tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Nota
generale. - La maggior parte delle
obiezioni contro i dommi particolari nascono
da un'erronea interpretazione della dottrina
cattolica e qui la miglior apologetica sarà
un'esatta esposizione dell'insegnamento della
Chiesa; pertanto, prima d'intraprendere la
confutazione degli errori, sarà sempre
indispensabile precisare il senso esatto e
i limiti delle affermazioni dommatiche. Per
questo però siamo costretti a rimandare
il lettore alle opere speciali accontentandoci
di segnalare le obiezioni più diffuse,
specialmente quelle d'ordine speculativo,
indicando il più chiaramente possibile
i princìpi che possono assicurare alle
principali difficoltà una soluzione,
se non totale, almeno soddisfacente.
Più
di una volta dovremo sottolineare la trascendenza
delle verità riguardanti Dio, specialmente
la sua vita intima e la sua comunicazione
mediante la grazia. Non è questa una
scappatoia, perché si tratta di prendere
più viva coscienza dal carattere particolare
dell'oggetto dei nostri studi con un adattamento
dello spirito che è imperiosamente
comandato dalla sana critica.
Non
possiamo neppure pensare di tracciare, sia
pur sommariamente, l'evoluzione storica dei
dommi. Per le questioni di principio e di
metodo, si consulti la trattazione di Goossens
sulle obiezioni contro la teologia dommatica.
Strada facendo, segnaleremo alcune applicazioni
istruttive.
Origine
della credenza. Spiegazione mitica. - Nella
storia delle religioni si scoprono un po'
dappertutto le triadi degli dèi e talvolta
i tre dèi sono perfino ricondotti a
una certa unità. Ad opera del sincretismo
religioso questi dati offrirono tutti gli
elementi di una teologia trinitaria. In Egitto,
per esempio, erano adorati Osiride, Iside
e Oro; in Mesopotamia Anu, il dio del cielo,
Bel, il dio della terra, ed Ea, il dio dell'oceano;
sotto l'egemonia di Babilonia Marduk diviene
il dio principale. Secondo D. Nielsen (De
dreieinige Gott in religionsgeschichtlicher
Beleuchtung, Copenaghen, 1922-1942) i Semiti
personificarono le forze della natura, la
luna come padre, il pianeta Venere come figlio,
il sole come madre o spirito e adorarono questo
gruppo astrale. Ecco k la preistoria della
dottrina trinitaria cristiana ".
Per
i buddisti l'Essere supremo si chiama Brahma
in quanto crea il mondo o, meglio, lo produce
per emanazione; Vishnu in quanto lo conserva;
Shiva in quanto lo distrugge, anzi lo riassorbe:
una forma, tre divinità. In un'epoca
più recente si parla anche d'una Trìmurli
o Trinità. L'induismo riunì
in quest'unico vocabolo Saccidananda, l'Essere
puro (Sat), la pura Idealità (Cit),
e la pura Felicità (Ananda).
Risposta.
- È evidentissimo che l'affermazione
cristiana delle tre persone in un solo Dio
non ha nulla in comune con le famiglie di
dèi che troviamo per esempio in Egitto,
fra alcuni Semiti, come i Babilonesi, dove
ogni dio è d'altronde affiancato da
una dea. La mitologia non si arresta mica
ai tre dèi, ma ne ammette molti. Certo,
è visibile la tendenza a introdurre
in questo panteon alquanto disordinato una
certa monarchia; però il politeismo
non viene abbandonato.
La
Trimurti indiana è soltanto la triplice
manifestazione d'una sola divinità
nei suoi rapporti col mondo. Questa triade
potrebbe venir paragonata all'antico modalismo,
poiché non si tratta di persone realmente
distinte originate l'una dall'altra; però
una considerazione più attenta vede
che nel buddismo vengono identificati tre
diversi personaggi della mitologia popolare.
" II brahma impersonale ma assoluto,
il Dio metafisico e mistico, viene identificato
con gli dèi mitologici, Vishnu e Shiva,
e ci troviamo alla fine di fronte a un dio
personale, perché Vishnu e Shiva sono
bensì divinità individuali,
di cui si conosce la storia, ma, identificati
a Brahma, divengono saccidananda, il Dio assoluto...
Tutti gli altri dèi restano come in
sottordine e si riconosce più la supremazia
che l'unità " (P. Johanns, La
philosophie religieuse du Vedutila, in Rev.
Théol., 1947, p. 672).
Il
comparativismo furioso della storia delle
religioni ebbe voga soltanto effimera, perché
si basava su osservazioni superficiali e analogie
di dettaglio, ma trascurava il senso generale
dei sistemi, che in realtà si presentano
spesso come estremamente disparati. Vi fu
un tempo in cui anche l'apologetica cristiana
d'ispirazione tradizionalista credeva di scoprire
ovunque vestigi d'una rivelazione primitiva
della Santissima Trinità. Ipotesi puramente
fantastica: le religioni pagane non manifestano
alcuna traccia di tale rivelazione. Cfr. J.
Le-brcton, Hisloire du dogme de la Trinità,
I. Les origines, 8 ed. Parigi 1927, p. 17.
Origini
della credenza. Spiegazioni fllosofiche.
- N. Soderblom (Vatet, Sohn und Geist unier
den heiligen Dreiheiten, Tubinga 1909) immaginò
una legge che avrebbe determinato l'evoluzione
delle grandi religioni storiche: il rivelatore,
la rivelazione e il frutto della rivelazione
avrebbero finito di costituire una trilogia
sacra, lontana origine della Trinità
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Sono
noti i vari tentativi di trovare gli antecedenti
della dottrina cristiana nella filosofia neoplatonica.
In Piatone le indicazioni a proposito di Dio,
del Bene supremo e delle Idee sono molto vaghe;
in Filone Giudeo la somiglianzà è
più sensibile, quando ci parla di Dio,
del Logos, e delle Potenze; in Piotino poi
l'analogia è notevolissima: dalle profondità
dell'Uno, essere supremo, sgorga l'Intelletto
come sua perfetta immagine; a sua volta l'Intelletto
produce l'Anima, l'ultima realtà soprassensibile
che funge da ponte col mondo materiale. Sant'Agostino
non aveva esitato a introdurre un gran numero
di dati neoplatonici nella sua teologia trinitaria.
E
proprio lui, sentenzia J. Turmel (Histoire
des dogmes, II, La Trinìtè,
l'Incarnation, la Vierge Marie, Parigi, 1932)
fu il vero creatore della Trinità,
partorendo integralmente dal suo cervello
il mistero. Nella Chiesa prima del 165 non
c'era Trinità; da allora fino a sant'Agostino
varie trinità emersero dalle violente
lotte teologiche, ma tutte scomparvero (p.
17). Gesù cominciò ad essere
figlio di Dio in senso giudaico, poi alla
maniera pagana, infine, sotto l'influsso della
mentalità filosofica, diventa Dio e
Verbo. Lo Spirito poi, secondo la Bibbia,
è il soffio di Dio ed è privo
di personalità propria. Dopo essere
stato confuso con il Figlio, emerge nella
vita cristiana sotto l'azione estatica dei
monta-nisti. A partire dal Papa Damaso (375),
la trinità romana comprende tre persone
che hanno la stessa sostanza generica. In
sostanza, le speculazioni sul Logos e sul
Pneuma, uno più filosofia) e l'altro
più biblico, fecero nascere la dottrina
trinitaria.
Risposta.
- Turmel nella sua opera fa una vera caricatura
della storia, ma indirettamente riconosce
essere estremamente difficile, se non impossibile,
ritrovare nei sistemi filosofici di qualsiasi
genere un antecedente dello Spirito Santo.
Nell'ipotesi di Soderblom il terzo termine
è completamente impersonale; non v'è
nulla che corrisponda al Paradito nelle Idee
di Piatone o nelle Potenze di Filone; lo stesso
si deve dire dell'Anima del mondo di Piotino,
il cui sistema totale costituisce un panteismo
dinamico, che tenta di ricondurre il mondo
sensibile alla sua origine dell'Uno. Cfr.
G. Verbeke, L'évolution de la doctrìne
du Pneuma des Sto'iciens à saint Augustin,
Parigi-Lovanio- 1945.
A
prima vista il Logos ellenico pare aver miglior
fortuna e i razionalisti credettero a lungo
di trovare, specialmente in Filone, le fonti
delle affermazioni giovannee sul Verbo. Però
un'analisi più minuziosa fece scoprire
che vi sono differenze essenziali; che il
Logos filoniano è un intermediario
cosmico, non Dio, come per San Giovanni. Tanto
meno si potrebbe parlare della sua incarnazione
redentrice. D'altronde San Giovanni non s'occupa
affatto delle speculazioni filosofiche. Il
magistrale lavoro del P. Lebreton ha fatto
giustizia di una ipotesi oggi fuori moda,
che gli stessi protestanti respingono. Cfr.
Theologisches Wòrterbuch zurn N. Teslament,
IV, pp. 69-138.
Non
possiamo negare che Sant'Agostino abbia subito
notevolmente l'influsso neoplatonico, ma tale
influsso incide sul suo tentativo di spiegazione
teologica, non già sul domma stesso,
che la teologia preagostiniana insegnava esplicitamente
da secoli. Agostino stesso fa notare che i
suoi cari filosofi ignorano l'incarnazione
e la teologia dello Spirito (Conf. VII, 9,
13; PL. 32, 740; Quaest, in Hept. II, 25.
PL. 34, 604) ed era cosciente di lavorare
su fonti scritturali e tradizionali. I neoplatonici
d'altronde praticamente conservavano il politeismo
al quale con Porfirio e Giamblico tentarono
perfino d'infondere una nuova vita, identificando
i loro eoni metafisici con gli eroi della
mitologia.
La
speculazione ellenica fino ad un certo punto
potè influenzare la teologia dei Padri
del secondo e del terzo secolo, nei quali
si scoprono alcuni tratti subordinazionisti.
I tentativi concordisti esposero questi scrittori
ecclesiastici a gravi pericoli, ma la loro
fedeltà al dato tradizionale, alla
Scrittura e alla vita liturgica salvaguarda
la loro ortodossia, mentre ben diversamente
avviene circa le elucubrazioni gnostiche.
Ricercando
l'origine di queste triadi di dèi e
di attributi divini, bisognerà prima
di tutto ricordare il carattere sacro del
numero tre e delle sue numerose applicazioni
nel mondo naturale. Non è difficile
formare una cascata partendo dall'Uno, attraverso
il Demiurgo e giù fino alla materia;
e nemmeno è difficile erigere in ternario
le funzioni divine del produrre, del conservare,
e nel riassorbire il mondo, o infine stabilire
una trilogia d'entità metafisiche:
l'essere, il vero, il bene, o altre dello
stesso genere,il
messaggio cristiano della Trinità non
si presenta mai come una teoria speculativa;
non è sistematizzato ma, diremmo, è
vissuto. È il Figlio che apporta la
rivelazione del Dio Padre; Padre in senso
stretto rispetto al Verbo incarnato e in senso
più largo relativamente ai figli adottivi.
L'adozione filiale viene attuata con l'effusione
di una terza ipostasi, annunciata e diffusa
dal Salvatore glorificato. In altri termini,
la rivelazione della Trinità s'inserisce
di fatto nella proclamazione del mistero della
grazia, sconosciuto tanto alla mitologia quanto
alla filosofia pagana.
Contraddizione
nei termini. - Il domma della Trinità
è una sfida alla ragione, poiché,
se dev'essere presa alla lettera la pluralità
delle persone in Dio, non sfuggiamo al politeismo,
eccetto forse il caso che riduciamo il Figlio
e lo Spirito Santo a una condizione inferiore,
negando quindi il loro carattere strettamente
divino. La semplicità divina esclude
ogni composizione. Siamo dunque inevitabilmente
condotti al modalismo. In fondo è proprio
questo il pensiero della Chiesa occidentale
: Dio è l'unica natura trascendente
e la Trinità è puramente verbale.
L'Oriente invece optò per l'altra alternativa,
e non si libero mai completamente dal triteismo,
essendo insormontabile la contraddizione di
tre realtà che non potranno mai formarne
una sola. Fare la distinzione tra natura e
persone significa sacrificare al nominalismo.
D'altronde, secondo gli scolastici, le tre
persone si identificano realmente con la natura
divina.
Risposta.
- La dottrina cristiana non afferma affatto
l'identificazione pura e semplice tra uno
e tre, ma insegna che Dio Padre comunica l'essenza
divina, unica e indivisa, a un termine personale,
il suo Figlio, il quale possiede la stessa
realtà increata, ma con un altro carattere
personale, ricevendola per generazione. Con
lui e per lui il Padre comunica la stessa
e unica natura a un terzo termine che non
trasmette più l'essenza vivente, ricevendola
senza darla e chiudendo il ciclo vitale.
Per
esprimere questi dati concreti, la tradizione,
dopo molti tentennamenti, scelse i termini
di natura e di persona, tra i quali il senso
comune esige una certa distinzione. La natura,
enunciala o descritta dalla definizione, esprime
ciò che una cosa è in se stessa
e si allaccia al verbo avere: la si possiede
e si trasmette. Essa è il principio
immediato secondo il quale operano quelli
che detengono o condividono una stessa essenza.
La persona invece esige il verbo essere: è
l'io, il tu, soggetti d'attribuzione che posseggono
e fanno agire la natura. Non potrei rispondere
allo stesso modo alle due domande: che cosa
sono io? chi sono io? Alla prima risponderò
che sono un uomo; alla seconda che sono Pietro
o Giacomo. Pietro o Giacomo non si definiscono,
ma vivono. La persona non si può comunicare;
la natura si comunica. Solo che nelle cose
create le nature si moltiplicano con le persone.
Queste fondano opposizioni assolute, s'escludono
completamente e ciascuna possiede la sua natura
individualizzata.
Quando
si trasferiscono in Dio le nozioni di natura
e di persona è assolutamente necessario
mantenerne il carattere analogico, il che
non offre nessuna difficoltà particolare,
poiché la stessa necessità s'impone
ogniqualvolta che sotto qualsiasi rapporto,
si paragonano il creato e l'increato. Vi sarà
sempre tra essi una somiglianzà reale,
ma il magistero della Chiesa ci avverte che
la dissomiglianza è ancor più
considerevole (Denz. 432). Non siamo condannati
all'agnosticismo e la fede, per quanto ombrata,
resta luce e partecipazione della visione
divina. Però un'interpretazione basata
sull'univocità, sarebbe illusione quasi
ancora più grave.
Non
possiamo, senza distruggerlo, sperare di cogliere
completamente il mistero, non potendo il finito
cogliere l'infinito alla maniera di questo;
però non siamo condannati a capitolare
davanti all'assurdo. Non è dimostrabile
che la molteplicità delle persone esiga
la moltiplicazione delle nature.
