A
cura di frà Tommaso Maria di
Gesù dei frati minori rinnovati
Via alla Falconara n° 83 - 90100 Palermo
- Tel. 0916730658
Non
cattolico. Voi cattolici dite
che la confessione è un sacramento
istituito da Gesù Cristo, che i sacerdoti
sono incaricati di assolvere i peccati e che
i fedeli devono confessare i loro peccati
almeno una volta l'anno. Noi invece diciamo
che è stato il papa Innocenzo III,
che per primo si attribuì il titolo
blasfemo di "Vicario di Cristo",
il quale al IV Concilio Lateranense del 1215,
impose l'obbligo della confessione auricolare
almeno una volta l'anno.
Cattolico.
Noi cattolici, seguendo la S. Scrittura,
la storia della Chiesa e la stessa ragione
umana, rimaniamo sempre più
sbalorditi di fronte alle affermazioni dei
contestatori perché le loro obiezioni
stravolgono, stranamente, tutte le realtà
relative al Sacramento della Confessione.
Una sola cosa ci appare di una certa logicità
e cioè: che i nostri fratelli non cattolici,
avendo ereditato dai loro “capostipiti"
come sistema razionale la "protesta"
contro la Chiesa cattolica, essi ne fanno
largamente uso, anche irrazionalmente e forse
anche senza rendersene completamente conto.
Infatti, spesso i nostri fratelli non cattolici
affermano di volersi attenere strettamente
alla S. Scrittura, ma poi, poiché il
Cattolicesimo è tutto basato sulla
S. Scrittura, e poiché essi lo contestano
e lo rifiutano, "sono costretti",
per una certa loro coerenza, a cercare o ad
inventare ragioni per dimostrare che la Chiesa
cattolica non si attiene strettamente alla
Parola di Dio.
Non è difficile rispondere alle obiezioni
dei non cattolici. Infatti:
1.
Il Vangelo è molto chiaro e non ammette
false interpolazioni. Esso suona così:
a) Gv 20,19-23: “La sera
di quello stesso giorno, il primo dopo il
sabato,... venne Gesù... e disse: “Pace
a voi...” Gesù disse loro di nuovo:
“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me,
anch'io mando voi”. Dopo... alitò su
di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi
e a chi non li rimetterete, resteranno non
rimessi".
Non credo che occorra molto spremersi le meningi
per capire che Gesù abbia voluto istituire,
con queste parole, il Sacramento della Penitenza.
Basta leggerle e pronunziarle devotamente
per capirne l'importanza e la solennità.
Non c'è dubbio: "come il Padre
ha mandato me, così io mando voi".
E' chiaro che agli Apostoli che ascoltano
viene affidata da Gesù la stessa missione
che il Padre ha affidato a Lui. Si, sono cose
sorprendenti, inaudite, quasi incredibili.
per la mente umana. A degli uomini viene affidata
la potestà di Cristo-Dio: quella cioè
di rimettere i peccati!...
b)
Mt 16,18-29: “... E io ti dico: Tu sei Pietro
e su questa pietra edificherò la mia
Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno
contro di essa. A te darò le chiavi
dei regno dei cieli, e tutto ciò che
legherai sulla terra sarà legato nei
cieli, e tutto ciò che scioglierai
sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
Anche qui non credo che sia necessario spremere
troppo le proprie meningi. Le parole sono
molto chiare e solenni e sono una promessa.
c)
Mt 18,18: “In verità vi dico: tutto
quello che legherete sopra la terra sarà
legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete
sopra la terra sarà sciolto anche in
cielo".
Sono difficili queste parole? Non mi sembra
proprio, esse sono chiarissime e precise.
Anche qui, come a Pietro, Gesù fa una
promessa che si sarebbe realizzata.
Non
cattolico. Ma quando si
realizzò questa promessa? Dimmelo.
Cattolico.
Io ti ho citato prima Gv 20,19-23,
perché Gesù con le sue parole,
dopo la risurrezione, istituiva il Sacramento
e, quindi, adempiva la promessa fatta a Pietro
e agli altri apostoli quando disse: “tutto
ciò che legherai...", "tutto
ciò che legherete"... “sarà
sciolto anche in cielo".
Non
cattolico. Ho già
detto che la storia, contrariamente a quanto
affermi, ci dice che fu il papa Innocenzo
III ad imporre l'obbligo della confessione,
perché le parole da te citate hanno
un altro significato.
Cattolico.
Il dire che papa Innocenzo III, nel Concilio
Lateranense IV (1215), abbia istituito il
Sacramento della Penitenza è una grossolana
falsità. Chi lo afferma o ignora, o
vuole ignorare tutta la storia precedente
in merito alla confessione. Innocenzo III
non fece che disciplinarne l'uso, comandando
che tutti i cristiani si confessassero almeno
una volta l'anno sotto pena di incorrere in
certe censure della Chiesa. Si vede chiaro
che in quell'epoca molti cristiani si confessavano
raramente, ed il papa intervenne giustamente.
Per far comprendere il vero significato delle
parole "almeno una volta l'anno"
a certi penitenti, io faccio questo discorso:
"Supponi che dopo che ti sei sposato,
nei primi tempi vai spesso a far visita ai
tuoi genitori. Passando del tempo ci vai più
raramente; dopo ancora altro tempo, fai passare
dei mesi e poi anche oltre un anno senza recarti
da tuo padre e tua madre. Il che provoca,
certamente, dispiacere e risentimento nei
tuoi genitori, i quali, rammaricati, ti dicono:
“figlio mio, se tu non vieni almeno una volta
l'anno a farci visita, noi non ti riteniamo
più nostro figlio, né ti daremo,
nella divisione dell'eredità, tutto
quello che avremmo voluto darti”. A questa
minaccia, tu ti decidi di andare a far visita
ai tuoi genitori almeno una volta l'anno.
Ora ti domando: Un figlio che va a trovare
i genitori solo una volta l'anno e di più,
per non perdere alcuni beni materiali, secondo
te, ama i propri genitori?
Ecco la risposta che mi è stata sempre
data: "No". Un figlio che agisce
cosi non ama i suoi genitori. Ebbene, concludo
io, anche tu, confessandoti una volta l'anno,
non ami Gesù, non ami la tua anima,
sei preso principalmente, solo dalle cose
materiali.
Quando la Chiesa ci dice di “confessarci almeno
una volta l'anno", non ci dà un
consiglio, ma ci fa una minaccia.
Non
cattolico. Io, parlandoti
di Innocenzo III, mi riferisco proprio alla
storia. Fu lui che obbligò a confessarsi.
Cattolico.
Della
storia tu conosci solo una parte. Infatti,
ignori:
a) che negli Atti degli Apostoli
(19,18) è scritto: "Molti di quelli
che avevano abbracciato la fede venivano a
confessare in pubblico le loro pratiche magiche"; b) che l'apostolo Giovanni
(1 Gv 1,9) ci dice che: "Se riconosciamo
(=confessiamo) i nostri peccati, Egli che
è fedele e giusto, ci perdonerà
e ci purificherà da ogni colpa";
c) che alcuni passi delle
lettere paoline sembrano sottintendere la
dottrina e la prassi penitenziale:
-
1Cor 5,3-5: "Orbene,
io, assente con il corpo, ma presente con
lo spirito, ho già giudicato come se
fosse presente colui che ha compiuto tale
azione... nel nome del Signore... con il potere
del Signore nostro Gesù, questo individuo
sia dato in balia di Satana per la rovina
della sua carne, affinché il suo spirito
possa ottenere la salvezza nel giorno del
Signore".
-
2 Tes 3,14-15: "Se qualcuno non obbedisce
a quanto diciamo per lettera, prendete nota
di lui e interrompete i rapporti, perché
si vergogni; non trattatelo però come
un nemico, ma ammonitelo come un fratello".
-
Tt 3,10-11: “Dopo una o due ammonizioni sta
lontano da chi è fazioso, ben sapendo
che è gente ormai fuori strada e che
continua a peccare condannandosi da se stesso;
-
2 Cor 2,18-20. In questo passo S. Paolo è
più esplicito e le parole sono abbastanza
chiare e precise: "Dio ha affidato a
noi il ministero della riconciliazione. Noi
fungiamo da ambasciatori per Cristo, come
se Dio esortasse per mezzo nostro".
Non
cattolico.Dal momento
che tu insisti, io ti dirò che proprio
un altro papa, S. Clemente I, romano, molto
prima di Innocenzo III nello scrivere ai Corinzi,
dice quello che diciamo noi. Ecco le sue parole:
“Il Signore nulla esige dagli uomini se non
una confessione fatta a Lui" (Clemente
Romano, Epist. I ad Cor., 52; cit. da: H Ch.
Lea, Storia della confessione auricolare e
delle indulgenze nella Chiesa latina, 1911,
p. 211).
Cattolico.
Anch'io insisto e ti dirò che il Papa
S. Clemente (88-97) nella sua lettera ai Corinzi
(scritta nel 95) dice tante belle cose.
La lettera di S. Clemente Romano ai Corinzi
è un documento storico di grande portata.
“E’ un capolavoro che racchiude valori espressivi
e contenuti dottrinari che da soli potrebbero
costituire gli elementi di una teologia completa
dell'epoca". (cf “I Padri Apostolici”,
7° Ed., Città Nuova, 5° Vol.,
p. 43). A Corinto, comunità fondata
dall'Apostolo Paolo, si verificarono delle
sedizioni di una certa gravità al punto
che i dissidenti deposero i presbiteri. Il
papa Clemente interviene con tatto quasi materno
per calmare gli animi. Il suo linguaggio,
informato ai sensi biblici e alla realtà
spirituale, tende sempre all'universale. Esorta
i responsabili della sedizione a correggersi
deponendo ogni superbia, e a ricordarsi su
quello che comporta il nome santo e glorioso
di cristiano.
Fatta questa premessa, la frase da te citata
suona propriamente così: “Fratelli,
il Signore dell'universo non ha bisogno, non
cerca nulla da nessuno tranne che si faccia
a Lui la confessione" (52, 1).
Prima di scrivere queste parole, in 51,3 dice:
"E' meglio per l'uomo confessare le sue
colpe che indurire il suo cuore..."
Seguendo sempre la lettera-omelia di Clemente
in 57,1-2 scrive: “Voi che siete la causa
della sedizione sottomettetevi ai presbiteri
e correggetevi con il ravvedimento, piegando
le ginocchia dei vostro cuore. Imparate ad
assoggettarvi deponendo la superbia e l'arroganza
orgogliosa della vostra lingua. E' meglio
per voi essere trovati piccoli e ritenuti
nel gregge di Cristo, che avere apparenza
di grandezza ed essere rigettati dalla sua
speranza”.
In queste ultime frasi è difficile
vedervi soltanto un’esortazione a sottomettersi
ai sacerdoti: è più facile vedere
nelle parole di Clemente un chiaro riferimento
alla Confessione, perché è propriamente
questa la dottrina cattolica del Sacramento
della Penitenza.
Il monito che talora si legge nei Padri, di
confessare i peccati solo a Dio, quando non
si riferisca alle colpe quotidiane che si
possono espiare con la preghiera (cf Agostino,
D e Symbolo, sermo I ad catechumenos, 7,15;
Serm., 9,11), indica la confessione da farsi
in segreto, in opposizione a quella pubblica
(cf G. Crisostomo, De Lazaro, Hom., 4,4);
e ciò con tanta più ragione
in quanto, temendo i Padri che nella riconciliazione
del peccatore il sacerdote agisce come strumento
e ministro del Signore (cf Ambrogio, De paenit.,
1, 8934-37; , Paciano, Epist., 1,6 e 3,7;
Crisostomo, In Joan. hom., 87,4) potevano
essi con ragione, fermando la considerazione
sull'agente principale, parlare della Confessione
come se dovesse farsi solo a Dio.
