suo Vangelo, mentre Pietro e Paolo
evangelizzavano e fondavano la Chiesa di Roma.
Dopo la loro dispersione Marco, discepolo
ed interprete di Pietro, anch'esso ci tramandò
in iscritto le cose che erano da Pietro predicate.
E Luca, seguace di Paolo, raccolse in un libro
il Vangelo predicato da lui. Poscia anche
Giovanni, discepolo del Signore.... diede
alla luce il suo Vangelo in Efeso, città
dell'Asia Minore"." ( E. Polipdori:
Corso di religione, I4° Ed. pag. 77-78)
3.
Le testimonianze degli eretici dei primi tempi.
Anche
gli gnostici Basilide ( 130 ), Valentino (
140 ) e Marcione ( 150 ), nonostante la loro
estrema indipendenza, non pongono mai in dubbio
l'autenticità dei nostri libri, anche
se cercano d'interpretarli in loro favore
o di mutilarli.
Lo stesso dicasi degli Ebrei ( Trifone ) e
dei Pagani ( Celso ), i quali, pur cercando
di cogliere in fallo i Vangeli e metterli
in contraddizione fra loro, non gettano neppure
l'ombra del dubbio sulla loro autenticità.
Se, infine guardiamo allo stile, alla lingua,
alla cultura, alle condizioni storiche e geografiche
riportateci dagli evangeli, non possiamo non
concludere che tali libri riflettono solamente
ed unicamente la mentalità e l'età
in cui si dice siano stati scritti.
I Vangeli sono integri, cioè i Vangeli
che noi oggi possediamo sono identici, nella
sostanza, a quelli che hanno scritto gli autori
sopra menzionati.
La genuinità dei libri del Nuovo Testamento
si prova dai manoscritti, dalle versioni,
dalle citazioni degli autori ecclesiastici
e dall'impossibilità della corruzione.
Manoscritti
e versioni
Si
conoscono più di mille manoscritti
del N.T. Due rimontano al IV secolo, cioè:
il Codice Vaticano ed il Codice Sinaitico.
Due sono del V secolo, cioè il Codice
Alessandrino che é al museo britannico
e il Codice Regio della Biblioteca nazionale
di Parigi. - Quanto alle versioni, vi é
l'Itala che rimonta al IV secolo; la versione
Siriaca, detta Pescitto, pur dello stesso
tempo. Vengono poi le versioni Copte, egiziane
ecc.. ecc.; tanto i manoscritti, quanto le
versioni concordano nella sostanza a quel
vangelo che abbiamo noi oggi, quindi il vangelo
non è stato alterato.
2.
Le citazioni dei Padri e degli autori ecclesiastici.
Dalla
fine del primo secolo fino al IV più
di duecento scrittori ecclesiastici citano
il nuovo Testamento. Tanto che un autore francese,
l'Abate Gainet, pubblicò un libro,
la Bibbia senza Bibbia, ricostruendo cioè
tutta la dottrina degli Evangeli dalle citazioni
degli autori ecclesiastici citati, di cui
é rimasto qualche scritto. Ora la dottrina
che ne emerge, é sostanzialmente la
stessa. Dunque non vi fu nel N.T. alterazione
sostanziale, altrimenti ciò non sarebbe
stato possibile.
3.
L'alterazione non poté farsi sotto
gli occhi degli apostoli né dopo di
loro.
Questo
si deduce chiaramente dalla capacità
degli apostoli di mantenere inalterata la
dottrina che predicavano come consta da alcune
loro espressioni. Eccone qualcuna: S. Paolo
" L'uomo eretico, dopo la prima e
la seconda correzione, fuggilo"
(Tito 3,10 ); e S. Giovanni così scrive:
" Se taluno viene a voi e non porta
questa dottrina, non lo ricevete in casa,
anzi non salutatelo neppure" (2Giov.
5,10 ) Così si comportarono i successori
degli apostoli, così infatti scriveva
S. Ignazio martire agli Efesini: " Se
vi vengono esposte dottrine che alterano la
fede degli apostoli, turatevi gli orecchi"
( Ef. 9,1 ).
I
vangeli sono veritieri
infatti: gli autori:
a)
Non poterono ingannarsi, narrando
ciò che videro o udirono, giacche essi
erano o testimoni oculari o testimoni auricolari.