Le
ipostasi divine sono relazioni sussistenti,
non già assoluti che si escludono;
esse dicono impossibilità totale di
scomparire l'una nell'altra o d'assorbirsi
a vicenda, ma nulla di più. Sono l'una
verso l'altra, in uno stesso fondo di natura;
sono distinte senza contraddirsi e si mantengono
nella più perfetta unità. Nel
mondo degli uomini " non la distinzione
delle persone, ma l'opposizione degli egoismi
crea la distanza e rende impossibile l'unione
sognata... La stessa pluralità è
una ricchezza di essere; quindi l'imperfezione
degli esseri creati non deriva dal fatto che
molti posseggono la stessa natura, ma dal
fatto che sono in più a parteciparla,
cioè a spezzettarne la ricchezza "
(Salet, Le Mystè-re de la charité
divine, in Rech. Se. Rei. 1938, pp. 12-14).
Il
mistero è salvo se la comunicazione
tra le persone divine è totale e senza
divisione e se, d'altronde, nell'immensa ricchezza
indivisibile, esse sussistono nella loro tensione
mutua e si donano senza assorbirsi a vicenda,
ciò che sarebbe un'abdicazione e una
distruzione. Perciò la personalità
non è soltanto distinzione e proprietà,
ma anche donazione; essa è " verso
l'altro " ed è precisamente costituita
da questo rapporto. Il Padre è persona
proprio perché genera il Figlio, ossia
perché comunica la natura divina, non
perché la ritiene; e la comunicazione
totale non divide né separa, ma riunisce.
Si
vuoi forse dire che tali considerazioni risolvano
il mistero? Nient'affatto; però la
ragione umana s'avvede di non aver diritto
di protestare come se qui fosse di fronte
a cose contraddittorie. Intuisce delle complessità
che non può esprimere adeguatamente
e, sulla parola divina, ammette che Dio in
se stesso non è isolato né diviso.
Non è un mistero di povertà,
ma di ricchezza trascendente.
Personalità
di Dìo e panteismo. - La dimostrazione
filosofìca, anche come viene presentata
dai cattolici, arriva all'esistenza d'un Dio
personale, cioè sussistente, distinto
da tutti gli altri esseri, intelligente e
libero, necessariamente indivisibile e quindi
incomunicabile. Ed ecco la teologia trinitaria
pretendere che si ammettano tre persone in
Dio, cioè che si comunichi l'incomunicabile
e si moltipllchi l'indivisibile.
Risposta.
- La dimostrazione filosofica parla di Dio
personale in opposizione al panteismo che
cancella la distinzione tra creato e increato,
e anche a una concezione deista e fatalista
secondo cui una vaga categoria divina, neutra
e senza vita, fatta di pura necessità,
esisterebbe al di là di ogni contatto
col mondo. Pertanto per il filosofo, credente
o no, Dio è necessariamente distinto
e senza misura comune col cosmo; d'altra parte,
essendo Egli, la trascendenza più pura,
gode rispetto al mondo, che ha creato con
sapienza e per amore, della più perfetta
libertà. Sostanza del tutto spirituale
e semplice, dice il Concilio Vaticano, Dio
è per la sua stessa essenza ineffabilmente
elevato al di sopra di tutto ciò che
non è Lui (Denz. 1782). Il filosofo
non può dire di più; ma la rivelazione
aggiunge che quest'essere distinto dal mondo,
intelligente e libero, ha in se stesso una
tale pienezza di vita, che nel suo seno la
natura si comunica a tre termini personali
immanenti che, senza confondersi, non dividono
minimamente la suprema semplicità,
tanto che non ci sono tre intelligenze, o
tre volontà divine, ma una sola.
La
filosofia ragiona su Dio nei suoi rapporti
col mondo e, quando lo chiama a personale
", sa di usare una nozione analogica.
La fede trinitaria balbetta sui segreti del
santuario interiore di Dio, interamente nascosto
agli ocelli delle creature. Nella loro tranquilla
opposizione relativa, le persone divine si
rivolgono al mondo naturale come un solo principio
creatore-per-amore.
L'antropomorfismo
trinitario. - Applicare a Dio i termini
di generazione o di filiazione e più
ancora il vocabolario dell'unione amorosa,
è cosa più grave dell'antropomorfismo
biblico, perché la teologia si propone
d'evitare ogni genere d'immagini per attingere
la nuda verità. Questo procedimento
introduce in Dio una folla d'imperfezioni
e crea una spiacevole somiglianzà con
le favole mitologiche.
Risposta.
- Evidentemente la dommatica, parlando dell'eterna
generazione del Verbo e della processione
dello Spirito Santo, purifica i concetti da
ogni carattere temporale, transitorio e imperfetto.
La paternità umana, per quanto elevata,
suppone una divisione, una trasmissione di
vita passeggera, una limitazione dell'individuo
che cerca di sopravvivere nella specie, una
nascita d'un bimbo meschino e debole, un assoggettamento
doloroso alla materia. In Dio si chiama generazione
un atto perfettamente spirituale e immanente,
che ha il suo termine nell'immagine radiosa
del Padre dei lumi, nell'unità di una
vita non divisa, ma data totalmente senza
subire alcuna perdita.
Il
lavoro teologico consiste proprio nella rimozione
sempre imperfetta di ogni elemento d'imperfezione.
I concetti analogici, a forza d'essere così
purificati, diventano astratti, quasi scheletrici,
sprovvisti di tensione interiore e di vita,
onde la Scrittura e la patristica, nel parlare
dei misteri di Dio, non sdegnano quella specie
d'analogia che si chiama metafora. Se da una
parte i semplici talvolta
vi prendono abbagli letteralizzando troppo,
dall'altra gli studiosi, scartando per esagerato
disprezzo ogni immagine, corrono il rischio
di perdere la pienezza di senso reale che
queste immagini suggeriscono con un'eloquenza
spesso impressionante. Non di rado l'antropomorfismo
è insostituibile, però vuoi
essere inteso, non secondo la lettera, ma
nello spirito che, usandolo, ne spezza i limiti
e ne corregge l'angustia. Sarebbe molto più
deplorevole se, col pretesto dell'esattezza
si condannasse ogni paragone con le cose umane.
Ciò spiega in parte il carattere ripulsivo
e arido d'un certo numero di manuali dominatici.
Sull'uso di nozioni analogiche in teologia
si consulterà con frutto l'opera di
T. L. Penido Le róle de l'analogie
en théologie dogmatique, Parigi, 1931.
Sulla Trinità cfr. pp. 257-345.
Mancanza
di valore religioso. - L'affermazione
della Trinità è una specie d'aritmetica
soprannaturale, dove uno è uguale a
tre, dove non scopriamo alcun valore per la
vita religiosa, trattandosi di speculazioni
vuote di senso su inafferrabili relazioni.
Basta leggere i sapienti calcoli sulle tre
processioni, le tre relazioni sussistenti,
le quattro proprietà, le cinque nozioni,
ecc, per doversi chiedere che relazione possano
avere tali esercizi con la preghiera e l'adorazione,
per non parlare della vita morale.
Risposta.
- Si può ricevere quest'impressione
leggendo certi manuali latini, avidi di grande
precisione di linguaggio. In questo campo
l'esattezza ha grande importanza. La rivelazione
però ha un altro timbro. Dio non rivela
il mistero della sua esistenza feconda per
il piacere d'umiliare la nostra intelligenza,
ma ha parlato per bontà e per arricchirci.
Egli non intende solo darci la possibilità
di gettare un furtivo sguardo nel suo intimo
santuario, né si da come oggetto di
spettacolo o per essere il tema di sottili
discussioni: la sua rivelazione è anche
donazione personale. Nella Bibbia la sua parola
è sempre produttrice, realizza e crea,
e questo nel mondo soprannaturale sarà
la grazia.
Non
è altamente significativo che i misteri
della Trinità e della deificazione
del cristiano appartengano entrambi al Nuovo
Testamento? Gli antichi non conobbero né
l'uno né l'altro. I vangeli e la letteratura
apostolica non contengono nessuna elaborazione
teorica della Trinità come la troviamo
nei nostri catechismi. Anche la formula battesimale
di Matteo è un testo d'iniziazione
liturgica. Il punto di vista della rivelazione
è storico. Il Padre si rivela come
tale nel Figlio che egli manda per comunicarsi
agli uomini e fare di loro i fratelli del
suo Primogenito; lo Spirito, diffondendosi
nei cuori da una partecipazione dell'amore
increato e diviene il principio dell'adozione
filiale. Il cristiano viene fisicamente trasformato
dall'inabitazione delle tre divine Persone.
La grazia si manifesta come un personalismo
sublime: è relazione tra persone. Il
cristiano non è più un'estraneo,
ma entra in intimi rapporti col Padre col
Figlio e con lo Spirito Santo. Insomma il
mistero della Trinità si prolunga nelle
missioni del Figlio e dello Spirito; le missioni
visibili, l'incarnazione e la Pentecoste,
hanno lo scopo di realizzare le missioni invisibili
della grazia santificante.
Non
è certo possibile ridurre i dommi alla
loro utilizzazione pratica, perché
prima di tutto sono verità da credere;
e la verità va accolta in modo umano,
cioè intellettualmente. Ma la loro
funzione non si ferma qui; per essi laParola
di Dio diviene in noi esigenza e causa d'adesione
totale, di vita religiosa e morale. Dobbiamo
praticare la virtù non per divenire
figli di Dio; ma, essendo per adozione figli
del Padre che è nei cieli, fratelli
di Cristo e templi dello Spirito Santo, dobbiamo
evitare ogni peccato e vivere degnamente la
nostra nobiltà soprannaturale.
§
2. - Obiezioni contro la creazione.
La
creazione, una pseudo-idea. - Creare
significa fare una cosa dal nulla; ma questo
è assolutamente impensabile perché
si fa del nulla una realtà. Infatti,
con un'immagine molto puerile, si suppone
uno spazio vuoto infinitamente esteso in tutte
le direzioni, dalla cui profondità
misteriosa Dio fa emergere gli astri. Il mondo
poggia su tale abisso, come la terra sulle
acque del caos primitivo presso gli Ebrei,
e non ci si rende conto che in questo modo
il nulla svolge la funzione di quasi-materia
per fabbricare l'universo. È ritornare
puramente e semplicemente alla cosmologia
babilonese.
Inoltre
l'azione creatrice viene immaginata nel tempo.
Ci fu un momento in cui, fuori di Dio, non
c'era nulla, ma dopo una durata eterna di
silenzio e di riposo, un giorno, al principio,
fu pronunciata la parola creatrice e il mondo
balzò all'esistenza. Quindi prima del
tempo c'era un tempo, una durata vuota dove
si pone Dio; tra lui e il mondo s'inserisce
l'azione creatrice, sforzo nuovo il cui risultato
è il divenire delle cose terrestri.
Questo significa accumulare dei non sensi.
Risposta.
- Possiamo accettare questa condanna vigorosa,
che non tocca la concezione filosofica della
creazione, ma un'immaginazione effettivamente
molto diffusa, della quale è difficile
anche per noi disfarsi. Tutto il nostro linguaggio
è impregnato d'immagini spaziali e
temporali; la nostra esperienza conosce solo
trasformazioni di cose esistenti; tutte le
nostre misure sono intra-mondane e relative,
e dobbiamo superare questo gioco fallace per
elaborare l'idea d'un'azione identica a Dio,
fuori d'ogni spazio e durata, il cui termine
è resistenza, nella sua totale profondità,
delle cose contingenti. Cosi la creazione
viene ad essere una pura relazione di totale
dipendenza degli esseri dal loro Principio
(San Tommaso, Contra Gentes, II, 18). Non
ci fu assolutamente materia preesistente per
ricevere l'azione divina. Con questa pura
relazione arriviamo a un tale grado di astrazione
metafisica che ci sentiamo un po' a disagio.
Non
vi fu mutamento, perché non c'era nulla
che potesse passare da uno stato all'altro
e l'idea di creazione nega proprio questo
termine iniziale, questo punto di partenza,
questo passaggio. Non vi fu successione dal
nulla all'essere perché il nulla non
è. Non si può nemmeno conservare
l'idea d'arrivo, ma semplicemente quella d'esistenza
davanti a Dio e di dipendenza da Lui, Non
ci fu un prima e un dopo, né una materia
pregiacente all'azione, né un ricettacolo
destinato ad accoglierla. Tutto è creato,
compresa la materia e compreso il tempo. La
creatura esiste perché Dio l'ha fatta,
ma non c'è reciprocità e il
Creatore non dipende dalla sua opera; egli
non muta, è semplicemente fonte di
tutto il resto, però fonte libera e
benefica, per pura bontà.
La
frase " fare dal nulla " ha quindi
contenuto puramente negativo, eliminando qualsiasi
punto di appoggio e ogni soggetto recettivo.
Poiché noi con la nostra operazione
non raggiungiamo l'essere, ma solo i modi
di essere, il concetto di creazione ai nostri
occhi presenta qualcosa di misterioso ed è
un mistero come Dio stesso; però, pur
mancandoci necessariamente ogni sostegno immaginativo,
non abbiamo il diritto di gridare all'assurdo.
L'essere di Dio e l'essere contingente non
appartengono allo stesso ordine; Dio fa esistere
la creatura, ogni creatura. Ecco la sola chiarezza
di cui siamo capaci in questo campo della
prima realtà.
L'eternità
del mondo. - È inconcepibile
che il mondo abbia avuto un inizio e, per
crederlo, bisogna ammettere almeno la successione
dal nulla all'essere; ma questo è contraddittorio;
perciò il mondo è sempre esistito.
Chiedere quando abbia avuto inizio il mondo
ha lo stesso senso del chiedere dove si trovi
l'universo; e come lo spazio immaginario non
è il prolungamento dello spazio reale,
cosi non s'addiziona il nulla con l'essere.
Ora se il mondo è eterno, non c'è
mezzo di dimostrare né la creazione
né l'esistenza d'un Dio creatore.
Risposta.
- L'obiezione non è tale da mettere
nell'imbarazzo il filosofo cristiano poiché
la dimostrazione dell'esistenza di Dio non
dipende minimamente dal fatto che un giorno
il mondo ebbe inizio. L'idea di un cominciamento
del mondo è filosoficamente indimostrabile,
come sostiene anche San Tommaso, pur essendo
egli convinto che la Scrittura e la Tradizione
impongono un inizio temporale. Infatti i concili
Lateranense e Vaticano insegnano , che Dio
" simul ab initio temporis " creò
la materia e lo spirito (Denz. 428 e 1783).
