A
cura di frà Tommaso Maria di
Gesù dei frati minori rinnovati
Via alla Falconara n° 83 - 90100 Palermo
- Tel. 0916730658
Non
cattolico. Voi cattolici dite
che la confessione è un sacramento
istituito da Gesù Cristo, che i sacerdoti
sono incaricati di assolvere i peccati e che
i fedeli devono confessare i loro peccati
almeno una volta l'anno. Noi invece diciamo
che è stato il papa Innocenzo III,
che per primo si attribuì il titolo
blasfemo di "Vicario di Cristo",
il quale al IV Concilio Lateranense del 1215,
impose l'obbligo della confessione auricolare
almeno una volta l'anno.
Cattolico.
Noi cattolici, seguendo la S. Scrittura,
la storia della Chiesa e la stessa ragione
umana, rimaniamo sempre più
sbalorditi di fronte alle affermazioni dei
contestatori perché le loro obiezioni
stravolgono, stranamente, tutte le realtà
relative al Sacramento della Confessione.
Una sola cosa ci appare di una certa logicità
e cioè: che i nostri fratelli non cattolici,
avendo ereditato dai loro “capostipiti"
come sistema razionale la "protesta"
contro la Chiesa cattolica, essi ne fanno
largamente uso, anche irrazionalmente e forse
anche senza rendersene completamente conto.
Infatti, spesso i nostri fratelli non cattolici
affermano di volersi attenere strettamente
alla S. Scrittura, ma poi, poiché il
Cattolicesimo è tutto basato sulla
S. Scrittura, e poiché essi lo contestano
e lo rifiutano, "sono costretti",
per una certa loro coerenza, a cercare o ad
inventare ragioni per dimostrare che la Chiesa
cattolica non si attiene strettamente alla
Parola di Dio.
Non è difficile rispondere alle obiezioni
dei non cattolici. Infatti:
1.
Il Vangelo è molto chiaro e non ammette
false interpolazioni. Esso suona così:
a) Gv 20,19-23: “La sera
di quello stesso giorno, il primo dopo il
sabato,... venne Gesù... e disse: “Pace
a voi...” Gesù disse loro di nuovo:
“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me,
anch'io mando voi”. Dopo... alitò su
di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi
e a chi non li rimetterete, resteranno non
rimessi".
Non credo che occorra molto spremersi le meningi
per capire che Gesù abbia voluto istituire,
con queste parole, il Sacramento della Penitenza.
Basta leggerle e pronunziarle devotamente
per capirne l'importanza e la solennità.
Non c'è dubbio: "come il Padre
ha mandato me, così io mando voi".
E' chiaro che agli Apostoli che ascoltano
viene affidata da Gesù la stessa missione
che il Padre ha affidato a Lui. Si, sono cose
sorprendenti, inaudite, quasi incredibili.
per la mente umana. A degli uomini viene affidata
la potestà di Cristo-Dio: quella cioè
di rimettere i peccati!...
b)
Mt 16,18-29: “... E io ti dico: Tu sei Pietro
e su questa pietra edificherò la mia
Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno
contro di essa. A te darò le chiavi
dei regno dei cieli, e tutto ciò che
legherai sulla terra sarà legato nei
cieli, e tutto ciò che scioglierai
sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
Anche qui non credo che sia necessario spremere
troppo le proprie meningi. Le parole sono
molto chiare e solenni e sono una promessa.
c)
Mt 18,18: “In verità vi dico: tutto
quello che legherete sopra la terra sarà
legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete
sopra la terra sarà sciolto anche in
cielo".
Sono difficili queste parole? Non mi sembra
proprio, esse sono chiarissime e precise.
Anche qui, come a Pietro, Gesù fa una
promessa che si sarebbe realizzata.
Non
cattolico. Ma quando si
realizzò questa promessa? Dimmelo.
Cattolico.
Io ti ho citato prima Gv 20,19-23,
perché Gesù con le sue parole,
dopo la risurrezione, istituiva il Sacramento
e, quindi, adempiva la promessa fatta a Pietro
e agli altri apostoli quando disse: “tutto
ciò che legherai...", "tutto
ciò che legherete"... “sarà
sciolto anche in cielo".
Non
cattolico. Ho già
detto che la storia, contrariamente a quanto
affermi, ci dice che fu il papa Innocenzo
III ad imporre l'obbligo della confessione,
perché le parole da te citate hanno
un altro significato.
Cattolico.
Il dire che papa Innocenzo III, nel Concilio
Lateranense IV (1215), abbia istituito il
Sacramento della Penitenza è una grossolana
falsità. Chi lo afferma o ignora, o
vuole ignorare tutta la storia precedente
in merito alla confessione. Innocenzo III
non fece che disciplinarne l'uso, comandando
che tutti i cristiani si confessassero almeno
una volta l'anno sotto pena di incorrere in
certe censure della Chiesa. Si vede chiaro
che in quell'epoca molti cristiani si confessavano
raramente, ed il papa intervenne giustamente.
Per far comprendere il vero significato delle
parole "almeno una volta l'anno"
a certi penitenti, io faccio questo discorso:
"Supponi che dopo che ti sei sposato,
nei primi tempi vai spesso a far visita ai
tuoi genitori. Passando del tempo ci vai più
raramente; dopo ancora altro tempo, fai passare
dei mesi e poi anche oltre un anno senza recarti
da tuo padre e tua madre. Il che provoca,
certamente, dispiacere e risentimento nei
tuoi genitori, i quali, rammaricati, ti dicono:
“figlio mio, se tu non vieni almeno una volta
l'anno a farci visita, noi non ti riteniamo
più nostro figlio, né ti daremo,
nella divisione dell'eredità, tutto
quello che avremmo voluto darti”. A questa
minaccia, tu ti decidi di andare a far visita
ai tuoi genitori almeno una volta l'anno.
Ora ti domando: Un figlio che va a trovare
i genitori solo una volta l'anno e di più,
per non perdere alcuni beni materiali, secondo
te, ama i propri genitori?
Ecco la risposta che mi è stata sempre
data: "No". Un figlio che agisce
cosi non ama i suoi genitori. Ebbene, concludo
io, anche tu, confessandoti una volta l'anno,
non ami Gesù, non ami la tua anima,
sei preso principalmente, solo dalle cose
materiali.
Quando la Chiesa ci dice di “confessarci almeno
una volta l'anno", non ci dà un
consiglio, ma ci fa una minaccia.
Non
cattolico. Io, parlandoti
di Innocenzo III, mi riferisco proprio alla
storia. Fu lui che obbligò a confessarsi.
Cattolico.