E, per di più narrano fatti pubblici
visibili, manifesti, tali insomma, che per
accettarli non v'era bisogno né di
scienza, né di cultura, come udire
un muto che parla, vedere un morto riprendere
vita, ecc.: tanto più che i miracoli
di Gesù erano operati alla luce del
sole, e perciò stesso che erano fatti
straordinari, destavano l'attenzione e l'esame
di chi li vedeva o li ascoltava.
b)Non poterono ingannare. perché
erano molti e narrarono le cose a coloro che
le videro, poco dopo che erano accadute, e
anche ai nemici, di cui molti si convertirono.
e)
Non vollero ingannare. Si prova dalla
loro condotta dopo la morte di Gesù
Cristo; poiché predicarono con una
persuasione ed un coraggio tale che non é
da mentitori mentre prima erano timidi e paurosi
e avevano già perduta la fede nel maestro
(Atti 4,5-21; 5,25-33). Si prova dal tipo
di virtù che propongono da imitare
in Gesù Cristo mentre il mondo di allora
era diametralmente opposto a quella che era
la dottrina del Cristo. Infine si prova dal
fatto che scrivendo ognuno per conto proprio
ed in località e tempi differenti concordano
nel narrare i fatti.
A tutto ciò che abbiamo detto circa
l'autenticità., la integrità
e la veridicità dei Vangeli si devono
aggiungere queste al tre prove: " La
prima si deduce dalla maniera di narrare degli
evangelisti. Un falsario scrive in una maniera,
un uomo che narra la verità scrive
in un altra.
La seconda dal tipo nobilissimo che gli scrittori
evangelici ci danno di Gesù Cristo,
tipo impossibile ad inventarsi umanamente.
La terza dalla corrispondenza del Vangelo
con la storia antica, con la storia sincrona
ad esso e con la storia posteriore sino a
noi " ( Polidori Op.cit. pag. 85-86).
Ometto lo svolgimento di queste prove per
non essere troppo lungo e per non annoiare
di più l'uditorio, però se qualcuno
volesse approfondire l'argomento sono disposto
a farlo in separata sede.
Da
tutto ciò che ho detto e da tutto ciò
che non ho detto, sarebbe da sciocchi o da
ciechi voler continuare a dire: "
Io non credo a ciò che mi dicono i
vangeli" oppure voler negare qualcosa
del Vangelo! - Credetemi - se non si crede
al Vangelo non é perché mancano
gli elementi storici per dire il nostro sì,
ma è semplicemente, perché non
vi è la volontà di impegnarsi
fino in fondo a ciò che il vangelo
comanda e a ciò che la verità
esige.
Harnack, che é uno di questi, così
scrive: " Gli Evangeli non sono scritti
di partito; inoltre non é vero che
essi siano profondamente compenetrati dello
spirito ellenico. Essi appartengono, se guardiamo
il loro contenuto sostanziale, al periodo
primitivo od ebraico del cristianesimo...
E' gran ventura che la storia ci abbia conservato
notizie di quei tempi... Il carattere originale
degli vangeli è oggi - continua Harnack
- concordemente riconosciuto dalla critica...."
però quando si tratta di tirare le
conclusioni a ciò che aveva scritto
prima, e ciò ammettere che Gesù
é Dio e quindi riformare, la propria
vita, dice: " Che una procella si sia
sedata con una parola è cosa che non
crediamo e che non crederemo mai più"
( da Falcon: Op. cit. pag. 171 ).
mando a voi il promesso del padre mio "
( Lc. 24,49)
Cristo
è Dio.
Dopo
aver visto che i Vangeli riportano la verità
storica dell'esistenza e dell'azione di un
uomo straordinario, riferendoci a ciò
che questi stessi dicono, dimostrerò
in un modoconciso, ma nello stesso tempo,
esauriente che Gesù Cristo si disse
ed è vero figlio naturale di Dio.
Gesù si proclama Figlio di Dio nel
senso più stretto.
a)
Fin dagli inizi della sua predicazione, egli
usa studiosamente chiamare Dio suo Padre,
e non permette mai che la sua filiazione venga
confusa con quella degli altri, anche di coloro
che chiama affettuosamente suoi amici e fratelli.
" Vi assicuro che non berrò
di questo frutto della vite, fino al giorno
in cui lo berrò di nuovo con voi nel
regno del Padre mio" ( Mt. 26, 29)
"Venite, benedetti dal Padre mio
prendete possesso del regno preparato per
voi sin dalla fondazione del mondo"
(Mt. 25,34) Invece quando si tratta degli
altri, Gesù usa un altro linguaggio:
" Il padre vostro sa che avete bisogno
di tutto questo" (Mt. 6,32) "
Il Padre vostro che è nei cieli
concederà cose buone a quelli che glieli
domandano" (Mt. 7,11). "
Se non perdonerete agli uomini, nemmeno il
padre vostro vi perdonerà le vostre
mancanze" ( Mt. 6,10 ); " Voi
dunque pregate così: Padre nostro..."
(Mt. 6,9). E nulla induce a credere che il
Cristo unisse la sua voce a quella dei discepoli
per implorare il perdono delle mancanze, Egli
che durante la sua vita sfidò chiunque
a convincerlo di peccato.