Il magistero respinge risolutamente la materia
eterna degli antichi, sottratta alla creazione
e semplicemente ordinata dal Demiurgo. Intende
forse condannare anche l'opinione che San
Tommaso dichiara possibile in filosofia? La
cosa non è evidente. Esso insegna il
carattere temporale della creazione. Il tempo
ebbe nascita col mondo, è inerente
al mondo successivo, anche se fosse impossibile
assegnargli un primo istante.
La
prova dell'esistenza di Dio si basa sul carattere
contingente del mondo, non su quello temporale.
Un mondo " eterno " sarebbe stato
creato da Dio da tutta l'eternità,
meglio ancora, in ogni momento della sua durata
supposta senza fine, il mondo dipenderebbe
da Dio con tutta la realtà che racchiude.
Tutte le uova e tutte le galline della classica
serie indefinita sono prodotte dal Creatore.
L'argomento dimostra non la necessità
di arrivare a un primo essere della serie,
risalendo la corrente, bensì la necessità
di riconoscere un Essere primo fuori della
serie, uscendo dalla corrente.
Questo
Essere, totalmente differente e veramente
trascendente, ha in sé la propria ragion
d'essere; produce tutti gli altri esseri e
il loro concatenamento. Nessuno di questi
esseri si giustifica da sé, tutti sono
di natura essenzialmente contingente. Ora
addizionare deficienze, sia pure infinitamente,
non condurrà mai a un risultato positivo.
Pensare il contrario è gioco di fantasia
e significa pretendere, come dice il P. Sertillanges,
che il pennello dipinga da solo all'unica
condizione che abbia il manico molto lungo
o che l'orologio cammini senza molla a condizione
che abbia innumerevoli congegni.
Creazione
e prescienza divina. - II creazionismo
postula una prima causa totalmente indipendente:
un'intelligenza suprema che ha prestabilito
il piano dell'universo nei suoi minimi dettagli;
una volontà assoluta, che tiene tutto
nella sua mano e conduce infallibilmente le
creature al loro fine determinato. L'ordine
della Provvidenza è lo svolgersi d'una
pellicola cinematografica. Una simile prescienza
distrugge la libertà e riduce la vita
umana a un gioco di marionette, mentre io
sono cosciente che costruisco la mia vita
e determino io stesso la mia azione. I decreti
predeterminanti di Dio o i libri del destino
sono la stessa cosa e per di più assurda.
Alla fine poi l'Onnipotente punirà
nei riprovali le mancanze che Egli stesso
avrà provocate.
Risposta.
- Una prescienza di questo genere, concepita
in modo umano e unita a un'illimitata volontà
tirannica, non corrisponde assolutamente alla
dottrina cristiana della Provvidenza creatrice,
poiché è un errore proveniente
da una falsa immaginazione pensare la prescienza
facendo un calco della ragione matematica
o dell'intelligenza fabbricatrice. La Provvidenza
non agisce come un uomo che prima riflette
e calcola, poi eseguisce a puntino il piano
fissato; cosi quest'uomo sa dò che
farà domani. La soluzione pare semplice,
ma di fatto non è una soluzione, poiché
la creatura non fa più nulla e il Creatore
viene ridotto all'ordine temporale con la
sua successione di passato, presente e futuro.
Indubbiamente nulla sfugge alla conoscenza
di Dio, la cui scienza lungi dall'essere passiva,
è causa produttrice del mondo. "Noi,
dice Sant'Agostino rivolgendosi a Dio, vediamo
le cose che hai fatto perché sono;
Tu vedendole k fai essere " (Conf., XIII,
38, 1). Tale visione divina, identificata
con la sua volontà onnipotente è
causa non solo dell'essere delle creature,
ma anche della loro attività, che sarà
necessaria o libera, secondo la natura degli
esseri voluti e creati da Dio. Egli conosce
il mio atto libero, ma non distrugge questa
libertà conoscendola.
"
L'esistenza di Dio, che è lo stesso
essere sussistente, non impedisce alla creatura
di sussistere nel suo piano di creatura; allo
stesso modo la causalità di Dio che
è sovrana e sovranamente efficace nel
suo ordine, non impedisce alla causalità
creata d'esercitarsi secondo la propria natura,
cioè contingentemente " (Sertillanges,
L'idèe de créatìon, Paris,
1945, p. 182).
San
Tommaso, più di chiunque altro, è
cosciente di non poter delucidare perfettamente
la difficoltà filosofica inerente a
quest'innegabile principio, perché
per riuscirvi dovremmo avere una conoscenza
propria del trascendente, il che è
pura illusione. Il santo propone tuttavia
due rilievi giudiziosi e tali da poter eliminare
ogni contraddizione manifesta.
Prima
di tutto la conoscenza di Dio é eterna
(aeternalis). Nel senso stretto non è
prescienza o, ancor meno, predeterminazione.
L'eternità non è parallela al
tempo; non è come una conoscenza successiva
iniziata prima del mondo creato e continuata
dopo, come una linea infinita di cui la vita
del mondo sarebbe una sezione; non è
nemmeno un punto superiore da cui Dio dominerebbe
il trascorrere delle epoche, ma è semplicemente
la stessa vita di Dio sempre presente totalmente
a se stessa, sempre identica, davanti alla
quale tutto è attualmente presente.
Il futuro libero come tale, cioè nella
sua contingenza non è neppure conoscibile;
lo sarà soltanto al momento della sua
realizzazione; allora soltanto avrà
un'esistenza determinata, e sarà oggetto
di scienza. Ma questo prima e questo dopo
esistono per noi, non per Dio. Egli crea la
successione degli esseri e degli atti ma la
sua creazione, come la sua conoscenza, non
passa da un oggetto all'altro.
In
secondo luogo la conoscenza divina è
efficace perché produce evidentemente
l'essere, non il niente, e questo vuoi dire
che il bene che è positivo, e il male,
che è una privazione, non si ergono
ex aequo davanti al Creatore. Avendo dimenticato
questa differenza fondamentale, molti teologi
si cacciarono in difficoltà inestricabili.
Metafisicamente l'essere, la conoscenza e
il volere hanno la stessa estensione; ciò
che non è, la mancanza di essere, non
è oggetto di conoscenza diretta, come
non può servire di termine a un volere
qualsiasi.
In
concreto Dio non conosce il male direttamente,
ma unicamente nel bene di cui è una
privazione, e non lo vuole affatto. La Scrittura
dice che Egli amò le creature ut esseni,
perché esistessero. I limiti certo
sono inerenti a tutto ciò che è
creato, per definizione; significano l'arresto
oggettivo del volere e della conoscenza di
Dio, e l'Onnipotente non può creare
un mondo infinito, perché questo è
una contraddizione. Dio produce il bene come
causa prima, sostenendo la causa seconda e
la sua produttività, e il male non
è riducibile alla sua causalità
suprema, ma è unicamente la deficienza
della causa seconda. Il Bene sommo non causa
il male, ma lo permette in quanto non gl'impedisce
di limitare il bene; se volesse eliminare
questi limiti inevitabili, s'interdirebbe
di creare qualsiasi cosa. Il limite è
il tributo della creazione e la creatura farebbe
male a lamentarsene, perché si lagnerebbe
di non essere Dio e, non volendo essere creatura,
non sarebbe più nulla.
La
scienza di Dio fu paragonata a quella dell'artista
e la nostra a quella dello spettatore. Come
l'artista, Dio fa esistere un'opera pensandola,
ma è un'opera vivente e libera. Come
noi conosciamo i nostri atti interiori vivendoli,
cosi la scienza di Dio attinge ciò
che essa produce nella creatura libera, pur
rispettando, anzi producendo, questa libertà.
La
Provvidenza è l'educatrice perfetta
che non sopprime la personalità degli
uomini col pretesto di prevenirne le deviazioni
e vede perfettamente ciò che avviene
nel loro cuore, senza però imporre
ad essi nessuna violenza. Gli uomini non potranno
mai ingannare la chiaroveggenza di Dio, però
mai ne subiscono una costrizione. Continuiamo
il paragone. Un educatore geniale è
praticamente infallibile nel giudicare i suoi
allievi; egli li interroga per farli rispondere,
entra, per cosi dire, nelle loro coscienze
per far scegliere loro il bene o per far comprendere
i loro sbagli. Ora, Dio realizza tutto questo
perfettamente e senza nessuna restrizione.
La sua Provvidenza dimostra una certa plasticità,
s'adatta alle condizioni umane seguendole
passo passo, tien conto dei nostri peccati
per correggerli, delle nostre preghiere per
esaudirle, del nostro buon volere per coronarlo.
Sappiamo che questo modo di parlare è
inadeguato perché la Provvidenza non
dipende affatto dalle nostre mutevoli disposizioni,
però è quello usato dalla Scrittura,
tagliato sulla nostra misura umana. Dio la
supera. Voi non riuscirete a scrutar le mie
vie, dice il Signore.
La
Provvidenza creatrice e il problema del male.
- La religione cristiana pretende che la Provvidenza
sia un atto dell'intelligenza e della volontà
divina, ispirata dall'amore delle persone
create, di cui vuole efficacemente la felicità.
Però questa definizione, davanti allo
spettacolo delle catastrofi umane è
un'ingiuria, poiché nella nostra esistenza
domina incontestabilmente il male. Lo stato
normale è la guerra, e la pace è
soltanto un'euforia passeggera e fallace;
se si riuscirà, forse, un giorno a
interdire l'uso della bomba atomica, non potremmo
mai né domare gli odi, né le
malattie, né arresteremo il terremoto.
La somma dei mali umani è letteralmente
schiacciante. Né si dica che Dio usa
questi mali come un pittore nel suo quadro
si serve delle ombre per dar più risalto
alle luci. Queste sono divagazioni di esteti,
che non comprendono il nostro strazio. Se
questo Dio esiste, è un essere cattivo
che, per la sua gloria personale, fa delle
opere d'arte col sangue umano.
Risposta.
- Nessuno nega che si deve fare una
distinzione fondamentale tra il male morale
e quello fisico. Il peccato è l'atto
volontariamente colpevole d'un uomo, che perciò
non può decentemente reclamare l'impunità
totale; egli porterà il peso delle
sue opere, e avendola, per così dire,
ricercata, l'infelicità gli è
imputabile, né ci potrà troppo
commuovere anche se noi giustamente ne compiangiamo
la sorte.
La
possibilità di scegliere il male al
posto del bene obbligatorio è la contropartita
della libertà umana che non è
somma e perfetta, come quella di Dio e, relativamente,
di quelli che sono definitivamente in Lui;
è invece una libertà audace,
esitante, capace d'ingannarsi volontariamente,
ma sempre libertà; essa possiede il
proprio atto, ne dispone a discrezione, e
il frutto della sua attività le è
proprio; essa è principio di merito
e titolo di dignità ed è regale
anche quando si lascia sfigurare; è
signora nel suo ordine, ma soggetta a un ordine
superiore e perde la propria dignità
soltanto quando con l'impenitenza finale ha
fissato la sua scelta definitiva nella negazione,
problema questo che abbiamo toccato più
sopra.
Tolta
questa degradazione al rango delle cose, l'uomo
resta persona e deve conquistare la sua personalità
con una lotta intensa e renderla stabile con
vittorie successive. Il ricevere una perfezione
già fatta, senza sforzo e senza rischio,
non è consono alla sua natura. La somma
Bontà gli offre il mezzo di realizzare
la sua perfezione e d'essere causa nel senso
pieno, cioè causa libera, con. potere
per cosi dire creatore, incomparabilmente
più somigliante a Dio che a un automa
o a una macchina. Una volta compreso l'omaggio
d'un uomo libero, dice Pèguy, si aborriscono
per sempre gli abbassamenti degli schiavi
striscianti, privi d'una propria volontà.
Il fallimento parziale, la caduta passeggera,
la ferita guaribile saranno l'occasione d'una
gloria più intensa, perché conquistata
più pericolosamente e più virilmente.
Sunt enim pulchritudines pec-catorum, diceva
Sant'Agostino pensando all'aspra bellezza
della penitenza, dell'umiltà e della
gratitudine del peccatore perdonato. Dio è
fiero di trasformare briganti e pubblicani
in eroi e santi. Questa libertà imperfetta
non è certamente la migliore, ma a
suo modo è pur sempre magnifica, perché
è il mezzo per attuare una libertà
senza deficienze e coronata; è faticosa
ascesa verso la vittoria e rifiutare pigramente
simile lotta, significa rassegnare la propria
nobiltà di uomini.
Il
male fisico spesso è l'effetto d'una
deviazione morale e, nell'intenzione della
Provvidenza, deve servire a correggere un'abdicazione
passeggera; è un richiamo e uno stimolo,
più ancora che una punizione. Tuttavia,
anche ammessa la dottrina del peccato originale,
qualsiasi infelicità non è effetto
d'una giustizia immanente. Lo pensarono gli
Ebrei, ma già il libro di Giobbe poteva
disingannarli, e il Nuovo. Testamento ci dice
esplicitamente che non ogni male è
un castigo.
Che
senso hanno allora le sofferenze degli uomini?
Soprattutto che senso ha la morte? Prima di
tutto conviene esaminare il problema nell'ordine
naturale, ordine che non viene distrutto per
il fatto di essere conglobato nella soprannatura.
Il
dolore e la morte sono parte della nostra
condizione umana, essenzialmente vulnerabile
e limitata. Noi siamo preda di antinomie irriducibili:
persone vive, dotate d'un senso molto acuto
del valore e d'una feroce volontà di
vivere, vediamo il nostro istinto di conservazione
condannato a un fallimento certo; siamo inseriti
dalla nostra condizione biologica in un ambiente
cosmico che ci nutre e ci sostiene, ma che
finirà con lo schiacciarci; la nostra
intelligenza domina le forze cieche della
natura, che spesso sfuggono al nostro controllo
e ci sterminano; la nostra condizione sociale
c'integra in un complesso di legami di simpatia
e d'amore, ma troppo presto spezzati da separazioni
ta-lora crudeli; l'io vi trova nel mondo una
fonte dove sono intimamente frammiste gioie
e disillusioni, vittorie e disfatte, esaltazioni
e impotenze. Il peso dei mali che dobbiamo
portare è reso più grave dalla
malizia dei fratelli nemici, dall'infedeltà
e dalla cattiveria, dalla violenza delle passioni;
cose tutte che minacciano di distruggere il
povero gruzzolo di felicità che con
tanti stenti siamo riusciti a sgranellare.
In ogni ipotesi noi viviamo votati alla morte.