Della
storia tu conosci solo una parte. Infatti,
ignori:
a) che negli Atti degli Apostoli
(19,18) è scritto: "Molti di quelli
che avevano abbracciato la fede venivano a
confessare in pubblico le loro pratiche magiche"; b) che l'apostolo Giovanni
(1 Gv 1,9) ci dice che: "Se riconosciamo
(=confessiamo) i nostri peccati, Egli che
è fedele e giusto, ci perdonerà
e ci purificherà da ogni colpa";
c) che alcuni passi delle
lettere paoline sembrano sottintendere la
dottrina e la prassi penitenziale:
-
1Cor 5,3-5: "Orbene,
io, assente con il corpo, ma presente con
lo spirito, ho già giudicato come se
fosse presente colui che ha compiuto tale
azione... nel nome del Signore... con il potere
del Signore nostro Gesù, questo individuo
sia dato in balia di Satana per la rovina
della sua carne, affinché il suo spirito
possa ottenere la salvezza nel giorno del
Signore".
-
2 Tes 3,14-15: "Se qualcuno non obbedisce
a quanto diciamo per lettera, prendete nota
di lui e interrompete i rapporti, perché
si vergogni; non trattatelo però come
un nemico, ma ammonitelo come un fratello".
-
Tt 3,10-11: “Dopo una o due ammonizioni sta
lontano da chi è fazioso, ben sapendo
che è gente ormai fuori strada e che
continua a peccare condannandosi da se stesso;
-
2 Cor 2,18-20. In questo passo S. Paolo è
più esplicito e le parole sono abbastanza
chiare e precise: "Dio ha affidato a
noi il ministero della riconciliazione. Noi
fungiamo da ambasciatori per Cristo, come
se Dio esortasse per mezzo nostro".
Non
cattolico.Dal momento
che tu insisti, io ti dirò che proprio
un altro papa, S. Clemente I, romano, molto
prima di Innocenzo III nello scrivere ai Corinzi,
dice quello che diciamo noi. Ecco le sue parole:
“Il Signore nulla esige dagli uomini se non
una confessione fatta a Lui" (Clemente
Romano, Epist. I ad Cor., 52; cit. da: H Ch.
Lea, Storia della confessione auricolare e
delle indulgenze nella Chiesa latina, 1911,
p. 211).
Cattolico.
Anch'io insisto e ti dirò che il Papa
S. Clemente (88-97) nella sua lettera ai Corinzi
(scritta nel 95) dice tante belle cose.
La lettera di S. Clemente Romano ai Corinzi
è un documento storico di grande portata.
“E’ un capolavoro che racchiude valori espressivi
e contenuti dottrinari che da soli potrebbero
costituire gli elementi di una teologia completa
dell'epoca". (cf “I Padri Apostolici”,
7° Ed., Città Nuova, 5° Vol.,
p. 43). A Corinto, comunità fondata
dall'Apostolo Paolo, si verificarono delle
sedizioni di una certa gravità al punto
che i dissidenti deposero i presbiteri. Il
papa Clemente interviene con tatto quasi materno
per calmare gli animi. Il suo linguaggio,
informato ai sensi biblici e alla realtà
spirituale, tende sempre all'universale. Esorta
i responsabili della sedizione a correggersi
deponendo ogni superbia, e a ricordarsi su
quello che comporta il nome santo e glorioso
di cristiano.
Fatta questa premessa, la frase da te citata
suona propriamente così: “Fratelli,
il Signore dell'universo non ha bisogno, non
cerca nulla da nessuno tranne che si faccia
a Lui la confessione" (52, 1).
Prima di scrivere queste parole, in 51,3 dice:
"E' meglio per l'uomo confessare le sue
colpe che indurire il suo cuore..."
Seguendo sempre la lettera-omelia di Clemente
in 57,1-2 scrive: “Voi che siete la causa
della sedizione sottomettetevi ai presbiteri
e correggetevi con il ravvedimento, piegando
le ginocchia dei vostro cuore. Imparate ad
assoggettarvi deponendo la superbia e l'arroganza
orgogliosa della vostra lingua. E' meglio
per voi essere trovati piccoli e ritenuti
nel gregge di Cristo, che avere apparenza
di grandezza ed essere rigettati dalla sua
speranza”.
In queste ultime frasi è difficile
vedervi soltanto un’esortazione a sottomettersi
ai sacerdoti: è più facile vedere
nelle parole di Clemente un chiaro riferimento
alla Confessione, perché è propriamente
questa la dottrina cattolica del Sacramento
della Penitenza.
Il monito che talora si legge nei Padri, di
confessare i peccati solo a Dio, quando non
si riferisca alle colpe quotidiane che si
possono espiare con la preghiera (cf Agostino,
D e Symbolo, sermo I ad catechumenos, 7,15;
Serm., 9,11), indica la confessione da farsi
in segreto, in opposizione a quella pubblica
(cf G. Crisostomo, De Lazaro, Hom., 4,4);
e ciò con tanta più ragione
in quanto, temendo i Padri che nella riconciliazione
del peccatore il sacerdote agisce come strumento
e ministro del Signore (cf Ambrogio, De paenit.,
1, 8934-37; , Paciano, Epist., 1,6 e 3,7;
Crisostomo, In Joan. hom., 87,4) potevano
essi con ragione, fermando la considerazione
sull'agente principale, parlare della Confessione
come se dovesse farsi solo a Dio.
In realtà, che la Confessione fatta
a Dio non escludesse l'intervento del sacerdote
è confermato sia dalle esortazioni,
che si leggono negli scritti dei Padri, rivolte
al ministro della confessione, perché
accolgano benevolmente i peccatori; sia dalla
preoccupazione costante che gli stessi Padri
manifestano di essere ministri idonei della
penitenza, con il sanare le malattie (= peccati)
dei fedeli che mediante la Confessione venivano
loro manifestate, e con il proporzionare la
penitenza alla diversa specie dei peccati
(cf Cipriano, Epist. 59, 15-16; Paciano, Paraenes.
ad paenit., 8; Gregorio di Nazianzo, Orat.
2 Apologetica, 16-33; Crisostomo, De Sacerdotio,
2, 24).
Non
cattolico.Io sto alle
parole dette da.papa Clemente, esse sono inequivocabili:
“Il Signore nulla esige dagli uomini se non
una confessione fatta a Lui".
Cattolico.
So bene che il non cattolico, quando può,
si attacca ad una frase, ad una parola, pur
di difendere le sue opinioni, ma la storia
è storia e bisogna tenerne conto ed
ascoltarla.
Non
cattolico.Io ti sto ascoltando.
Hai finito?
Cattolico.
Sulla storia della Confessione ho ancora da
riferirti molte cose.
