tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
II - RISPOSTE ALLE DIFFICOLTA'
Considerazioni
generali. - Ecco dunque l'obiezione
capitale, da cui derivano tutte le altre che
abbiamo riportato: le speranze smisurate come
pure le esigenze spinte più in alto
di quanto comportino le reali condizioni della
nostra vita. In sostanza occorre quindi giustificare
l'affermazione dell'intima unione tra Dio
e l'uomo. Ora, avviene che la filosofia religiosa
e la riflessione critica, per la loro stessa
natura, son portate al razionalismo. Esse
giudicano la religione solo dal punto di vista
razionale, considerano la relazione di Dio
all'uomo solo nel campo dei concetti misurando
unicamente l'abisso tra l'Infinito e il finito,
diffidano aprioristicamente della visuale
verso cui la dottrina cristiana- cerca di
orientare i nostri sguardi, perché,
si dice, quest'"orientamento ci supera
completamente ".
Senza
dubbio si è perfettamente nel vero
quando si dice che Dio è l'Inaccessibile,
l'Ineffabile, e che non c'è nessuna
misura comune tra Lui e il creato. Anziché
pensare a negare questo, la religione trae
da tali insegnamenti quest'immediata conclusione
pratica: il finito è quello che è
ed ha quello che ha, grazie unicamente ai
doni e quindi alla presenza dell'Infinito.
Trascendenza non è sinonimo di lontananza.
Causa prima e Universale, Fonte da cui deriva
ad ogni istante tutto ciò che è
e tutto ciò che diviene, Dio è
nell'intimo di ogni cosa e di noi stessi:
" In Lui noi viviamo, ci muoviamo e siamo
".
La
religione di regola segue all'affermazione
dell'esistenza di Dio e della sua Provvidenza.
La religione infatti è " il vincolo
che lega la creatura umana alla realtà
misteriosa dalla quale sente di dipendere
essa e l'ambiente immediato in cui vive, e
dalla quale per conseguenza dipende il nostro
destino a {Sertillanges, Catechismo degli
increduli, trad. it., p. 37).
Deve
dunque destare stupore se l'istinto religioso
cerca oltre i confini del visibile la fonte
prima di tutto ciò che è, per
attingervi la pienezza della vita?
È
cosa giusta relegare la religione nel campo
dei sogni, perché essa, oltrepassando
le speculazioni dello spirito, risveglia nel
cuore umano risonanze prolungate? E perché
negare ad affermazioni religiose ogni realtà
solo perché trovate rispondenti ad
aspirazioni universali tanto profonde quanto
tenaci, o perché religioni di ogni
specie hanno interpretato in modo inetto simile
bisogno del divino?
Ma
il ricorso a Dio, come viene affermato dalle
dottrine della Redenzione, della Grazia e
dei Novissimi, ponendo tra Dio e l'uomo un'unione
d'amicizia, di reciproca dedizione, fino a
ridurre Dio al posto di creatura e fino a
dare all'uomo l'illusione di essere Dio, non
va molto più avanti?
Perché
se già una volta Dio volle inchinarsi
per essere al principio del nostro essere,
non potrebbe inchinarsi ancora per essere
al principio del nostro perfezionamento? Se
continuamente colma il nostro k bisogno d'essere
", ci può anche accordare quanto
ci manca ancora finché non siamo in
possesso di lui stesso.
È
evidente che l'atto creatore contiene già
in germe l'atto santificatore, e la dottrina
dell'elevazione soprannaturale non solo non
è estranea, e tanto meno opposta, all'idea
di creazione, ma le si accorda perfettamente,
poiché Dio, l'Essere assoluto, realizza,
con la creazione, degli esseri fuori di se
stesso, restando intatta la trascendenza;
e, se vuole, può accordare alle creature
di partecipare ancora più intimamente
del suo essere. Il Dio creatore e principio
di ogni dono può divenire il nostro
Padre e quindi l'elevazione soprannaturale,
nell'ipotesi d'una caduta universale o personale,
comporta la Redenzione, e una specie di seconda
creazione, che perfeziona e nobilita la prima.
Concludiamo
dunque: se è legittima e fondata l'aspirazione
umana d'elevarsi fino a Dio, a trovare in
lui la felicità, la sfera religiosa
si spalanca interamente davanti a noi. Però
chi s'avvicina al dato religioso e cerca l'intelligenza
delle cose della fede, dev'essere convinto
di avvicinarsi al mistero divino, dove l'Infinito
si unisce al finito con un'intimità
tale che il linguaggio umano non sa esprimere
in termini adeguati. Infatti ad ogni passo
le nostre concezioni umane e filosofiche si
trovano alle prese con una realtà e
una verità superiore, e il nostro pensiero
resta continuamente sospeso tra la grandezza
ineffabile di Dio e l'inclinazione a pensarlo
in funzione di noi stessi.
Se
il bisogno che abbiamo di Dio è talmente
umano deve pure essere universale. Ma davanti
all'ineffabile profondità è
comprensibile come la ricerca umana abbia
deviato in tentativi infruttuosi, essendo
l'uomo incapace di concretare la risposta
che può attendere solo da Dio, perché
fuori di Dio le basi di ricerca sono solamente
delle apparenze o dei dati necessariamente
frammentari. Le religioni false o quelle che
contengono particelle di verità non
possono dunque gettare il sospetto sulla vera
religione.
Prima
d'intraprendere l'esame delle difficoltà
particolari mosse contro le dottrine del nostro
destino soprannaturale, dobbiamo accettare
quest'elemento misterioso che avvolge il fenomeno
religioso come d'una nebbia: e proprio sotto
quest'angolo di mistero occorre riguardare
le risposte, le quali, come dice San Tommaso
d'Aquino, hanno l'unico scopo di liberare
lo spirito da ciò che gl'impedisce
di aderire e di darsi. L'adesione religiosa
non sarà, né potrà essere,
una conclusione semplicemente logica, perché
le dottrine che ci vengono dall'alto, non
essendo frutti della nostra dialettica, non
possono affatto essere adeguatamente ridotte
alla sua misura. È con tale atteggiamento
dello spirito di fronte al mistero che ci
accingiamo ad esaminare le obiezioni proposte.