In tutti i discorsi di Gesù vi è
contrapposizione costante tra le espressioni:
Padre mio, Padre vostro. Sempre si tiene separato
dal resto degli uomini, e pertanto Egli è
figlio di Dio a titolo personale ed incomunicabile,
" Il Figlio " per eccellenza, in
senso assoluto, come ripete con insistenza
(Mt. 11,27; 28,I9; Mc. 13,32).
b)
- Ecco ulteriori dichiarazioni. Il Salvatore
deplora l'accecamento dei giudei. Però,
se è vero che le classi elevate della
città orgogliosa hanno respinto il
vangelo, i semplici l'hanno accettato. Gesù
ringrazia il Padre della rivelazione che ha
riservata per loro. " Ti ringrazio,
o Padre, Signore del Cielo e della terra,
perché hai nascoste queste cose ai
dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.
Così, o Padre, perché così
ti é piaciuto. Tutto é stato
affidato a me dal Padre e nessuno conosce
il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce
il Padre tranne il Figlio e colui al il quale
il Figlio avrà voluto rivelarlo."
( Matt. 11,35-27; Lc. 10,21-22).
La dignità del figlio é dunque
così grande che solo il Padre può
comprenderla e reciprocamente solo il Figlio
può conoscere il Padre. Noi lo conosciamo
soltanto attraverso la rivelazione del Figlio.
Tale affermazione evidentemente pone il Figlio
sullo stesso piano del Padre. C'é già
in germe la dottrina di S. Giovanni: "Nessuno
ha mai veduto Dio: l'Unigenito Figlio che
é nel seno del Padre, Egli stesso ce
l'ha rivelato" (Giov. 1,18).
d)
Gesù anche al cospetto di Caifa si
proclama Dio infatti ecco cosa ci dice il
Vangelo: " Da capo il sommo sacerdote
lo interrogò e gli disse: Sei tu il
Cristo, figlio di Dio Benedetto? e Gesù
rispose: sì, lo sono; e vedrete il
figlio dell'uomo assiso alla destra della
potenza di Dio, venire sulle nubi del cielo.
E il sommo sacerdote, stracciatosi le vesti,
esclamò: che bisogno abbiamo più
di testimoni? Avete sentito la bestemmia?
Che ve ne pare? e tutti lo condannarono come
reo di morte."( Mc.14,61-64).
Gesù si attribuisce non solo il titolo
di messia ma anche una dignità divina.
Assicura che lo vedranno assiso alla destra
dell'Onnipotente e si colloca senz'altro alla
pari con Lui, in quanto l'esser seduti alla
destra del Padre.. nello stile delle lingue
orientali é una prerogativa del Figlio
e dell'erede legittimo. D'altra parte l'accusa
di bestemmia che prorompe dalla bocca dei
giudei, dimostra che non si tratta di una
filiazione adottiva, ma reale; poiché
i figli di Dio in senso generico erano numerosi
in Israele e la pretesa alla dignità
Messianica non era di per se considerata come
una bestemmia. Quello che agli occhi di Caifa
costituisce una bestemmia é il carattere
sopraumano e propriamente divino che Gesù
si attribuisce nel proclamarsi Messia.
Gesù
si é attribuito tutti i titoli e le
prerogative divine.
a)
Gesù ha assunto tutti i titoli che
l'umanità ha sempre e ovunque considerati
come caratteristica della divinità.
"Io sono la via, la verità,
la vita " ( Giov. 14,6). "
Io sono la luce del mondo; chi mi segue
non camminerà nelle tenebre ma avrà
la luce della vita" (Giov. 8,12).
" Io sono il pane vivo disceso dal
cielo"(Giov. 6,51) "io
sono la resurrezione e la vita"
(giov.6,25).
b)
In oltre si é attribuito apertamente
tutte le perfezioni inerenti alla divinità.
L'Eternità.
" Abramo, padre nostro, sospirò
di vedere il mio giorno: lo vide e ne tripudiò."
I giudei all'udire tali parole si sdegnarono
e d'altronde non arrivano a comprenderle interamante:"
Non hai ancora 50 anni e hai veduto Abramo?
" " In verità... prima che
Abramo fosse nato io sono" (Giov.
8,56- 58)". Pesate le parole, commenta
S. Agostino, e comprendete il mistero. Comprendete
che ' fosse nato' si riferisce alla creazione
dell'uomo che giunge all'esistenza: "
Io sono" significa la sostanza divina,
e il Cristo non dice ' Io ero' ma ' Io sono'
per esprimere l'eternità del suo essere"
(In Giov.. homilia 1).
L'Onnipotenza.
Gesù é padrone della vita e
della morte.
"Io
do la mia vita per nuovamente riprenderla.
E nessuno me la toglie; ma la dò io
da me stesso e sono padrone di darla e padrone
di riprenderla" (Giov. 10,17). "
Come il Padre risuscita i morti e rende
loro la vita, così pure il figlio dà
la vita a quelli che vuole" (Giov.