Anzitutto voglio dire, come risulta dalla
storia e dalla logica, che l'istituzione del
Sacramento della Penitenza, per il suo carattere
psicologico e giudiziario, fu in grado di
adottare costantemente, nel corso dei secoli,
la procedura voluta dalla durezza dei costumi
oppure dalla sensibilità religiosa
del tempo. Il diritto di rimettere o di ritenere
i peccati, di accordare o rifiutare al fedele
la partecipazione all'Eucaristia attuò
ancora una volta la legge, che si verifica
tanto spesso nel Cattolicesimo, della continuità
del principio nel multiforme sviluppo della
vita feconda e generosa. Certamente il potere
delle chiavi è rimasto quale lo aveva
istituito Gesù Cristo; e tuttavia,
salvando tale sostanza, come dice il Concilio
di Trento, si conformò ai diversi bisogni
delle anime, ai diversi climi e alle successive
civiltà. Diventò un metodo,
un’educazione, un'ascesi; e, ogni volta che
fu necessario, assunse una forma nuova, imprevista,
utile, benefica. E per aver dato la pace a
tante e cosi varie coscienze, non è
invecchiato e continua a piegarsi alle nostre
esigenze spirituali al fine di soddisfarle.
La Chiesa, forse un pò spaventata dai
propri diritti, forse un pò stupita
che “Dio avesse dato un tale potere agli uomini”
pare esitasse a servirsi troppo spesso di
un'arma nuova e tagliente.
Le coscienze di allora, tanto fervide quanto
semplici, forse non avevano ancora bisogno
di cure troppo speciali. Venivano dal mondo
giudaico e da quello romano e nessuno dei
due era pronto per fare esami di coscienza
particolareggiati. La ragione giudaica più
fedele che tenera, più esatta che inquieta,
conosceva "il cuore contrito e umiliato",
ma ne esponeva i dettagli solo a Dio; riposava
più sopra un largo fondamento di speranze
nazionali e religiose, su un dogmatismo duro
e irriducibile, un proselitismo implacabile
che non sopra delicatezze mistiche e confessioni
precise, e se soffriva di scrupoli erano troppo
spesso scrupoli di farisei. Quanto ai Gentili,
Greci e Romani nulla li disponeva direttamente
a quello che noi chiamiamo Sacramento della
Penitenza, o Confessione o Riconciliazione.
Gli antichi solo a stento manifestavano le
loro anime, che d'altronde conoscevano appena.
Il Cristianesimo, perseguitato per oltre tre
secoli, non, aveva ancora iniziato il grande
lavoro per far rientrare le anime nella loro
interiorità. La religione rimaneva
un dovere o un'estasi, una fede o una morale;
sotto le pressione del Vangelo essa doveva
divenire un'ascesi e una confidenza, un esame
e una confessione. Il Sacramento avrebbe attuato
il grande cambiamento, e finché non
fosse compiuto, s'accontentava di abituare
il fedele a rendere conto davanti alla comunità
delle grandi linee della sua coscienza.
In quell'epoca la Penitenza è soprattutto
una liturgia, lunga e austera, monotona e
un pò teatrale; colpiva soprattutto
i sensi esteriori.
Nei secoli successivi soprattutto il progresso
dell'ascetismo volgarizzò ed estese
l'uso della istituzione penitenziale: medicina
severa per i peccatori, diventò a poco
a poco un rimedio preventivo per le anime
ferventi. Da sanzione disciplinare qual'era
e rimase, divenne un esercizio ascetico. L'evoluzione
probabilmente è dovuta ai monaci. Crebbe
il numero di coloro che si accostavano al
sacramento, che però dovette farsi
più discreto; per essere frequentato,
dovette farsi meno visibile. Era l'epoca in
cui la spiritualità occidentale, erede
delle esperienze religiose che avevano sovvertito
e poi pacificato la grande anima di Agostino,
si metteva per sempre alla scuola di questo
grande penitente il quale aveva avuto il sentimento
del peccato più di tutti i Padri anteriori
(cf Enciclopedia Apologetica, Ed. Paoline,
V Ediz., pagg. 508-509.)
Non cattolico.Io ti ringrazio per tutte queste belle
notizie che mi dai, però esse sono
piuttosto parole e opinioni, mentre io ti
chiedevo una storia più concreta e
documentata sulla confessione.
Cattolico.
Non pensare che quanto ti ho detto finora
sia opinione e basta. Nel riferirti certi
giudizi ho anche fatto delle citazioni di
autori ben noti tra i Padri della Chiesa,
come Agostino, Ambrogio, Paciano.
Rispondendo alla tua richiesta di storia documentata,
ti segnalo quanto appresso. a) Che la Chiesa antica abbia
avuto in uso la Confessione, risulta dalle
seguenti constatazioni.
E' noto che la penitenza era determinata dal
sacerdote, il quale, prima di imporla, doveva
tener conto della natura e della gravità
della colpa, delle condizioni personali del
reo, delle circostanze in cui era stato commesso
il peccato. Viene attestata tale prassi, tra
gli altri, da Agostino (Serm.,
351,9), da Innocenzo 1 (Ep.
ad Decentium, 7), da Gregorio Magno
(In Evang. hom., 26). Ma evidentemente
ciò supponeva l'uso della confessione
da parte del penitente. Difatti, tale previa
confessione è ricordata da papa
Cornelio (251-253) scrivendo della
riconciliazione da lui fatta di alcuni novazionisti
(Ep. Cornelii ad Cyprianum: PL 3,718-22).
E' ricordata dalla Didascalia degli
Apostoli in occasione del diverso
modo in cui venivano riconciliate alcune determinate
specie di peccatori (2,16-18; 38-41; 42-43).
Cipriano, poi, ci fa sapere
che alcuni fedeli, pur avendo solo pensato
di sacrificare agli idoli, tuttavia "confessando
ciò con dolore e semplicità
ai sacerdoti di Dio, fanno l'esame della coscienza,
manifestano il peso dell'anima loro, cercano
un rimedio salutare alle ferite" (De
Lapsis, 28). Il che dimostra come anche dei
peccati commessi solo internamente ora in
uso fare la confessione.
Da parte sua, Tertulliano,
già montanista, ci attesta la consuetudine
dei fedeli di ottenere dal vescovo il perdono
dei peccati meno gravi e più facile
a commettersi (De Pud., 18,17; 19,23-24):
evidentemente dopo che il vescovo ne ha avuto
notizie mediante la confessione.
Né sono infrequenti le recriminazioni
dei Padri contro quei fedeli, i quali, mentre
confessano al sacerdote i propri peccati,
tuttavia si astengono poi dal fare la penitenza
che viene loro imposta. Così, per es.,
Ambrogio (De paenit., 2,9.86
e 10,91), Paciano (Paraenesis
ad paenit., 8), Asterio di Amasea
(Hom.: PG 40,368).
b)
Alla prassi dei fedeli di confessare i propri
peccati dà saldo fondamento dottrinale
l'insegnamento dei Padri e degli scrittori
ecclesiastici sulla necessità della
confessione. Esplicita, infatti è la
loro affermazione che, per la remissione dei
peccati è dei tutto richiesta la confessione
al sacerdote: cf Cipriano:
“Confessi ciascuno il proprio delitto, mentre
chi peccò è ancora nel mondo,
mentre può ammettersi la sua confessione,
mentre la soddisfazione e la remissione per
opera dei sacerdoti è grata presso
il Signore" (D e Lapsis, 29); Origene
(11n Levit. homil., 3,4); Ambrogio
di cui è detto: “Il peccato è
veleno, il rimedio è l'accusa dei proprio
crimine; veleno è l'iniquità,
la confessione è il rimedio della caduta"
(In ps., 27,11); Girolamo,
il quale afferma che è ufficio dei
sacerdoti della Nuova Legge legare e sciogliere,
non già ad arbitrio, ma solo “dopo
udite la varie specie dei peccati” (In Matth.,
3,16,19); Agostino (Serm.,
351,10); Leone Magno, il
quale scrive che la norma della Chiesa è
di concedere la penitenza solo a quanti confessano
le proprie colpe (Epist., 108,2).
c)
Ma in altro modo ancora insegnano
i Padri la necessità della Confessione;
e cioè, con il descrivere il processo
penitenziale in analogia o alla risurrezione
di Lazzaro o alla guarigione delle malattie
corporali.