§
1. - La Redenzione.
L'indigenza
dell'uomo e il dono di Dio. - Si
dice che la dottrina della Redenzione rivela
la suprema indigenza di Dio, avendo Egli dovuto
immolare se stesso per avere il diritto di
perdonare all'uomo peccatore.
Siffatto
rimprovero non riguarda per nulla la tesi
cattolica, che intende conservare tutt'intera
la trascendenza divina. Gl'interventi divini
nella creazione in generale o nell'umanità
in particolare indicano un'indigenza che bisogna
cercare dalla parte della creatura o dell'uomo,
non dalla parte di Dio, la cui perfezione
resta immutabile, quando ci crea e quando
ci salva. Se la divinità subisse le
nostre trasformazioni, sarebbe di colpo negata
e il Dio creatore, postulato dalla contingenza
dell'universo, non sarebbe più il Creatore.
Ma Dio resta immutabile anche quando, a un
dato momento, si inserisce più intimamente
nella nostra storia con l'Incarnazione; e
se s'unisce a una natura umana, questa sola
sarà soggetta alle vicende e ai limiti
umani, ed essa sola soffrirà l'agonia
e la morte della croce.
Come
la creazione, l'Incarnazione e la Redenzione
costituiscono un dono, ma più perfetto,
di Dio all'uomo; perciò ne è
beneficiario l'uomo non Dio, che attua la
redenzione non perché abbia bisogno
dell'uomo e della sua amicizia, ma perché
l'uomo decaduto ha bisogno di questa misericordia
suprema. Con l'Incarnazione Dio da a un'umanità
d'essere unita al Verbo divino in una unità
di persona; ecco quindi una natura umana elevata
fino a Dio, totalmente vicina alla sorgente,
da cui riceve la pienezza del dono divino
che comunicherà agli uomini suoi fratelli
quando li avrà resi degni con la sua
espiazione, perché essa sola, pura
e senza macchia, potrà offrire a Dio
una riparazione efficace e sufficiente. La
felicità divina è completa senza
la nostra espiazione, ma noi, per compiere
il nostro destino, abbiamo bisogno d'offrirgliela,
e non avendo nulla che meriti di venire offerto
a Lui, Egli stesso ci ha dato l'umanità
del suo Verbo da presentare a Lui.
Non
c'è alcuna apparenza mitologica, perché
il Verbo, assumendo la natura umana, non annientò
la sua divinità che nel Cristo resterà
sempre immutabile, anche quando l'umanità
si dibatterà nell'ultima agonia. Infine
Dio ha così perseguito le creature
col suo amore, non perché siano amabili,
poiché sono buone solo in quanto Dio
le ama e le arricchisce dei suoi doni. Il
nostro bisogno d'amare manifesta la nostra
indigenza, perché l'amore per noi è
un arricchimento; invece in Dio l'amore è
un dono e il suo k bisogno d'amare "
manifesta una sovrabbondanza infinita. Siamo
qui infinitamente lontani dai miserabili amori
mitologici degli dèi che mendicano
le nostre povere gioie umane.
Ma
siamo al centro stesso del mistero cristiano:
l'ultimo perché ci sfugge. Non siamo
in grado di spiegare l'Incarnazione e la Redenzione
come non possiamo spiegare la creazione. La
nostra intelligenza si trova sospesa. La teologia
determinerà le condizioni di questi
misteri, in modo da far vedere come la
perfezione divina da una parte e le prerogative
umane dall'altra permangano intatte, ma non
possiamo andar oltre senza perderci nel mistero.
Far tacere la nostra dialettica, accettare,
sottometterci, ecco il vero atteggiamento
religioso.
La
salvezza, opera personale e interiore. -
Ci si obietta ancora l'inutilità della
Redenzione. Il peccato e la perdizione sussistono.
Ogni peccatore deve espiare, rialzarsi, cioè
operare la sua propria redenzione. La redenzione
cristiana è dunque inefficace e anche
superflua.
L'accusa
nasce da una concezione naturalistica o pelagiana
che non può essere quella della teologia
cattolica, perché suppone che l'uomo,
per piacere a Dio, basti a se stesso, che
le sole risorse della natura siano sufficienti
per salvarsi, dimenticando che il soprannaturale
non ci appartiene, ma ci deve essere comunicato.
D'altra
parte l'obiezione non ci riguarda perché
non concepiamo la Redenzione meccanicamente
come cosa esteriore die lasci l'uomo qual
è, pur attribuendogli il beneficio
d'un merito che non gli apparterrebbe. La
dottrina cattolica ritiene che la salvezza
è un'opera personale, un'opera espiatrice
e riparatrice, come provano la morale e l'ascesi
cristiana. Però la salvezza è
impossibile e inefficace se non attinge il
suo valore da una redenzione efficace per
se stessa: salvezza collettiva di cui ciascuno
è chiamato a beneficiare.
Infatti
la dottrina della Redenzione è d'ispirazione
soprannaturale e la salvezza non consiste
nel liberare l'uomo da quello che quaggiù
l'opprime, nel fargli superare i suoi limiti
personali, o anche nel condurlo a una certa
elevazione morale o spirituale, insomma nel
realizzare un valore puramente umano, per
grande e sublime che sia. La redenzione invece
rimette'l'uomo nel favore del divino e, grazie
ad essa, una forza superiore di vita nuova
lo orienta verso il suo destino soprannaturale.
È
un nuovo universo che ci appella, ma noi siamo
incapaci di penetrarvi da noi stessi, poiché
la restituzione dell'uomo decaduto nel favore
di Dio, la nuova ascensione dopo la caduta
verso il destino soprannaturale si compie
solo per e in Cristo Redentore, nel quale
si ritrova, inesauribile, la grazia di Dio
perduta o rifiutata in seguito alla caduta.