Se tutto finisce qui, resta solo la disperazione
o la nausea come va annunciando l'esistenzialismo
ateo; se il sogno di sopravvivere è
un'illusione, se Dio non esiste, lo scacco
totale dell'uomo è certo; se invece
esiste l'anima immortale e se la Provvidenza
creatrice non è un mito, la vita in
questo mondo sarà una prova, ma avrà
una meta che abbiamo il potere di rendere
radiosa. Non l'esistenza di Dio rende assurdo
il mondo; l'assurdo c'è solo nel negare
Dio: Si malum est, Deus est, dice San Tommaso
{Cantra Gentes, III, 71). Siamo chiamati ad
attuare un destino immortale in Lui, anche
estraendo dalle meraviglie della grazia e
della vita divina, poiché purificandoci
dobbiamo adattarci al Bene totale da cui siamo
usciti e al quale ritorniamo. Allora, le prove,
le malattie, e perfino la morte cambiano aspetto
e assumono il loro volto e manifestano il
loro senso reale, rivelandosi mezzi e materiali
per costruire una città beata.
Questa
visuale acquista un senso molto più
profondo nell'orizzonte dell'elevazione alla
vita divina, unico destino che di fatto ci
viene fisssito. I più bei voli sul
fiorire d'una vita postuma puramente umana
possono anche lasciarci insoddisfatti, ma
grazie a Dio c'è infinitamente di più;
c'è il fatto del Figlio che volontariamente
assunse egli stesso tutte le miserie dell'uomo,
eccetto il peccato, per trasformarle in semenza
d'immortalità divina. Non dobbiamo
legittimare la povera ipotesi della natura
pura, avendola Dio superata con una insospeltata
meraviglia d'amore.
Ciò
non ha senso per chi rigetta la fede cattolica.
Ma ciò che dobbiamo difendere, ciò
per cui ci attaccano, è proprio la
fede cattolica. Ci sarà quindi permesso
di vederla nel suo insieme; non possiamo giustificarne
una parte staccata arbitrariamente dal tutto;
siffatto modo di procedere ci metterebbe davanti
a un falso problema e darebbe, a troppo buon
mercato, la vittoria ai nostri avversari.
La
nostra impotenza davanti al mondo e specialmente
davanti alla sofferenza sarà, da parte
della Grazia di Cristo, lo strumento più
adatto per farci trionfare della prova terrestre
e per prepararci alla gloriosa trasformazione.
Ut manifestentur opera Dei in ilio (Gv. 9,
3). Nella cornice della Provvidenza soprannaturale,
i mali e le malattie acquistano una portata
religiosa e morale d'importanza assolutamente
primaria, assicurano la purificazione, la
liberazione, la guarigione spirituale. L'espiazione
ristabilisce l'equilibrio morale, perché,
in un mondo che alletta la nostra attenzione
col miraggio dei beni pas-seggieri, la prova
ci preserva dalla dissipazione e dalla leggerezza,
ci permette di raccoglierci e di possederci,
ci approfondisce e ci fa entrare in Dio, e
anche se la temiamo come rimedio troppo amaro,
essa ci assicura una conoscenza di noi stessi
che nulla può sostituire. Nils Beskov
scrive che per provare la sonorità
di una campana bisogna batterne il bronzo.
I beati della terra ignorano la vera nobiltà
di cuore, la delicatezza e l'eroismo.
L'amore
puro e la dedizione nascono nel dolore e la
speranza supera la morte; dopo Cristo la sofferenza
sfocia nella luce interiore, diventa la leva
misteriosa di quell'apostolato di cui approfitta
la massa dei diseredati e degli esacerbati
che imparano a rivivere. L'eroe pagano, stoico
davanti al doiore, e il filosofo che attraverso
una dura " catarsi " tendono alle
gioie dell'estasi, sono superati dal santo
cristiano, che nel crogiolo si purifica dall'orgoglio
e dall'egoismo e sa accettare perfino il martirio
con umiltà serena. L'accettazione del
mistero della Croce conduce alla più
pura perfezione umana, che è divina.
L'evoluzionismo
applicato all'uomo. - Nella questione
dell'origine delle specie viventi i cattolici
hanno finito molto malvolentieri di allinearsi
col trasformismo; però continuano a
fare riserve esplicite per l'origine dell'uomo.
Ora le osservazioni e le posizioni scientifiche
su questo punto sono identiche a quelle riguardanti
gli altri viventi; e pare anzi che la teoria
evoluzionista non sia completa e sia priva
della chiave di volta, se la storia della
biosfera non incorpora il fatto umano. Vediamo
la vita delle specie avanzare per diversi
tentativi fino alla sommità, che sarà
l'homo sapiens recens, seminando lungo la
via, prima di arrivare a questo punto, i fossili
dei primi ominidi, molto prossimi ai grandi
primati. Quando si scoperse il primo scheletro
di Neanderthal, il suo aspetto bestiale colpi
anche gli studiosi e fu supposta una deviazione
patologica. Ma dopo di allora i Neanderthaliani
si contarono a dozzine, e la serie evolutiva,
dopo il Pitecantropo di Giava e il Sinantropo
di Pechino fino alle razze di Cro-Magnon,
di Grimaldi, di Chancelade, si arricchisce
ogni giorno più di nuovi anelli che
legano l'uomo moderno ai suoi ascendenti animali.
L'uomo morfologicamente appartiene alla stessa
loro famiglia e non è spiegabile lo
sviluppo progressivo degli uomini fossili,
se non si suppone un vero concatenamento.
Certamente è difficile fare una classificazione
precisa a causa dei tipi apparentemente aberranti,
ma il fenomeno generale è incontestabile.
Invece i cattolici alla fine dell'evoluzione
suppongono un colpo di forza con cui Dio avrebbe
introdotto nel mondo vivente un essere perfettamente
irriducibile ai precedenti. Quest'irruzione
violenta è scientificamente inconcepibile.
Risposta.
- Se la Chiesa accolse piuttosto freddamente
le prime ipotesi evoluzionistiche, le riserve
erano ispirate non da una deplorevole angustia
scientifica, ma dalla preoccupazione d'evitare
interpretazioni filosofiche insostenibili.
Occorse un certo tempo per capire il diverso
piano delle scienze biologiche e della metafisica.
L'interpretazione dei racconti della Genesi
conobbe pure certe esitazioni e anche tentativi
di concordismo, che oggi sono comunemente
abbandonati. La Bibbia non intende affatto
d'insegnarci le scienze naturali, ma si occupa
della religione rivelata; gli autori ispirati
d'altronde parlano il linguaggio della loro
epoca e, usando un genere letterario oggi
meglio compreso, ricorrono a immagini e metafore
per esprimere i fatti fondamentali della storia
religiosa dell'umanità. La Genesi afferma
che tutti gli esseri, compresi i viventi e
in particolare gli uomini, furono creati da
Dio, senza occuparsi della loro parentela
o genealogia, questioni scientifiche le quali
esulano dal suo orizzonte.
Il
fatto della creazione universale è
dimostrato anche filosoficamente, ma le teorie
trasformiste, se non sono interpretate in
senso materialista, che sbocca alla negazione
d'un creatore trascendente, non sono toccate.
In definitiva l'evoluzionismo, che è
un'ipotesi scientifica, non s'oppone al creazionismo,
ma al fissismo, che è un'altra ipotesi
scientifica, restando l'una e l'altra al di
qua del piano metafisico e religioso. Quindi
non è il caso di parlare d'un qualsiasi
antagonismo tra la scienza e la fede.
Ma
i sottintesi e i presupposti filosofici abbondano
quando s'affronta la questione dell'origine
dell'uomo. Infatti in alcuni biologi s'indovina
un segreto intento d'includere l'uomo puramente
e semplicemente nella serie degli animali
superiori, negandone la trascendenza intellettuale
e morale. Fa capolino il materialismo che
inasprisce le dispute.
C'è
dunque una questione fondamentale da trattare
a parte. L'uomo ha un'anima ragionevole e
immateriale, e questa, per la sua stessa natura,
non può giungere all'esistenza che
per creazione diretta, il che vale non solo
per il primo uomo, ma anche per tutti i suoi
discendenti. Diversa è la questione
riguardante il corpo die, considerato a sé,
potrebbe aver avuto un'origine animale. Nulla
vi si oppone, se si tien conto del fatto che
in ultima istanza è proprio l'anima
che gli assicura la constituzione umana. D'altronde
la Chiesa lascia liberi in tale questione,
se cioè Dio per formare il corpo del
primo uomo si sia servito d'una materia animata
anziché d'argilla; essa però,
per eccellenti ragioni, parlerà sempre
della " creazione speciale dell'uomo
". L'uomo è essenzialmente differente
dal regno animale, che supera in tutta la
sua statura di essere intellettuale, destinato
all'immortalità presso Dio.
Perché
non si creda che abbiamo troppo semplificato
il problema bisognerà certamente aggiungere
vari rilievi, ma vi ritorneremo in seguito.
Il domina del peccato originale postula una
famiglia e una discendenza comune per tutti
gli uomini attuali; lo stato di giustizia
primitiva suppone pure che i progenitori avessero
ricevuto un'elevazione religiosa e morale
d'ordine specificatamente soprannaturale;
infine l'interpretazione ufficiale, anche
se non infallibile, dei racconti della Bibbia
impone alcune restrizioni, come sull'origine
della prima donna, per la quale è difficile
trovare un'ipotesi scientifica capace di spiegare
come essa sia sorta dall'uomo, benché
questo punto non tocchi i fondamenti della
fede cattolica come li tocca la creazione
universale o la caduta primitiva (vedere il
Decreto della Commissione Biblica: Denz. 2123).
Concludendo,
il problema presenta serie difficoltà
relative alla storia del paradiso e alla dottrina
del peccato originale, di cui ci occuperemo
nel paragrafo seguente. Dal punto di vista
della creazione, l'evoluzionismo detto teista,
che cioè lascia intatti i principi
metafisici e religiosi su Dio creatore del
mondo e degli uomini, è un'ipotesi
probabile, ma la Chiesa non l'incoraggia,
perché ciò non rientra nel suo
compito. Molti autori cattolici esitano ancora
ad abbandonare un'interpretazione più
letterale della Genesi e si capisce la loro
circospezione. In simile campo la piena luce
si raggiunge con saggia lentezza.
§
3. - II peccato originale.
Peccato
e responsabilità personale.
-Se c'è un'idea che implichi responsabilità
personale è proprio quella del peccato.
Ora la dottrina cattolica della caduta originale
ci rende veramente peccatori, cioè
colpevoli e responsabili d'una mancanza che
non abbiamo commesso, che si dice trasmessa
per eredità. Ma non si comprende come
si possa ereditare un atto, a meno che non
si voglia dire semplicemente che noi portiamo
le conseguenze deplorevoli della caduta di
Adamo senza condividere la mancanza stessa.
Tale d'altronde è il pensiero di molti
cristiani. La teoria della " massa dannata
a è un'invenzione del pessimismo di
sant'Agostino, colpito dalla forza travolgente
delle passioni e dalla diffusione dell'immoralità.
Col pretesto di salvaguardare la giustizia
divina, egli giunge a far punire gl'innocenti.
Tale concezione è direttamente opposta
allo spirito del nostro tempo. Una tale abiezione
è concepibile nella morale del gregge,
che aspira a una liberazione magica, promessa
dalla casta sacerdotale, ma non nella morale
dell'uomo libero che forgia egli stesso la
propria vita e salvezza.
Risposta.
-Il concilio di Trento definì i seguenti
punti: la prevaricazione di Adamo fu nociva
a lui e alla sua posterità; egli perdette
per sé e per noi la santità
che aveva ricevuto, e ha trasmesso al genere
umano, non solo la morte e le altre pene del
corpo, ma anche il peccato, che è la
morte dell'anima. Questo peccato, uno nella
sua fonte, è trasmesso non per imitazione,
ma per propagazione ed è in noi, inerente
in ciascun uomo come suo proprio (Sessione
V, can. 2 e 3; Denz. 789-790).
La
distinzione tra l'atto colpevole di Adamo
e lo stato di peccato che segue è dunque
perfettamente chiara perché si trasmette
per eredità lo stato, non l'atto. Il
concilio insegna con la stessa chiarezza che
i discendenti d'Adamo portano non solo le
pene di questa mancanza, ma die si trovano
anch'essi in una situazione di peccato. Questo
stato è descritto come la privazione
della giustizia e della santità che
Dio aveva date al nostro primo padre e destinate
a tutta la posterità. Noi non abbiamo
dunque commesso il peccato originale e non
potremmo pentircene. Come avremmo potuto agire
male prima di nascere? La caduta non è
opera della nostra libera volontà,
e si può chiamare peccato solo in connessione
con la trasgressione volontaria del capo del
genere umano. Resta tuttavia che la privazione
della giustizia e della santità, è
colpevole nella sua origine e realmente inerente
a ciascun di noi, che siamo tutti sviati dal
nostro fine soprannaturale. Questa dottrina
include quindi una nozione analogica di peccato,
die minimum habet de voluntario, dice la teologia,
ed è comprensibile solo nell'ipotesi
della vocazione alla grazia.
L'elevazione
all'ordine soprannaturale fu per il genere
umano non una promessa, ma realtà effettiva.
Dio di fatto accordò la giustizia a
tutta la stirpe.
come
esisteva nel suo rappresentante, e tutta la
progenie ne avrebbe beneficiato se il capo
responsabile della natura elevata non avesse
respinto il privilegio, che, perduto, non
poteva più trasmetterlo; quindi tutti
i discendenti se ne troveranno privi, pur
senza essere rovinati nell'intima costituzione.
I doni della grazia divina non provenivano
dall'essenza dell'uomo ma gli erano sovraggiunti;
e quindi gli uomini non potevano esigerli
dal Creatore e tanto meno reclamarne la restituzione
dopo l'offesa, perché la vita divina
non appartiene più ad essi. Fuori di
questa correlazione alla vita divina non è
comprensibile la morte spirituale, ed essendo
cosi connesso con il domma della grazia, il
domma del peccato originale fu rivelato non
prima, ma assieme a quello, appartenendo entrambi
al Nuovo Testamento. Perciò gli antichi
ignorarono ambedue i misteri.
Dov'è
l'ingiustizia? Il male della caduta è
grave e triste, ma non si vede sia leso alcun
diritto. Il giansenismo credette a torto che
Dio fosse obbligato di accordare all'uomo
la grazia santificante; cosi quell'eresia
sacrificava, inconsciamente, al naturalismo
prima della caduta, e dopo esagerava le conseguenze
della mancanza di Adamo, sotto colore d'esaltare
la misericordia di Dio per i soli redenti.
Le
conseguenze del peccato originale. -
Se il peccato ereditario fosse soltanto la
perdita d'un dono supererogatorio, non apparirebbe
assurdo, ma la cosa non è cosi semplice.
Perché non riconoscere che la spiegazione
proposta fu abilmente addomesticata? Dell'antico
domma si conserva soltanto la terminologia.