Come a Lazzaro fu detto “Vieni fuori"
(Gv 11,43) e quindi fu sciolto dalle fasce
che lo tenevano legato, così è
necessario che il peccatore metta fuori, cioè,
manifesti le sue iniquità mediante
la confessione, perché possa essere
quindi sciolto dai ministri della Chiesa:
cf Ambrogio (Depaenit., 2,7,57-58); Agostino
(Enarr. in ps, 10 1, 2, 3; Serm., 67, 1,2;
In Joan. tract., 22,7).
Inoltre, come per ottenere la guarigione dal
medico bisogna innanzitutto fargli conoscere
la malattia, così per essere guarito
dal peccato bisogna manifestarlo al sacerdote
con la confessione: cf Origene
(In Ps., 37, hom., 2,6), Afraate
(Demonstr., 7: De paenitentibus, 2-3).
d)
E' da rilevare che nella Chiesa antica la
cosa più grave ed impressionante che
costituiva la maggiore difficoltà per
il peccatore, non era l'accusa dinanzi al
sacerdote, ma la penitenza. Tanto è
vero che parecchi si confessavano, chiedevano
ed ottenevano la penitenza, ma poi non avevano
il coraggio e la forza di compierla.
Si comprende allora che i pastori di anime
insistano tanto sulla penitenza e poco sulla
confessione: contrariamente a quanto avviene
oggi, quando, costituendo la manifestazione
dei peccati, per molti cristiani, l'ostacolo
principale, è su di essa che insiste
la predicazione, senza peraltro pensare che
la Chiesa non richieda più la penitenza
o la contrizione del cuore.
Che poi i Padri intendevano per confessione
la manifestazione dei peccati al sacerdote,
si deduce dall'insistenza cori la quale essi
inculcano che la confessione deve essere fatta
in Chiesa, deve essere orale, deve riguardare
i singoli peccati, né deve lasciarsi
il peccatore vincere dal timore di arrossire
nello svelare le proprie iniquità
(cf Ambrogio, De paenit.,
2,7,57; In ps., 37,57; Crisostomo,
Hom. 2 de paenit., 1; De Lazaro, hom., 4,
4; Hom. non esse ad gratiam contionandum,
3): ammonizioni queste che non si comprenderebbero
qualora si trattasse di confessione fatta
solo a Dio, come ho già detto precedentemente
(cf Enc. Cattolica) .
Non
cattolico.Hai finito
con la storia?
Cattolico.
Credo di aver detto tanto quanto basti a dimostrare
sufficientemente che la Confessione va fatta,
si, a Dio, ma tramite il ministro designato,
e che Innocenzo III non fu lui a stabilire
la confessione dei peccati, ma ne regolò
alcune norme.
Non
cattolico.Io ho ancora
da farti presenti molte cose sull'argomento
della confessione. a) Dalla storia sappiamo
invece che il colpevole di qualche scandalo
o peccato doveva umiliarsi a confessare pubblicamente
quella sua colpa, e non certo tutti i suoi
peccati. b) Dopo le persecuzioni,
molti cristiani che avevano avuto la debolezza
di abiurare, domandavano di essere riammessi
alla Chiesa. Si trovò, allora più
pratico, anziché far comparire costoro
davanti a tutta l'assemblea, di delegare un
penitenziere ad ascoltare i penitenti. Era
naturale che, contemporaneamente alla istituzione
dei penitenzieri, i fedeli si confidassero
con i loro ministri. Questi cominciarono a
dire che la pratica è buona, anzi consigliabile.
Ma quando, nel 1215, il papa Innocenzo III
decretò l'obbligo della confessione,
sollevò l’opposizione più violenta
del popolo” (H CH. Lea, Storia della confessione
auricolare e delle indulgenze nella Chiesa
latina, 1911, p. 211).
Cattolico.
Ho già detto precedentemente
che il Sacramento della Penitenza, dato il
suo peculiare complesso, ha avuto una importante
evoluzione. Ciò non toglie nulla alla
istituzione fatta da Cristo con molta chiarezza
e precisione. I documenti storici, che abbiamo
a disposizione, ci persuadono di tale sviluppo.
D'altra parte, le parole di Gesù presentano
la missione che Egli sta per affidare ai discepoli
come una continuazione di quella che il Padre
ha affidato a Lui: "Come il Padre ha
mandato me, cosi io mando voi". L'investitura
è espressa col gesto simbolico dell'alitare
su di loro, quasi comunicando il suo stesso
spirito che è lo Spirito Santo. In
forza della vita del Cristo e della potenza
dello Spirito in loro, essi continueranno
a fare quello che Gesù ha fatto: rimettere
i peccati. Gli ascoltatori non potevano sbagliarsi:
né potevano dubitare dell'efficacia
nell'ordine invisibile e spirituale a quel
modo con cui di altre parole di Gesù
avevano constatata l'efficacia nell'ordine
visibile e materiale. Gesù ha rimesso.
i peccati: per questo fu mandato dal Padre.
Anche essi rimetteranno i peccati: per questo
sono mandati dal Figlio.
La Chiesa apostolica e la Chiesa primitiva
subito così intesero e così
praticarono. Negli Atti si dice che “molti
di coloro che avevano creduto venivano a confessare
e a manifestare quanto avevano fatto"
(At 19,18). Giacomo nella sua lettera pone
questa esortazione: “confessate l'uno all'altro
i vostri peccati e pregate gli uni per gli
altri, affinché siate guariti"
(5,16). S. Giovanni nella prima lettera afferma:
"se noi confessiamo i nostri peccati,
Egli (Dio) è fedele e giusto per rimetterci
i nostri peccati e purificarci da ogni iniquità"
(1,9). Da quanto detto, pur non potendo sostenere
una testimonianza esplicita della confessione
sacramentale, resta non di meno incontestabile
che questi testi suppongono una società
nella quale il loro significato fosse ben
accessibile, esprimendo una prassi consueta:
manifestare ad altri le proprie colpe per
ottenere da Dio il perdono.