5,21).
Egli infonde nelle anime la vita soprannaturale...
" Chi mangia la mia carne e beve
il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò
nell'ultimo giorno" (Giov. 6,55).
L'Onniscienza.
Gesù infatti legge infondo al cuore
i pensieri più reconditi: " V'eran
lì a sedere degli scribi i quali pensavano
in cuor loro perché parla così?
Costui bestemmia. Chi può mai perdonare
i peccati se non Dio solo? Avendo Gesù
conosciuto nel suo spirito che ragionavano
in quel modo dentro di sé disse loro:
perché pensate queste cose nei vostri
cuori? " (Mc. 8,6-9).
La
santità. Tutte le anime, anche
le più pure, avvertirono sempre il
bisogno di confessare le loro colpe, sia pure
le più piccole e di chiederne con sincerità
il perdono a Dio. Gesù invece non conosce
né la penitenza né il rimorso.
" Chi mi potrà convince re
di peccato?" domanda ai giudei (Giov.
8,46).
Inoltre
Gesù si è arrogato i diritti
e ha esercitato tutti i poteri divini.
a)Vuole che gli si renda culto pari
a Dio: " Il Padre non giudica
nessuno; ma ha rimesso ogni giudizio al figlio,
affinché tutti onorino il Figlio come
onorano il Padre" Giov. 5,23).
Esige un amore sommo dovuto solo a Dio. Non
soltanto identifica l'amore dovuto al Figlio
con quello dovuto al Padre "chi odia
me odia il Padre mio" (Giov. 15,23)
ma vuole essere amato personalmente sopra
ogni cosa "Chi ama il padre e la
madre più di me, non é degno
di me" (Mt. 10,37).
Richieste comprensibilissime e del tutto naturali
se non da parte di un Dio, ma assurde e sacrileghe
in bocca ad un uomo.
b)
Inoltre Gesù esercita tutti i poteri
divini.
Legifera
come Dio. Fin dagli inizi del suo
ministero, riferendosi ai comandamenti ricevuti
da Mosè tra i lampi del Sinai, Egli
dice: " Udiste quel che fu detto
agli antichi .... ma io vi dico... è
stato pur detto... ma io vi dico..."(
Mt. 5,21).
Perdona
come Dio. Alla mensa di Simone, di
fronte a molti farisei, assolve la Maddalena,
una pubblica peccatrice: " Donna,
ti sono perdonati i peccati". Gli
astanti sbalorditi mormorano dentro di sé:
"Chi é Costui che perdona
anche i peccati?" Gesù, conoscendo
il loro intimo pensiero, si giustifica dicendo:
" Questa peccatrice mi ha bagnato
i piedi con le sue lacrime e li ha asciugata
con i a suoi capelli; ha unto con l'unguento
i miei piedi; ha molto amato." Non
dice: " Il suo cuore é tornato
a Dio," bensì: "mi ha dimostrato
molto amore". Ciò significa che
la perdona perché l'ha amato e amare
Lui equivale ad amare Dio (Lc. 7,36-50).
Verrà, a giudicare come Dio. "
Quando verrà il Figlio del l'uomo
sederà sul trono della sua gloria...
e separerà le pecore dai capri ...
Dirà a quelli che saranno alla sua
destra: Venite benedetti dal Padre mio ...
Perché ebbi sete e mi deste da bere.
ebbi fame e mi deste da mangiare; fui nudo
e mi vestiste, infermo e mi visitaste"
(Matt. 25, 31-46). Questo giudice non si preoccupa
dell'obbedienza e dell'amore dovuti al Padre
esamina le azioni riguardo a se stesso. Vice
versa minaccia il fuoco eterno a quelli che
avranno rifiutato di nutrirlo, di rivestirlo,
di consolarlo.
Gesù si identificò
espressamente con Dio.
a)L'azione del Padre e quella del Figlio
hanno la stessa continuità, efficacia
e potenza. " Il Padre mio
opera ancora ed io pure opero" dice
Gesù a quelli che l'accusavano di violare
il Sabato. E i giudei a protestare perché
si faceva uguale a Dio. Gesù risponde
loro: " Le cose che fa il Padre mio,
anch'io le faccio...Come il Padre risuscita
i morti e rende loro la vita, così
pure il Figlio dà la vita a quelli
che vuole". Ciò significa
non solo eguaglianza, ma identità di
azione e questa azione unica è opera
di due persone che si amano e si compiacciono
l'una dell'altra: " perche il Padre
ama il Figlio e gli manifestata ciò
che fa egli stesso" (Giov..5,I7-8I).
b)
Identità di natura: "Ciò
che mi ha dato il Padre è più
grande di tutto...IO e il Padre siamo una
cosa sola" (Giov..10,293).