In realtà, che la Confessione fatta
a Dio non escludesse l'intervento del sacerdote
è confermato sia dalle esortazioni,
che si leggono negli scritti dei Padri, rivolte
al ministro della confessione, perché
accolgano benevolmente i peccatori; sia dalla
preoccupazione costante che gli stessi Padri
manifestano di essere ministri idonei della
penitenza, con il sanare le malattie (= peccati)
dei fedeli che mediante la Confessione venivano
loro manifestate, e con il proporzionare la
penitenza alla diversa specie dei peccati
(cf Cipriano, Epist. 59, 15-16; Paciano, Paraenes.
ad paenit., 8; Gregorio di Nazianzo, Orat.
2 Apologetica, 16-33; Crisostomo, De Sacerdotio,
2, 24).
Non
cattolico.Io sto alle
parole dette da.papa Clemente, esse sono inequivocabili:
“Il Signore nulla esige dagli uomini se non
una confessione fatta a Lui".
Cattolico.
So bene che il non cattolico, quando può,
si attacca ad una frase, ad una parola, pur
di difendere le sue opinioni, ma la storia
è storia e bisogna tenerne conto ed
ascoltarla.
Non
cattolico.Io ti sto ascoltando.
Hai finito?
Cattolico.
Sulla storia della Confessione ho ancora da
riferirti molte cose.
Anzitutto voglio dire, come risulta dalla
storia e dalla logica, che l'istituzione del
Sacramento della Penitenza, per il suo carattere
psicologico e giudiziario, fu in grado di
adottare costantemente, nel corso dei secoli,
la procedura voluta dalla durezza dei costumi
oppure dalla sensibilità religiosa
del tempo. Il diritto di rimettere o di ritenere
i peccati, di accordare o rifiutare al fedele
la partecipazione all'Eucaristia attuò
ancora una volta la legge, che si verifica
tanto spesso nel Cattolicesimo, della continuità
del principio nel multiforme sviluppo della
vita feconda e generosa. Certamente il potere
delle chiavi è rimasto quale lo aveva
istituito Gesù Cristo; e tuttavia,
salvando tale sostanza, come dice il Concilio
di Trento, si conformò ai diversi bisogni
delle anime, ai diversi climi e alle successive
civiltà. Diventò un metodo,
un’educazione, un'ascesi; e, ogni volta che
fu necessario, assunse una forma nuova, imprevista,
utile, benefica. E per aver dato la pace a
tante e cosi varie coscienze, non è
invecchiato e continua a piegarsi alle nostre
esigenze spirituali al fine di soddisfarle.
La Chiesa, forse un pò spaventata dai
propri diritti, forse un pò stupita
che “Dio avesse dato un tale potere agli uomini”
pare esitasse a servirsi troppo spesso di
un'arma nuova e tagliente.
Le coscienze di allora, tanto fervide quanto
semplici, forse non avevano ancora bisogno
di cure troppo speciali. Venivano dal mondo
giudaico e da quello romano e nessuno dei
due era pronto per fare esami di coscienza
particolareggiati. La ragione giudaica più
fedele che tenera, più esatta che inquieta,
conosceva "il cuore contrito e umiliato",
ma ne esponeva i dettagli solo a Dio; riposava
più sopra un largo fondamento di speranze
nazionali e religiose, su un dogmatismo duro
e irriducibile, un proselitismo implacabile
che non sopra delicatezze mistiche e confessioni
precise, e se soffriva di scrupoli erano troppo
spesso scrupoli di farisei. Quanto ai Gentili,
Greci e Romani nulla li disponeva direttamente
a quello che noi chiamiamo Sacramento della
Penitenza, o Confessione o Riconciliazione.
Gli antichi solo a stento manifestavano le
loro anime, che d'altronde conoscevano appena.
Il Cristianesimo, perseguitato per oltre tre
secoli, non, aveva ancora iniziato il grande
lavoro per far rientrare le anime nella loro
interiorità. La religione rimaneva
un dovere o un'estasi, una fede o una morale;
sotto le pressione del Vangelo essa doveva
divenire un'ascesi e una confidenza, un esame
e una confessione. Il Sacramento avrebbe attuato
il grande cambiamento, e finché non
fosse compiuto, s'accontentava di abituare
il fedele a rendere conto davanti alla comunità
delle grandi linee della sua coscienza.
In quell'epoca la Penitenza è soprattutto
una liturgia, lunga e austera, monotona e
un pò teatrale; colpiva soprattutto
i sensi esteriori.
Nei secoli successivi soprattutto il progresso
dell'ascetismo volgarizzò ed estese
l'uso della istituzione penitenziale: medicina
severa per i peccatori, diventò a poco
a poco un rimedio preventivo per le anime
ferventi. Da sanzione disciplinare qual'era
e rimase, divenne un esercizio ascetico. L'evoluzione
probabilmente è dovuta ai monaci. Crebbe
il numero di coloro che si accostavano al
sacramento, che però dovette farsi
più discreto; per essere frequentato,
dovette farsi meno visibile. Era l'epoca in
cui la spiritualità occidentale, erede
delle esperienze religiose che avevano sovvertito
e poi pacificato la grande anima di Agostino,
si metteva per sempre alla scuola di questo
grande penitente il quale aveva avuto il sentimento
del peccato più di tutti i Padri anteriori
(cf Enciclopedia Apologetica, Ed. Paoline,
V Ediz., pagg. 508-509.)
Non cattolico.Io ti ringrazio per tutte queste belle
notizie che mi dai, però esse sono
piuttosto parole e opinioni, mentre io ti
chiedevo una storia più concreta e
documentata sulla confessione.
Cattolico.
Non pensare che quanto ti ho detto finora
sia opinione e basta. Nel riferirti certi
giudizi ho anche fatto delle citazioni di
autori ben noti tra i Padri della Chiesa,
come Agostino, Ambrogio, Paciano.
Rispondendo alla tua richiesta di storia documentata,
ti segnalo quanto appresso. a) Che la Chiesa antica abbia
avuto in uso la Confessione, risulta dalle
seguenti constatazioni.
E' noto che la penitenza era determinata dal
sacerdote, il quale, prima di imporla, doveva
tener conto della natura e della gravità
della colpa, delle condizioni personali del
reo, delle circostanze in cui era stato commesso
il peccato. Viene attestata tale prassi, tra
gli altri, da Agostino (Serm.,
351,9), da Innocenzo 1 (Ep.
ad Decentium, 7), da Gregorio Magno
(In Evang. hom., 26). Ma evidentemente
ciò supponeva l'uso della confessione
da parte del penitente. Difatti, tale previa
confessione è ricordata da papa
Cornelio (251-253) scrivendo della
riconciliazione da lui fatta di alcuni novazionisti
(Ep. Cornelii ad Cyprianum: PL 3,718-22).
E' ricordata dalla Didascalia degli
Apostoli in occasione del diverso
modo in cui venivano riconciliate alcune determinate
specie di peccatori (2,16-18; 38-41; 42-43).
Cipriano, poi, ci fa sapere
che alcuni fedeli, pur avendo solo pensato
di sacrificare agli idoli, tuttavia "confessando
ciò con dolore e semplicità
ai sacerdoti di Dio, fanno l'esame della coscienza,
manifestano il peso dell'anima loro, cercano
un rimedio salutare alle ferite" (De
Lapsis, 28). Il che dimostra come anche dei
peccati commessi solo internamente ora in
uso fare la confessione.
Da parte sua, Tertulliano,
già montanista, ci attesta la consuetudine
dei fedeli di ottenere dal vescovo il perdono
dei peccati meno gravi e più facile
a commettersi (De Pud., 18,17; 19,23-24):
evidentemente dopo che il vescovo ne ha avuto
notizie mediante la confessione.
Né sono infrequenti le recriminazioni
dei Padri contro quei fedeli, i quali, mentre
confessano al sacerdote i propri peccati,
tuttavia si astengono poi dal fare la penitenza
che viene loro imposta. Così, per es.,
Ambrogio (De paenit., 2,9.86
e 10,91), Paciano (Paraenesis
ad paenit., 8), Asterio di Amasea
(Hom.: PG 40,368).
b)
Alla prassi dei fedeli di confessare i propri
peccati dà saldo fondamento dottrinale
l'insegnamento dei Padri e degli scrittori
ecclesiastici sulla necessità della
confessione. Esplicita, infatti è la
loro affermazione che, per la remissione dei
peccati è dei tutto richiesta la confessione
al sacerdote: cf Cipriano:
“Confessi ciascuno il proprio delitto, mentre
chi peccò è ancora nel mondo,
mentre può ammettersi la sua confessione,
mentre la soddisfazione e la remissione per
opera dei sacerdoti è grata presso
il Signore" (D e Lapsis, 29); Origene
(11n Levit. homil., 3,4); Ambrogio
di cui è detto: “Il peccato è
veleno, il rimedio è l'accusa dei proprio
crimine; veleno è l'iniquità,
la confessione è il rimedio della caduta"
(In ps., 27,11); Girolamo,
il quale afferma che è ufficio dei
sacerdoti della Nuova Legge legare e sciogliere,
non già ad arbitrio, ma solo “dopo
udite la varie specie dei peccati” (In Matth.,
3,16,19); Agostino (Serm.,
351,10); Leone Magno, il
quale scrive che la norma della Chiesa è
di concedere la penitenza solo a quanti confessano
le proprie colpe (Epist., 108,2).
c)
Ma in altro modo ancora insegnano
i Padri la necessità della Confessione;
e cioè, con il descrivere il processo
penitenziale in analogia o alla risurrezione
di Lazzaro o alla guarigione delle malattie
corporali.
Come a Lazzaro fu detto “Vieni fuori"
(Gv 11,43) e quindi fu sciolto dalle fasce
che lo tenevano legato, così è
necessario che il peccatore metta fuori, cioè,
manifesti le sue iniquità mediante
la confessione, perché possa essere
quindi sciolto dai ministri della Chiesa:
cf Ambrogio (Depaenit., 2,7,57-58); Agostino
(Enarr. in ps, 10 1, 2, 3; Serm., 67, 1,2;
In Joan. tract., 22,7).
Inoltre, come per ottenere la guarigione dal
medico bisogna innanzitutto fargli conoscere
la malattia, così per essere guarito
dal peccato bisogna manifestarlo al sacerdote
con la confessione: cf Origene
(In Ps., 37, hom., 2,6), Afraate
(Demonstr., 7: De paenitentibus, 2-3).
d)
E' da rilevare che nella Chiesa antica la
cosa più grave ed impressionante che
costituiva la maggiore difficoltà per
il peccatore, non era l'accusa dinanzi al
sacerdote, ma la penitenza. Tanto è
vero che parecchi si confessavano, chiedevano
ed ottenevano la penitenza, ma poi non avevano
il coraggio e la forza di compierla.
Si comprende allora che i pastori di anime
insistano tanto sulla penitenza e poco sulla
confessione: contrariamente a quanto avviene
oggi, quando, costituendo la manifestazione
dei peccati, per molti cristiani, l'ostacolo
principale, è su di essa che insiste
la predicazione, senza peraltro pensare che
la Chiesa non richieda più la penitenza
o la contrizione del cuore.
Che poi i Padri intendevano per confessione
la manifestazione dei peccati al sacerdote,
si deduce dall'insistenza cori la quale essi
inculcano che la confessione deve essere fatta
in Chiesa, deve essere orale, deve riguardare
i singoli peccati, né deve lasciarsi
il peccatore vincere dal timore di arrossire
nello svelare le proprie iniquità
(cf Ambrogio, De paenit.,
2,7,57; In ps., 37,57; Crisostomo,
Hom. 2 de paenit., 1; De Lazaro, hom., 4,
4; Hom. non esse ad gratiam contionandum,
3): ammonizioni queste che non si comprenderebbero
qualora si trattasse di confessione fatta
solo a Dio, come ho già detto precedentemente
(cf Enc. Cattolica) .
Non
cattolico.Hai finito
con la storia?
Cattolico.
Credo di aver detto tanto quanto basti a dimostrare
sufficientemente che la Confessione va fatta,
si, a Dio, ma tramite il ministro designato,
e che Innocenzo III non fu lui a stabilire
la confessione dei peccati, ma ne regolò
alcune norme.