Il passo di S. Giovanni poi attesta un punto
importantissimo della dottrina cristiana:
nessuna specie di peccati è esclusa
dalla possibilità di perdono: Dio può
“rimettere tutti i nostri peccati e purificarci
da ogni iniquità"; tutti, ossia
in qualsiasi numero; ogni iniquità,
ossia di qualunque specie. Nessun limite all'infinita
misericordia di Dio: né limite quantitativo,
né limite qualitativo.
Parlando della storia e della tradizione,
già ho segnalato il pensiero dei SS.
Padri. Da tener presente che S. Cipriano e
il papa Cornelio sono della metà dei
"duecento". La Didaché, invece,
è dei primo secolo (circa il 90): essa
invita i fedeli a celebrare, di domenica,
il sacrificio eucaristico “dopo di avere confessati
i vostri peccati". S. Ignazio martire
(circa il 107) ai fedeli di Filadelfia scrive
che "il Signore perdona a coloro che
si ravvedono, purché il loro pentimento
li riconduca all'unità di Dio e alla
comunione con il vescovo". Nel secolo
II ci sono testimonianze più esplicite,
come quella di Dionigi di Corinto che raccomanda
- in una lettera circolare ad alcune chiese
e alcuni vescovi del Ponto - di “accogliere
coloro che si convertono da qualsiasi peccato
o delitto o anche da uno sviamento eretico".
Queste parole ci fanno entrare nel vivo delle
controversie che dovevano, nei secoli II-IV,
travagliare la Chiesa a proposito del sacramento
della penitenza.
A metà del II secolo si abbozzò
una tendenza rigorista che per distogliere
dal peccato il battezzato, gli minacciava
preclusa ogni via al perdono: già sei
stato perdonato nel battesimo, come puoi pretendere
di essere perdonato ancora un'altra volta?
Non é ben chiaro se costoro intendessero
contestare alla Chiesa l'uso della confessione
o anche il potere di confessare, il potere
cioè di rimettere i peccati.
Contro questa corrente ci rimangono due documenti
insigni: un lungo scritto intitolato Il Pastore,
scritto da Erma, fratello del papa S. Pio
I. Siamo verso il 150. Gran parte dello scritto
è inteso proprio a rivendicare la liceità
della confessione, ossia di un mezzo sacramentale
di remissione dei peccati dopo il battesimo.
L'annuncio è proposto con circospezione
e cautela, forse per non urtare troppo rudemente
la coscienza dei rigoristi bene intenzionati:
si afferma cioè l'unicità della
confessione: dopo il battesimo si dà
la confessione, ma per una sola volta.
La stessa rivendicazione, con lo stesso limite,
fa Tertulliano nella sua opera intitolata
appunto "De paenitentia".
Eppure il Vangelo è così chiaro:
"Quante volte dovrò perdonare
- chiese Pietro a Gesù - al mio fratello
se pecca contro di me? Fino a sette volte?”.
E Gesù gli rispose: "non fino
a sette volte, ma fino a settanta volte sette"
(Mt 18,22). Se l'uomo deve perdonare sempre,
Dio non perdonerà sempre? Non credo
che la generosità dell'uomo dovrà
essere più grande di quella di Dio!
La crisi rigorista del secolo III. All’inizio
di questo secolo (circa il 220) si accese
un'altra controversia a proposito della specie
dei peccati da assolvere. I rigoristi deviarono
in una eresia, il montanismo, cui aderì
anche Tertulliano. Essi pretendevano irremissibili
i più gravi peccati carnali: in un
secondo momento credettero irremissibile anche
il peccato di apostasia. Il papa S. Callisto,
con un suo provvedimento, prescriveva di assolvere
tali peccati da chiunque fossero commessi,
anche da un presbitero.
Contro quest'ultima parte del decreto insorse
anche Ippolito, prete romano, più tardi
antipapa, il primo antipapa che la storia
conosce. Il decreto papale ribadiva dottrina
e prassi sempre tenute dalla Chiesa di Roma:
il potere delle chiavi riguardante ogni specie
di peccato. Né invero Tertulliano disconosceva
aver Cristo dato a Pietro il potere di rimettere
ogni peccato: ma pretendeva o che tale potere
non fosse trasmissibile, o che non convenisse
usarne senza eccezione.
Per il peccato di apostasia, che prese più
grandi proporzioni in un secondo momento e
durò più a lungo, molti si rifiutavano,
opponendo all'apostasia la resistenza, le
sofferenze, di quelli che si erano tenuti
fedeli sino al martirio. Il perdono e la remissione
non era forse un'ingiuria per i martiri? Anche
qua i rigoristi finirono in una eresia: l'eresia
dei novaziani, che contestava alla Chiesa
lo stesso potere di assolvere. A difendere
dottrina e prassi romana scese in campo il
vescovo di Cartagine S. Cipriano.
Dalla fine del secolo III si può considerare
superato il periodo di controversie teoriche
e di incertezze pratiche: ormai la dottrina
e la prassi, sempre vive in Roma, diventarono
la dottrina e la prassi universali. Ogni peccato
è remissibile senza limite alcuno,
purché - evidentemente - vi siano le
condizioni soggettive ed oggettive per le
quali il sacramento sia valido e lecito.
E' da notare che anche i rigoristi, i quali
negavano o il potere o l'opportunità
di assolvere da certi peccati, non è
che condannassero il peccatore alla perdizione
eterna: anche se volevano che la Chiesa non
l'assolvesse neppure nel punto di morte, protestavano
tuttavia di affidare il peccatore alla misericordia
di Dio. La Chiesa intanto che rifiutava il
suo officio di mediazione efficace, avrebbe
offerto il suo officio di efficace impetratrice.
I vari atteggiamenti dei rigoristi potevano
con qualche plausibilità rifarsi ai
testi neotestamentari e cioè:
-
Atti 15,20 dove il concilio degli Apostoli
tenuto a Gerusalemme nel 54, deliberò
di non sottoporre i gentili, che volevano
farsi cristiani, alle obbligazioni della legge
mosaica, ma di invitarli tuttavia ad "astenersi
dalle contaminazioni degli idoli, dalla fornicazione,
dagli animali soffocati e dal sangue".
-
Eb 6,5-6, dove è scritto: "essere
impossibile che coloro i quali sono stati
una volta illuminati e cioè battezzati
- e hanno mangiato l'Eucaristia, e hanno ricevuto
lo Spirito Santo, e poi sono caduti nel peccato,
si rinnovellino un'altra volta a penitenza"
(forse qui impossibile" è uguale
a "molto difficile").
-
In Mt 12,32 (cf anche Mc 3,29; Lc 12,10) si
parla della irremissibilità della bestemmia
contro lo Spirito Santo, e nella 1° lettera
di Gv (5,16), si parla di peccati che conducono
alla morte... Questi testi non sono certamente
molto chiari, e perciò si comprende
come agli inizi della riflessione cristiana,
agli inizi del cammino esegetico, essi dovessero
pesare sulla dottrina e sulla prassi penitenziale.