Quindi per ritrovare la via abbandonata ogni
individuo umano dovrà entrare in contatto
vitale con Cristo, prendere parte in Lui al
moto ascensionale, ricevere da Lui l'elevazione
e l'energia soprannaturale, senza di che tutti
gli atti personali espiatori e riparatori
non avranno valore. Al contrario, sarebbe
erroneo concludere che l'efficacia della redenzione
consiste unicamente nel costituire un dono
oggettivo, un capitale di grazie messo a disposizione
di ciascuno, poiché la redenzione effettuata
diventa una realtà interiore a ciascuno
di noi, che lavora le anime, illumina le intelligenze,
stimola le volontà; più che
un esempio e una realtà morale, essa
è una realtà ontologica: è
Cristo presente in noi mediante la sua grazia.
È
dunque evidente che la Redenzione cristiana
in ognuno di noi è un'opera di collaborazione
tra Dio e l'uomo. La dottrina cattolica della
Redenzione come rispetta la trascendenza divina,
salvaguarda anche l'iniziativa umana perché,
secondo essa, l'uomo non deve subire la redenzione,
ma accettarla liberamente e farla sua. Quindi
anche se rimangono il peccato e la possibilità
della perdizione, non è già
per una deficienza dell'opera redentrioe,
ma dipende dal segreto della responsabilità
personale, della libera determinazione lasciata
all'uomo perché decida egli stesso
della sua salvezza.
Il
vero compito della sofferenza. -
Ci si rimprovera, anche di attribuire alla
sofferenza un compito redentore, e ci si stupisce
del fatto che il disordine possa essere all'origine
d'una riparazione; ancor più, ci si
sdegna constatando che l'uomo dei dolori è
un innocente e si arriva a pensare a un antropomorfismo
primitivo che concepisce un Dio alterato dalla
vendetta e sì crudele da placarsi solo
alla vista del sangue.
Ma
il rimprovero attribuisce alla dottrina cattolica
ciò che ne è solo la deformazione.
La dottrina cattolica vede certamente in Cristo
crocefisso il simbolo della redenzione, medita
le sofferenze che Egli sopportò per
la nostra salute e vede in esse la prova suprema
del suo amore, poiché egli stesso ci
ha detto che " l'amore supremo consiste
nel dare la propria vita per gli amici ".
Però questo non significa che la dottrina
cattolica ponga nella sofferenza come tale
tutta la redenzione o che ne ponga in essa
l'elemento principale. Il rimprovero riguarda
solo la vecchia teologia protestante che,
cadde in questo difetto impegnandosi a far
vedere il Cristo sofferente come il perseguitato
della giustizia divina, che concentra su di
sé tutti i rigori divini contro il
peccato. In questo modo Cristo è colui
che vuole soddisfare da se stesso l'estrema
giustizia, che vuoi pagare fino all'ultimo
centesimo il debito d'espiazione.
Quest'immagine
è nota ed è comparsa anche sui
pulpiti cattolici. Dio guarda la bilancia
della sua giustizia. Su un piatto vi è
tutto il cumulo dei peccati del mondo fino
alla fine dei tempi e sull'altro sono riuniti
tutti i dolori di Cristo. Il contrappeso è
perfetto. Dio è soddisfatto. "
Spingendo questa teoria della giustizia pommutativa
fino a farla esclusiva, scrive il P. d'Alès,
la dommatica luterana finisce nell'assurdo
e nella bestemmia " (Rédemption,
in D. A. F. C, IV, 558). Invece nella teoria
cattolica è redentivo l'amore con cui
Cristo ha sofferto. Ben diversa è questa
visuale, dove la Redenzione diviene un mistero
d'amore, molto più che un mistero di
sofferenza. Questo non significa che scompaia
la sofferenza della Redenzione perché
proprio sulla croce Cristo compì la
sua opera. La Redenzione rialza una razza
decaduta a causa del godimento sfrenato; si
comprende pertanto che parte vi occupi la
sofferenza espiatrice.
La
sofferenza è una prova d'amore.
- Abbandonandosi ai piaceri fuori d'ogni norma,
seguendo i propri istinti inferiori, preferendo
la sua soddisfazione personale al bene generale,
l'uomo si degrada e cammina nella direzione
opposta alla perfezione cui deve tendere,
turba l'ordine e pecca. Ora tutti i tempi
e tutti i popoli furono convinti che l'uomo,
rifiutandosi il piacere e accettando con coraggio
e grandezza d'animo la sofferenza, si corregge,
si nobilita e nello stesso tempo espìa
e ripara le sue concessioni alla mollezza
e alla voluttà, dimostrando così
che abbandona l'egoismo, che si distacca dal
suo io, che deplora le sue deficienze, avendo
coscienza che, accettando la sofferenza con
le dovute disposizioni, paga il debito contratto
con i suoi delitti,
Le
sofferenze di Cristo comportano la soddisfazione
e l'espiazione reclamate dall'ordine leso
e a buon diritto richieste dalla giustizia
divina; e tale soddisfazione è piena
e abbondante. Ma le sofferenze sono qualcosa
di più di una riparazione morale; poiché
nell'umanità del Salvatore e per l'intera
umanità, di cui Egli è il capo,
esse ripercorrono in senso inverso la via
seguita dai peccati degli uomini. Con la caduta
originale e con le loro colpe personali gli
uomini si allontanarono da Dio, attirati,
trattenuti e avviliti dal peccato. In Cristo
si compie un movimento di ritorno: l'amore
di Dio e l'attrattiva della grazia dominano
ed elevano l'uomo sopra le inclinazioni perverse;
l'ascensione di Cristo redentore verso Dio
espia e ripara la discesa verso il peccato;
in lui l'umanità, che Egli ha associato
a sé, è sulla via del ritorno
a Dio.
Perciò
il disordine non viene riparato da un nuovo
disordine, ma da un valore morale e dall'ascesa
spirituale, soprannaturale d'un'umanità
rigenerata. Ora per rendere possibile l'ascesa,
bisognava spezzare un ostacolo, occorreva
che fosse pagato il debito di soddisfazione
e che fosse restaurato l'ordine della giustizia.