Non
cattolico.Io ho ancora
da farti presenti molte cose sull'argomento
della confessione. a) Dalla storia sappiamo
invece che il colpevole di qualche scandalo
o peccato doveva umiliarsi a confessare pubblicamente
quella sua colpa, e non certo tutti i suoi
peccati. b) Dopo le persecuzioni,
molti cristiani che avevano avuto la debolezza
di abiurare, domandavano di essere riammessi
alla Chiesa. Si trovò, allora più
pratico, anziché far comparire costoro
davanti a tutta l'assemblea, di delegare un
penitenziere ad ascoltare i penitenti. Era
naturale che, contemporaneamente alla istituzione
dei penitenzieri, i fedeli si confidassero
con i loro ministri. Questi cominciarono a
dire che la pratica è buona, anzi consigliabile.
Ma quando, nel 1215, il papa Innocenzo III
decretò l'obbligo della confessione,
sollevò l’opposizione più violenta
del popolo” (H CH. Lea, Storia della confessione
auricolare e delle indulgenze nella Chiesa
latina, 1911, p. 211).
Cattolico.
Ho già detto precedentemente
che il Sacramento della Penitenza, dato il
suo peculiare complesso, ha avuto una importante
evoluzione. Ciò non toglie nulla alla
istituzione fatta da Cristo con molta chiarezza
e precisione. I documenti storici, che abbiamo
a disposizione, ci persuadono di tale sviluppo.
D'altra parte, le parole di Gesù presentano
la missione che Egli sta per affidare ai discepoli
come una continuazione di quella che il Padre
ha affidato a Lui: "Come il Padre ha
mandato me, cosi io mando voi". L'investitura
è espressa col gesto simbolico dell'alitare
su di loro, quasi comunicando il suo stesso
spirito che è lo Spirito Santo. In
forza della vita del Cristo e della potenza
dello Spirito in loro, essi continueranno
a fare quello che Gesù ha fatto: rimettere
i peccati. Gli ascoltatori non potevano sbagliarsi:
né potevano dubitare dell'efficacia
nell'ordine invisibile e spirituale a quel
modo con cui di altre parole di Gesù
avevano constatata l'efficacia nell'ordine
visibile e materiale. Gesù ha rimesso.
i peccati: per questo fu mandato dal Padre.
Anche essi rimetteranno i peccati: per questo
sono mandati dal Figlio.
La Chiesa apostolica e la Chiesa primitiva
subito così intesero e così
praticarono. Negli Atti si dice che “molti
di coloro che avevano creduto venivano a confessare
e a manifestare quanto avevano fatto"
(At 19,18). Giacomo nella sua lettera pone
questa esortazione: “confessate l'uno all'altro
i vostri peccati e pregate gli uni per gli
altri, affinché siate guariti"
(5,16). S. Giovanni nella prima lettera afferma:
"se noi confessiamo i nostri peccati,
Egli (Dio) è fedele e giusto per rimetterci
i nostri peccati e purificarci da ogni iniquità"
(1,9). Da quanto detto, pur non potendo sostenere
una testimonianza esplicita della confessione
sacramentale, resta non di meno incontestabile
che questi testi suppongono una società
nella quale il loro significato fosse ben
accessibile, esprimendo una prassi consueta:
manifestare ad altri le proprie colpe per
ottenere da Dio il perdono.
Il passo di S. Giovanni poi attesta un punto
importantissimo della dottrina cristiana:
nessuna specie di peccati è esclusa
dalla possibilità di perdono: Dio può
“rimettere tutti i nostri peccati e purificarci
da ogni iniquità"; tutti, ossia
in qualsiasi numero; ogni iniquità,
ossia di qualunque specie. Nessun limite all'infinita
misericordia di Dio: né limite quantitativo,
né limite qualitativo.
Parlando della storia e della tradizione,
già ho segnalato il pensiero dei SS.
Padri. Da tener presente che S. Cipriano e
il papa Cornelio sono della metà dei
"duecento". La Didaché, invece,
è dei primo secolo (circa il 90): essa
invita i fedeli a celebrare, di domenica,
il sacrificio eucaristico “dopo di avere confessati
i vostri peccati". S. Ignazio martire
(circa il 107) ai fedeli di Filadelfia scrive
che "il Signore perdona a coloro che
si ravvedono, purché il loro pentimento
li riconduca all'unità di Dio e alla
comunione con il vescovo". Nel secolo
II ci sono testimonianze più esplicite,
come quella di Dionigi di Corinto che raccomanda
- in una lettera circolare ad alcune chiese
e alcuni vescovi del Ponto - di “accogliere
coloro che si convertono da qualsiasi peccato
o delitto o anche da uno sviamento eretico".
Queste parole ci fanno entrare nel vivo delle
controversie che dovevano, nei secoli II-IV,
travagliare la Chiesa a proposito del sacramento
della penitenza.
A metà del II secolo si abbozzò
una tendenza rigorista che per distogliere
dal peccato il battezzato, gli minacciava
preclusa ogni via al perdono: già sei
stato perdonato nel battesimo, come puoi pretendere
di essere perdonato ancora un'altra volta?
Non é ben chiaro se costoro intendessero
contestare alla Chiesa l'uso della confessione
o anche il potere di confessare, il potere
cioè di rimettere i peccati.
Contro questa corrente ci rimangono due documenti
insigni: un lungo scritto intitolato Il Pastore,
scritto da Erma, fratello del papa S. Pio
I. Siamo verso il 150. Gran parte dello scritto
è inteso proprio a rivendicare la liceità
della confessione, ossia di un mezzo sacramentale
di remissione dei peccati dopo il battesimo.
L'annuncio è proposto con circospezione
e cautela, forse per non urtare troppo rudemente
la coscienza dei rigoristi bene intenzionati:
si afferma cioè l'unicità della
confessione: dopo il battesimo si dà
la confessione, ma per una sola volta.
La stessa rivendicazione, con lo stesso limite,
fa Tertulliano nella sua opera intitolata
appunto "De paenitentia".
Eppure il Vangelo è così chiaro:
"Quante volte dovrò perdonare
- chiese Pietro a Gesù - al mio fratello
se pecca contro di me? Fino a sette volte?”.
E Gesù gli rispose: "non fino
a sette volte, ma fino a settanta volte sette"
(Mt 18,22). Se l'uomo deve perdonare sempre,
Dio non perdonerà sempre? Non credo
che la generosità dell'uomo dovrà
essere più grande di quella di Dio!
La crisi rigorista del secolo III. All’inizio
di questo secolo (circa il 220) si accese
un'altra controversia a proposito della specie
dei peccati da assolvere. I rigoristi deviarono
in una eresia, il montanismo, cui aderì
anche Tertulliano. Essi pretendevano irremissibili
i più gravi peccati carnali: in un
secondo momento credettero irremissibile anche
il peccato di apostasia. Il papa S. Callisto,
con un suo provvedimento, prescriveva di assolvere
tali peccati da chiunque fossero commessi,
anche da un presbitero.
Contro quest'ultima parte del decreto insorse
anche Ippolito, prete romano, più tardi
antipapa, il primo antipapa che la storia
conosce. Il decreto papale ribadiva dottrina
e prassi sempre tenute dalla Chiesa di Roma:
il potere delle chiavi riguardante ogni specie
di peccato. Né invero Tertulliano disconosceva
aver Cristo dato a Pietro il potere di rimettere
ogni peccato: ma pretendeva o che tale potere
non fosse trasmissibile, o che non convenisse
usarne senza eccezione.
Per il peccato di apostasia, che prese più
grandi proporzioni in un secondo momento e
durò più a lungo, molti si rifiutavano,
opponendo all'apostasia la resistenza, le
sofferenze, di quelli che si erano tenuti
fedeli sino al martirio. Il perdono e la remissione
non era forse un'ingiuria per i martiri? Anche
qua i rigoristi finirono in una eresia: l'eresia
dei novaziani, che contestava alla Chiesa
lo stesso potere di assolvere. A difendere
dottrina e prassi romana scese in campo il
vescovo di Cartagine S. Cipriano.
Dalla fine del secolo III si può considerare
superato il periodo di controversie teoriche
e di incertezze pratiche: ormai la dottrina
e la prassi, sempre vive in Roma, diventarono
la dottrina e la prassi universali. Ogni peccato
è remissibile senza limite alcuno,
purché - evidentemente - vi siano le
condizioni soggettive ed oggettive per le
quali il sacramento sia valido e lecito.
E' da notare che anche i rigoristi, i quali
negavano o il potere o l'opportunità
di assolvere da certi peccati, non è
che condannassero il peccatore alla perdizione
eterna: anche se volevano che la Chiesa non
l'assolvesse neppure nel punto di morte, protestavano
tuttavia di affidare il peccatore alla misericordia
di Dio. La Chiesa intanto che rifiutava il
suo officio di mediazione efficace, avrebbe
offerto il suo officio di efficace impetratrice.
I vari atteggiamenti dei rigoristi potevano
con qualche plausibilità rifarsi ai
testi neotestamentari e cioè:
-
Atti 15,20 dove il concilio degli Apostoli
tenuto a Gerusalemme nel 54, deliberò
di non sottoporre i gentili, che volevano
farsi cristiani, alle obbligazioni della legge
mosaica, ma di invitarli tuttavia ad "astenersi
dalle contaminazioni degli idoli, dalla fornicazione,
dagli animali soffocati e dal sangue".
-
Eb 6,5-6, dove è scritto: "essere
impossibile che coloro i quali sono stati
una volta illuminati e cioè battezzati
- e hanno mangiato l'Eucaristia, e hanno ricevuto
lo Spirito Santo, e poi sono caduti nel peccato,
si rinnovellino un'altra volta a penitenza"
(forse qui impossibile" è uguale
a "molto difficile").
-
In Mt 12,32 (cf anche Mc 3,29; Lc 12,10) si
parla della irremissibilità della bestemmia
contro lo Spirito Santo, e nella 1° lettera
di Gv (5,16), si parla di peccati che conducono
alla morte... Questi testi non sono certamente
molto chiari, e perciò si comprende
come agli inizi della riflessione cristiana,
agli inizi del cammino esegetico, essi dovessero
pesare sulla dottrina e sulla prassi penitenziale.
Così Origene, in un passo del De oratione
parla di peccati insanabili, pure affermando
il potere della Chiesa di rimettere ogni peccato.
Persino S. Cipriano parla di irremissibilità
della bestemmia contro lo Spirito Santo, la
quale molto probabilmente è da intendersi
così: L'uomo è scusabile se
si inganna sulla dignità divina di
Gesù, velata dalle umili apparenze
del “Figlio dell'uomo", ma non lo è
se chiude gli occhi e il cuore alle opere
evidenti dello Spirito. Negandole, egli rigetta
la proposta suprema che Dio gli fa e si mette
fuori della salvezza (cf Eb 6,4-6; 10,26-31).
Ai rigoristi passati e futuri, possiamo indicare
il comportamento di Gesù il quale guarisce
ogni male e ogni peccato: neppure la morte
è di ostacolo alla sua potenza.
I
rilievi fatti finora sulla base dei documenti
storici ci persuadono che, se un sacramento
è profondamente evoluto nei secoli,
specialmente nei primi secoli, questo è
il sacramento della penitenza. Dando uno sguardo
riassuntivo a quanto (molto poco, perché
non ho parlato degli elementi che lo compongono:
l'accusa dei peccati, il dolore dei peccati
con il proposito di non più peccare,
la soddisfazione... il giudizio del confessore,
la penitenza...) ho detto di questo sacramento,
l'animo si riempie di gioia riconoscente:
il nostro Dio è veramente il Dio della
Misericordia; e noi siamo veramente, secondo
l'espressione paolina, “i vasi di misericordia",
i vasi che Egli ama riempire con la pienezza
della sua misericordia, perché li ha
"preparati per la gloria" (Rm 9,23).
Non
cattolico.
Mi sembra che ti stai dilungando su fatti
e circostanze superflui.
Cattolico.
Tutt'altro. Io sto rispondendo alle tue affermazioni
secondo le quali la confessione sarebbe nata
dalla istituzione dei penitenzieri: io voglio
dimostrarti, invece, che la prassi della confessione
ha avuto origine fin dai tempi apostolici.