Così Origene, in un passo del De oratione
parla di peccati insanabili, pure affermando
il potere della Chiesa di rimettere ogni peccato.
Persino S. Cipriano parla di irremissibilità
della bestemmia contro lo Spirito Santo, la
quale molto probabilmente è da intendersi
così: L'uomo è scusabile se
si inganna sulla dignità divina di
Gesù, velata dalle umili apparenze
del “Figlio dell'uomo", ma non lo è
se chiude gli occhi e il cuore alle opere
evidenti dello Spirito. Negandole, egli rigetta
la proposta suprema che Dio gli fa e si mette
fuori della salvezza (cf Eb 6,4-6; 10,26-31).
Ai rigoristi passati e futuri, possiamo indicare
il comportamento di Gesù il quale guarisce
ogni male e ogni peccato: neppure la morte
è di ostacolo alla sua potenza.
I
rilievi fatti finora sulla base dei documenti
storici ci persuadono che, se un sacramento
è profondamente evoluto nei secoli,
specialmente nei primi secoli, questo è
il sacramento della penitenza. Dando uno sguardo
riassuntivo a quanto (molto poco, perché
non ho parlato degli elementi che lo compongono:
l'accusa dei peccati, il dolore dei peccati
con il proposito di non più peccare,
la soddisfazione... il giudizio del confessore,
la penitenza...) ho detto di questo sacramento,
l'animo si riempie di gioia riconoscente:
il nostro Dio è veramente il Dio della
Misericordia; e noi siamo veramente, secondo
l'espressione paolina, “i vasi di misericordia",
i vasi che Egli ama riempire con la pienezza
della sua misericordia, perché li ha
"preparati per la gloria" (Rm 9,23).
Non
cattolico.
Mi sembra che ti stai dilungando su fatti
e circostanze superflui.
Cattolico.
Tutt'altro. Io sto rispondendo alle tue affermazioni
secondo le quali la confessione sarebbe nata
dalla istituzione dei penitenzieri: io voglio
dimostrarti, invece, che la prassi della confessione
ha avuto origine fin dai tempi apostolici.
L'accusa dei peccati è uno degli atti
del penitente costitutivi del sacramento.
Non mancò mai nella Chiesa tale pratica,
anche se la storia ci documenta maniere diverse
di intenderla e di praticarla. Gli scarsi
documenti che abbiamo dei primi secoli ci
parlano abbastanza largamente di una penitenza,
pubblica che includeva, però, anche
il riconoscimento del proprio peccato, soprattutto
se peccato pubblico. Autorevoli studiosi ritengono
che fosse in uso, fin da allora, anche l'accusa
aperta. La cosa sembra molto plausibile anche
solo in rapporto alla penitenza pubblica.
Modalità e tempi di tale pubblica penitenza
venivano infatti determinati solitamente dal
Vescovo. Egli dunque doveva conoscere le colpe
per potervi proporzionare la penitenza. Dalla
storia si sa che, almeno in Oriente, ad un
dato momento venne istituita la carica del
presbitero penitenziere, proprio per ricevere
l'accusa. Secondo gli storici greci tale carica
fu istituita ai tempi di Decio (metà
del sec.III) e forse anche prima. Si può
ritenere che quando S. Leone Magno, nel 459
scrive ai Vescovi della Campania che “le colpe
della coscienza basta che siano manifestate
soltanto ai sacerdoti in una confessione segreta"
(D.B. 145), non facesse altro che sancire
una prassi che ormai si era imposta universalmente.
Il passo di Leone Magno non solo testifica
l'uso della confessione segreta, confessione
auricolare, ma che il ministro di tale confessione
è solamente il sacerdote. Teniamo sempre
presente che quando fu istituito il sacerdote
penitenziere (metà del III sec.), ci
imbattiamo in documenti contemporanei, come
quelli di papa Cornelio (251-253) che parla
della riconciliazione da lui fatta di alcuni
novazionisti, e di S. Cipriano che scrive
(in De Lapsis) che i fedeli "si confessano
con dolore e semplicità ai sacerdoti...
manifestano il peso della loro anima e cercano
rimedio salutare alle loro ferite"; mentre
la Didachè, che è del primo
secolo, invita i fedeli a celebrare di domenica
il sacrificio eucaristico "dopo di aver
confessati i vostri peccati”. E ricordiamo
ancora S. Ignazio (107 circa) il quale scrive
ai fedeli che "il Signore perdona a coloro
che si ravvedono, purché il loro pentimento
li riconduca all'unità di Dio e alla
comunione con il vescovo".
Con tutte queste parole, che a te sembrano
fatti e circostanze superflui, io voglio dimostrarti
che le deduzioni da te ripetute e avanzate
già prima di te dal prof. Henry Charles
Lea (1-5-1909) sono soltanto supposizioni
di un protestante. Si sa che il Lea, nato
e cresciuto protestante, trattando la storia,
specialmente religiosa, esprime giudizi e
valutazioni non equamini dei fatti che racconta.
Pubblicò pure la Storia della confessione
auricolare e delle indulgenze nella Chiesa
latina in tre volumi, “nei quali il preconcetto
religioso impedisce all'autore ogni oggettività
di giudizio”. Questo è quello che dice
di lui la storia (cf Enc. Cattolica). Credo
che questo basti per dirti che sono i tuoi
preconcetti a farti rifiutare tante verità
della fede cristiana.
Non
cattolico. Dici quello
che vuoi, ma io ti ripeto che in un primo
momento la confessione era pubblica e basta.
Cattolico.
lo non ho negato che ci fosse
una confessione anche pubblica, ti ho detto
però che il sacramento della penitenza,
data la sua importanza e tutto quello che
comporta nella Chiesa e nei singoli fedeli,
ha avuto uno sviluppo e una evoluzione notevole.
Ti dico anche che il carattere pubblico aveva
una duplice finalità: da una parte
era di eloquente ammonimento a tutti i fedeli,
dall'altra interessava alle sorti dei penitenti
tutta la comunità: tutta la Chiesa
gemeva e pregava per essi. Questa pubblica
penitenza - che importava pratiche anche assai
gravi, come lunghe orazioni, ripetuti digiuni,
vestire in un certo modo, non servirsi di
privilegi anche nella vita civile, e persino
non usare il matrimonio - poteva protrarsi
anche per anni. Era stabilita dal vescovo
in base alla gravità della colpa: si
trattava per lo più di colpe pubbliche,
soprattutto se scandalose. Dopo tutto quello
che ho detto sulla evoluzione del Sacramento
della Penitenza, non fa meraviglia che la
Chiesa al momento giusto (es.: Conc. Lateranense,
Conc. di Trento ... ) sia intervenuta a regolare
e a precisare tanti elementi componenti il
Sacramento stesso.
Non
cattolico. Devo farti
notare ancora una cosa molto importante, e
cioè che le parole che la Chiesa cattolica
prende a pretesto per imporre la confessione
hanno un ben diverso significato.