La
Redenzione quindi manifesta l'amore di Dio,
molto più che la sua giustizia, poiché,
essendo noi incapaci di ricollocarci da noi
stessi nel nostro destino soprannaturale,
Dio ci ha dato nel Cristo sofferente la riparazione
dell'ordine leso, la soddisfazione sovrabbondante,
assieme alla forza necessaria per superare
le nostre debolezze e per raggiungere, malgrado
queste, il nostro destino eterno.
Tuttavia,
si dirà, la spiegazione non diminuisce
la forza dell'obiezione, perché si
comprende come la sofferenza del colpevole
sia salvatrice ed espiatrice, ma non come
possa avere questo valore- quando chi la sopporta
è un innocente.
Nemmeno
questo rimprovero riguarda la teoria cattolica,
poiché, per indignarsi delle sofferenze
dell'Innocente, bisogna considerarle come
un castigo, con cui la repressione divina
s'accanisce sull'Innocente, mostrandoci cosi
un Dio crudele e impotente a raggiungere i
veri colpevoli. Anche questa teoria del castigo
è una deformazione protestante che,
sotto l'usbergo del giansenismo, s'introdusse
talvolta sui pulpiti cattolici, tanto più
che si prestava molto bene per gli effetti
oratori. Ma le cose stanno ben diversamente.
Il Cristo espia liberamente, non per peccati
che non ha commesso, ma per i peccati che
ha preso sopra di sé, per i peccati
dell'umanità che Egli, restaurando
l'ordine turbato, trascina con sé in
una nuova vita. Il Giusto sofferse per il
colpevole non perché questi sfuggisse
alla necessaria espiazione, ma per dare a
quest'espiazione il suo valore davanti a Dio,
cioè per rendere possibile la vera
riparazione personale.
Dio
poteva certamente restituirci la sua amicizia
e i suoi doni ad altre condizioni. Per quanto
pare a noi, un perdono generoso, " un
semplice colpo di spugna " poteva bastare.
Tuttavia il nostro senso religioso si trova
meglio con la redenzione reale, tale e quale
fu compiuta. Noi ci rendiamo meglio conto
della perfetta giustizia di Dio; abbiamo più
fiducia in quest'espiazione adeguata; soprattutto
ci viene meglio manifestato l'incomprensibile
mistero dell'amore di Dio. Ma anche qui c'è
il mistero che lascia tutti i nostri perché
senza risposta. È proprio il Dio della
fede quello che ci ha salvati, non quello
della ragione e dei filosofi.
Tale
redenzione lascia intatta la libertà
dell'uomo che la può rifiutare nonostante
la sua sovrabbondante ricchezza; quindi se
qualcuno non raggiungerà lo scopo eterno,
non sarà per una vendetta insoddisfatta,
ma per l'infinito rispetto di Dio verso la
nostra libertà.
II
vero compito del demonio.
- Alla nostra teoria della redenzione si obietta
infine che essa ha un'origine più o
meno gnostica, in quanto comporta un riscatto
pagato alla potenza del male, cioè
al demonio, donde le parole riscatto, redenzione,
che si sono conservate, ma spoglie del loro
senso, nella nostra attuale teologia.
Rispondiamo
che se ci furono dei Padri i quali, nei loro
tentativi di sistemazione e a titolo personale
avanzarono siffatta teoria, che d'altronde
era solo un aspetto nient'affatto centrale
ma periferico del loro sistema, essi s'ingannarono.
La Fede c'insegna che puri spiriti, i demoni,
si pronunciarono contro l'ordine e contro
Dio; c'insegna anche che essi agiscono sulle
nostre anime, ma c'insegna pure che noi siamo
liberi di accettare o di rifiutare le loro
azioni. È solo nelle volontà
libere che risiede il dominio del male, e
proprio esse raggiunge la Redenzione per liberarle
dalla loro schiavitù. Il principe delle
tenebre non è proprietario delle sue
vittime; non è che lo sbirro, e lo
sbirro non ha nessun diritto di riscuotere
il prezzo della liberazione.
Conclusione.
- La Redenzione è dunque in
D'io un atto perfettamente libero, ed Egli
non la deve né all'uomo né a
se- stesso. Ma noi comprendiamo che se Dio
la vuole come ce la presenta la teologia,
la Redenzione fa brillare ai nostri occhi
gli attributi divini, tra i quali splende
in modo specialissimo l'incommensurabile Amore
che ci supera infinitamente con la sua trascendenza.
La dottrina cattolica ci fa sentire Dio più
vicino, e se il mistero della Redenzione ci
scandalizza è perché conosciamo
soltanto il Dio astratto della filosofia,
non il Dio concreto e vivo della religione,
il cui dato non distrugge il dato filosofico,
ma lo completa dandogli il vero senso. La
religione rivelatrice di Dio è fatta
di misteri e si rivolge alla nostra fede,
non alla nostra ragione e sopprimere il mistero
significa sopprimere con ciò stesso
ogni atteggiamento religioso. Le prevenzioni
della teologia liberale conducono solo a una
redenzione chimerica, spogliando il mistero
del suo carattere soprannaturale, del suo
valore divino, della sua vera efficacia. Il
Cristo dei Vangeli non è soltanto tt
la Via, la Verità e la Vita "
in quanto è l'uomo perfetto, l'esempio
unico per tutti gli uomini, lo è soprattutto
in quanto è Dio; è la Vita perché
è la sorgente reale d'una nuova vita
per l'umanità; è la Via da seguire,
perché nel nostro sforzo verso Dio
dobbiamo passare attraverso di Lui onde questo
sforzo abbia il suo valore; è la Verità,
perché dobbiamo imparare da Lui quello
che dobbiamo fare nell'ordine soprannaturale;
egli è veramente tutto questo solo
sulla Croce. La teologia che nega questa nuova
realtà che ha la sua sorgente nella
morte di Cristo, vuota la Redenzione e lo
stesso cristianesimo del vero contenuto. L'impulso
dell'esempio che essa conserva è solo
una mozione morale che ha valore unicamente
come emulazione tra eguali. In quest'ipotesi
parlare ancora del compito redentore di Cristo,
è solo il vano tentativo di chi ha
negato il cristianesimo e non si rassegna
a privare l'umanità delle aspirazioni
superiori che ne costituivano tutta la bellezza
religiosa. " È il profumo del
vaso vuoto; ma l'umanità non vive punto
di profumo né di vuoto " (Sertillanges,
Catechismo degli increduli, ed. cit., p. 46).