L'accusa dei peccati è uno degli atti
del penitente costitutivi del sacramento.
Non mancò mai nella Chiesa tale pratica,
anche se la storia ci documenta maniere diverse
di intenderla e di praticarla. Gli scarsi
documenti che abbiamo dei primi secoli ci
parlano abbastanza largamente di una penitenza,
pubblica che includeva, però, anche
il riconoscimento del proprio peccato, soprattutto
se peccato pubblico. Autorevoli studiosi ritengono
che fosse in uso, fin da allora, anche l'accusa
aperta. La cosa sembra molto plausibile anche
solo in rapporto alla penitenza pubblica.
Modalità e tempi di tale pubblica penitenza
venivano infatti determinati solitamente dal
Vescovo. Egli dunque doveva conoscere le colpe
per potervi proporzionare la penitenza. Dalla
storia si sa che, almeno in Oriente, ad un
dato momento venne istituita la carica del
presbitero penitenziere, proprio per ricevere
l'accusa. Secondo gli storici greci tale carica
fu istituita ai tempi di Decio (metà
del sec.III) e forse anche prima. Si può
ritenere che quando S. Leone Magno, nel 459
scrive ai Vescovi della Campania che “le colpe
della coscienza basta che siano manifestate
soltanto ai sacerdoti in una confessione segreta"
(D.B. 145), non facesse altro che sancire
una prassi che ormai si era imposta universalmente.
Il passo di Leone Magno non solo testifica
l'uso della confessione segreta, confessione
auricolare, ma che il ministro di tale confessione
è solamente il sacerdote. Teniamo sempre
presente che quando fu istituito il sacerdote
penitenziere (metà del III sec.), ci
imbattiamo in documenti contemporanei, come
quelli di papa Cornelio (251-253) che parla
della riconciliazione da lui fatta di alcuni
novazionisti, e di S. Cipriano che scrive
(in De Lapsis) che i fedeli "si confessano
con dolore e semplicità ai sacerdoti...
manifestano il peso della loro anima e cercano
rimedio salutare alle loro ferite"; mentre
la Didachè, che è del primo
secolo, invita i fedeli a celebrare di domenica
il sacrificio eucaristico "dopo di aver
confessati i vostri peccati”. E ricordiamo
ancora S. Ignazio (107 circa) il quale scrive
ai fedeli che "il Signore perdona a coloro
che si ravvedono, purché il loro pentimento
li riconduca all'unità di Dio e alla
comunione con il vescovo".
Con tutte queste parole, che a te sembrano
fatti e circostanze superflui, io voglio dimostrarti
che le deduzioni da te ripetute e avanzate
già prima di te dal prof. Henry Charles
Lea (1-5-1909) sono soltanto supposizioni
di un protestante. Si sa che il Lea, nato
e cresciuto protestante, trattando la storia,
specialmente religiosa, esprime giudizi e
valutazioni non equamini dei fatti che racconta.
Pubblicò pure la Storia della confessione
auricolare e delle indulgenze nella Chiesa
latina in tre volumi, “nei quali il preconcetto
religioso impedisce all'autore ogni oggettività
di giudizio”. Questo è quello che dice
di lui la storia (cf Enc. Cattolica). Credo
che questo basti per dirti che sono i tuoi
preconcetti a farti rifiutare tante verità
della fede cristiana.
Non
cattolico. Dici quello
che vuoi, ma io ti ripeto che in un primo
momento la confessione era pubblica e basta.
Cattolico.
lo non ho negato che ci fosse
una confessione anche pubblica, ti ho detto
però che il sacramento della penitenza,
data la sua importanza e tutto quello che
comporta nella Chiesa e nei singoli fedeli,
ha avuto uno sviluppo e una evoluzione notevole.
Ti dico anche che il carattere pubblico aveva
una duplice finalità: da una parte
era di eloquente ammonimento a tutti i fedeli,
dall'altra interessava alle sorti dei penitenti
tutta la comunità: tutta la Chiesa
gemeva e pregava per essi. Questa pubblica
penitenza - che importava pratiche anche assai
gravi, come lunghe orazioni, ripetuti digiuni,
vestire in un certo modo, non servirsi di
privilegi anche nella vita civile, e persino
non usare il matrimonio - poteva protrarsi
anche per anni. Era stabilita dal vescovo
in base alla gravità della colpa: si
trattava per lo più di colpe pubbliche,
soprattutto se scandalose. Dopo tutto quello
che ho detto sulla evoluzione del Sacramento
della Penitenza, non fa meraviglia che la
Chiesa al momento giusto (es.: Conc. Lateranense,
Conc. di Trento ... ) sia intervenuta a regolare
e a precisare tanti elementi componenti il
Sacramento stesso.
Non
cattolico. Devo farti
notare ancora una cosa molto importante, e
cioè che le parole che la Chiesa cattolica
prende a pretesto per imporre la confessione
hanno un ben diverso significato.
Cattolico.
Desidererei sapere quali sono le parole che
la Chiesa prende a pretesto per imporre la
confessione e qual'è il loro vero significato.
Non
cattolico. Le parole sono
quelle da te citate precedentemente, e cioè:
“A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi,
e a chi li riterrete saranno ritenuti"
(Gv 20,23); e queste altre: “A te darò
le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò
che avrai legato sulla terra sarà legato
nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto
in terra sarà sciolto nei cieli"
(Mt 16,19).
Cattolico.
Il significato di queste parole
di Gesù è troppo chiaro. Le
parole sono semplici e solenni e non credo
che possano ammettere equivoci.
Non
cattolico.Il vero significato
è questo: "Quando un cristiano
annunzia l'Evangelo della grazia, egli scioglie
le anime dai loro peccati, non certo per una
sua particolare capacità, ma per la
potenza della predicazione cristiana. Se però
le anime che ascoltano non accettano l'Evangelo,
esse rimangono legate, vincolate al loro peccato.
Non si tratta quindi di un "perdonare",
"rimettere i peccati", "sciogliere"
per iniziativa di un uomo. Chi ha diritto
di perdonare non è l'uomo, ma solo
Dio. I credenti hanno unicamente ricevuto
la missione di essere ambasciatori di Dio,
e l'annunzio del perdono è sanzionato
da Dio in una sentenza di grazia o di condanna,
a seconda che gli uditori l'ascoltano o la
respingono".
Cattolico.
Non ti nascondo che ti sto ascoltando trasecolato!...
Mi rendo sempre più conto delle disastrose
conseguenze dell'interpretazione arbitraria
e personale che vige nel protestantesimo.
Dopo queste parole che ho ascoltato io comprendo
sempre più chiaramente gli effetti
deleteri delle parole di Lutero che invita
il credente a dover sentire "nell'intimo
del cuore che questa e proprio questa è
la Parola divina" per essere sicuro!...
Oppure, come dice E. Comba, che “Tutti i fedeli
possono ed hanno diritto di interpretare le
S. Scritture", e che "Sempre avviene
una rivelazione divina nella coscienza umana
religiosa, la quale è pertanto l'organo
della rivelazione divina, non ve ne sono altri".
Oppure, ancora, quello che ha detto un altro
protestante: "Per avere la certezza di
quello che indichi e voglia la Parola di Dio,
dobbiamo decidere da noi stessi e scegliere
ciò che soddisfa la nostra ragione...".
Questi pensieri, come ben ricorderai, li ho
ripetuti già diverse volte con tutti
i relativi riferimenti, ma si vede che i protestanti,
in preda ai pregiudizi, sacrificano - forse
involontariamente o senza accorgersene - l'uso
della retta ragione.
Non
cattolico.Come puoi sostenere
che un uomo possa prendere il posto di Dio?
Questa è una bestemmia! ...
Cattolico.
Infatti, anche gli scribi e i farisei dicevano
di Gesù la stessa cosa quando asseriva
di rimettere i peccati: "Egli bestemmia".
Essi non credevano alla divinità di
Gesù, e potevano anche essere scusati,
ma molti non cattolici dicono di credere in
Gesù, vero uomo e vero Dio; come mai
poi non credono alle sue parole e vogliono
dar loro un significato diverso da quello
che hanno?
Non
cattolico.Sì,
io credo fermamente alla divinità di
Cristo, ed è proprio per questo che
non posso ugualmente credere che degli uomini
possano sostituirsi a Dio.
Cattolico.
Non voglio ripetere per l'ennesima volta le
stesse cose. Le parole di Cristo sono chiarissime:
"come il Padre ha mandato me... così
io mando voi ... a chi rimetterete ... sarà
rimesso ed a chi non rimetterete i peccati
saranno ritenuti”.
Questa è la grande misericordia di
Dio, la sua immensa bontà: Egli ha
delegato i ministri della Sua Chiesa a compiere
e svolgere il Suo ministero. Perciò
la Chiesa è il Corpo di Cristo, la
sua Sposa, Colonna e sostegno della verità.
Il non cattolico vuole pensare e credere contro
l'evidenza delle parole di Cristo, contro
la vita e la realtà dei fatti della
Chiesa fondata da Cristo. Ma tutto ciò
è invenzione umana.
Non
cattolico.Interpretazione
umana è tutto ciò che ha inventato
la Chiesa. E devi darmi conto di queste invenzioni
umane, perché mi hai promesso che oltre
alla S. Scrittura e alla storia mi avresti
provato anche con argomenti di ragione la
pratica della confessione così come
viene vissuta nella Chiesa cattolica.
Ecco, i non cattolici hanno potuto constatare
che la confessione - com'è insegnata
nella Chiesa romana - è responsabile
dell'errato concetto di peccato, che viene
considerato nelle sue singole manifestazioni
esteriori e non nella sua natura. Così
l'individuo si confessa al prete, distinguendo
fra peccati "veniali" (che si possono
tacere) e peccati "mortali", fra
la bugia e l'assassinio, fra il peccato di
gola e l'adulterio e via dicendo. Così
si ignora il problema di fondo, che è
quello della nostra natura corrotta, e si
dimentica che i singoli peccati (veniali o
mortali, che dir si voglia) non sono che delle
manifestazioni secondarie del primo e vero
peccato, cioè della nostra ribellione
contro Dio.
E' quello che aveva capito il re Davide, adultero
e assassino, quando esclamava: “Io ho peccato
contro te, contro te solo" (Salmo 51,4
= 50,4).
Il danno della dottrina e della pratica della
confessione auricolare è immenso. Certo
è da deplorarsi che il popolo si sottometta
ad una pratica così avvilente per la
dignità umana, ma più grave
ancora è la responsabilità di
chi gliela impone. Ma - direbbe il compianto
sacerdote Lorenzo Milani – “sulla soglia del
disordine estremo mandiamo a voi quest'ultima
nostra debole scusa, supplicandovi di credere
nella nostra inverosimile buona fede. Ma se
non avete come noi provato a succhiare col
latte errori secolari, non ci potete capire"
(L. Milani, Esperienze pastorali, Firenze,
Libreria Ed. Fiorentina, 1958, p. 437).
Cattolico.
Io resto sempre più sorpreso di quanto
dici e ringrazio Iddio che ci ha mandato il
Suo Figlio diletto e ci ha anche detto di
ascoltarlo. La Chiesa si attiene alla divina
rivelazione e a quanto Gesù, Parola
del Padre, è venuto ad insegnarci.
L'uomo, dopo essere nato, per potersi sviluppare
ha bisogno di tante cose (nutrimento, aria,
assistenza, medicine, cure, ecc ... ) nell'ordine
naturale. Così è dell'uomo anche
nell'ordine spirituale (Battesimo, Cresima,
Eucaristia, Penitenza, ecc...). Tutto questo
gli viene dall'Alto con la divina grazia.
Tuttavia, poiché l'uomo, dopo il peccato
originale, ha una natura vulnerata per cui
è piuttosto incline al male, ecco che
Gesù, ben conoscendo la fragilità
umana, trovò il mezzo per guarirne
le piaghe dell'anima ed istituì il
Sacramento della Confessione come tavola di
salvezza.