Cattolico.
Desidererei sapere quali sono le parole che
la Chiesa prende a pretesto per imporre la
confessione e qual'è il loro vero significato.
Non
cattolico. Le parole sono
quelle da te citate precedentemente, e cioè:
“A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi,
e a chi li riterrete saranno ritenuti"
(Gv 20,23); e queste altre: “A te darò
le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò
che avrai legato sulla terra sarà legato
nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto
in terra sarà sciolto nei cieli"
(Mt 16,19).
Cattolico.
Il significato di queste parole
di Gesù è troppo chiaro. Le
parole sono semplici e solenni e non credo
che possano ammettere equivoci.
Non
cattolico.Il vero significato
è questo: "Quando un cristiano
annunzia l'Evangelo della grazia, egli scioglie
le anime dai loro peccati, non certo per una
sua particolare capacità, ma per la
potenza della predicazione cristiana. Se però
le anime che ascoltano non accettano l'Evangelo,
esse rimangono legate, vincolate al loro peccato.
Non si tratta quindi di un "perdonare",
"rimettere i peccati", "sciogliere"
per iniziativa di un uomo. Chi ha diritto
di perdonare non è l'uomo, ma solo
Dio. I credenti hanno unicamente ricevuto
la missione di essere ambasciatori di Dio,
e l'annunzio del perdono è sanzionato
da Dio in una sentenza di grazia o di condanna,
a seconda che gli uditori l'ascoltano o la
respingono".
Cattolico.
Non ti nascondo che ti sto ascoltando trasecolato!...
Mi rendo sempre più conto delle disastrose
conseguenze dell'interpretazione arbitraria
e personale che vige nel protestantesimo.
Dopo queste parole che ho ascoltato io comprendo
sempre più chiaramente gli effetti
deleteri delle parole di Lutero che invita
il credente a dover sentire "nell'intimo
del cuore che questa e proprio questa è
la Parola divina" per essere sicuro!...
Oppure, come dice E. Comba, che “Tutti i fedeli
possono ed hanno diritto di interpretare le
S. Scritture", e che "Sempre avviene
una rivelazione divina nella coscienza umana
religiosa, la quale è pertanto l'organo
della rivelazione divina, non ve ne sono altri".
Oppure, ancora, quello che ha detto un altro
protestante: "Per avere la certezza di
quello che indichi e voglia la Parola di Dio,
dobbiamo decidere da noi stessi e scegliere
ciò che soddisfa la nostra ragione...".
Questi pensieri, come ben ricorderai, li ho
ripetuti già diverse volte con tutti
i relativi riferimenti, ma si vede che i protestanti,
in preda ai pregiudizi, sacrificano - forse
involontariamente o senza accorgersene - l'uso
della retta ragione.
Non
cattolico.Come puoi sostenere
che un uomo possa prendere il posto di Dio?
Questa è una bestemmia! ...
Cattolico.
Infatti, anche gli scribi e i farisei dicevano
di Gesù la stessa cosa quando asseriva
di rimettere i peccati: "Egli bestemmia".
Essi non credevano alla divinità di
Gesù, e potevano anche essere scusati,
ma molti non cattolici dicono di credere in
Gesù, vero uomo e vero Dio; come mai
poi non credono alle sue parole e vogliono
dar loro un significato diverso da quello
che hanno?
Non
cattolico.Sì,
io credo fermamente alla divinità di
Cristo, ed è proprio per questo che
non posso ugualmente credere che degli uomini
possano sostituirsi a Dio.
Cattolico.
Non voglio ripetere per l'ennesima volta le
stesse cose. Le parole di Cristo sono chiarissime:
"come il Padre ha mandato me... così
io mando voi ... a chi rimetterete ... sarà
rimesso ed a chi non rimetterete i peccati
saranno ritenuti”.
Questa è la grande misericordia di
Dio, la sua immensa bontà: Egli ha
delegato i ministri della Sua Chiesa a compiere
e svolgere il Suo ministero. Perciò
la Chiesa è il Corpo di Cristo, la
sua Sposa, Colonna e sostegno della verità.
Il non cattolico vuole pensare e credere contro
l'evidenza delle parole di Cristo, contro
la vita e la realtà dei fatti della
Chiesa fondata da Cristo. Ma tutto ciò
è invenzione umana.
Non
cattolico.Interpretazione
umana è tutto ciò che ha inventato
la Chiesa. E devi darmi conto di queste invenzioni
umane, perché mi hai promesso che oltre
alla S. Scrittura e alla storia mi avresti
provato anche con argomenti di ragione la
pratica della confessione così come
viene vissuta nella Chiesa cattolica.
Ecco, i non cattolici hanno potuto constatare
che la confessione - com'è insegnata
nella Chiesa romana - è responsabile
dell'errato concetto di peccato, che viene
considerato nelle sue singole manifestazioni
esteriori e non nella sua natura. Così
l'individuo si confessa al prete, distinguendo
fra peccati "veniali" (che si possono
tacere) e peccati "mortali", fra
la bugia e l'assassinio, fra il peccato di
gola e l'adulterio e via dicendo. Così
si ignora il problema di fondo, che è
quello della nostra natura corrotta, e si
dimentica che i singoli peccati (veniali o
mortali, che dir si voglia) non sono che delle
manifestazioni secondarie del primo e vero
peccato, cioè della nostra ribellione
contro Dio.
E' quello che aveva capito il re Davide, adultero
e assassino, quando esclamava: “Io ho peccato
contro te, contro te solo" (Salmo 51,4
= 50,4).
Il danno della dottrina e della pratica della
confessione auricolare è immenso. Certo
è da deplorarsi che il popolo si sottometta
ad una pratica così avvilente per la
dignità umana, ma più grave
ancora è la responsabilità di
chi gliela impone. Ma - direbbe il compianto
sacerdote Lorenzo Milani – “sulla soglia del
disordine estremo mandiamo a voi quest'ultima
nostra debole scusa, supplicandovi di credere
nella nostra inverosimile buona fede. Ma se
non avete come noi provato a succhiare col
latte errori secolari, non ci potete capire"
(L. Milani, Esperienze pastorali, Firenze,
Libreria Ed. Fiorentina, 1958, p. 437).
Cattolico.
Io resto sempre più sorpreso di quanto
dici e ringrazio Iddio che ci ha mandato il
Suo Figlio diletto e ci ha anche detto di
ascoltarlo. La Chiesa si attiene alla divina
rivelazione e a quanto Gesù, Parola
del Padre, è venuto ad insegnarci.
L'uomo, dopo essere nato, per potersi sviluppare
ha bisogno di tante cose (nutrimento, aria,
assistenza, medicine, cure, ecc ... ) nell'ordine
naturale. Così è dell'uomo anche
nell'ordine spirituale (Battesimo, Cresima,
Eucaristia, Penitenza, ecc...). Tutto questo
gli viene dall'Alto con la divina grazia.