L'affermazione è categorica e i
giudei, che l'hanno compresa nel suo vero
significato, si ribellano: "Diedero
allora di piglio alle pietre per lapidarlo". La stessa cosa dice nel Cenacolo a Filippo
che voleva vedere il Padre. (Giov. 14,9-I2)
Ecco che cosa ha detto Gesù Cristo
di se stesso. Parole inaudite, inammissibili
non soltanto sulla bocca di un uomo ma neanche
di ogni altra creatura, sia pura la più
alta. Si può discutere su questa o
quell'altra affermazione, ma, considerandole
nel loro complesso, non si può negare
che Gesù abbia avuto piena coscienza
della sua eguaglianza e identità col
Creatore. " ( G. Falcon, Op.cit.208
ss.).
Gesù
dimostrò di essere Dio attraverso il
miracolo della sua risurrezione.
Come
se tutto ciò che Gesù ha detto
di se non bastasse. Egli volle confermare
la sua divinità attraverso i miracoli.
( Il miracolo viene definito:
un fatto, scientificamente sperimentabile
e storicamente trasmissibile, straordinario,
cioè fuori di ogni ordine di cause
naturali o preternaturali, divino, cioè
tale che la causa di questo fatto deve trovarsi
solamente ed unicamente in Dio Padrone e Signore
di tutto il creato.)
Gesù di questi fatti che chiamiamo
miracolasi, ne compì moltissimi. Nel
Vangeli ne vengono registrati in un modo abbastanza
diffuso bel 43; a noi qui basta richiamarne
qualcuno per fermare poi la nostra attenzione
sulla sua risurrezione.
I miracoli principali sono: le tre
risurrezioni (Mc.5,2I-43; Lc.7,11-I6;Giov..11,I-44);
le due moltiplicazione dei pani
( Mt.14,I3-36; Mt.I5,29-39 ); la guarigione
del cieco nato ( Giov. 9,1ss ); la
guarigione del paralitico di Cafarnao
( Mc.2,I-I2 ); la tempesta sedata
( Me. 4,35-5,20 ); ecc; ecc.
Ma, dicevo a noi interessa sapere se veramente
Gesù è risorto dai morti, e
ciò perchè Egli stesso, a coloro
che un giorno gli chiesero un segno: "Maestro
desideriamo vedere un segno" rispose:
"questa generazione malvagia e adultera
cerca un segno e non le sarà dato altro
segno se non quello di Giona.. Infatti, come
Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre
del pesce, così il Figlio dell'uomo
starà tre giorni e tre notti nel cuore
della terra" (Mt.12,38,40; Lc.11,29-32
). Per Gesù quindi, unico segno per
credere alla sua dottrina e per credere alla
sua divinità è la sua risurrezione.
Infatti è evidentemente impossibile
che Dio consacri l'impostura. Se quindi Dio
ha risuscitato Gesù da morte, vuol
dire che Gesù è veramente il
suo inviato, il suo :messaggero, il suo Figlio.
La
prova di questo punto la dividiamo in due
parti: a) Gesù è veramente
morto; b) Gesù è veramente risorto.
a)
Gesù è veramente morto.
La
morte di Gesù, morte violenta sulla
croce, morte reale, e non semplice sincope
o letargo, è attestata dai Vangeli
con molti e decisivi particolari.
Essa innanzitutto risulta dalle circostanze
della Passione. Sfinito da una lunga e tremenda
agonia, Gesù è preso dai suoi
avversar:i, interrogato, condannato trascinato
da un tribunale all'altro, flagellato, incoronato
di spine.
Non era nemmeno più in grado di portare
la croce fino al luogo dell'esecuzione, tanto
che si dovette ricorrere, lungo il cammino,
all'opera di un oriundo di Cirene, Simone.
Inchiodato sul legno, dissanguato e arso dalla
sete, Gesù, dopo aver gridato a gran
voce, rese lo spirito ( Mt. 27,50; Mc. 15,37;
Lc.23,43; Giov.. 19,30 ). Un soldato, con
una lancia, gli diede il colpo di grazia (
Giov.. 19,34); e fu seppellito avvolto in
cento libbre di aromi che l'avrebbero soffocato
se avesse ancora respirato (Mt. 27,57-61;
Marc.15,42-47; Le.23,50-56; Giov..19,38-42).
Ma era veramente morto? Ce lo assicura il
contegno di Pilato che nei confronti del trattamento
del corpo di Gesù: a Giuseppe di Arimatea
solo dopo essersi accertato della morte; dei
soldati che finirono a colpi di mazza i ladroni
crocifissi, ma non toccarono Gesù,
vedendo che era già morto; degli amicidi
Gesù che lo deposero dalla croce, ne
prepararono il corpo e lo deposero nel sepolcro,
cosa che non avrebbero fatto se avessero avuto
il minimo dubbio che fosse ancora vivo; dei
nemici che, temendo qualche frode, dovettero
prendere precauzioni.