§
2. - La Grazia.
Poiché
la coerenza è una nota della verità
cristiana, la risposta data alle difficoltà
sulla redenzione ci ha preparati a risolvere
le obiezioni concernenti la teologia della
grazia.
Dio
vuole farci suoi figli e per questo ci comunica
una nuova natura, ci fa partecipi della sua
stessa vita. L'opera di Cristo non ha altro
scopo che recarci questo dono divino, questa
vita nuova per mantenere la quale abbiamo
sempre bisogno di nuovi aiuti e d'una speciale
assistenza.
L'amicizia
di Dio è un fatto. - L'obiettante
ci oppone prima di tutto che è impossibile
una tale trasformazione in cui vuoi vedere
solo il sogno d'un misticismo tendenzialmente
panteistico che si rifugia nel divino per
sfuggire alle dure realtà della vita.
È il sogno illusorio -che da sempre
l'uomo racconta a se stesso.
Non
è qui il caso di determinare in che
misura l'uomo sia portato a rifugiarsi nel
sogno per dare un senso alla vita; ma la tendenza
è reale come attestano abbondanti prove,
e la cosiddetta " funzione tabulatrice
" (Bergson) s'è spesso incaricata
d'interpretare i misteri della vita. Però
non ammettiamo che tale funzione crei interamente
il suo oggetto, poiché si esercita
attorno a un dato primordiale e cerca d'interpretare
un'affermazione primitiva. Il ricorso dell'uomo
a Dio, la ricerca della sua amicizia è
un fatto che precede tutte le interpretazioni,
fatto che tutte le religioni, o se vogliamo
la a funzione tabulatrice ", vogliono
esprimere e rendere concreto; e anche se queste
ricerche fatte a tentoni sfociarono talvolta
in assurdità, ciò non infirma
per nulla la testimonianza cristiana. Un teorema
di geometria non è falso per il solo
fatto che nel dimostrarlo si prendono dei
granchi. Esaminiamo dunque la testimonianza
cristiana, risaliamo alla sorgente e vediamo
se c'è posto per il sogno.
L'affermazione
di Dio-Provvidenza non è una rappresentazione
immaginaria, ma una conclusione razionale,
rigorosamente dimostrata partendo dalla creazione,
e perciò è logico stabilire
relazioni tra Dio e noi. Infatti quando l'uomo
sa che Dio domina e regge l'universo, non
è cosa naturalissima ricorrere a Lui,
confidare nella sua divina benevolenza? Ma
potrà giungere fino a sperare l'amicizia
di Lui e la comunicazione dei suoi doni preziosi,
come suppone la dottrina della grazia? Per
affermare questo con sicurezza, l'uomo aveva
bisogno di sapere da Dio stesso quale fosse
la sua volontà e quali doni Egli volesse
fare alla sua creatura umana. Però
anche prima di sentire la rivelazione e di
conoscere i disegni di Dio a suo riguardo,
l'uomo col suo ragionamento può accertare
che il destino conveniente a lui come creatura
dotata d'intelletto e di volontà è
la conoscenza e il possesso del bene supremo,
cioè di Dio stesso. E ancor prima di
questa laboriosa ricerca della riflessione,
l'istinto divinò la conclusione, perché
in tutti i tempi e in tutti i popoli l'uomo
si mostra spontaneamente religioso, cioè
chiede a Dio più di quanto comporti
la sua relazione di semplice creatura. Gli
chiede la sua amicizia e la comunicazione
di ciò che Egli è in se stesso.
La rivelazione venne poi a confermare ciò
che l'uomo già presentiva, a prevenire
e correggere le deviazioni, a sopprimere i
dubbi e le esitazioni con la sua certezza
assoluta.
La
grazia perfeziona la natura. - Si
obietta ancora che l'aiuto divino come viene
formulato dalla teologia distrugge l'attività
propria dell'uomo, perché sopprime
tanto l'iniziativa quanto le realizzazioni
specificamente umane.
Prima
di tutto, rispondiamo che una simile conclusione
ci pare molto stupefacente. Com'è possibile
che il perfezionamento e quindi il compimento
del nostro essere implichi una distruzione
o anche una diminuzione di qualsiasi grado
in ciò che ci è proprio? L'aiuto
che domandiamo a Dio tende invece a una realizzazione,
non diversa ma più adeguata di noi
stessi. La formula di san Tommaso d'Aquino,
k la grazia non distrugge, ma perfeziona la
natura " ha in teologia la forza di un
assioma. L'uomo non cessa d'essere se stesso,
quando la grazia santificante lo orienta alla
visione di Dio o quando la luce della gloria
lo mette in possesso della visione; supera
se stesso, ma non si distrugge. Il soprannaturale
non è eterogeneo rispetto a ciò
che costituisce la perfezione umana, e la
beatitudine perfetta, espansione suprema della
grazia, suppone che il beato trovi in essa
realizzato lo scopo della sua aspirazione.
Considerando
l'uomo integrale, dobbiamo dire che la visione
di Dio è il suo fine supremo; il che
risponde al suo desiderio profondo, talvolta
inconscio ma reale, perché finché
egli non avrà raggiunto questo fine
sarà capace d'una felicità più
grande.
Dobbiamo
quindi concludere che il soccorso soprannaturale
attuale, che attendiamo da Dio, mira a condurre
alla più alta capacità l'attività
che ci è propria, realizzando così
ciò che, mancando questo soccorso,
sarebbe rimasto una pura virtualità
(o potenza obbedienziale, come dicono i teologi).