Adesso voglio un pò rispondere, ma
con la ragione illuminata dalla fede, a quanto
tu dici contro la opportunità della
confessione.
- Notiamo anzitutto che se la confessione
fosse un'invenzione umana, la storia ci dovrebbe
ricordare l'epoca ed il nome di quell'uomo
- Papa o Vescovo o prete o frate - che l'ha
inventata, come la storia fa con tutti gli
altri inventori.
E invece su questo punto la storia è
muta. Non c'è scrittore, amico o nemico
della Chiesa che ne faccia menzione.
- C'è di più. Ragionando ancora,
potremmo pensare: sono stati forse i fedeli
a inventare la confessione? No: essi mai si
sarebbero imposti un obbligo nuovo e umiliante
per l'umano orgoglio. Forse i sacerdoti? Ma
qual motivo avrebbe potuto indurli ad imporre
ai cristiani un giogo così pesante?
L'interesse? E piacere? La curiosità?
E' facile, da chiunque, rispondere a queste
domande, perché se c'è un ministero
pesante e gravoso in cui il sacerdote non
guadagna niente è proprio questo! E
che bel piacere sarebbe quello che obbliga
a levarsi magari nel cuor della notte per
correre al letto degli infermi, ad essere
spettatori di scene strazianti... ad affrontare,
in tempo di peste o di altre malattie contagiose,
anche la morte? E qual curiosità ci
può essere nel sapere le miserie e
le debolezze umane, che spesso si ripetono
fino alla nausea, e di cui poi, il confessore
deve custodire il più rigoroso segreto,
sino a potere o dovere compromettere la propria
vita?
Dunque non si può ragionevolmente ammettere
che qualcuno nella Chiesa abbia inventata
la confessione. E poi come avrebbero potuto
farla accettare improvvisamente da tutti?
Come volete che contro l'ardito innovatore
non fossero insorti a ribellione i popoli,
non avessero protestato almeno i re ed i principi,
sempre così orgogliosi, non avessero
alzato la voce gli eretici che sono là
sempre con tanto d'occhi per cogliere la Chiesa
in fallo e condannarla?... Ma se non altro,
l'inventore o gli inventori, avrebbero dovuto
esentare se stessi da questo peso! Invece
no: sono obbligati a confessarsi, tanto come
i fedeli, anche i preti, i parroci, i vescovi
ed il Papa!
Il padre Gioacchino Ventura così scrive:
"Quando io ho veduto una volta l'anima
pura di Pio IX inginocchiato ai miei piedi
per confessarsi e ricevere l'assoluzione;
quando io ho veduto questa prima maestà
della terra nell'umile attitudine dei penitente
davanti all'ultimo dei preti; imbarazzato,
stupefatto, commosso sino alle lacrime, dissi
tra me stesso: io non mi ingannavo, no, quando
credevo che i preti non hanno inventata la
confessione; ma al presente io tocco coi dito
questa consolante verità, poiché
vedo lo stesso Vicario di Cristo, quale uomo
e quale cristiano, passare anch'esso sotto
la severità della legge della Confessione.
Una legge che non esenta neppure il dio della
terra, non può avere altro autore che
il Dio dei cielo!" (La ragione filosof.,
Vol. III, conf. XVIII).
- Eppure tutti i “Fratelli separati” con a
capo Lutero, sostengono che la Confessione
fu inventata dal papa Innocenzo III, nel Concilio
Lateranense IV, tenutosi nell'anno 1215.
Voglio ancora ricordare che tutte le sette
eretiche che sin dai primi secoli si separarono
dalla Chiesa cattolica, taluna delle quali
è ancora superstite, sia pure con poche
migliaia di seguaci, hanno la confessione
che non presero certo da noi nei secoli posteriori,
ma che portarono già con sé
andandosene come profughe dalla casa madre.
Il che mostra che fin dai primi secoli la
Confessione era universalmente praticata.
- Pochi - specialmente tra i non cattolici
- pensano quanto sia salutare all'uomo la
Confessione, per le cinque cose che essa esige
dal peccatore.
L'esame lo obbliga a riguardarsi peccatore
com'è, suscitandogli avversione al
peccato. Il dolore lo obbliga a detestare,
a ripudiare i suoi peccati. E proponimento
lo induce alla risoluzione ferma di non più
peccare. La confessione lo obbliga come a
vomitare il peccato che lo tortura, che lo
rimorde, a liberarsi di quel peso segreto
che lo opprime. La penitenza è la pena
che subisce dei peccati a cui sente doverne
aggiungere altre volontarie e più gravi.
La Confessione è rimedio del peccato.
Questo è superbia e piacere; la Confessione
è umiltà e dolore e pena. La
Confessione è un peso, ed è
giusto, poiché per essa si tratta di
ottenere il perdono dei peccati, ma è
un peso anche dolce che risponde all'inclinazione
naturale del cuore che ha bisogno di confidarsi,
e apporta gioia e consolazioni indicibili.
Di fronte a tutte queste osservazioni, frutto
della ragione, anzi del più elementare
buon senso, sarebbe una cecità inqualificabile
il non riconoscere Gesù Cristo come
autore e istitutore del Sacramento della Penitenza
(= Confessione), e il voler sostenere che
una creazione così provvida, santa,
sublime, degna della divina bontà,
sia opera dell'uomo e non di Dio.
Non
cattolico.Dimmi, allora,
perché tanti, ad onta di tutto, si
ostinano ancora ai nostri giorni, a negare
la divinità di questo Sacramento e
lo odiano a morte, più di qualunque
altro e lo combattono in mille maniere?
Cattolico.
La ragione principale è perché
molti non vogliono mettere nessun freno alle
proprie passioni e lasciare il peccato. Così
facendo si allontanano dalle pratiche religiose
e gridano contro la Confessione, simili a
quella signora che avendo un viso brutto e
deforme, non passava mai innanzi ad uno specchio
senza mandarlo in frantumi! ...
Non
cattolico. Sono chiacchiere
quelle che dici, perché io ti posso
dimostrare con i fatti che effettivamente
la confessione cattolica è causa di
un naturale rifiuto e di forte avversione.
Ti racconto soltanto qualche fatto, che traggo
dalla cronaca abbastanza recente.
1.
"Sono una ragazza di vent'anni e con
un buon impiego e sino a poco tempo fa molto
religiosa; ora purtroppo non più. Mi
spiego: ogni qualvolta che vado a confessarmi,
la prima cosa che il confessore mi do- manda:
“Sei fidanzata?”. E poi: “Vi baciate?”. “Quante
volte?”. Essere fidanzati è una bella
cosa, secondo il confessore; baciarsi è
invece peccato gravissimo che ha richiesto,
come penitenza, il non vedere per due mesi
il mio fidanzato. Fin qui tutto bene o meglio
tutto regolare, purtroppo. Ciò che
ha fatto traboccare il vaso della pazienza
è stata una ulteriore domanda. Per
me è stato troppo. Da allora non ho
più messo piede in una chiesa"
(La Stampa, 14 maggio 1960).
2.
"Desidero immensamente riaccostarmi a
Dio comunicandomi, ma non trovo il coraggio
di inginocchiarmi ad un confessionale. Io
non so se la mia è mancanza di vera
umiltà, ma non credo. Mi pento sinceramente
dei miei peccati. Ma il fatto di doverli aridamente
sussurrare in attesa della sentenza senza
poter tentare di spiegarli (più a me
stessa che al confessore), di aprirvi sopra
un colloquio umano veramente proficuo, è
una cosa che mi agghiaccia, mi toglie ogni
slancio. Ora mi dica, per favore, la confessione
non si può rendere scritta? Oppure
a viso aperto, senza quella terribile grata?
(Amica, 23 ottobre 1966).
Dopo
questi esempi, certamente penserai che noi
protestanti, abolendo la confessione, abbiamo
una religione molto comoda. La risposta a
questo modo di pensare dei cattolici te la
dà proprio un cattolico, il quale scrive
sull’Europeo (8 gennaio 1961):
"Che la loro religione li ponga (i protestanti)
senza intermediari di fronte a Dio, mi pare
che sia chiaro dal modo con cui la praticano:
essi non hanno la confessione e la loro preghiera
sale direttamente al Signore senza bisogno
di interprete... E che ciò crea
in loro un maggiore senso di responsabilità,
mi sembra ovvio. I compromessi diventano più
facili quando si sa che basta confessarli
per esserne perdonati. E' molto comodo liberarsi
dai propri errori e peccati rimettendoli con
una bella confessione nelle mani di un parroco
e dicendogli: 'Occupatene un pò tu'.
Chi non ha questa scappatoia rimane solo di
fronte a Dio, cioè di fronte alla propria
coscienza, con cui il colloquio è molto
difficile... Ciò ha reso la nostra
vita molto più facile e gradevole,
liberandola dal dubbio e dal rimorso. Ma anche
ha favorito la nostra congenita propensione
a evadere ogni responsabilità individuale”.
Questi
sono fatti e non chiacchiere.
Cattolico.
Sui fatti di cronaca da te
raccontati si potrebbero dire molte cose,
ma, temendo di perdermi in lunghe disquisizioni
polemiche, parto dalle verità della
nostra fede e dallo stesso Sacramento della
Confessione da Cristo istituito, per dirti
che: a) Di questi fatti negativi
potresti raccontarne anche a centinaia, ma
io di quelli positivi, di quelli cioè
che lasciano capire l'opportunità del
Sacramento della Confessione, la sua bontà,
il beneficio e la gioia che arreca alle anime
te ne potrei raccontare a migliaia, a centinaia
di migliaia e oltre... b) Una ragazza di venti anni
che reclama attraverso "La Stampa"
contro la Confessione, non deve essere mai
stata molto religiosa. Può forse dirsi
che non ha avuto mai una vera fede, perché
una persona che ha fede profonda non abbandona
la Chiesa di Cristo anche perché sa
che essa è il Suo prolungamento. Chi
ha fede non abbandona la propria religione
perché un suo ministro non gli garba,
ma, tutt’al più, ne sceglie un altro,
come si fa quando un medico non ci convince
della sua bravura. c) Non è possibile
che un sincero credente, possa desiderare
immensamente riaccostarsi a Dio comunicandosi
e poi non trovi il coraggio di inginocchiarsi
ad un confessionale. Un vero cristiano sa
che l'umiltà è la base della
santità e della perfezione e non la
mette da parte per le sue vedute personali.
Anche una persona molto timida e impacciata
avrà il coraggio di aprirsi ad un buon
sacerdote, dirgli le sue difficoltà...
e troverà mille sacerdoti che sono
disposti a parlarle a viso aperto, senza quella
terribile grata... d) Non credo, assolutamente,
che un vero cattolico possa credere che la
preghiera di un credente abbia bisogno di
interprete per salire a Dio. Neppure credo
che un vero cattolico, che conosce il Vangelo,
il pensiero e le parole di Cristo, possa pensare
che confessando sinceramente i suoi peccati
si senta tranquillo mettendo tutto nella mani
di un parroco e dicendogli: "Occupatene
un pò tu". E neppure riesco a
credere che un vero cattolico possa pensare
che confessando sinceramente i propri peccati
si senta più propenso a evadere ogni
responsabilità individuale. Tutt'altro!...
Chi pensa secondo gli esempi che tu mi hai
elencato può essere o un protestante,
oppure un cattolico che per la sua facile
e disimpegnata vita cristiana sente molta
propensione a scuotere il dolce e soave peso
a cui Cristo sottopone i suoi fedeli seguaci.
e) Mi hai un pò commosso
quando hai ripetuto le parole del compianto
sacerdote Lorenzo Milani. Per chi legge, è
giusto chiarire il pensiero di don Lorenzo
Milani, altrimenti si crea un grande equivoco
e ne risulterà una grande falsità.
Se tu hai letto le "Esperienze pastorali"
di don Milani, saprai certamente, o almeno
dovresti sapere, dal momento che lo citi,
che quel compianto sacerdote con quelle parole
vuoi dire ben altro da quello che tu vorresti
farci intendere. Egli immagina di scrivere
una “lettera dall'oltretomba" riservata
e segretissima ai missionari cinesi.