Altro fatto certo: la sepoltura di Gesù
entro un sepolcro nuovo scavato nella pietra,
datagli da Giuseppe di Arimatea (Mt. 27,61
). Costui, uomo dabbene e ricco, membro del
sinedrio, discepolo segreto di Gesù,
non aveva consentito alle deliberazioni che
si erano concluse con la condanna a morte
di Gesù. Quando poi Gesù fu
spirato, si presentò a Pilato e, secondo
la disposizione della legge romana (Corpora
animadversorum quìbuslibet petentibus
ad sepulturam danda sunt Digest. XLVIII, 24),
riuscì ad ottenere il corpo. L'avvicinarsi
del Sabato lo costrinse a limitarsi a un'imbalsamazione
sommaria. E San Matteo parla dei parla dei
soldati mandati dai principi dei sacerdoti
a custodire il a sepolcro."(Falcon:
Op. Cit. pag.263-264)
Gesù quindi è veramente morto!
La sua morte fu dovuta, oltre al fatto che
ormai era sfinito dalle fatiche dell'agonia
e dei processi, anche per asfissia, infatti
era tale la condizione dei crocifissi che,
per la legge della somma delle forze, tutto
quanto il peso gravava sul centro della persona,
peso che schiacciava talmente la cassa toracica
che non permetteva al condannato di respirare.
La rottura delle ginocchia ai condannati aveva
proprio lo scopo di affrettare questa a asfissia.
b)
Gesù è veramente risorto.
1.
Il fatto Evangelico:
"Appena
terminato il sabato, Maria di Magdala, Maria
di Giacomo e Salome comprarono dei profumi,
poi andarono per fare su di lui le unzioni.
E, di buon mattino, il primo giorno dopo il
sabato, vennero al sepolcro, quando il sole
era già sorto. E dicevano tra loro:
'chi ci rivolterà la pietra del sepolcro?'.
Ma, guardando, videro che la pietra già
stava rivoltata da un lato; era, infatti,
molto grande. Ed entrate nel sepolcro, scorsero
un giovane seduto, a destra vestito di bianco
e furono prese da stupore e terrore. Ma egli
disse loro: " non abbiate paura. Voi
cercate Gesù di Nazareth, il Crocifisso:
è risuscitato, non è più
quì. Ecco il luogo dove l'avevano deposto.
Ma andate la a dire ai suoi discepoli e a
Pietro Egli vi precede in Galilea; là
voi lo vedrete, come egli vi ha detto. Esse
uscirono dal sepolcro, fuggendo, perché
erano fuori di se per lo spavento. E non dissero
niente a nessuno tanto erano spaventate "
(Mc. 16,1-8).
Fin qui il Vangelo di S. Marco. Fu così
che i seguaci del Signore appresero la notizia
della scomparsa del corpo di Gesù dal
sepolcro, finchè non venne Gesù
stesso, con le sue apparizioni, a confermare
le parole del giovane e a dare vita alla fede
degli Apostoli.
2.
Le apparizioni del Signore.
Infatti
Gesù Cristo apparve vivo successivamente
alle pie donne, agli apostoli, ai discepoli,
in Gerusalemme, nei dintorni e in Galilea.
Gesù apparve fin dal mattino di Pasqua
a Maria Maddalena (Mc. 16,9; Giov..20,14-15
), quindi alle pie donne che si recavano al
sepolcro ( Mt.28,9 ). Durante il giorno, non
si sa preciso in quale momento, fu visto da
Pietro ( Lc.24,34; 1Cor.I5,5), nel pomeriggio
da due discepoli sulla strada di Emmaus (
Mc.16,I3; Lc.24,13-35) Finalmente la sera,
mentre i due discepoli erano tornati a raggiungere
gli undici e raccontavano il prodigio di cui
erano stati testimoni, Gesù apparve
agli Undici radunati; uno solo mancava, Tommaso
( Me.16,14; Lc.24,36-49; Giov. 20).
Dopo otto giorni, ancora in Gerusalemme, Gesù
apparve agli Undici radunati, essendo presente
Tommaso che fu invitato dal Signore a toccare
la piaghe delle sue mani e del suo costato
( Giov..20,26).
Delle apparizioni avvenute in Galilea, ne
conosciamo esplicitamente solo due: una, riferita
da S. Giovanni, sul lago di Tiberiade a sette
discepoli che stavano pescando ( Giov..21,1-14);l'altra,narrata
da S. Matteo sopra una montagna davanti agli
undici radunati ( Mt. 28,26-20). L'ultima
apparizione avviene in Gerusalemme, sul monte
degli Olivi, e precede immediatamente l'Ascensione
(Lc.24,44-53; Atti 1,1-9).