II
concorso divino. - Esaminiamo più
a fondo l'obiezione e vediamo come di fatto
si debba accordare l'azione speciale di Dio
con la nostra azione umana. Riconosciamo che
la difficoltà è complessa e
che le questioni si fanno stringenti. Se l'iniziativa
viene da Dio, che cosa rimane all'uomo? Se
l'azione umana dipende da una grazia, il rifiuto
della grazia implica si la responsabilità
umana, ma nello stesso tempo implica anche
la responsabilità di Dio. Se l'azione
divina è decisiva come parlare ancora
della libertà dell'uomo? Infine se
Dio agisce nell'intimo degli atti umani, per
ciò stesso la sua azione viene ad essere
inquinata dalle imperfezioni inerenti a ogni
azione umana e sarà cangiante, incostante,
ineguale, soggetta alle circostanze e alle
emozioni del momento.
Anche
qui ci troviamo di fronte al mistero, non
potendo spiegare come si congegnino reciprocamente
l'azione divina e l'azione umana; dobbiamo
accontentarci di sapere che la conciliazione
non è impossibile.
Si
tratta infatti di punti di contatto tra la
creatura e il Creatore, dove totale è
il mistero dell'essere, e questo significa
che la difficoltà non si presenta soltanto
nell'ordine soprannaturale della grazia, ma
anche nell'ordine naturale. Sappiamo che l'azione
creatrice e l'azione creata concorrono in
tutte le realizzazioni dell'universo in perpetuo
divenire; ma ci è impossibile delimitare
la parte dell'una e dell'altra. L'impossibilità
diventa ancor più evidente quando l'azione
creata è quella d'un essere dotato
di libertà. Sappiamo che l'atto libero
deriva dall'azione divina allo stesso titolo
di tutto ciò che è; sappiamo
quindi che l'azione divina di fatto si esercita
nell'atto libero, ma ignoriamo come vi si
eserciti. Questo d'altronde non ha nulla che
ci debba stupire, poiché per conoscere
in che modo l'azione divina s'inserisca nella
nostra attività umana, bisognerebbe
prima sapere come si esercita in se stessa;
ma ora questo non possiamo saperlo perché
essa è trascendente come tutto ciò
che è di Dio. Perciò se la riduciamo
alla misura delle nostre categorie, l'assimiliamo
indebitamente all'azione umana e quindi, invece
di giustapporre l'atto divino e l'atto umano,
giustapponiamo solo due azioni umane, ed allora
urtiamo evidentemente contro l'impossibilità.
Il che avverrebbe ancora di più nell'ordine
soprannaturale, dove l'intervento divino penetra
maggiormente nella nostra azione e la eleva
più in alto.
Già
nell'ordine naturale non siamo isolati, perché
attingiamo continuamente mezzi di vita e di
azione dalle forze generali dell'universo;
tanto più per far parte dell'ordine
soprannaturale, per vivervi e agire ci è
necessario ricevere da questo mondo superiore,
in cui entriamo privi d'ogni avere, le eterne
energie che faremo nostre.
E
come nell'ordine naturale le forze che si
attingono ininterrottamente dall'ambiente
non c'impediscono d'essere noi stessi, né
d'agire per nostro conto, così la forza
divina della grazia non distrugge in noi l'energia
che ci è propria, né la rende
inutile, ma la usa, la sostiene, la guarisce
dalle sue tare e debolezze, elevandola a un
ordine superiore. Dio agisce negli esseri
in modo conforme alla loro natura, perciò,
anche sotto l'impulso divino, la libera volontà
potrà porre solo atti liberi. La grazia
non cambia nulla a questa visuale, solo che
l'influsso divino è più intimo
e più prezioso.
Sia
che agisca come donatore di grazia sia che
agisca come creatore, Dio non è soggetto
a disposizioni cangianti, proprie dell'uomo,
perché come l'azione creatrice varia
la sua attività, i suoi effetti e provoca
libere determinazioni di valore diverso, così
la grazia che suscita dei santi e lascia che
si perdano dei peccatori non è la stessa
per tutti. La diversità attesta soltanto
la ricchezza immensa e multiforme dell'atto
divino. Quindi non si può dire che
la nostra preghiera muti le disposizioni di
Dio verso di noi, essa s'inserisce soltanto
nell'efficacia generale della causalità
soprannaturale. Così le nostre mancanze
non provocano Dio a sentimenti d'odio subentranti
a sentimenti di benevolenza, come immagina
il nostro modo deficiente di concepire, poiché
in realtà con le nostre mancanze ci
mettiamo in tale relazione verso Dio da essere
suoi nemici, e con i nostri atti di virtù
ci mettiamo in una relazione di amicizia:
ci volgiamo a Dio o ci allontaniamo da Lui,
ecco tutto.
Predestinazione
e collaborazione umana. - Ma, si
insiste, non si può negare che l'azione
divina preceda quella dell'uomo; che la differenza
di grazie crea la differenza tra i buoni e
i cattivi; che la scelta di Dio decide, l'uomo
essendo nulla di più di uno strumento.
Siamo quindi di fronte al domina tremendo
della predestinazione che nega praticamente
tutto lo sforzo umano, rendendolo realmente
inutile, poiché il non predestinato,
per quanto bene agisca, non potrà mai
giungere alla definitiva amicizia di Dio;
invece il predestinato, per quanto negligente
e vizioso, vi giungerà infallibilmente.
Ammettiamo
la difficoltà di fissare in faccia
questo terribile mistero, che ci sconcerta;
ma già le stesse condizioni della società
umana ci dicono che il mistero esiste. Quali
differenze tra gli uomini! Malattie, fortuna,
situazione morale creano tra loro discriminazioni
d'ogni genere, e poiché tutti sono
soggetti alla sua Provvidenza, dobbiamo dire
che Dio vuole così. Ma i nostri apprezzamenti
sono deficienti non avendo noi tutti i dati
per giudicare. Lo stesso si dica delle differenze
soprannaturali nell'ordine della grazia, dove
siamo ancor meno in grado di vedere come sotto
la condotta e la scelta di Dìo si affermi
la decisione umana. Tuttavia sappiamo che
Dio vuole la salute di tutti gli uomini, che
tutti hanno i mezzi sufficienti per salvarsi
e die il decreto della predestinazione non
viene eseguito che mediante l'efficienza della
libertà creata. Per saperne di più
abbiamo bisogno di penetrare i segreti del
volere divino.