L'uomo intaccato dal peccato originale non
differisce affatto da quello che sarebbe stato
creato nello stato di natura pura, senza grazia,
ma anche senza colpabilità ereditaria;
differirebbe solo come differisce un uomo
spogliato da un uomo nudo. L'uomo naturale
sarebbe diventato più freddoloso perché
fu rivestito per un istante dal caldo mantello
della grazia? Il mantello fu inventato proprio
per poterlo levare senza detrimento per il
soggetto.
La
teologia aborrisce simile estrinsecismo che
sovraimpone la grazia alla natura senza un
legame vitale; inoltre espone un quadro estremamente
tetro delle conseguenze del peccato originale,
poiché non solo le miserie fisiche
e morali dell'umanità sono diventate
incalcolabili, ma anche perché senza
l'aiuto indebito della grazia l'uomo decaduto
si ritrova incapace di vivere una vita onesta
e di raggiungere perfino il suo destino naturale,
e se vive abbastanza a lungo, non sfuggirà
al peccato cui soccomberà infallibilmente.
Il regno del male, lo straripamento della
concupiscenza sono la traccia concreta della
prevaricazione iniziale. Questo segno della
collera di Dio supera stranamente l'interpretazione
addolcita del peccato originale che ci viene
proposta. Il Concilio di Trento non parla
forse della morte dell'anima? E tutto ciò
sarebbe la conseguenza di un istante d'oblio
in un antenato che si perde nella notte dei
tempi.
Risposta.
- Questa reazione indignata è
comprensibile nei confronti della esposizione
del racconto della caduta che alle volte s'incontra
in una letteratura antropomorfica e semplicista:
si rappresenta il Creatore come se nel paradiso
avesse dotato Adamo di privilegi mirifici
e favolosi, aggiungendo una proibizione puerile
e arbitraria, la cui cieca osservanza impegna
la sorte di tutta la razza umana per il tempo
e per l'eternità; ma viene la trasgressione
causata da una frode. Ed ecco Dio condannato
anche Lui a ricominciare la sua opera e a
riparare le rovine, per non confessare il
suo scacco davanti al serpente.
Inutile
dire che siffatta versione del racconto della
Genesi ne misconosce completamente lo spirito;
la rappresentazione è tanto grossolana
da abbassare Dio a un livello mitologico.
Diverso è il senso della Bibbia e della
teologia cattolica. Dio in realtà non
corregge le sue intenzioni, non ha conosciuto
delusioni. L'ordine reale è l'effusione
della carità soprannaturale di Dio,
die resta anche oltre il peccato degli uomini.
La dottrina della caduta originale è
solo una parte del domma e costituisce lo
sfondo del mistero della redenzione. Moltissime
difficoltà derivano dal sezionamento
dei nostri trattati teologici e solo un metodo
che rispetta l'insieme e cerca la sintesi
potrà intraprtnderne la soluzione.
L'intenzione divina è di condurre il
genere umano alla divinizzazione malgrado
il fallo iniziale e tutti i successivi. L'amore
del Padre non si è smentito. La storia
del paradiso ha dato luogo a una classificazione
teorica conosciuta col nome di tre stati:
lo stato di giustizia originale, lo stato
della natura decaduta, lo stato della natura
restaurata. La caduta fu realmente un fatto
storico lagrimevole; ma nel piano divino lo
stato della natura decaduta non riparata non
è mai stato reale, perché fin
dal primo giorno, se cosi possiamo dire, Dio
decise e mise in opera la sua volontà
salvifica, rivelando maggiormente la sua bontà
col sollevare la stirpe umana gravemente colpevole.
E questo vuoi dire che l'Onnipotente, per
esprimerci agostinianamente, non avrebbe permesso
la caduta se non fosse stato abbastanza potente
e buono da rialzare gli uomini caduti. Non
possiamo trasferire la successione dei tre
stati nell'immutabilità divina essendo
un modo completamente e semplicemente umano
per esprimere la decisione irrevocabile della
suprema misericordia.
Non
ci fermiamo all'esegesi della storia del paradiso,
ma sempre meglio si comprende l'elevazione
religiosa straordinaria di questo racconto
dipinto a colori molto vivi e con eloquenza
popolare che non rifugge dalla metafora e
dal simbolo. Non è detta la parola
peccato, ma tutti gli elementi della narrazione
mostrano una volontà umana orgogliosa
che si erge contro l'essenza stessa dell'ordine
divino con un tentativo evidentemente inefficace
di rovesciarlo.
Le
conseguenze furono disastrose e si manifestò
un disordine estremamente grave, poiché
l'uomo, abbandonato a se stesso, è
ormai incapace d'una vita integralmente onesta,
con cui assicurarsi il possesso del suo fine
naturale. Questa almeno, la sentenza comune
dei teologi. La concupiscenza senza l'aiuto
della grazia, sarebbe vittoriosa. Ma perché
non vedere che quest'inciso: "senza l'aiuto
della grazia ", corregge ciò che
l'aforisma avrebbe di sconcertante? Lo stato
del peccato descritto da certa teologia a
tinte pessimistiche è irreale, perché
anche la grazia viene distribuita con accresciuta
abbondanza, ancorché l'uomo non abbia
il diritto di esigerla e soprattutto dopo
la prevaricazione.
Questo
offende l'orgoglio dell'uomo nietzschiano,
che desidera la salvezza, ma non vuole essere
costretto a confessare la propria indegnità
e impotenza; egli vorrebbe la grazia, ma come
una specie di piaga per la sua virtù.
Ma in tal modo non ci sarebbe più grazia
e l'iniziativa della redenzione non spetterebbe
a Dio; l'uomo, in sostanza, con tale atteggiamento
s'ostina nel suo grande rifiuto iniziale,
perché la salvezza è possibile
solo attraverso la misericordia straripante
di Dio. Ecco la verità liberatrice.
È
ozioso domandarsi che cosa avrebbe fatto Dio
se, dopo la caduta, non avesse decretato la
redenzione soprannaturale. Tutto il genere
umano sarebbe stato abbandonato a una dannazione
certa? Oppure l'Autore della natura avrebbe
almeno concesso il soccorso naturale assolutamente
indispensabile per assicurare all'uomo la
capacità morale di attuare il suo destino
umano? Sono questioni puramente ipotetiche.
Dio fece questo: chiamò l'uomo ingrato
a condividere, non ostante tutto, la sua propria
vita. Qui certamente non ci sono diritti da
far valere.
Per
mantenere questo principio non occorre affatto
stabilire un criticabile estrinsecismo riguardo
alla grazia, poiché il dono divino
non era meno ulteriore all'uomo per il fatto
d'essere indebito e quindi sovraggiunto. Anche
qui Sant'Agostino qualifica mirabilmente l'uomo
come capax Dei, capace di Dio. La capacità
è interamente recettiva e passiva,
ma è pur sempre una capacità
che gli esseri non intelligenti non posseggono
e Dio non potrebbe darsi loro, alla sua maniera
divina, non avendo essi anima in cui Egli
possa stabilirsi.
Secondo
san Tommaso, la giustizia originale primitiva
funge da legame tra la natura e la grazia,
perché essa, prodotta dalla vita soprannaturale
nell'ordine dell'efficienza, di qualità
preternaturale, serve come disposizione per
accogliere il dono propriamente divino. D'altronde
essa s'inserisce mirabilmente nel composto
umano, dove stabilisce un perfetto ordine
di sommissione, sommissione del corpo all'anima,
conseguente alla sommissione dell'anima a
Dio. In questo modo l'uomo può sfuggire
la concupiscenza sfrenata che conosce in seguito
al peccato, donde anche la promessa d'immortalità,
che, perduta fin dal primo giorno, viene restituita
oltre la morte, grazie alla redenzione. Dopo
il peccato i progenitori perdono la giustizia
originale e non possono più trasmetterla
alla loro discendenza; perciò i loro
figli sono privi delle disposizioni volute
per ricevere assieme con la vita dell'anima,
la vita superiore di Dio. Solo una nuova nascita,
la rigenerazione in Cristo, trasformerà
i figli della collera in figli d'amore.
La
divina pedagogia permise l'umiliante esperienza
del male, unicamente per far desiderare con
più ardore la liberazione. San Paolo
descrive un'applicazione particolarmente importante
di questa pedagogia nel regime della Legge.
Il regno del peccato si manifesta nell'esuberante
malizia umana, ma la commiserazione di Dio
si manifesterà di più ancora
e perfino la morte sarà vinta.
Tutti
gli uomini sono dunque solidali con Adamo;
ma questo è una sola parte del dittico,
perché secondo la dottrina della Rivelazione
ci sono di fatto due Adami, e il secondo spiega
il primo. Ai nostri giorni si presta una rinnovata
attenzione a tutti i fenomeni di solidarietà
e ci si accorge che nel mondo non c'è
soltanto l'io, ma anche il noi, senza il quale
l'io umano non è nemmeno comprensibile.
L'uomo non è un essere isolato e non
potrebbe sussistere da solo. Per la vita corporale
fa parte di un tutto, anche se in virtù
della sua personalità autonoma non
è assorbito nel tutto. Nasce in seno
a una famiglia, si trova membro di diverse
comunità gerarchizzate; è soprattutto
un germoglio del genere umano; e quindi è
legato a tutti i suoi fratelli presenti e
futuri, vive gli stessi valori, e porta pure
il peso delle generazioni precedenti, specie
l'eredità del primo padre comune. In
Adamo, dice S. Tommaso, l'intero genere forma
un'unica persona morale, paragonabile a un
grande corpo animato. La sua è la vita
naturale
scoronata, la vita terrestre senza la grazia
obbligatoria, la vita nel peccato di origine.
Ma rigenerato nel Cristo, ogni battezzato
fa parte del corpo mistico, prolungamento
dell'incarnazione del Verbo, e porta l'immagine
dell'uomo celeste. La nuova comunione dei
santi supera in splendore tutto quello che
l'antica discendenza poteva accordare o anche
sognare.
Pertanto
la responsabilità personale di ciascuno
resta salva. San Tommaso pensa che nessun
adulto si danni per la sola mancanza originale.
Al momento d'accedere alla personalità
psicologica, il bambino che giunge all'età
della ragione, è posto per la prima
volta di fronte a una libera scelta, che impegna
la sua esistenza, e opta prò o contro
la sua obbligazione percepita come assoluta,
prò o contro Dio. Il rifiuto volontario
lo trascina nel peccato grave e personale;
l'accettazione, prevenuta dalla grazia interiore,
lo libera dal peccato originale sotto la spinta
della carità che lo rende giusto. Il
primo peccato attuale e gli altri successivi
fan corpo con la mancanza primitiva e rafforzano
il regno del peccato. Sicché ognuno
sceglie il posto che vuole, la città
di cui vuole far parte, secondo l'amore che
lascerà dominare nel suo cuore. La
sua responsabilità personale è
intatta, ma ovunque e sempre, in bene e in
male egli da parte sua ingaggia la sorte del
tutto.
Dio
lo chiama con forza a lasciare il potere delle
tenebre ed entrare nel regno del Figlio di
predilezione, regno che, conquistato contro
lo spirito del male, sarà più
glorioso. Dopo il peccato sovrabbonda la grazia
e l'onnipotente bontà brilla con uno
splendore più vivo. Su questa dottrina
si vedano alcune pagine notevoli in A. Verrièle,
27 soprannaturale in noi e il peccato originale.
Vita e Pensiero, Milano 1936.
La
giustizia primitiva e l'evoluzionismo umano.
- Le constatazioni recenti della paleoantropologia
rendono il racconto biblico inaccettabile.
La Genesi comincia con l'età dell'oro;
invece la scienza scopre i primi uomini ai
confini dell'animalità. La Bibbia descrive
una degenerazione progressiva; invece l'etnologia
dei preistorici e dei primitivi tuttora viventi
ci presenta un'ascesa incontestabile. I nostri
progenitori secondo la Bibbia sono dotati
di privilegi fantastici: immortalità,
impassibilità, scienza meravigliosa;
invece gli ominidi prechelleani, dalla fronte
sfuggente e dal muso scimmiesco, che sapevano
appena parlare e si servivano della pietra
scheggiata per tagliare e lottare contro le
belve, sono lungi dal presentare queste caratteristiche
quasi sovrumane e si trovano in uno stadio
infra-umano. Inoltre la diffusione dei tipi
più antichi in quasi tutti i continenti,
fa pensare che la culla dell'umanità
non sia stata unica, ma che vi siano stati
molti ceppi (poligenismo); perciò il
peccato originale per potersi moltiplicare
indefinitamente non può essere ereditario,
ma si propaga dall'uno all'altro per contagio
individuale.
Risposta.
- Riconosciamo senz'altro che le immagini
della Bibbia dipinte da Raffaello o da altri
artisti del pennello o della penna non corrispondono
ai dati della preistoria; ma si tratta di
sapere se la Bibbia insegna realmente il complesso
di meraviglie con cui la letteratura popolare
adorno la sorte di Adamo e di Èva.
Qual'è il contenuto preciso del quadro
dell'Eden?
I
nostri progenitori vivono in uno stato d'equilibrio
religioso e morale, che ripercuote la sua
armonia nel sentimento di felicità
destinata a durare per sempre vicino a Dio;
non risentono il disordine ulteriore d'una
tendenza selvaggia al piacere. Solo la trasgressione
del precetto scatena la concupiscenza violenta.
L'amicizia di Dio ha fissato delle condizioni
perché possano avere una vita senza
turbamenti e senza sofferenze. Sono saggi?
si, perché conoscono la propria superiorità
sul regno animale e bisogna credere che la
benevolenza divina li abbia istruiti nelle
verità fondamentali che reggono i loro
rapporti col loro Creatore e Signore; non
vivono con la prospettiva della morte, ma
nel miraggio d'un'unione definitiva con Dio.
Tale felicità supera la loro condizione
nativa di esseri formati di polvere.
Il
magistero della Chiesa ha fissato pochissimi
punti a proposito di questi doni preternaturali
e insegna che in seguito al peccato tutto
l'uomo, corpo e anima, è caduto in
condizioni peggiori (secondo Concilio d'Orange,
can. I e 3; Denz. 174, 186); ha anche definito
che senza la trasgressione dell'ordine divino
Adamo non sarebbe morto; la morte è
il castigo del peccato (CcTncilio di Cartagine,
can. 1; secondo Concilio d'Orange, can. 2;
Conc. di Trento, sess. V, can. 1; Denz. 101,
175, 788). In quanto al resto il magistero
s'accontenta di rimandare alla Bibbia e alla
teologia.