A queste apparizioni si devono aggiungere
le tre ricordate soltanto da S. Paolo, cioè
l'apparizione ai cinquecento discepoli, quelle
a S. Giacomo e a S. Paolo stesso.
E' Chiaro che qui si tratta di visioni sensibili
e corporali, che implicavano la realtà
del corpo del Signore; gli evangelisti parlano
così chiaramente di corpo reale, di
contatto sensibile, di parole pronunciate
e udite. Per loro non sussiste alcun dubbio
sul ritorno di Gesù alla vita corporale.
D'altronde si deve escludere, in base a molte
circostanze, l'illusione dei testimoni delle
apparizioni.
3.
Gli effetti della risurrezione.
E'
un fatto innegabile che la fede della Pasqua
domina il sorgere del Cristianesimo: essa
riunisce gli Apostoli avviliti e dispersi
dopo la passione e li lancia di nuovo a predicare
il regno di Dio, prima nella stessa Gerusalemme,
al cospetto dei giudici più adatti
a confonderli; poi in tutto il mondo.
E questo con una tale ostinazione che ne la
prigione, ne la flagellazione, ne il martirio
subito da alcuni di loro, possono ridurli
al silenzio.
Donde scaturisce questa fede ardente in Cristo
risorto? Non vi è che una sola spiegazione
possibile: la Risurrezione. Senza di essa,
a quelli che avevano seguito Gesù non
restava che fuggire da Gerusalemme e tornarsene
alle loro reti.
Il loro stato d'animo era proprio l'opposto
di quello che avrebbero dovuto avere per crearsi
da soli visioni di Cristo risuscitato.
Anche San Paolo che era persecutore del Cristo
diventa un suo tenace sostenitore. Ecco cosa
dice egli di se stesso: " Voi avete
sentito parlare delle mie relazioni di una
volta col Giudaismo, come accanitamente perseguitassi
la Chiesa di Dio e la devastassi, sorpassando
nel Giudaismo molti della mia età e
della mia nazione, come straordinario zelatore
della tradizione dei miei padri "
( Gal. 1,13-14 ).
Dopo l'apparizione sulla via di Damasco egli
crede fermamente nel Cristo risorto e paga
la sua credenza col proprio sangue, ecco cosa
ci dice delle sue peripezie: " Dai
Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi
meno uno; tre volte sono stato battuto con
le verghe; una volta sono stato lapidato;
tre volte ho fatto naufragio, ho passato una
notte e un giorno nel profondo del mare. Spesso
in Viaggio, tra i pericoli dei fiumi, pericoli
degli assassini, pericoli da parte dei miei
connazionali, pericoli dai Gentili, pericoli
nella città, pericoli nel deserto,
pericoli in mare, pericoli dai falsi fratelli.
Nella fatica, nella miseria, in continue vigilie,
nella fame, nella sete, in frequenti digiuni,
nel freddo e nella nudità. Oltre a
quello che mi viene dal di fuori, ho anche
l'affanno quotidiano, la cura di tutte le
Chiese " ( II Cor. 11,24-29 ).
Infine il cambiamento degli abitanti di Gerusalemme
che alla predicazione degli apostoli si convertirono
in massa, mentre prima non avevano voluto
riconoscere Cristo come Messia e per questo
l'avevano condannato a morte.
4.
La nostra risposta alla divinità di
Cristo è la fede.
Gesù
è Dio, e lo abbiamo dimostrato attraverso
la prova della sua risurrezione e attraverso
la sue stesse parole. Ma non basta credere
e sapere semplicemente ciò per andare
in paradiso e vivere da veri cristiani, è
necessario che tutto ciò che è
creduto con la mente venga attuato con le
opere, perché, come dice S. Giacomo
"la fede senza le opere è
morta " cioè la semplice
fede non è valida per la vita eterna.
Molte volte in noi subentra lo scoraggiamento,
viene ad annullarsi la volontà per
fare il bene proprio perché manchiamo
di una fede ardente, di una fede che spera
contro ogni speranza.
E' di questa fede che trattiamo oggi.
La fede è "una virtù
teologale infusa da Dio nell'intelletto, mediante
la quale diamo il fermo assenso alla verità
divinamente rivelata per l'autorità
o la testimonianza di Dio stesso che le rivela
", da questa definizione, veniamo
subito a comprendere quanta differenza passa
tra la fede e la scienza. In questa , infatti
vi è la conoscenza e l'intelligenza
della cosa che viene vista dal nostro intelletto
ed attuata dalla nostra volontà; in
quella, invece, molte volte, l'intelligenza
non vede e non capisce il nesso tra un termine
e l'altro, tra un avvenimento esterno ed una
volontà superiore che governa questo
avvenimento stesso; però tuttavia,
poiché è Dio stesso che parla,
o attraverso la Sacra Scrittura o attraverso
la Chiesa, la volontà umana accetta
la cosa così come le viene presentata
ed adora in essa la volontà di Dio.