Don Milani vive in tempo di pieno comunismo,
creduto per circa settanta anni, difensore
dei poveri. Egli condivideva, perciò,
molto accoratamente la causa dei poveri pur
rigettando il comunismo, e immagina di scrivere,
appunto, una lettera ai missionari cattolici
cinesi dopo la sua morte, oltre il 2000, quando
cioè gli errori degli europei saranno
ben chiari ed i cinesi evangelizzeranno gli
europei! Infatti egli scrive: “Cari e venerabili
fratelli, voi certo non vi saprete capacitare
come prima di cadere noi non abbiamo messa
la scure alla radice della ingiustizia sociale.
E' stato l'amore dell’ordine che ci ha accecato.
Sulla soglia del disordine estremo mandiamo
a voi quest'ultima nostra debole scusa, supplicandovi
di credere nella nostra inverosimile buona
fede. (Ma se non avete come noi provato a
succhiare col latte errori secolari non ci
potrete capire). Non abbiamo odiato i poveri
come la storia dirà di noi. Abbiamo
solo dormito...".
Mi fermo qui. Quanto ho riportato è
sufficiente a farci capire che don Milani
parla esclusivamente di errori sociali-politici.
Questo è il suo punto di vista. Per
convincercene riporto alcune sue frasi tratte
da due libri di don Gerlando Lentini che ci
parla di lui. In "Don Lorenzo Milani
- servo di Dio e di nessun altro" (Ed.
Gribaudi), il Lentini dice: “Caro amico, il
libro che ti accingi a leggere è esplosivo...:
ti avverto che rischi di cambiare radicalmente,
di diventare rivoluzionario, di non poter
più fare sonni tranquilli, d'innamorarti
perdutamente di Cristo, della Chiesa, della
Politica, della Scuola; e di un amore sincero,
tenero e aggressivo insieme... (ivi, p. 7).
A pag. 8, scrive: “Don Milani ha scritto di
se stesso: 'severamente ortodosso e disciplinato
e nello stesso tempo appassionatamente attento
al presente e al futuro. Nessuno può
accusarmi di eresia o di indisciplina...".
Sfogliando un altro libro del Lentini “Come
bisogna essere - Don Lorenzo Milani"
(Ed. "Carroccio"), vi trovo che
don Milani, scrivendo al padre Reginaldo Santilli,
revisore di "Esperienze pastorali”, che
aveva concesso il "nulla osta" per
la stampa, gli diceva: “Non mi ribellerò
mai alla Chiesa, perché ho bisogno
più volte alla settimana il perdono
dei miei peccati e non saprei da chi altri
andare a cercarlo quando avessi lasciato la
Chiesa" (ivi, p. 48).
E in una lettera alla zia Silvia: “So di aver
fatto infinite cose buone e altrettanto cose
cattive, ma non son mica tanto cretino da
perder tempo a rodermi sulle seconde. Il Sacramento
della Confessione è quella meravigliosa
istituzione per cui il cristiano può
vivere più sereno e ottimista degli
altri: il male lo cancella con un colpo di
spugna, il
bene non lo cancella anzi l'accumula"
(L. Milani, Lettere alla mamma, cit., 21-3-
1966).
“La confessione frequente e la direzione spirituale
davano a don Lorenzo Milani quella interiore
serenità, quella gioia spirituale,
quella dirittura di coscienza che, nonostante
tutto, lo rendevano un uomo e un prete cristianamente
contento..." (cf G. Lentini, “Come bisogna
essere”, p. 49).
Ad un suo giovane amico scriveva: “La fede
quando si trova va tenuta stretta per non
perderla. Io penso che non si possa tenerla
stretta altro che col confessarsi spesso"
(cf Lettere di L. Milani, priore di Barbiana,
cit., 22-7-1955, dal libro sopra citato, p.
47).
Non
cattolico. Possibile tutto
quello che stai dicendo, quando don L. Milani
ha scritto ciò che ti ho riferito?
Cattolico.
Possibilissimo. Perché, ti ripeto ancora,
il pensiero del sac. Milani è ben lungi
da quello che tu gli vuoi far dire.
Qualche decennio prima del Milani, Jacques
Maritain aveva scritto: “Comprendiamo dunque
che il fermento evangelico, che la massaia
solerte nasconde in tre staia di farina e
che fa fermentare tutta la massa, solo la
Chiesa sa serbarlo puro. Chiunque altro che
non sia lei lo altera manipolandolo senza
saggezza; ed è una cosa tremenda il
manipolare senza saggezza le energie di un
fermento divino. Cristo non può essere
disgiunto dalla sua Chiesa. Il Cristianesimo
non è vivo che nella Chiesa; fuori
di essa muore, e come ogni cadavere, entra
in dissoluzione. Se il mondo non vive del
cristianesimo vivente nella Chiesa, muore
del cristianesimo corrotto fuori la Chiesa"
(Lettera riportata su Oggi, 3-5-1973, p. 78,
G. Lentini, come sopra, p. 37).
Il ventenne neofita Lorenzo Milani comprese
perfettamente tutto ciò e lo credette
fermamente.
Egli (don Milani) ebbe perfettamente chiara
quella importantissima distinzione sulla realtà
divina-umana della Chiesa, tanto sottolineata
dal medesimo Jacques Maritain: “Non bisogna
confondere Chiesa e cristianità: la
prima è unica, sempre la stessa per
tutti i tempi, infallibile e assoluta, perché
viene da Dio ed è la continuazione
del Cristo nella storia; la seconda è
multiforme, variabile, in relazione ai cristiani
che di tempo in tempo incarnano la Chiesa
in particolari condizioni storiche. Naturalmente
la cristianità non è fuori della
Chiesa, con tutte le deficienze e tutte le
precarietà che sono proprie dell'umano.
I cristiani (compresa la gerarchia (n.d.r.,
sono dunque la Chiesa, ma la Chiesa in un
dato momento storico, essi la rappresentano,
però la Chiesa non si esaurisce in
loro, e specialmente nel loro compito temporale
di cultura e di socialità" (Lettere
di don Milani, priore di Barbiana, Ed. Mondadori,
Milano, 1970, a don Ezio,
12-5- 1955; G. Lentini, ivi p. 37).
Non
cattolico. Troppe cose stai
dicendo che non mi riguardano e per me sono
molto relative e ci sarebbe tanto da discutere.
Cattolico.
A dirti tutte queste cose mi ci hai costretto
con le tue obiezioni e con la tua citazione
su don Lorenzo Milani. Chi legge ha diritto
di sapere, è interessato e vuol conoscere
la verità su certe questioni di fede.
Don Lorenzo Milani, cristiano e prete, sapeva
di avere bisogno della Verità con lettera
maiuscola, della Verità cristallina,
senza incertezze, netta e sicura, sui massimi
problemi dell'esistenza, su Dio, su Cristo,
sull'uomo; sapeva di aver bisogno di perdono,
di avere rimessi i peccati, di una continua
purificazione; sapeva di aver bisogno di un
Pane Vivo sorgente di forza e di gioia in
questa valle di lacrime. E tutto ciò
non lo poteva trovare che nella Chiesa e per
la Chiesa, senza della quale e al di fuori
della quale era sicuro di non poter vivere.
Affermava, infatti. “Per me che l'ho accettata,
questa Chiesa è quella che possiede
i Sacramenti. L'assoluzione dei peccati non
me la dà mica l'"Espresso".
L'assoluzione me la dà il prete. Se
uno vuole l'assoluzione dei peccati si rivolge
al più stupido, arretrato dei preti
pur di averla... Il più piccolo litigio
che io avessi con la Chiesa, io perdo questo
potere: di togliere i peccati agli altri e
di farli togliere a me. E chi me lo rende
questo potere? Arrigo Benedetti?... - Falconi?
Me lo rende Falconi il potere di togliere
i peccati agli altri e di farmeli togliere?
O la Comunione e la Messa me la danno loro?
Sicché devono rendersi conto che non
sono... che loro non sono nelle condizioni
di poter giudicare e di criticare queste cose.
Non sono qualificati per dare il giudizio
su una cosa in cui il fondamentale è
credere o no nel potere di questa Chiesa di
togliere i peccati, di salvare l'anima e insegnare
la Verità (ibidem Lettere di don Milani,
cfr G. Lentini, come sopra, pp. 38-39).
Don Milani capiva che la Chiesa per il credente
è Madre e Maestra; con essa egli aveva
stabilito un legame ontologico radicato nella
fede; tutte le questioni che poteva avere
con essa erano semplicemente marginali e secondarie
(pur se in sé gravi e importanti) di
fronte al suo potere “di togliere i peccati,
di salvare l'anima e di insegnare la Verità".
La gioia di vivere nella sicurezza della Chiesa
cattolica don Milani la manifestava anche
scrivendo al direttore del quotidiano cattolico
fiorentino Il Giornale del Mattino, queste
parole: “Noi cattolici saremo perdonati anche
se... non avremo saputo mostrare al mondo
cosa sappiamo fare. Ma guai se non avremo
almeno mostrato cosa vorremmo fare. Perché
il non saper far nulla di buono è retaggio
d'ogni creatura. Sia essa credente o atea,
sia in alto o in basso loco costituita. Ma
il non saper cosa si vuole, questo è
retaggio solo di quelle creature che non hanno
avuto la Rivelazione da Dio. A noi Dio ha
parlato. Possediamo la Sua legge scritta in
72 libri e in più possediamo da 20
secoli un’Interprete vivente e autorizzato
di quel libri. Quell'Interprete ha già
parlato più volte, ma se non bastasse
si può rivolgersi in ogni momento a
lui è sottoporgli nuovi dubbi e nuove
idee. A noi cattolici non può dunque
far difetto la luce. Peccatori come gli altri,
passi. Ma ciechi come gli altri, no. Noi i
veggenti o nulla. Se no vale meglio l'umile
e disperato brancolare dei laici... Chi non
crede allora dirà di noi che pretendiamo
di saper troppo; avrà orrore dei nostri
dogmi e delle nostre certezze, negherà
che Dio ci abbia parlato o che il papa ci
possa precisare la Parola di Dio. Dicendo
cosi avrà detto solo che siamo un pò
troppo cattolici. Per noi è un onore.
Ma sommo disonore è se invece potranno
dire di noi che, con tutte le pretese di rivelazione
che abbiamo, non sappiamo poi neanche da dove
veniamo e dove andiamo, e qual è la
gerarchia dei valori, e qual è il bene
e quale il male" (citato in Famiglia
Cristiana, n. 16, Alba, 1973, p. 32, ad un
confratello, 9-3- 1950. Vedi G. Lentini, libro
cit., p. 42).
La Chiesa, dunque, e la Gerarchia in essa,
a don Milani garantiva la chiarezza dei principi,
la gerarchia dei valori, la distinzione tra
il bene e il male: una ricchezza enorme alla
quale attingere. Gli importava poco se poi
riscontrava l'incoerenza a questa somma di
Verità in basso e, anche, in alto;
meglio, non è che non gliene importava,
non se ne scandalizzava: con forza e con coraggio
cercava di far fronte alla incoerenza in se
stesso, in primo luogo, e poi negli altri
cattolici, nella stessa Gerarchia, nel mondo
della scuola e della politica...
In don L. Milani c'era un realismo che impressiona...
Il suo era il realismo della fede, quello
evangelico, quello di Gesù Cristo il
quale affidò la immacolatezza della
sua Verità liberante alla fragilità
morale di Pietro e degli Apostoli, nonché
alla carente umanità dei loro successori,
perché, nel contrasto, fosse chiaro
che la potenza della verità non è
l'uomo che l'annunzia, non è la Chiesa,
non è il consenso che riscuote, ma
lo
Spirito di Dio presente nella storia e che
fa la storia dell'umanità" (ivi,
G. Lentini, pp. 42-43).
Non
cattolico. Non ti sembra
di esagerare e di essere anche troppo polemico?
Cattolico.