Il
soggiorno nel paradiso doveva lasciare tracce
nella paleontologia? Nient'affatto. Bisogna
certo supporre che i primi uomini, qualunque
fosse il loro volume endocranico o l'angolo
facciale, fossero capaci di vita intellettuale
e morale, altrimenti non sarebbero stati uomini;
occorreva pure che potessero comprendere i
doni gratuiti di Dio e accoglierli; occorreva
pure che avessero il senso del dovere. L'insieme
di queste conoscenze viene generalmente proposto
come derivato da una specie di rivelazione
primitiva, e la felicità dell'Eden
è descritta come un dono superiore
alla condizione naturale. D'altronde non fu
che un'aurora. Ben presto il duro lavoro per
l'uomo e i dolori del parto della donna saranno
i segni d'una meritata decadenza. Cominciò
la lotta per la vita terrestre e il progresso
della cultura tecnica non segnerà sempre
un progresso della vera civiltà umana.
Insomma
nella descrizione della giustizia originale
bisogna distinguere tra la rappresentazione
letteraria che diede libero campo all'immaginazione,
e l'affermazione storica relativamente sobria,
che è alla base della concezione religiosa.
Allora la conciliazione tra la Bibbia e i
dati certi della preistoria non sembrerà
più un mistero.
Certi
autori, anche cattolici, davanti a questo
capitolo provano un persistente malessere,
che vorrebbero dissipare, e si chiedono se
non sia possibile far cominciare la storia
biblica in un momento più recente,
per esempio alla comparsa dell'homo sapiens
del paleolitico superiore o anche del neolitico.
Adamo perciò ci sarebbe più
prossimo tanto cronologicamente quanto per
la costituzione morfologica. Il paradiso terrestre
potrebbe cosi far parte del fondo tradizionale
della più antica storia. Un bel tipo
di Cro-Magnon sembra più degno e più
capace di svolgere il compito dell'Adamo biblico.
Le razze anteriori degli ominidi dell'Asia
sud-orientale, l'homo faber dell'epoca di
Mauer e di Nean-derthal, sarebbero una specie
di tentativi infruttuosi, estinti e scomparsi
quando sbocciò l'umanità recente
dai destini soprannaturali. Questi preadamiti
non entrano negli orizzonti della Genesi,
che non si occupa di loro più di quanto
si occupi dei problematici abitanti del pianeta
Marte.
L'ipotesi,
se ritiene che tutti gli uomini attuali dopo
l'aurora della storia propriamente detta sono
partecipi degli stessi fatti religiosi, cioè
dell'elevazione all'ordine soprannaturale,
della caduta e della redenzione, non è
teologicamente condannabile e ciò significa
che tutti costoro sarebbero i discendenti
del primo Adamo e chiamati a godere dei benefici
del nuovo Adamo, Gesù Cristo (1).
Difatti
pare che il gruppo umano dell'ultimo periodo
interglaciale abbia conosciuto prima una diffusione
straordinaria, quindi una rapida fine e quasi
totale. Però un taglio netto tra le
varie età preistoriche non si nota
in nessuna parte e i vestigi dell'industria
e dell'arte, della vita intellettuale insomma,
provano un'innegabile continuità, pur
facendo conto d'un progresso generale, e perciò
non si saprebbe dove fissare la partenza di
un'umanità assolutamente nuova. Occorre
anche spingere assai lontano nel passato il
suo capo perché i discendenti abbiano
avuto il tempo di differenziarsi nei tipi
di bianco, giallo e nero, che conosciamo oggi.
Inoltre, sul piano puramente scientifico,
non si può perfora provare con certezza
lo stretto monogenismo e quindi resterebbe
possibile l'ipotesi del poligenismo che, stando
all'opinione di alcuni studiosi, spiegherebbe
meglio alcuni dati delle scienze antropologiche.
Per
conciliare quest'ipotetico poligenismo col
dogma del peccato originale, qualche autore
cattolico si era domandato se " il peccato
originale non possa essere il fatto d'una
collettività più o meno numerosa,
anziché di una coppia unica "
(D. T. C. XII, 2536); in tal caso non implicherebbe
la comunità d'origine dell'attuale
genere umano e Adamo verrebbe inteso non come
un sol individuo, bensì come una collettività
di progenitori. Ma l'autorità ecclesiastica
non approvò siffatta opinione, perché
" non appare in nessun modo come queste
affermazioni si possano accordare con quanto
le fonti della Rivelazione e gli atti del
Magistero della Chiesa ci insegnano circa
il peccato originale, che proviene da un peccato
veramente commesso da Adamo individualmente
e personalmente, e che, trasmesso a tutti
per generazione, è inerente in ciascun
uomo come suo proprio " (Enc. Humani
generis). (Cfr. B. Mariani, Poligenismo, in
E. C, IX, 1676-1680 con ampia bibliografia).
Il
Mariani conclude il suo articolo cosi: "
Gli argomenti in favore del poligenismo servono
come ipotesi di studio per le scienze. Nel
piano puramente umano non vi sono per ora
mezzi per determinare se l'umanità
ha avuto origine poligenista o monogenista.
La scienza non può opporre nulla all'origine
mono-genistica. La quasi totalità degli
scienziati è per il monogenismo...
Però dove non arriva la scienza umana
è intervenuta la guida della Rivelazione
".
(1)
L'enciclica Humani generis (12 agosto 1950)
disapprova solo quel poligenismo secondo cui:
1) Adamo non sarebbe il capostipite per generazione
di tutto il genere umano attuale ; e che 2)
considera Adamo non un solo individuo, ma
una collettività di progenitori. E
ciò perché non si può
conciliare con ildomma dell'universalità
del peccato originale. Se infatti l'umanità
non discende per generazione da Adamo, non
lo contrarrebbe. L'enciclica pertanto non
si occupa né di preadamiti esistenti
prima di Adamo, né di esseri non veri
uomini, anche se immessi nell'umanità
attuale, né di uomini contemporanei
ad Adamo, se non in quanto progenitori per
generazione dell'umanità attuale. Cfr.
E. C. IX, 1678.
§
4. - La Cristologia.
L'unione
personale " Dio-Uomo " è
impensabile.
- L'uomo si preoccupa sempre della sua unione
con Dio o con gli dèi, e per riuscire
nel tentativo di raggiungere gli esseri celesti,
prima di tutto cerca di abbassare la divina
trascendenza, e inoltre si accontenta d'un'unione
molto superficiale, cioè d'un'amicizia
o partecipazione alla loro felicità;
ma non sogna nemmeno di far sussistere letteralmente
il divino e l'umano nella stessa ipostasi,
mantenendo la distinzione delle nature, cosa
che d'altronde è perfettamente inconcepibile.
Infatti, o il divino finirà coll'assorbire
l'umano e avremo un caso curioso di panteismo,
eccetto che l'umano non sia pura apparenza;
oppure l'unione sarà una semplice giustapposizione
dei due soggetti, senza legame ontologico.
Fin dai primi secoli le dispute cristologiche
si dibattono costantemente tra questi due
estremi. L'Oriente, più mistico, quando
non è puramente doceta, sceglie l'ipotesi
mo-nofisita, un amalgama molto confuso dove
predomina il divino; e quindi Cristo non sarebbe
più uomo. L'Occidente cristiano si
basa sulla dottrina di Calcedonia, il cui
fondo, checché se ne dica, è
nestoriano e razionalizzante; il soggetto
umano conserva la sua autonomia e la propria
sussistenza e Cristo sarà l'uomo più
perfetto, unito a Dio da una grazia eccezionale,
ma non diviene letteralmente una sola persona
con Lui, e sostanzialmente non è Dio.
Inutile
dire che il pensiero moderno si allaccia alla
chiara idea latina. La concezione orientale
è troppo pregna di mitologia e di magismo.
A partire da san Cirillo d'Alessandria l'Incarnazione
è il caso tipico della deificazione.
Dopo aver rinunciato verbalmente prima al
monofisismo, poi al monotelismo, l'Oriente,
con san Massimo e san Giovanni Damasceno ritornò
ancora e sempre alla deificazione. Nemmeno
l'Occidente sfuggì a questo miraggio,
e San Tom-maso riprese le idee di Cirillo
alessandrino e di Giovanni di Damasco sul
composto teandrico, ma Duns Scoto salvò
la teoria dell'assumptus homo e mantenne la
dualità dei soggetti e dei due Io in
Cristo. La riflessione moderna segue questa
via fino in fondo. L'unione ipostatica non
dev'essere intesa alla lettera. Gesù
è l'uomo religioso per eccellenza,
il genio che ha rivelato il segreto di Dio-Padre,
ma nulla più, e adorarlo significherebbe
ricadere nell'idolatria.
Risposta.
- Assieme alla Trinità, l'Incarnazione
è il fondo del messaggio cristiano,
il cuore del mistero. Ora, quanto al mistero
possiamo dimostrare che esso non racchiude
nessuna contraddizione necessaria, ma non
siamo in grado d'offrirne una giustificazione
razionale adeguata. Simile razionalismo svuoterebbe
la religione soprannaturale del suo contenuto.
Il mistero verrebbe dissolto e nello stesso
tempo non avrebbe più oggetto, resterebbe
solo una vaga religiosità e il problema
dell'unione dell'uomo con Dio sarebbe scartato
come privo di senso.
Per
la dimostrazione storica della testimonianza
evangelica dobbiamo rinviare il lettore alle
opere spedali che trattano dell'Incarnazione;
qui ci limitiamo ad esporre il senso dell'affermazione
dommatica fondamentale, ed è questo
l'unico modo di cogliere la sua portata generale
e di prevenire molteplici malintesi.
Dio
è al disopra della nostra intelligenza,
altrimenti non sarebbe più Dio; non
possiamo nemmeno pensare di conquistarlo con
i nostri sforzi di volontà, né
con l'estasi metafisica, né con i riti
misterici. Ora la somma bontà ha attuato
ciò che il genio umano non aveva mai
sospettato e il Creatore discende fino alla
creatura per unirla a sé. Dio è
carità; Egli stabilisce il Mediatore
che ricondurrà tutti i suoi fratelli
terrestri nel seno della divinità;
il Figlio incarnato non sarà un maestro
di vita religiosa e morale che indica la via
da seguire per raggiungere il divino, ma Egli
è la Via stessa, è la Verità
e la Vita; è Dio presente in un uomo,
un uomo veramente Dio.
Se
non è Dio, non è nemmeno Mediatore,
e noi non avremmo da Lui né la vita,
né la salvezza, né la rigenerazione.
Presentarci Cristo come il più grande
genio religioso o come il tipo più
perfetto d'umanità, vuoi dire portarcelo
via. I panegirici della teologia liberale
in suo onore per noi sono bestemmie.
Però
se egli non è uomo, veramente uomo
come noi e in tutto eccettuato il peccato,
non può nemmeno esercitare il suo compito
di Mediatore, né sarebbe alla portata
nostra. Il docetismo cristologia) pretende
soddisfarci con un simulacro di redenzione;
invece il senso cristiano aspira a vedere
e toccare quest'uomo. Il Medioevo visse della
devozione della santa Umanità di Cristo
e s'attaccò alle sue manifestazioni
concrete, a Gesù Bambino, all'Uomo
dei dolori, al Santo Volto e alle Cinque Piaghe.
Lo stesso desiderio fondamentale ci spinge
ad adorare il Sacro Cuore e Cristo Re, trionfatore
nella sua natura umana. Cosi ci uniamo alla
pietà dommatica degli orientali e dei
romani antichi, che nelle loro basiliche veneravano
il grande Cristo, Signore, davanti al quale
si piega ogni ginocchio.
Infine
bisogna che il divino e l'umano s'uniscano
in una indissolubile unità personale,
senza di che l'influsso celeste dalla fonte
non passerà a noi. Bisogna che l'umanità
di Gesù, senza che Egli cessi di essere
uomo, sia completamente deificata e deificante.
Deve essere organo e strumento congiunto.
Proprio a questo punto San Tommaso, riprendendo
l'ardito realismo della teologia di Ciril-lo
e del Damasceno, assicurò la dottrina
essenziale della divinizzazione e, passando
tra gli estremi d'un monofisismo confuso e
d'un nestorianesimo razionalista, conserva
a Cristo la sua vera composizione ontologica,
fondamento indispensabile della sua azione
teandrica; azione insieme divina e umana,
senz'amalgama, ma organicamente unificata,
che ha come risultato di produrre in noi la
grazia santificante. Cosi si compie lo scambio
che forma il fondo della " theolo-gia
commercii "; attestata tanto in occidente
che in oriente: Dio Verbo si è fatto
uomo perché in Lui l'uomo divenga Dio.
Gesù, sommo sacerdote nella sua umanità,
prega il Padre di colmarlo della gloria che
godeva presso di Lui già prima della
creazione del mondo; egli comunica questa
" doxa " (gloria) ai suoi discepoli,
che sono suoi fratelli e suoi amici (Gv. 17,
5 e 22). Il Salvatore quando parla attribuisce
allo stesso Io le prerogative divine e le
sofferenze umane. Ecco perché le sofferenze
sono salvifiche.
Il
nestorianesimo in Cristo spezza l'unione divino-umana
e intercetta la via delle comunicazioni vitali.
Il monofisismo e il monotelismo, assorbendo
la natura, o almeno le facoltà umane,
nell'essenza increata, distruggono a loro
modo il legame di Dio con gli uomini, perché
Cristo per noi sarebbe fuori portata. In nessuna
delle due eresie non è Mediatore. La
Chiesa s'è guardata da questi eccessi
opposti, malgrado i clamori dei due partiti
e la difficoltà del problema; sull'autorità
della fede essa afferma che la personalità
divina del Figlio fa sussistere anche la sua
natura umana, senza perdere nulla delle sue
prerogative, senza restringersi entro i limiti
umani, ma prendono possesso immediato e totale
di quest'essenza creata. Il Verbo assume tutta
la responsabilità dell'attività
umana, cui assicura una dignità incommensurabile
e di cui soprattutto si serve per produrre
strumentalmente i miracoli di guarigione e
di grazia.
La
nostra ragione non comprende il modo di quest'unione
senza esempi; però non scopre nessuna
assurdità riguardo all'infinità
dell'ipostasi divina. Intravede che la divinizzazione
degli uomini, che si trova inconsciamente
al fondo d'ogni desiderio religioso, si stabilisce
a meraviglia sul mistero dell'Uomo-Dio, ma
allora Gesù non è soltanto un
amico e un servo dell'Onnipotente, o una creatura
assorbita nell'abisso increato, ma, come dice
il VI Concilio ecumenico (Denz. 291), una
carne animata, completamente deificata senza
subire nessun danno nel suo stato e nella
sua ragione di creatura. Cosi il suo volere,
perfettamente sottomesso a Dio, è tutto
penetrato d'influsso divino. Il Verbo s'incarna
senza perdere nulla per poter dare tutto.
Le
favole della mariologia. - Nella
teologia moderna, il trattato sulla Santissima
Vergine acquista un'importanza smisurata e
diviene un doppione del trattato sull'Incarnazione
e sulla Redenzione. Cristo non basta più.