§
3. - I Novissimi.
Si
obietta che tutte queste dottrine della Redenzione
e della Grazia si sono dimostrate insufficienti
per mantenerci nella rettitudine morale e
che perciò si è fatto appello
alle sanzioni eterne.
La
felicità nell'infinito. -
Prima di tutto ci viene obiettato che il possesso
spirituale di Dio, in cui consiste la felicità
eterna, è impossibile.
Ora
nelle pagine precedenti si potè vedere
che la Grazia, questa vita divina che è
in noi, per quanto sublime, non ha nulla d'inverosimile
e prepara logicamente l'aldilà che
realizzerà nel modo più perfetto
possibile la divinizzazione. L'unica felicità
concepibile di un essere spirituale è
il possesso d'un bene illimitato, perché
altrimenti lo spirito percepisce il limitato
ed è insoddisfatto.
I
nostri voleri aspirano alla gioia perfetta,
al bene fonte di ogni bene e la nostra intelligenza
è assetata della verità assoluta
che spiega tutte le altre. Ora Dio solo è
questo Bene e questa Verità; e anche
se il finito è in grado di possedere
o esprimere l'infinito soltanto secondo il
proprio modo cioè in un modo finito,
non è affatto impossibile che Dio si
comunichi nella misura partecipabile da una
creatura.
Per
tanto s'impone la conclusione che la credenza
in un aldilà appella per se stessa
la dottrina del possesso eterno di Dio.
La
dannazione, rifiuto del destino.
- Si obietta che l'infelicità eterna
è altrettanto impossibile.
Consideriamo
che l'uomo è chiamato al destino dell'aldilà;
se pone atti contrari a questo destino e resta
in tali disposizioni fino alla morte, egli
fallisce il suo scopo, perde la partita ed
ecco già un'infelicità immensa
e irreparabile. 11 peccato non è solo
un'infrazione, ma è pure il rifiuto
del destino. La dannazione è proprio
la negazione voluta del destino. Se già
la sana ragione ci dice questo, ci stupiremo
di meno della rivelazione che c'insegna l'inferno.
Se
si obietta che c'è sproporzione tra
l'inconsistenza della nostra vita, dei nostri
voleri cattivi e la rigorosa repressione dell'aldilà,
occorre ricordare che la nostra vita quando
finisce muta necessariamente in eternità,
e conseguentemente i nostri atti sfociano
in una fissità permanente e voluta
da noi. Cosi il peccatore si fissa nel suo
peccato, cioè nella rivolta. L'inferno
è eterno non perché Dio punisca
eternamente una o più mancanze commesse
sulla terra, ma Dio punisce eternamente perché
il peccato è eterno. È dunque
il peccatore che alla morte si fissa da se
stesso nella negazione della sua felicità
eterna, che è Dio medesimo. Qui c'è
un mistero. Per noi è difficile ammettere
come non sia possibile il perdono,- non avendo
nessuna esperienza dello stato dei puri spiriti;
non sappiamo concepire questa fissazione volontaria,
caratterizzati come siamo
quaggiù dal mutamento e dall'instabilità
dei nostri voleri, onde con la sola ragione
non possiamo provare rigorosamente quest'eternità.
Quando
la fede afferma l'inferno eterno, ci presenta
un mistero che accettiamo come tale; però
sentiamo il bisogno di cercarne la verosomiglianza
razionale, e la troviamo nell'ostinazione
eterna, effetto della definitiva fissazione
della volontà, che è il carattere
delle anime separate.
È
quindi un errore rappresentare l'inferno come
una necessità per mantenere l'ordine
morale quaggiù. L'inferno non è
una minaccia con cui Dio, impotente a conquistare
il cuore umano con la sua grazia, spaventerebbe
l'uomo per farlo ritornare finalmente a Lui,
ma è la risposta al peccato che permane.
È il rischio, la contropartita necessaria
del tremendo privilegio costituito, in mezzo
alle creature del nostro universo materiale,
dalla spiritualità immortale e libera
dell'uomo.
Non
si vuoi dire che l'inferno non susciti il
timore e un timore salutare, ma questo timore
è conseguenza dell'ordine oggettivo,
che rigetta e punisce il male; nessuno però
potrà pretendere che la ragione intrinseca
che determinò la costituzione di quest'ordine
sia stata quella di provocare il timore.
L'essenza
delle pene positive. - In quanto
alle pene positive, e particolarmente il fuoco
dell'inferno, è bene attenersi ai dati
sicuri della teologia perché, altro
è abbandonarsi a terrificanti fantastiche
descrizioni e altro affermare che nell'inferno
c'è una sofferenza positiva inflitta
da un agente creato ed esterno all'anima.
Pur non essendo una verità di fede
definita, questa pena non può essere
messa in dubbio. Noi l'esprimiamo con la parola
" fuoco ", trasportando in termini
umani una realtà inconoscibile, ma
realtà vera e propria. Possiamo congetturare
che quando l'universo sarà tornato
a Dio e l'ordine sarà ormai perfetto,
il dannato, ostinato nella rivolta, sentirà
contro di sé come ostile perfino la
creazione fisica, volta verso Dio e gravante
con tutto il suo peso sull'orgoglio di questo
spirito, che si pronuncia contro Dio; oppure
possiamo congetturare che come la grazia trasformata
in luce di gloria eleva l'uomo fino a Dio,
cosi il definitivo rifiuto della grazia provochi
un movimento inverso di repulsione che farà
dolorosamente sentire quanto sia terribile
essere rigettati da Dio.
Non
occorre parlare degli attributi di Dio, invocati
talvolta per affermare essere impossibile
un inferno eterno, perché, come si
è visto, l'obiezione viene dal fatto
che noi misuriamo il peccato e la sua pena
eterna sui delitti e sui castighi umani. Quando
si sia intravista la relazione tra il peccato
definitivo e la sua repressione, l'obiezione
cade da sé.