Se pensi così, io chiedo scusa a te
ed ai lettori. Ma le tue ambiguità
nel presentare certi personaggi e questioni
impongono chiarezza e precisione, per tutti,
per te obiettante e per quelli che leggono
le nostre diatribe.
Non
cattolico.A parte le
nostre discussioni e le tue lungaggini, la
confessione, così come la intendono
i cattolici è superbia e piacere, e
basta.
Cattolico.
La Confessione è umiltà e dolore
o pena.
Non
cattolico.Risulta a molti
che la confessione è un peso.
Cattolico.
Si, ed è giusto, poiché per
essa si tratta di ottenere il perdono dei
peccati; ma è un peso anche dolce che
risponde all'inclinazione naturale del cuore
che ha bisogno di confidarsi, e apporta gioie
e consolazioni indicibili.
Non
cattolico.Mah! ... Io
resto molto perplesso di fronte alle tue affermazioni
perché contrastano molto con la realtà.
Cattolico.
Certo, il contrasto c'é
tra le idee che ti sono state inculcate e
la realtà quale ci risulta dalla divina
Parola.
Dire che non c'è differenza tra peccato
leggero e peccato grave, tra una bugia e l'assassinio,
tra il peccato di gola e l'adulterio, tra
uno sgarbo e un omicidio... e via dicendo...
mi sembra di ascoltare cose fuori della realtà...
Cosi mi sembra fuori della realtà il
dire che chi non si confessa, o si confessa
direttamente con Dio, diventa migliore e più
responsabile... Almeno nella maggioranza dei
casi, mi sembrano tutte scuse, o deviazioni
di pregiudizi che sovvertono la realtà...
Io sono sacerdote e, quindi, confessore da
oltre 40 anni. La mia esperienza mi dice tutto
il contrario di quello che tu affermi. La
umana debolezza e la vigliaccheria ci fa desiderare
di confessarci direttamente con Dio, ma la
stragrande maggioranza di quelli che dicono
di confessarsi a Dio direttamente, vive poi
un cristianesimo e un Vangelo che chiama "secondo
me". Questo è quello che mi risulta,
il resto sono chiacchiere e polemica anticattolica,
ossia anticristiana.
Non
cattolico.Non ti dicono
nulla gli esempi da me ricordati?
Cattolico.
Si, mi dicono tutto quello
che già ti ho detto e ciò che
ti sto ancora dicendo.
- Quando ebbi la grazia di convincermi profondamente
delle Verità cristiane, dopo qualche
mese, di notte (ero prigioniero nel Kenia),
verso le 3-4, mi si fecero chiari alla mente
molti miei peccati mai confessati o dimenticati.
Ebbene sentii tanta confusione e il bisogno
di incominciare a riparare. Saltai dal letto,
mi posi in ginocchio e rimasi in tale posizione
finché non potetti cercare il cappellano
e confessarmi con tutta sincerità e
completamente. Non saprei bene raccontare
la gioia e la felicità di cui fui invaso
dopo la confessione. Sono cose che, come dice
Dante, "intender non le può chi
non le prova".
Leggendo il Catechismo agli adulti di Mons.
B. Castegnaro (Ed. G. Galla, Vicenza, XI Ed.
aggiornata, 3° Vol., p. 297) vi trovo:
Nella vita del Santo Curato d'Ars si legge
che un giorno si presentò nella sua
camera un individuo, che all'aria e al linguaggio
era facile riconoscere per un uomo del gran
mondo. Egli si avanzò rispettosamente
e il buon Curato, credendo di indovinare l'intenzione,
gli additò il piccolo sgabello ove
solevano inginocchiarsi i suoi penitenti.
- No, signor Curato, disse quel signore con
sorriso sardonico, son venuto per questionare
un poco con lei e non per confessarmi!
- Va bene, rispose il Curato, ma prima inginocchiatevi
qui e confessatevi.
- Ma lei scherza, signor Curato; io non credo
alla confessione!
- Non importa: confessatevi lo stesso!
- Ma è impossibile: quando non ci credo?
- Inginocchiatevi, vi prego!
Insomma quell'uomo, vinto dalle istanze del
santo, si inginocchiò quasi macchinalmente,
senza volerlo. Il buon Curato gli fece fare
il segno della Croce e cominciò a interrogarlo
per la Confessione. Questa incominciò
male, ma fini poi molto bene.
Rialzato quell'uomo, tutto rasserenato e contento,
diede un profondo respiro come se gli si fosse
tolto un peso dal cuore, e, rivoltosi al santo,
con l'accento della più profonda convinzione:
- Padre, disse, adesso, sono tranquillo ...
non ho più bisogno di questionare sulle
Verità della fede... non ho più
dubbi nella mente ... credo, fermamente, credo
alla divinità della nostra religione..
Non
faccio commenti. Noi credenti lodiamo e ringraziamo
Dio che nella sua bontà ci donò
un mezzo così facile di salute, ci
dischiuse una sorgente così prodigiosa
di perdono, di pace, di felicità!...
Un
altro caso limite e clamoroso è quello
dell'avvocato Alberto Del Fante, bolognese,
autore del libro “Per la storia". Non
ricordo l'edizione, né il tempo della
pubblicazione dei libro, forse scritto intorno
al 1940, dopo la conversione del Del Fante
a contatto col notissimo P. Pio da Pietrelcina.
Riporto succintamente e con mie parole l'incontro
di Alberto Dei Fante con P. Pio.
-
Galantuomo, io ti stavo aspettando.
- Come, Padre, lei aspettava me? - Si, proprio te stavo aspettando!
- Senta, Padre, vorrei parlare con lei di
fede e di religione, perché io sono
un miscredente. - Ma che vuoi parlare di fede e di
religione... Inginocchiati e confessati. Da
quanti anni non ti confessi? - Padre, scusi, le ho detto
che non credo e perciò intendo soltanto
discutere. - Ed io ti ripeto: inginocchiati e
confessati.
- Padre, non posso. Io voglio prima discutere,
perché, le ripeto per la terza volta,
che non credo. - Ed io per la quarta volta, ti dico:
inginocchiati e confessati. Da quanti anni
non ti confessi?
A
questo perentorio e ripetuto invito di inginocchiarsi
e confessarsi, il Del Fante, soggiogato da
una forza strana, s'inginocchiò e iniziò
la confessione dei suoi peccati. Ad un certo
momento P. Pio gli domanda a bruciapelo:
-
Hai finito?
- Si, ho finito. - Sei sempre il solito bugiardo.
- Padre, perché mi dice questo? ...
- Ah, ti sei dimenticato?
A
questo punto il Del Fante continua. P. Pio
incominciò a dirmi dei fatti successimi
molti anni addietro, ai quali io non pensavo
più. Egli mi raccontò per filo
e per segno tutto: tempo, luogo, circostanze,
fatti, particolari... e i peccati da me commessi
in quella occasione. Per chi non sapesse,
lo informo che io avevo constatato più
di uno dei fatti miracolosi operati da P.
Pio, ma quello che maggiormente mi scosse
fu la guarigione completa di un mio nipotino
di quattro anni, nato handicappato e assolutamente
irrecuperabile. Ora, lo svelarmi i miei peccati
di tanti anni addietro per me fu la goccia
che fece traboccare il vaso. Mi sentii come
liberato da un grosso blocco che era dentro
di me... e tante altre cose divenivano per
me molto chiare... E piansi... Piansi tanto!
E fui assolto da tutti i miei peccati. Mi
sentii cambiato. Ero più leggero, più
libero, felice. Sono cose che le può
capire soltanto chi le prova.
A questo punto il Del Fante finisce il suo
racconto, ed io, che leggevo tra lo scetticismo
e il dubbio tali avvenimenti, ne rimasi molto
scosso. Passò poco tempo e poi, tra
incertezze e domande che mi feci, e dopo di
aver detto “non esiste proprio nulla"...
(volendo dire che Dio non esisteva), caddi
in una profonda crisi che poi si concluse
con la mia conversione, fino a giungere a
ritirarmi in un convento.
Divenni anche sacerdote, nolente e riluttante,
perché suggeritomi da Dio con chiare
e precise locuzioni interiori.
Non
cattolico.Ma, tutte queste
cose che dici possono essere anche, o soltanto,
impressioni personali e perciò di nessun
valore ai fini delle nostre discussioni.
Cattolico.
E' da tanto che sono sacerdote-religioso,
e posso dirti che non ho fatto altro che pregare
e studiare. Ho cercato sempre più di
approfondire la Verità, ed ora posso
dirti che se essa non si trovasse - come si
trova di fatto - tutta nella Chiesa, una ed
unica, istituita da Cristo, io penserei che
Cristo è venuto sulla terra ad imbrogliarci.
Lungo questi miei scritti, più volte,
ho detto le ragioni, sempre provandole con
la Parola di Dio, di questa mia incrollabile
fede né posso pensare che essa possa
validamente essere confutata da alcuno. In
queste mie affermazioni c'è tutta l'umiltà
e la riconoscenza verso Nostro Signore Gesù
Cristo che si è fatto per noi Via,
Verità e Vita.
Non
cattolico.Fai attenzione
a quanto ora ti dico. Non pensare che il Protestantesimo
respinga del tutto la confessione, ma solo
tutto ciò che la chiesa romana pretende
riguardo alla confessione coercitiva. Anche
noi vediamo che la Bibbia afferma la necessità
di chiedere a Dio che ci faccia riconoscere
- alla luce della Sua Parola - il Suo giudizio
sulle nostre azioni. La confessione evangelica
ha dunque per base un dialogo con Dio: Egli
ci giudica e ci rinnova: "Se confessiamo
i nostri peccati, Egli è fedele e giusto
da rimetterci tutti i nostri peccati, e purificarci
da ogni iniquità" (1 Gv 1,9).
Non solo, ma in molte chiese evangeliche -
ed ora anche nelle chiese cattoliche, in Olanda
- tutta l'assemblea confessa il proprio peccato
all'inizio del culto, con una preghiera silenziosa
prima, e poi collettiva. Inoltre, vi è
una confessione particolare, che è
condizione per il perdono da parte di Dio,
e cioè che se qualcuno ha qualcosa
contro il proprio fratello, prima di presentarsi
davanti a Dio, deve andare a riconciliarsi
con quello (Mt 18,15 ss.). Infine, è
una pratica assai frequente che un evangelico,
mosso dalla fiducia nel proprio pastore, gli
apra l'animo suo, per quanto crede opportuno,
e il pastore riceve la confessione sotto il
vincolo del segreto. La confessione ENTRO
QUESTI LIMITI, escludendo che sia una pratica
necessaria per la salvezza, non ci troverà
contrari. Sovente ci si può liberare
dalla ossessione del peccato, confessandosi
a una persona di fiducia e, se questa è
cristiana, ci "rimette i peccati"
assicurandoci il perdono di Gesù Cristo.
Cattolico.
Ho ascoltato le tue parole e vado subito col
pensiero alle cognizioni che già i
popoli più antichi avevano del peccato
e delle conseguenti loro responsabilità
verso la divinità. In essi la cognizione
del peccato era connessa con la conoscenza
di un ideale di vita morale; ideale imposto
dalla volontà di Dio, creatore e legislatore,
dinanzi al quale si sentono responsabili l'individuo
e la società. Presso questi popoli
esiste ed è esistita la confessione
dei peccati. Questa è privata o. pubblica,
individuale o collettiva e talvolta sotto
ambedue le forme presso lo stesso popolo;
si fa per tutti i peccati o solo per alcuni
di essi; è un atto da farsi in determinate
circostanze periodiche o speciali, oppure
è richiesta solo qualche volta in vita...
Ci sono prescrizioni varie per i vari popoli.
Più o meno, nella stessa maniera la
confessione era ed è praticata anche
presso popoli di cultura, come tra i giapponesi,
i cinesi, ed altri.
Non
cattolico.Con tutte queste
notizie cosa mi vuoi dire?
Cattolico.
Semplicemente che, più o meno, il protestantesimo
intende la confessione come la hanno intesa
tanti popoli pagani per il passato ed al presente.