Tutti i suoi misteri si ripetono in Maria.
Alla concezione verginale di Gesù corrisponde
l'Immacolata Concezione della Madre sua; Egli
è il Mediatore, ma ella è la
Mediatrice e ci redime a modo di soddisfazione,
di merito, di sacrificio e di liberazione.
Alcuni parlano anche della sua causalità
strumentale. Maria condivide la dignità
regale e la glorificazione corporale di Cristo
è come Lui ha anche lei la sua pienezza
di Grazia e di scienza soprannaturale. Manca
soltanto l'adorazione, e la religione popolare
fa spesso anche quest'ultimo passo. C'è
da stupire che i protestanti siano indignati
contro il domma e il culto della Vergine?
Risposta.
-L'opposizione protestante non s'indigna solo
contro le evidenti esagerazioni d'una letteratura
mariana poco seria, ma è un'opposizione
di principio e s'ispira alla concezione generale
dei Riformati sull'essenza della religione.
Per essi la vita religiosa consiste prima
di tutto nella fede nella grazia di Dio e
di Cristo; è un'esperienza individuale
e intima della presenza e dell'elezione misericordiosa
di Dio. Nulla si può interporre e fare
l'ufficio di mediatore tra Dio e le anime,
ufficio che, sull'autorità delle Scritture,
al massimo si può riconoscere a Gesù
Cristo. E per di più in modo assai
ridotto. L'umanità di Cristo infatti
con le sue sofferenze può accumulare
dei meriti giuridici, ma non sembra in grado
di esercitare un compito di vera efficienza.
Ora i meriti del Salvatore sono infiniti perché
egli è Dio. Senza giungere a disincarnare
il Verbo, il protestantesimo s'oppone istintivamente
a ogni intervento diretto della carne e tende
a spiritualizzare tutto. Perciò non
sa volgere la sua attenzione a Colei che partorì
il Cristo nella carne, né è
in grado di valorizzare la Chiesa come prolungamento
o estensione del corpo di Cristo, essendo
ogni elemento umano, in quanto materiale,
almeno sospetto. Questa tendenza ha fatto
minimizzare o condannare la gerarchia, il
sacerdozio, i sacramenti, la comunità,
il culto dei santi, delle reliquie, della
Vergine. Alla radice di tutto questo sta l'inesatta
idea che i protestanti hanno della sovranità
di Dio. Essi pensano che, se Dio concede ad
una creatura la possibilità di collaborare
con Lui, ne scapita la sua trascendenza o
sovranità assoluta. È assurdo,
essi dicono, che Maria possa collaborare alla
salvezza degli uomini se, secondo la Bibbia,
Dio solo salva. Naturaìoìpote
per sostenere un siffatto radicalismo nell'azione
sovrana ed esclusiva di Dio occorrerà
fare una scelta di testi biblici e trascurarne
altri, esaltare la Bibbia come voce divina
e scartare la tradizione come voce umana.
Contro
un simile esclusivismo bisogna stabilire un
rispetto assoluto del dato totale della rivelazione.
E proprio la rivelazione mette in una dolce
luce i misteri della Vergine. Per vederli
come conviene, bisogna esaminare la dottrina
nel suo insieme concreto e tener conto dello
sviluppo vitale di cui lo Spirito Santo è
l'autore e il garante, lasciandosi cosi guidare
non dall'immaginazione, o dal sentimentalismo,
ma dalla fede. Sarà facile cosi rendersi
conto che, tra le semplici creature, la Madre
di Cristo occupa un posto a parte davanti
a Dio e ^ode d'una grazia particolare che
le permette di svolgere perfettamente il suo
ufficio. Essa collabora non solo fìsicamente,
ma umanamente, cioè con libertà
nobile e intera, all'incarnazione redentrice.
Dio stesso si degnò di fare appello
alla sua dedizione, e Maria rispose con una
donazione totale che conferisce al suo ufficio
materno l'impronta della più sublime
e pura spiritualità. E siccome il suo
consenso semplice e sublime influisce nella
stessa esistenza umana del Figlio di Dio Salvatore,
essa viene ad essere associata al grande mistero
in tutta la sua estensione. Il Cristo non
prenderà coscienza, un giorno, di una
missione liberatrice da compiere, come pensa
la teologia liberale. No! Egli si fece uomo
col disegno di rigenerare il mondo.
La
sua grazia è quella del Figlio, del
capo, della fonte; la nostra è quella
dei figli adottivi, fratelli minori di Gesù;
quella di Maria è la grazia della Madre
che ha generato il Figlio incarnato, essenzialmente
redentore. Ecco perché Maria ha una
ricchezza soprannaturale unica nella sua pienezza
e, più concretamente, potremmo dire
che la grazia della Vergine non è solo
più abbondante della nostra, ma è
di ordine più elevato. Il Figlio ama
sua Madre con intensità incommensurabile
e, poiché l'amore di Dio è efficace,
se Egli ama di più, dona di più
e se ama in un altro modo, l'amore produrrà
meraviglie d'un altro ordine.
Più
ci si avvicina a Dio e più si sarà
penetrati dal suo influsso santificante. Il
giorno dell'Annunciazione, Maria fu unita
al Verbo con un'unione indicibilmente intima.
La virtù dell'Altissimo raggiunse la
sua personalità fino in fondo, per
trasformarla in un'ardente santità
degna del Figlio nascituro. Ella vi era stata
preparata fin dal primo istante della sua
esistenza; in virtù dei meriti del
Redentore fu preservata da ogni macchia ereditaria,
e la sua purezza non conobbe mai l'ombra d'una
mancanza personale. Sant'Agostino diceva che,
quando si parla di Maria, l'onore di Cristo
non permette di nominare il peccato.
La
grazia penetrò il nome con cui l'angelo
la salutò. Ella è l'eletta perfetta,
benedetta tra tutte le donne, piena dei favori
dello Spirito. Dal principio alla fine, la
serva del Signore è associata senza
riserve all'opera del Figlio suo, e fu Lei
a provocarne la prima manifestazione messianica,
facendone anticipare l'ora con la sua preghiera.
Maria compare nuovamente quando l'ora di Lui
è consumata e ai piedi della croce
compatisce alla sua passione, e offre l'Agnello
immacolato che le appartiene come il frutto
delle sue viscere. Essa lo ama e lo dona con
un abbandono perfetto alla volontà
del Padre. E giustamente sarà associata
al trionfo del Redentore e anch'Essa avrà
la sua gloria nel distribuire i frutti del
sacrificio di Cristo. Nessuno quindi può
stupirsi se a Maria, onnipotenza supplicante,
va la venerazione di tutte le generazioni,
che la proclamano beata.
Il
parallelismo Gesù-Maria è reale;
in teologia sarà fecondo e luminoso
come lo era per gli antichi Padri che associavano
la nuova Èva al nuovo Adamo.
Questo
parallelismo non è un'invenzione umana,
perché Dio stesso lo volle e l'ordinò.
§
5. - I Sacramenti.
Santificazione
mediante segni materiali.
-1 sacramenti vengono definiti mezzi di santificazione;
ma com'è ammissibile che segni materiali
esercitino una efficienza spirituale? Non
si definisce così anche la magia? La
vita sacramentale, soprattutto con Tautomatismo
dell'odi operatum, crea il pericolo permanente
d'un ritualismo senz'anima. Inoltre la composizione
arbitraria del settenario sacramentale, d'altronde
di data recente, costituisce un coacervo eteroclito,
in cui si giustappongono unzioni e il contratto
matrimoniale, imposizioni di mani e il corpo
di Cristo.
Risposta.
-Legare la salute eterna all'osservanza di
riti esteriori è quanto basta per sconcertare
i protestanti. Non basta rispondere loro che
Dìo può fare dipendere i suoi
benefici, perfettamente gratuiti, da prescrizioni
liberamente determinate da Lui, perché
i sacramenti non sono soltanto condizioni,
ma cause di salvezza. La difficoltà
sollevata è seria. Essa impedì
a sant'Agostino di riconoscere nei sacramenti
una vera causalità. Invece i Greci
descrissero l'Eucarestia come un a pharmakon.
" d'immortalità beata, ed evidentemente
videro in essa un mezzo o strumento che produce
la grazia. San Tommaso non esiterà
ad applicare ai sacramenti la dottrina dell'a
organon " (strumento) che aveva scoperto
in san Giovanni Damasceno. Egli chiarirà
la nozione della strumentalità alla
luce della metafisica aristotelica delle cause:
però le ricchezze del domma gli faranno
allargare e correggere le sue definizionf
filosofiche e addolcire largamente l'analogia,
La
risposta tomistica dice essenzialmente questo:
l'influsso strumentale non è un'entità
completa, ma una specie di spinta da parte
della causa principale (Sum. theol., III,
q. 62, a. 4). L'agente principale (nel nostro
caso Dio stesso) prende lo strumento, lo solleva,
lo applica al soggetto e fa passare attraverso
di esso la propria attività superiore
per attuare un effetto che lo strumento da
solo non potrebbe produrre. Invece di pensare
ad esempi esclusivamente materiali, come quello
della scure che taglia il legno per fabbricarne
una tavola, si pensi piuttosto alla scrittura
che reca davanti allo spirito del lettore
il pensiero dello scrittore. Le parole, che
sono segni, grazie all'influsso dell'autore
che se ne serve, possono anche produrre importanti
effetti spirituali, p. es. un'obbligazione
contrattuale. Nel caso del sacramento, composto
di parole e di gesti sensibili, l'effetto
prodotto da Dio sarà la santificazione
dell'uomo. Solo Dio è l'autore della
santità; la sua santità sostanziale
è dinamica ed efficace, consacra e
purifica quello che tocca, unisce l'uomo non
al segno sacro ma alla stessa fonte d'ogni
grazia, che è la stessa divina essenza.
Il
Creatore è insieme trascendente e immanente;
la sua parola, come la sua azione, è
produttrice, penetra tutto ciò che
ha fatto, compresa la creatura materiale,
e se ne serve per versare i suoi benefici
soprannaturali nelle anime Nella vita ordinaria
la materia è al servizio dello spirito
e il sensibile conduce allo spirituale; perché
dunque l'uomo, spirito nella materia, con
segni e parole non potrebbe essere elevato
in un inondo soprassensibile e anche soprannaturale?
E'
comprensibile come l'esagerato spiritualismo
impedisca ai protestanti di capire a fondo
la virtù santificatrice dei sacramenti;
per essi la materia inceppa lo spirito e il
sacramento diventa un ostacolo e uno schermo
che rende impossibile il passaggio della grazia.
La virtù strumentale, dice san Tommaso,
è una " intenzione ", una
tendenza, un " fare divenire ",
non un oggetto inerte frapposto tra Dio e
l'anima. Non separa, ma unisce (4 Seni., D.
i, q. i, a. 4, Sol. 2 et ad 4: ib., Sol. 4).
L'istituzione
sacramentale ha lo scopo di organizzare il
dinamismo soprannaturale; è eminentemente
umana e si può benissimo parlare dell'umanesimo
dei sacramenti in un capitolo che in teologia
è lungi dall'essere completo. Dio per
consecrarci non ha bisogno né d'acqua
né d'olio o di pane, ma adatta semplicemente
i suoi mezzi di santificazione alla nostra
natura corporea. Nella Bibbia non si parla
di sacraménti per gli angeli, e sarebbe
cosa deplorevole e illusoria voler trattare
gli uomini come spiriti. La materia spesso
appesantisce l'anima, però sotto la
mozione divina è capace di sollevarla
e trasfigurarla.
E
in tutto questo non c'è ombra di magia.
Certo, ogni istituzione rituale o liturgica
porta con sé un pericolo di ritualismo;
tuttavia il rito non è condannabile,
ma bensì la sua applicazione materializzata,
che l'offende. La vita liturgica e sacramentale
ha continuo bisogno di rifarsi alle fonti,
cioè di ritemprarsi nell'intenzione
spirituale che la ha istituita e resa efficace.
Come i profeti ebrei, che parlavano dei sacrifici
del tempio, gli Apostoli della Nuova Legge,
ancor più spirituale di quella Antica,
dovevano continuamente ricordare che i gesti,
le unzioni, le formule, sono un orrore davanti
a Dio, se le disposizioni del cuore smentiscono
la preghiera delle labbra.
La
magia è irrazionale e fa dipendere
tutto dall'esatta osservanza del rituale d'incantesimo.
Per ricevere fruttuosamente i sacramenti invece
si richiedono due condizioni d'ordine intellettuale.
Il ministro mediante l'intenzione di fare
quello che fa la Chiesa deve collegarsi alla
volontà santificante e infinitamente
ragionevole di Dio; non basta quindi un gioco
da -commediante. D'altra parte, il soggetto
che riceve il segno sacramentale deve togliere
ogni ostacolo alla grazia ossia deve avere
la fede e tagliare ogni legame al peccato,
sotto pena di rendere il sacramento inefficace
e di commettere un sacrilegio. La dottrina
cattolica non -consacra l'ipocrisia.
Che
senso ha allora il famoso opus operatum? L'espressione
dice che la santificazione sacramentale è
la stessa opera di Cristo in esercizio; che
i sacramenti operano non in virtù della
santità dell'uomo che li amministra
o li riceve, ma a per intrinseca virtù
in quanto sono azioni di Cristo stesso che
comunica e diffonde la grazia del Capo divino
nelle membra del Corpo mistico " (Pio
XII, Enc. Mediato? Dei). Il ministro non comunica
la sua santità, ma quella del Salvatore.
La bontà di Dio non volle che la salvezza
del battezzato o del comunicante dipendesse
dalla santità interiore di colui che
l'amministra, il quale, anche se peccatore,
rimette il peccato, distribuisce la grazia
che non ha, purché con l'intenzione
rispetti l'istituzione divina. Egli non è
fonte, ma semplice trasmettitore e strumento
animato. Così il cattolico non dipende
dagli uomini, ma da Dio.
Il
settenario sacramentale fu codificato tardivamente.
La prima sintesi è quella di Pietro
Lombardo nel secolo XII; la prima definizione
quella del Concilio di Lione nel 1274 (Denz.
465); ma questo non impedisce agli orientali
dissidenti di mantenere con vigilanza quasi
feroce tale punto di dottrina. La pratica
dei sacramenti è necessariamente anteriore
alla teoria, che viene elaborata in parte
sulla vita data da Dio alla Chiesa, affidandola
alla custodia dello Spirito Santo. Sarebbe
bene ricordarsi nell'insegnamento scolastico,
che il trattato dei a sacramenti- in generale
" non è tanto un capitolo introduttivo
quanto un saggio d'unificazione finale.