E' questa la fede che strappò i miracoli
a Gesù; Vediamola infatti disseminata
in tutto il Vangelo:
La donna emorroissa pensa in se stessa: "Basta
che io riesca a toccare le sue vesti, e sarò
guarita..." le tocca, ed ottiene
il miracolo, e Gesù conclude: "
la tua fede ti ha salvata "( Mt.9,22
).
La donna Cananea che insiste presso Gesù
per la, guarigione della figlia, e Gesù
compie il miracolo dicendo: "grande
è la tua fede! ti sia fatto come desideri"
(Matt. 15,21-28)
Commentando la preghiera del Centurione di
Cafarnao a cui guarisce il servo, dice:"
in verità vi assicuro neppure in
Israele ho trovato una fede sì grande"
(Matt. 8,5-13).
"Ai
due ciechi che chiedevano pietà del
loro stato, Gesù domanda: credete che
io possa fare questo? Sì Signore -
gli risposero - e Gesù a loro "
vi sia fatto secondo la vostra fede"
ed il miracolo avvenne! ( Mt. 9,27-30 ).
Molti e molti altri esempi si potrebbero portare
per di mostrare come Gesù, prima di
operare i miracoli, scruta l'animo dei presenti,
per vedere se veramente in essi vi è
la fede.
Mentre,
e lo vediamo dallo stesso vangelo, quando
vien meno la fede viene anche a mancare l'effetto
miracoloso.
Siamo sul lago di Genezareth, è una
notte in cui soffia forte il vento, Gesù
non è sulla barca con i discepoli,
però sopraggiunge dopo, camminando
sulle acque. Gli Apostoli, a quella visuale,
si spaventarono e dissero: - è un fantasma!
- e mandarono grida di paura. Ma subito Gesù
disse loro: rassicuratevi, sono io: non temete!
Ma Pietro rispose: Signore, se sei Tu, comanda
che io venga da te sulle acque. Ed Egli: 'vieni'
gli disse. Allora Pietro, sceso di barca,
cominciò a camminare sulle acque, per
andare da Gesù. Ma, vedendo che il
vento era forte, ebbe paura e, cominciando
ad affondare gridò: Signore, salvami,
e subito Gesù, stesa la mano, lo prese,
poi gli disse: uomo di poca fede, perché
hai dubitato?" (Matt. 14,22 ss.).
Un'altra
volta ai discepoli che avevano dimenticato
di prendere dei pani, e Gesù aveva
detto loro di "guardarsi dal lievito
dei farisei e dei sadducei" per cui loro
si erano rammaricati che Gesù avesse
scoperto la loro negligenza, lo stesso Gesù
disse: "Che cosa andate ragionando fra
di voi, o uomini di poca fede, per non aver
preso dei pani? Non avete ancora capito; e
non vi ricordate dei cinque pani per i cinquemila
uomini, e quante ceste ne avete raccolte?
" (Mt. 15,8-10 ).
Adesso vi esorto a fare un serio esame sulla
vostra vita di fede e vediamo profondamente
in noi stessi, quale è il motivo per
cui in noi c'è ancora tanto male e
tanta negligenza nel fare il bene.
Penso
che ognuno di noi, con tanta umiltà
e tanta sincerità, deve confessare
a se stesso e al Signore che manca di fede.
-
Manca di fede nei sacramenti e nella forza
che questi hanno nel trasformare le nostre
cattive inclinazioni;
- Manca di fede in Gesù Eucaristia
e nell'efficacia che ha la Santa Comunione
sulla nostra volontà;
- Manca di fede nel sacramento della confessione
e nella efficacia di purificazione che con
esso è connessa;
- Manca di fede nella Provvidenza di Dio che
dispone tutte le cose per il nostro maggior
bene;
- Manca di fede nel vedere l'autorità
civile e religiosa come strumento di santificazione
per le nostre anime;
- Manca di fede in quelle parole che facevano
volare S. Paolo: "posso tutto in Colui
che mi da forza!" (Philp.4,I3 ).
Se
ci convincessimo di questo la nostra vita
sarebbe cambiata e tutto sarebbe più
facile. Se ci abbandonassimo nelle braccia
del padre Celeste, la nostra vita sarebbe
trasformata ed il nostro operare, anche se
pieno di sacrifici, ci condurrebbe alla santità.
Vogliamo essere santi?
Vogliamo superare tutto ciò che ci
porta in basso?
Crediamo fermamente che tutto ciò ci
è possibile, con la grazia di Dio,
che a, chi la chiede non può mancare,
ed allora la santità sarà nostra.
Diciamo, come gli apostoli: " Credo,
o Signore, ma aumenta la mia fede!"
(cf. Luc. 17,7)