La
nozione del vero Purgatorio. - Si
obietta che la dottrina cattolica ha riversato
sul Purgatorio il rigore dell'inferno.
Ora
il Purgatorio prima di tutto mette in rilievo
la grandezza del nostro destino, che esige
purezza e dignità tanto perfette che
le anime, amiche di Dio e ornate della sua
grazia, prima di possederlo devono ancora
purificarsi dai resti del peccato. Le esagerazioni
non appartengono alla vera dottrina cattolica,
ma alle sue contraffazioni. Il domma del Purgatorio
non afferma soltanto una purificazione e un'espiazione
temporanea nell'altra vita, ma dice pure che
le anime, che là si purificano, sono
state fissate dalla morte nell'amicizia di
Dio; che esse attraverso il giudizio particolare
hanno preso coscienza dell'imminente felicità
eterna e infine che sono felici di poter soddisfare
completamente la divina giustizia e diventare
così completamente degne di possederlo;
elementi questi che autorizzano la teologia
a parlare delle gioie del purgatorio, e che
indicano anche la natura soprattutto spirituale
delle sofferenze sopportate, poiché
le anime coscienti dell'amicizia di Dio e
separate dalla felicità derivante dal
possesso di Lui soffrono d'esserne ancora
separate e di non aver espiato abbastanza
quaggiù.
Ma
affermare che il purgatorio è un inferno
senza eternità, dal punto di vista
teologico è un errore e anche un non
senso. La teologia non dice affatto che la
minima pena del purgatorio superi le massime
pene della vita; perché, non avendo
le nostre sofferenze corporali equivalenze
nel mondo delle anime separate, sotto questo
punto di vista, non si possono fare paragoni.
Quanto alle altre sofferenze, ignorando noi
la psicologia dei puri spiriti, non possiamo
misurarne la portata. Possiamo però
affermare che l'espiazione quaggiù
è più leggera che nell'aldilà
e che quelle anime la sentono di più,
essendo più consapevoli della felicità
che avrebbero nel possedere Dio in modo immediato.
La
resurrezione garantisce l'integrità
della natura umana. - Infine contro l'escatologia
cristiana si obietta che la resurrezione dei
corpi é inutile, e che l'origine di
questo domma va cercata in una falsa concezione
della Chiesa primitiva.
È
vero che nella Chiesa primitiva alcuni cristiani,
incerti del ritorno più o meno prossimo
di Cristo, esitavano riguardo alle determinazioni
della sorte che attende le anime dei defunti
prima di quel ritorno stesso, ma è
inesatto dire che il domma della resurrezione
aveva senso nell'ipotesi della necessità
della resurrezione per inaugurare la vita
eterna; in sede storica notiamo poi che la
fede nel giudizio generale e nella resurrezione
non s'indebolì quando tutti i cristiani
furono convinti che la parusia non era prossima.
Perciò una credenza non dipendeva dall'altra.
La resurrezione non è necessaria né
alla felicità degli eletti, né
all'infelicità dei dannati; però
il fatto che la ragione non ne vede la necessità
non impedisce che possa essere reale e verosimile.
Infatti la resurrezione è la restituzione
di ciò che il peccato aveva distrutto,
cioè dell'uomo integrale composto di
corpo e d'anima; afferma la dignità
dell'uomo, il posto che egli occupa nell'ordine
provvidenziale e nella gerarchla degli esseri.
È tutto l'uomo che nella vita terrestre
si pose prò o contro Dio, scelse e
fissò la sua eternità; perciò
tutto l'uomo nell'eternità si ritroverà
felice o infelice. Quindi non si parli di
crudeltà inutile verso i dannati. L'ordine
delle cose e il destino eterno dell'uomo postulano
la resurrezione.
La
felicità degli eletti in possesso della
visione beatifica non viene aumentata dalla
restituzione del loro corpo; esso però
che fu strumento della loro virtù,
come il corpo dei dannati fu strumento di
peccato, partecipa alla felicità spirituale
dell'anima. Certamente c'è qui un mistero;
non possiamo spiegarci come saranno i corpi
e come, invece di essere un ostacolo alla
vita dell'anima, saranno lo strumento perfetto
dell'espansione spirituale. Inoltre la restituzione
dell'umanità integrale appellerà
la creazione d'un mondo nuovo, proporzionato
ai corpi gloriosi.
Del
resto la difficoltà sarà minore
se guardiamo il futuro non solo per leggervi
la nostra sorte particolare, individuale,
ma per ritrovarvi anche l'aspetto universale
e sociale messo tanto in rilievo dalla religione
cristiana. C'è un aspetto escatologico
del corpo mistico, spesso trascurato. E tuttavia
anche solo dal punto di vista razionale, intravediamo
che la nostra sorte individuale può
essere stabilita in modo definitivo solo relativamente
a un insieme, e quindi sarà necessariamente
determinata dal tutto in cui è chiamata
a integrarsi. Specialmente la rivelazione
ci presenta la vita futura sotto l'aspetto
sociale e universale e Cristo stesso la inaugurerà
fissando per sempre la separazione dei buoni
dai cattivi. Il regno trionfale del Cristo
totale, cioè del suo corpo mistico,
sarà stabilito per sempre. Si tratta
dunque assai più di una retribuzione
collettiva che di una giustapposizione di
retribuzioni individuali. Se la figura di
questo mondo si sfalda e passa è perché
si elabora una gloriosa e imperitura trasformazione
non limitata agli individui, ma abbracciante
il mondo stesso.
Alle
volte ci si chiede perché l'individuo
umano, destinato alla felicità eterna,
sia sottoposto a una prova terrestre e sociale.
È proprio perché c'è
comunione di vita tra l'umanità di
questa terra e l'umanità dell'aldilà.
L'intera umanità, animata dalla grazia
di Cristo, segue una via ascendente, in cima
alla quale l'umanità medesima si continua,
ma nella luce definitiva. Perciò la
resurrezione gloriosa è necessaria
per terminare la storia con la ricostituzione
della società degli uomini nel suo
compimento soprannaturale.