I
segni sacramentali sono certamente entità
disparate, ma non formano affatto un coacervo
eteroclito e disordinato. San Tommaso spiega
che questi " misteri " non sono
che il prolungamento del grande mistero della
passione di Cristo (Contro, Gentes, rv, 56;
Somma, ni, q. 62, a. 5). La santa umanità
del Salvatore è, si potrebbe dire,
il sacramento fondamentale, perché
Dio si serve di essa quale strumento vivo
e libero per la rigenerazione degli uomini.
Ora,
proprio questa santa umanità misteriosamente
presente sotto il segno delle specie consacrate
costituisce il sacramento per eccellenza,
l'Eucarestia. Attorno all'Eucarestia si dispongono
gli altri sacramenti, i quali da essa ricevono
la loro speciale virtù e le fanno corona
come alla loro consumazione finale (De Ver.,
q. 27, a. 4; Somma, m, q. 65, a. 3). Il battesimo
e la cresima fanno nascere e perfezionano
il figlio di Dio, chiamato a nutrirsi del
Pane della vita; la penitenza gli toglie il
peccato che lo teneva lontano dalla santa
mensa; l'estrema unzione purifica l'ammalato
e il morente dalle ultime tracce del peccato;
i due ultimi riti, il sacerdozio e il matrimonio,
sacramenti di portata eminentemente sociale,
sono destinati a perpetuare il Corpo mistico
di Cristo nelle sue membra e nei suoi ministri.
Certo i sacramenti non sono fra loro identici,
sono anzi ben diversi, ma appunto perché
adattati con ammirabile saggezza alle multiformi
necessità della vita cristiana. Ecco
l'ordine dei sacramenti messi al servizio
dell'organizzazione soprannaturale.
La
necessità del battesimo e la salvezza
degl'infedeli. - Non si capisce come
le due cose possono stare assieme. Il battesimo
è praticamente inaccessibile per un
gran numero d'infedeli, che non sono tutti
in mala fede. Come si attua per loro la volontà
salvifica di Dio? E soprattutto come s'applica
ai bambini morti senza battesimo, che i teologi,
senza batter ciglio, dichiarano dannati?
Risposta.
-La risposta è classica come l'obiezione.
Dio istituì il battesimo come unico
mezzo ordinario per la remissione del peccato
originale e per la salvezza; e ciò
è più che una necessità
di semplice precetto, che ad esempio non toccherebbe
i bambini, incapaci di qualsiasi obbigazione
morale. La necessità di mezzo però
non è assoluta, poiché dipende
da una positiva istituzione divina e perciò
nulla impedisce che siano possibili delle
sostituzioni. La tradizione riconosce esplicitamente
come tali la carità o contrizione perfetta
e il martirio, cioè il battesimo di
desiderio e il battesimo di sangue.
Tuttavia
un numero incalcolabile di bambini muore senz'aver
ricevuto alcuno di questi battesimi. Non è
possibile scorgere in loro qualche mancanza
personale, e spesso il loro ambiente cristiano
non è colpevole di negligenza. Non
si vede come sia loro rimesso il peccato ereditario
di cui sono macchiati; quindi saranno soggetti
alla pena del danno, saranno cioè privi
della visione soprannaturale di Dio. La dottrina
comune dei teologi li esime da ogni pena positiva
e fa loro godere una felicità naturale;
non soffriranno affatto, ma non avranno la
beatitudine dei rigenerati.
Questa
soluzione mitigata non soddisfa un certo numero
di cristiani, che, volendo introdurre questi
bambini in cielo, ragionano in questo modo.
Prima della passione di Cristo e dell'istituzione
del battesimo, la volontà salvifica
di Dio doveva offrire ai bambini un qualsiasi
mezzo per essere liberati dalla mancanza originale,
mezzo che probabilmente era esteriore e consisteva
in una professione di fede e in una consecrazione
a Dio, fatta dai genitori. Con nome inesatto
ma passabile, si chiama questo rimedio precristiano
il " sacramento di natura ", che
talvolta viene messo in rapporto con la circoncisione
ebraica, rito che però produceva solo
l'affiliazione al popolo della promessa e
per se stesso non apportava la salvezza. Dava
un'occasione propizia per eccitare la fede
nel Redentore futuro, la quale era realmente
la fonte di grazia.
Dopo
l'istituzione della legge evangelica, legge
di misericordia e non di rigore, non è
pensabile che la salute sia divenuta più
difficile per i bambini dei pagani, e quindi
pare non sia esclusa ogni speranza per essi.
Vorremmo essere più severi per i bambini
nati nella cristianità e morti senza
battesimo, mentre forse i genitori correvano
al battistero?
Caietano
congetturò che la consacrazione alla
Trinità, fatta dai genitori dei bambini
ancora nel seno materno, potesse bastare per
assicurare loro la grazia (III, q. 68, a.
11) e i Padri del Concilio di Trento non vollero
condannare quest'opinione (A. Michel, Les
Décrets du Concile de Trente, Parigi,
1938, pp. 1S9-190), ma il Papa Pio V fece
sopprimere il passo relativo nell'opera del
grande teologo. Ai nostri giorni vediamo apparire
alcuni timidi tentativi di riprendere e anche
d'estendere l'idea. Ma tale opinione pare
perdere di vista il carattere trascendente
e assolutamente gratuito della visione facciale
di Dio. Dio non è affatto tenuto ad
accordare questo beneficio, la cui privazione
in chi non si trova preparato a riceverlo,
non comporta nessuna afflizione, anche se
oggettivamente la perdita è immensa.
La divina bontà può certo rimettere
la mancanza originaria e concedere la vita
celeste senza ricorrere a nessun sacramento.
D'altra parte Cristo stabili il battesimo
come unico mezzo ordinario di salvezza, anche
per i piccoli. Per il resto non abbiamo nessuna
certezza, e sarebbe vano voler cercare altre
assicurazioni. L'atteggiamento prudente del
Magistero in questa materia è pura
saggezza.
I
riti sacramentali e i misteri pagani.
- I sacramenti cristiani sono privi d'originalità
perché la Chiesa antica li derivò
dalle religioni misteriche del mondo greco-romano.
Questi riti che erano ritenuti come cause
di vita divina, s'ispiravano alla pietà
cultuale diffusa tra i popoli più primitivi.
Sono noti i miti degli dèi morti e
resuscitati. Nelle iniziazioni misteriche
gli adepti cercavano d'unirsi al loro dio
salvatore, praticando sacre abluzioni e partecipando
a un pasto sacrificale. Ecco l'origine del
battesimo e dell'Eucarestia. Gli antichi Padri
non trascurarono di rilevare il parallelismo,
pur attribuendolo a un plagio diabolico. Ai
nostri giorni, le teorie di O. Casel sul sacrificio
della Messa si basano esplicitamente sul culto
misterico dell'epoca imperiale.
Risposta.
- Per un serio esame di quest'obiezione moderna,
che però va perdendo di attualità,
dobbiamo rimandare il lettore agli studi speciali
e fortunatamente non mancano buone monografie
cattoliche. Ci limitiamo a indicare i princìpi
generali per una soluzione.
Prima
di tutto il termine a mistero ", di cui
s'è molto abusato, nelle religioni
greco-romane non racchiude la stessa realtà
che nel cristianesimo. Nel sincretismo ellenista
i misteri sono verità sacre comunicate
ai soli iniziati sotto il sigillo del segreto,
e se nell'ermetismo la parola significa un
discorso presumibilmente provvisto d'una virtù
magica, il risultato è un'apoteosi
mediante visione intuitiva. Invece in San
Paolo il mistero è il grande disegno
salvifico della sapienza divina, prima nascosto
in Dio, poi rivelato e comunicato a tutta
la Chiesa; gli uomini appropriandoselo per
mezzo della fede vengono a partecipare ai
beni spirituali di Cristo, il cui possesso
totale è riservato alla vita futura.
Questa
vita in Cristo è iniziata dal rito
del battesimo, che incorpora il fedele al
Salvatore morto e resuscitato (Rom. 6). Il
peccato è distrutto e la vita divina
viene inserita nell'anima. Tale vita è
conservata e nutrita col banchetto sacrificale
dell'Eucarestia, fonte dell'unità del
corpo mistico (I Cor. 10, 17 ss.). L'efficacia
dei riti è affermata con forza, ma
non c'è traccia di magismo. I sacramenti
suppongono la collaborazione del soggetto
che si consacra liberamente a Dio e deve quindi
evitare ogni ritorno al peccato. Tale è
l'insegnamento di San Paolo; ma si potrebbe
facilmente trovare l'identica dottrina negli
scritti di San Giovanni, il cui sacramentalismo
è molto più sviluppato di quanto
comunemente si creda. La grazia e la verità
discendono dal seno di Dio attraverso il Verbo
incarnato, divenuto per noi la fonte della
vita nel battesimo spirituale e nel pane eucaristico.
Ovunque
l'efficacia dei riti viene collegata esplicitamente
alla passione e all'esaltazione del Cristo
storico, la cui figura era ancora vicinissima
ai primi cristiani. Il clima della mitologia
orientale e greco-romana è divenissimo.
Di fondamenti storici nemmeno una traccia.
Si tratta di miti naturisti, destinati a simbolizzare,
personificandola, la fecondità della
vegetazione. L'Attis frigio, l'Adone siriaco,
Osiride egizio non muoiono per la salute degli
uomini, e non si parla affatto d'una loro
vera resurrezione individuale. Dioniso Zagreus
è ucciso dai Titani, ma Zeus, dopo
averne mangiato il cuore, genera un nuovo
Dioniso. La funzione tabulatrice ha libero
corso.
Prima
di fare qualsiasi paragone è sommamente
importante determinare con precisione il senso
di questi riti rappresentanti le avventure
di dèi e di dee. Certo, si tratta di
purificazione rituale e di vita immortale
e nelle religioni pagane di quel tempo è
discernibile la tendenza alla spiritualizzazione.
Tuttavia in generale il mista, cioè
l'iniziato, non si propone un ideale di rinnovamento
morale né l'unione con l'essenza ineffabile,
ma cerca semplicemente di sfuggire al destino
cieco e di scongiurare i pericoli dell'esistenza
terrena e soprattutto vuole raggiungere la
sua parte dei godimenti degl'immortali. Per
scoprire in questi racconti e riti spesso
abbietti, una rigenerazione spirituale o un
perdono da ottenere dall'Autore della vita
morale, bisogna introdurre idee cristiane.
Dove
si può trovare in simile ripugnante
mitologia la nozione d'un Dio trascendente?
La coscienza del peccato il più delle
volte si riduce al sentimento d'aver irritato
i capricci degli dèi o di aver commesso
una trasgressione rituale. Invece d'un rinnovamento
morale, che esige uno sforzo personale sempre
difficile, ci si accontenta d'una illusoria
promessa di felicità, pur sacrificando
largamente alla passione del piacere e al
gusto del meraviglioso. Il P.
Lagrange
potè scrivere che il rimedio fu spesso
peggiore del male; la magia e l'immoralità
sostituiscono l'ascensione alle pure regioni
divine.
I
filosofi dimostrano certamente una maggiore
elevazione, ma non sfuggono all'orgoglio dello
spirito, e tanto meno alle tendenze panteiste
giacenti al fondo della concezione ellenica.
" Mentre la mistica pagana è essenzialmente
panteista, eudemonista e individualista, l'unione
dei fedeli al Signore Gesù non cancella
mai la personalità divina di Gesù,
e non si attua pienamente che nel mistero
dell'entità sociale e soprannaturale,
che si chiama il corpo mistico. Inoltre soltanto
la mistica cristiana suppone il dramma soteriologico
d'un Redentore che muore e resuscita "
(J. Coppens, BaptSme, in D. B. S., i, 917-918).
Nella
storia comparata delle religioni per dimostrare
la possibilità d'influssi reciproci,
non si può trascurare la questione
dello sviluppo cronologico. Per citare un
solo esempio, si fa molto chiasso attorno
al mitraismo, specialmente per il rito cruento
del taurobolio e dell'omofagia, in cui si
pretende di vedere il prototipo della comunione
eucaristica. Ora, i misteri di Mitra si diffusero
specialmente dal secondo al quarto secolo
della nostra era, quando da lungo tempo era
abituale nella Chiesa la celebrazione della
cena (Coppens, ivi, 912).
Non
negheremo che nel fondo religioso comune a
tutti i popoli si possano trovare le idee
madri della preghiera, del sacrificio, dell'efficacia
di certe pratiche rituali. Ciò prova
che la teologia sacramentaria non è
poi cosi anti-umana come pretendono i protestanti.
Gli antichi autori ecclesiastici, inclini
al concordismo, evidentemente hanno esagerato
la somiglianzà tra le pratiche cristiane
e quelle che chiamavano le contraffazioni
diaboliche di esse. Le dissomiglianze sono
assai più profonde.
Quanto
alle concezioni teologiche del P. Casel, bisogna
pur ammettere nel sacrificio della Messa una
presenza misteriosa di Cristo e della sua
opera, per spiegarne l'efficacia salutare.
Se si vuole, si potrebbe anche qualificare
quest'azione presente di Cristo come metastorica
e misterica; ma la distanza dai misteri pagani
è troppo considerevole, per poter stabilire
un terreno di confronto e specialmente per
scoprirvi un principio di spiegazione.
I
sacramenti cristiani non sono un genere di
cose inaudite e create di sana pianta. Un
mondo assolutamente estraneo agli usi rituali
non avrebbe nemmeno potuto comprenderli. Ma
si deve piuttosto cercarne gli antecedenti
e le preparazioni nelle pratiche religiose
giudaiche, e in questo senso si dirige sempre
più la scienza moderna che mette in
risalto, per esempio, i numerosi battesimi
e i banchetti sacri dei Giudei. I sacramenti
però dimostrano una straordinaria originalità
anche in rapporto al culto e alla vita religiosa
del popolo eletto. Più si studiano
i documenti e più nel campo dogmatico
come pure in quello sacramentale si scopre
la trascendenza assoluta del mistero cristiano.
G.
P.
BIBLIOGRAFIA.
- Si veda anzitutto un buon testo
di domraalica, ad esempio R. Bartmann, Manuale
di teologia dogmatica, 4 ed., Ed. Paolinc,
Alba 1956-57. A. D. Sertillanges Il catechismo
degli increduli, S. E. I., Torino 1937. Una
delle migliori apologie dei dommi cristiani.
G. Bonomeixi, Il giovane studente istruito
e difeso nella dottrina cristiana, 11 ed.,
Queriniana, Brescia 1951. L. Monsabrè,
Esposizione del dogma cattolico, 4 ed., Marietti,
Torino I951- Queste due ultime opere, benché
già vecchie, non hanno affatto perduto
del loro valore. Ricco materiale apologetico
si può trovare nel D. A. F. C., nel
D. T. C. e nelle due enciclopedie italiane
E. E. e E. C.