Tuttavia, poiché l'uomo, dopo il peccato
originale, ha una natura vulnerata per cui
è piuttosto incline al male, ecco che
Gesù, ben conoscendo la fragilità
umana, trovò il mezzo per guarirne
le piaghe dell'anima ed istituì il
Sacramento della Confessione come tavola di
salvezza.
Adesso voglio un pò rispondere, ma
con la ragione illuminata dalla fede, a quanto
tu dici contro la opportunità della
confessione.
- Notiamo anzitutto che se la confessione
fosse un'invenzione umana, la storia ci dovrebbe
ricordare l'epoca ed il nome di quell'uomo
- Papa o Vescovo o prete o frate - che l'ha
inventata, come la storia fa con tutti gli
altri inventori.
E invece su questo punto la storia è
muta. Non c'è scrittore, amico o nemico
della Chiesa che ne faccia menzione.
- C'è di più. Ragionando ancora,
potremmo pensare: sono stati forse i fedeli
a inventare la confessione? No: essi mai si
sarebbero imposti un obbligo nuovo e umiliante
per l'umano orgoglio. Forse i sacerdoti? Ma
qual motivo avrebbe potuto indurli ad imporre
ai cristiani un giogo così pesante?
L'interesse? E piacere? La curiosità?
E' facile, da chiunque, rispondere a queste
domande, perché se c'è un ministero
pesante e gravoso in cui il sacerdote non
guadagna niente è proprio questo! E
che bel piacere sarebbe quello che obbliga
a levarsi magari nel cuor della notte per
correre al letto degli infermi, ad essere
spettatori di scene strazianti... ad affrontare,
in tempo di peste o di altre malattie contagiose,
anche la morte? E qual curiosità ci
può essere nel sapere le miserie e
le debolezze umane, che spesso si ripetono
fino alla nausea, e di cui poi, il confessore
deve custodire il più rigoroso segreto,
sino a potere o dovere compromettere la propria
vita?
Dunque non si può ragionevolmente ammettere
che qualcuno nella Chiesa abbia inventata
la confessione. E poi come avrebbero potuto
farla accettare improvvisamente da tutti?
Come volete che contro l'ardito innovatore
non fossero insorti a ribellione i popoli,
non avessero protestato almeno i re ed i principi,
sempre così orgogliosi, non avessero
alzato la voce gli eretici che sono là
sempre con tanto d'occhi per cogliere la Chiesa
in fallo e condannarla?... Ma se non altro,
l'inventore o gli inventori, avrebbero dovuto
esentare se stessi da questo peso! Invece
no: sono obbligati a confessarsi, tanto come
i fedeli, anche i preti, i parroci, i vescovi
ed il Papa!
Il padre Gioacchino Ventura così scrive:
"Quando io ho veduto una volta l'anima
pura di Pio IX inginocchiato ai miei piedi
per confessarsi e ricevere l'assoluzione;
quando io ho veduto questa prima maestà
della terra nell'umile attitudine dei penitente
davanti all'ultimo dei preti; imbarazzato,
stupefatto, commosso sino alle lacrime, dissi
tra me stesso: io non mi ingannavo, no, quando
credevo che i preti non hanno inventata la
confessione; ma al presente io tocco coi dito
questa consolante verità, poiché
vedo lo stesso Vicario di Cristo, quale uomo
e quale cristiano, passare anch'esso sotto
la severità della legge della Confessione.
Una legge che non esenta neppure il dio della
terra, non può avere altro autore che
il Dio dei cielo!" (La ragione filosof.,
Vol. III, conf. XVIII).
- Eppure tutti i “Fratelli separati” con a
capo Lutero, sostengono che la Confessione
fu inventata dal papa Innocenzo III, nel Concilio
Lateranense IV, tenutosi nell'anno 1215.
Voglio ancora ricordare che tutte le sette
eretiche che sin dai primi secoli si separarono
dalla Chiesa cattolica, taluna delle quali
è ancora superstite, sia pure con poche
migliaia di seguaci, hanno la confessione
che non presero certo da noi nei secoli posteriori,
ma che portarono già con sé
andandosene come profughe dalla casa madre.
Il che mostra che fin dai primi secoli la
Confessione era universalmente praticata.
- Pochi - specialmente tra i non cattolici
- pensano quanto sia salutare all'uomo la
Confessione, per le cinque cose che essa esige
dal peccatore.
L'esame lo obbliga a riguardarsi peccatore
com'è, suscitandogli avversione al
peccato. Il dolore lo obbliga a detestare,
a ripudiare i suoi peccati. E proponimento
lo induce alla risoluzione ferma di non più
peccare. La confessione lo obbliga come a
vomitare il peccato che lo tortura, che lo
rimorde, a liberarsi di quel peso segreto
che lo opprime. La penitenza è la pena
che subisce dei peccati a cui sente doverne
aggiungere altre volontarie e più gravi.
La Confessione è rimedio del peccato.
Questo è superbia e piacere; la Confessione
è umiltà e dolore e pena. La
Confessione è un peso, ed è
giusto, poiché per essa si tratta di
ottenere il perdono dei peccati, ma è
un peso anche dolce che risponde all'inclinazione
naturale del cuore che ha bisogno di confidarsi,
e apporta gioia e consolazioni indicibili.
Di fronte a tutte queste osservazioni, frutto
della ragione, anzi del più elementare
buon senso, sarebbe una cecità inqualificabile
il non riconoscere Gesù Cristo come
autore e istitutore del Sacramento della Penitenza
(= Confessione), e il voler sostenere che
una creazione così provvida, santa,
sublime, degna della divina bontà,
sia opera dell'uomo e non di Dio.
Non
cattolico.Dimmi, allora,
perché tanti, ad onta di tutto, si
ostinano ancora ai nostri giorni, a negare
la divinità di questo Sacramento e
lo odiano a morte, più di qualunque
altro e lo combattono in mille maniere?
Cattolico.
La ragione principale è perché
molti non vogliono mettere nessun freno alle
proprie passioni e lasciare il peccato. Così
facendo si allontanano dalle pratiche religiose
e gridano contro la Confessione, simili a
quella signora che avendo un viso brutto e
deforme, non passava mai innanzi ad uno specchio
senza mandarlo in frantumi! ...
Non
cattolico. Sono chiacchiere
quelle che dici, perché io ti posso
dimostrare con i fatti che effettivamente
la confessione cattolica è causa di
un naturale rifiuto e di forte avversione.
Ti racconto soltanto qualche fatto, che traggo
dalla cronaca abbastanza recente.
1.
"Sono una ragazza di vent'anni e con
un buon impiego e sino a poco tempo fa molto
religiosa; ora purtroppo non più. Mi
spiego: ogni qualvolta che vado a confessarmi,
la prima cosa che il confessore mi do- manda:
“Sei fidanzata?”. E poi: “Vi baciate?”. “Quante
volte?”. Essere fidanzati è una bella
cosa, secondo il con