Invece noi cristiani cattolici vogliamo attenerci
a Gesù che è "L'autore
ed il perfezionatore della fede" (cf
Eb 12,2), ed Egli solo ci può indicare
la giusta Via da seguire, Egli solo ci può
assicurare la Verità infallibile ed
immutabile da credere, Egli soltanto è
per noi la ragione suprema e profonda della
nostra Vita.
Non
cattolico.A sentirti
ho l'impressione che tu sia un sentimentale.
Ti ho già detto e ti ripeto che:
- voi cattolici avete voluto ridurre il senso
delle parole di Cristo al semplice annunzio
del perdono. Il ministero della parola di
Dio si esercita da chi è mandato da
Cristo mediante la potenza dello Spirito Santo.
Ed é codesta sacra e divina energia,
che per la strumentalità del predicatore,
scioglie o lega, rimette o ritiene i peccati.
Perciò Gesù non intese di comunicare
agli apostoli e ai loro successori, l'autorità
diretta di cancellare o non cancellare davanti
a Dio i peccati, ma solamente di eccitare,
specialmente attraverso la predicazione, la
fede nell'animo dei fedeli, ed è soltanto
questa che ha la virtù di giustificare
l'uomo davanti a Dio.
Cattolico.
Comprendo sempre meglio, attraverso le tue
parole, come i Protestanti sono perfettamente
coerenti al loro sistema religioso, per il
quale vale solo il loro atto di fede ed il
resto è niente, compresa la Divina
Parola che deve adeguarsi alla loro volontà
e alla loro libera, personale, arbitraria
interpretazione, insomma, al loro credo.
L'interpretazione protestantica falsifica
completamente le parole così precise
e categoriche di Cristo.
Quanto siano ad esse contrarie le vostre interpretazioni
si possono confrontare anche con altre frasi
bibliche, per esempio, con Matteo 28,19-20
e con 1 Ts 2,13: Matteo ci dice: "Andate
e ammaestrate tutte le nazioni... insegnando
loro tutto quello che vi ho comandato... sono
con voi... sino alla fine del mondo".
S. Paolo loda i Tessalonicesi per aver "ricevuto
da noi la parola della predicazione, l'avete
accolta non quale parola di uomini, ma, come
è veramente, quale parola di Dio".
Non
cattolico.Cosa vuoi dire
con questo?
Cattolico.
Voglio dire che una cosa è quando il
Signore ci comanda di ammaestrare, predicare
e insegnare, ed un'altra è quando ci
dice di rimettere i peccati. Comunque, voglio
dirti che l'assurda interpretazione dei Protestanti
è già stata confutata finanche
dal Vescovo protestante-anglicano Andrew che
così predicava nella corte di Giacomo
I: “Poiché il decreto di Dio sta scritto
così, non appartiene certamente a noi
di toglierne una parte. Qui sono notate tre
cose, tre persone: 1° quella di Dio nelle
parole saranno rimessi; 2° quella del
peccatore nelle parole a chi; 3° quella
del sacerdote nella parola rimetterete. Dove
sono designati tre individui è necessario
che ve ne siano tre; e non possono bastare
due.
Volere escludere il sacerdote sarebbe lo stesso
che strappare le chiavi dalle mani di coloro
ai quali Gesù Cristo le diede"
(cf Chavarz. lib. VI).
Non
cattolico.Ma Gesù
Cristo con quelle parole rivolte agli Apostoli,
posto pure che abbia inteso di conferire loro
l'autorità di rimettere o di ritenere
i peccati, non ha fatto cenno alla confessione
auricolare.
Cattolico.
E' vero che Gesù Cristo non ha detto
esplicitamente dell'accusa dei peccati, ma
nel suo linguaggio questo si deve sottintendere.
Se tu dici al tuo contadino 'va a zappare
il campo', o a tuo figlio di scrivere quanto
gli detti, non occorre che tu dica loro di
prendere la zappa o di prendere la penna...
Tutto questo è implicito, ossia è
sottinteso.
Non
cattolico.
Nell'atto che Gesù diceva quelle parole
erano presenti nel cenacolo non solo gli Apostoli,
ma anche i discepoli, ossia dei laici. Siccome
Gesù non fece distinzione, ne viene
di conseguenza che anche ai laici Egli ha
conferito il potere di rimettere i peccati.
Cattolico.
E' vero che nell'apparizione del Maestro erano
presenti anche i discepoli; ma dal contesto
del racconto evangelico appare chiaro che
le parole "a chi rimetterete i peccati"
furono indirizzate ai soli Apostoli e ai loro
successori nel ministero apostolico e sacerdotale.
Difatti Gesù disse prima quelle stesse
parole che in altre occasioni aveva rivolto
ai soli Apostoli: "Come il Padre ha mandato
me, così io mando voi". Ma ammesso
anche che le parole del Maestro fossero rivolte
anche agli altri discepoli presenti, non ne
viene che ogni cristiano, anche laico, avesse
il potere di rimettere i peccati. Al più
si potrebbe dedurre che anche i discepoli
li presenti - i quali partecipavano in grado
inferiore della potestà ministeriale
degli Apostoli - ricevevano da Gesù
il potere di rimettere i peccati subordinatamente
agli Apostoli e a Pietro, loro capo.
Nel principio di questo secolo, quando più
ferveva la lotta antireligiosa del socialismo
italiano, destò gran rumore uno scritto
socialista contro la Confessione. L'autore,
rivolgendosi ad un suo antico compagno di
scuola, divenuto sacerdote, diceva in sostanza:
“Pochi anni or sono, tu, ora sacerdote, ed
io eravamo insieme giovani studenti. Prendemmo
una via diversa. Ma cos'è intervenuto
perché tu ora ti atteggi a grande,
superiore agli altri uomini, da attribuirti
il potere di giudicarli e perdonare ad essi
i loro delitti?"
Sapientemente il sacerdote gli rispondeva:
"E' intervenuto rispetto a Dio quello
che è intervenuto di un altro nostro
compagno rispetto al potere sovrano dello
Stato. Il nostro compagno, divenuto magistrato,
costituito giudice, in virtù del potere
sovrano a lui
conferito, giudica, assolve e condanna. Egli
esercita il potere che gli è stato
dato; e le sue sentenze non sono parodie:
sono efficaci. Io, esercito il potere che
Dio, per mezzo della Chiesa, nell'ordinazione
sacerdotale mi ha conferito e perciò
come il magistrato in virtù del potere
sovrano che gli é stato conferito giudica
i trasgressori della legge umana, così
io, in virtù, in nome dell'autorità
che Dio mi ha conferito per mezzo della Chiesa,
giudico le trasgressioni della divina legge
e perdono i peccati".
Per convincerti meglio di quanto ho finora
detto, ti prego di ascoltarmi ancora un pò.
Il confessore è certamente, come tu
dici, un semplice uomo e per virtù
propria non può perdonare i peccati;
ma bisogna sapere che egli perdona non come
uomo, ma come ministro di Dio; non per virtù
propria, ma per una virtù ricevuta
da Dio, e perdonandoli, non diventa un Dio,
ma una persona che opera come Dio, per virtù
di Dio. Anche il pretore è un uomo,
ma le sue sentenze hanno la forza di legge,
perché fu delegato dal re a giudicare;
e, giudicando, opera da re, ma non diventa
re. Ugualmente il sacerdote che assolve i
peccati, nel nome del Padre e del Figlio e
dello Spirito Santo, pur non diventando Dio,
opera come Dio.
Non
cattolico. Vuoi sapere
la verità, dopo tutto quello che hai
detto? In conclusione io resto molto scettico
e contrario alla confessione della Chiesa
romana.
Cattolico.
In conclusione, e per finirla, io voglio sinteticamente
precisarti che:
a)
La Chiesa romana è l'unica Chiesa cristiana
fondata solamente da Gesù Cristo; per
questo essa deve attenersi scrupolosamente
alla Parola di Dio; b) Se io cristiano, cattolico,
apostolico, romano dovessi ascoltare e seguire
tutte le obiezioni e le difficoltà
che pongono i non cattolici, di qualunque
estrazione, mi metterei, certamente, contro
la Chiesa di Cristo, ossia contro la Volontà
di Dio e la Sua divina Parola; c) Se i non cattolici - ammesso
e non concesso - dovessero aver ragione nelle
loro pretese, si dovrebbe pensare che le Parole
di Cristo non sono vere e che Gesù
sarebbe venuto sulla terra per imbrogliarci;
d) Bisognerebbe pensare che
non solo Gesù, ma anche il Padre e
lo Spirito Santo hanno voluto scherzare o
ingannare tutta l'umanità; e) Bisognerebbe giungere
all'assurdo di credere come credevano Pietro
Valdo, Lutero, Calvino e tanti altri, cioè
che la Parola di Dio non dipende dalla volontà
di Dio, ma dalla volontà dell'uomo
che può interpretarla liberamente,
personalmente, secondo il suo genio e i suoi
sentimenti: anzi, bisognerebbe credere che
"per avere la certezza di quello che
veramente indichi e voglia la Parola di Dio,
dobbiamo decidere da noi stessi e scegliere
ciò che soddisfa la nostra ragione;
perché il nostro giudizio personale
è la suprema corte d'appello per sapere
quanto è accettabile nella Bibbia"
(cf Farar, “La Bibbia, il suo significato
e la sua supremazia", Benigno Castegnaro,
p. 471).
Non
cattolico.Non esagerare,
anzi non calunniare.
Cattolico.
Chiudiamo questa discussione e per renderti
conto di quanto ho detto sopra vai indietro
a leggere quando ho detto precedentemente:
vi troverai le parole suddette ed altre ancora
secondo il pensiero di Lutero e del teologo
evangelico valdese Ernesto Comba.
Non si tratta né di esagerazione né
di calunnia, ma delle logiche conseguenze
di una falsa e arbitraria interpretazione
della S. Scrittura.
Comunque, io ti ringrazio per tutto quello
che ho appreso dalle tue obiezioni, e quindi
farò sempre meglio attenzione per non
cadere negli stessi errori.
Non
cattolico.Quali errori?
Cattolico.
Quelli che già ti ho detto riguardanti
la sola Confessione sacramentale e che in
breve ti ripeto: il papa Innocenzo III, al
IV Concilio Lateranense del 1215, non impose
l'obbligo della confessione auricolare, ma
soltanto regolò e chiarificò
alcuni punti del Sacramento; le parole di
Gesù (Gv 20,23; Mt 16,19; 18,18) hanno
un significato chiaro e preciso: di assolvere
o ritenere i peccati da parte del ministro,
in nome di Dio; non i danni, ma i benefici
spirituali del Sacramento istituito da Cristo
sono veramente grandi; chi si ribella, a tale
Sacramento si ribella a Dio, e dà segno
di poca fede con tutto ciò che ne segue;
non sembra solo strano, ma è fuori
la realtà non vedere differenza tra
un peccato veniale e uno mortale. L'umana
natura, perché vulnerata dal peccato
originale è piuttosto incline al male
e non necessariamente corrotta completamente.
La grazia che ci viene dall'Alto, accettata
e vissuta con fede, non solo frena la nostra
natura, ma la eleva, la perfeziona e la sublima.
In ultimo, è da osservare che l'uomo
sente quasi un bisogno naturale di "scaricare"
la propria coscienza dal male commesso, e
perciò presso tutti i popoli esiste
una specie di confessione privata o pubblica.
Ma per chi non conosce Cristo e lo rifiuta
passi, quello che sembra grave è che
anche chi dice di accettare Cristo, di fatto
poi lo rinnega non accettando quanto Egli
- "autore e perfezionatore della fede"
(Eb 12,2) - ha stabilito per la nostra salvezza
e per la nostra santificazione.
Il Signore vi dia pace.
Fra
Tommaso Maria di Gesù f.m.r.
Bibliografia:
-
"Enciclopedia Cattolica".
- “Nuovo manuale del catechista"
di Mons. Giuseppe Perardi, Ed. LICE, Torino.
- “Il catechismo agli adulti” di
Mons. Benigno Castegnaro, Editore G. Galla,
Vicenza, III Vol.
- “Dottrina della fede" di Franco
Amerio, Ediz. Ares, Milano.