tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Non
rientra nel piano del nostro studio fare una
completa esposizione della storia e delle
dottrine dei nostri fratelli separati d'Oriente;
ci limitiamo a mostrare come essi siano giunti
alle loro attuali posizioni.
Nella
dottrina e nella pratica delle Chiese separate
d'Oriente troveremo una triplice, deficienza:
Ecclesiologia particolarista, mutilazione
dei dommi fondamentali, concezione incompleta
della vita della grazia.
CAPITOLO
I. - ECCLESIOLOGIA PARTICOLARISTA
L'ecclesiologia
delle Chiese separate è il risultato
della loro storia. Essa è stata costruita
per giustificare il loro scisma e, quando
i fatti provocanti lo scisma furono diversi
non c'è da stupire che le loro teologie,
pur presentando alcune caratteristiche comuni,
siano diverse anch'esse. Il primo carattere
comune è certamente il particolarismo
in cui si vollero isolare queste Chiese quando
si separarono dalla restante cristianità;
particolarismo che si può accordare
con un certo federalismo, poiché ammette
le relazioni tra i raggruppamenti ecclesiastici
autonomi.
Prima
studieremo l'ecclesiologia delle Chiese non
bizantine che, almeno in origine, è
stata esclusivamente particolarista, vedremo
poi come le Chiese bizantine non hanno mai
escluso le Chiese vicine dal loro orizzonte,
e abbiano ammesso fin da principio un certo
federalismo.
§
1. - Le Chiese non bizantine.
La
Chiesa Persiana e Armena. - a) Origine
dello scisma. - La prima a separarsi dal resto
della cristianità fu la Chiesa di Persia,
che ricevette indubbiamente la sua organizzazione
ecclesiastica dai missionari venuti da Edessa
e si riallacciò così indirettamente
al patriarcato d'Antiochia; ma poiché
si trovava fuori dei confini dell'impero romano,
con Edessa conservò solo legami molto
deboli. Al concilio di Seleucia (410) la chiesa
di Persia sottomise tutta la sua gerarchia
a un capo unico, il catholicós, cioè
patriarca, di Seleucia-Ctesifonte. Un concilio
del 424 proclamò tale Chiesa completamente
indipendente da ogni altra autorità
che non fosse quella del suo catholicós.
" Per noi, dice il Concilio, Pietro è
il nostro catholicós, il capo del nostro
collegio ecclesiastico... egli deve essere
il giudice di tutti quelli che sono sotto
di lui, e non può essere giudicato
se non
da Cristo che lo ha scelto, elevato e posto
a capo della sua Chiesa". Così
rimasero spezzati gli ultimi legami ben deboli
in verità, che ancora univano le Chiese
di Persia a quelle dell'impero romano. Parecchi
motivi spiegano questa decisione: il desiderio
dei vescovi persiani di dimostrare la loro
lealtà verso il governo nazionale e,
forse ancor più, la necessità
di rinforzare l'autorità del catholicós
che poteva esser compromessa dai troppo frequenti
richiami ad Antio-chia. In ogni ipotesi, il
provvedimento era dei più gravi, poiché
tendeva ad isolare sempre più la Chiesa
persiana dal rimanente della cristianità;
l'avvenire doveva dimostrarne le conseguenze.
Quasi
lo stesso avvenne della Chiesa d'Armenia.
La piena fioritura della evangelizzazione
in Armenia risale a San Gregorio l'Illuminatore,
che ricevette la consecrazione episcopale
dalle mani del metropolita di Cesarea in Cappadonia,
il quale continuò a rivendicare il
diritto di consacrare il capo religioso o
catholicós d'Armenia, ma la tradizione
fu interrotta nel 373, alla morte di Nersete
il grande. Ben presto si pose mano a giustificare
la rottura allestendo tutta una serie di leggende
sulla persona di San Gregorio Illuminatore,
che avrebbe ricevuto l'investitura non dal
metropolita di Cesarea, ma- immediatamente
da Dio, per dare così all'autorità
indipendente del catholicós una base
giuridica analoga a quella invocata dal Concilio
di Seleucia del 424. Il catholicós
Sahak il Grande (387434), figlio di Nersete,
rafforzò e accentuò il particolarismo
della sua Chiesa favorendo la creazione d'un
alfabeto nazionale, in cui furono tradotti
la Bibbia, opere dei padri greci, testi liturgici
e canonici. Nel contempo egli accentrò
sempre più il potere nelle sue mani,
gettando così le basi dell'autocefalia
armena.
b)
Evoluzione degli scismi. - Questi
movimenti furono veri scismi mossi dallo spirito
separatista, o, diremmo oggi, dal nazionalismo
o razzismo dei capi delle varie Chiese. In
origine non furono affatto causati da violenti
conflitti e da divergenze dommatiche, ma quasi
unicamente da situazioni politiche. Solo più
tardi queste Chiese passarono all'eresia.
Le
separazioni si giustificarono dommaticamente
col sostenere che ogni Chiesa dipende direttamente
da Dio, che il capo di ogni Chiesa è
il diretto rappresentante di Dio, il diretto
successore di Pietro.
Queste
Chiese fino allora non avevano avuto nessun
rapporto con quella romana e solo in seguito
precisarono la loro posizione di fronte al
Papato.
La
Chiesa di Persia ammise molto chiaramente
l'esistenza di quattro grandi sedi patriarcali,
con Roma in testa, rivendicando solo il quinto
posto per Seleucia-Ctesifonte. Però
questa classificazione onorifica non cambiò
nulla alla posizione dommatica che abbiamo
descritto, la quale sola poteva giustificare
l'indipendenza della quinta sede anche di
fronte al Concilio. D'altronde la Chiesa di
Persia s'era isolata dal resto della cristianità
anche in altro campo, adottando il nestorianesimo
e ammettendo soltanto i primi due Concili
ecumenici. Tuttavia, più che tale eresia
cristologica, il vero ostacolo ad un'unione
che riconoscesse un primato effettivo alla
Sede romana fu sempre il desiderio di indipendenza
e di particolarismo. Malgrado vari movimenti
di ritorno, il catolicosato di Persia raggnippa
ancora 80.000 scismatici e, nell'ultimo secolo,
un catholicós, per spirito d'opposizione
a Roma, organizzò nel Malabar una Chiesa
che oggi conta appena 2.000 fedeli.
La
Chiesa armena aderì al monofisismo
condannando solennemente, a Vagarsapat (491),
il Concilio di Calcedonia (1).
La sua posizione geografica spiega i successivi
contatti nel corso della storia, con Bisanzio,
le crociate e gli stati dell'Europa orientale.
Questi vari influssi causarono conflitti d'opinione
(dal 1188 al 1380 c'è stata un'unione
parziale con Roma) e scismi che divisero gli
Armeni monofisiti in sei Chiese indipendenti.
Oggi ne rimangono ancora cinque, che comprendono
3.095.000 di fedeli. I capi religiosi e i
teologi armeni hanno sempre professato una
ecclesiologia più duttile e meno esclusiva
di quella delle altre Chiese monofisite e
furono indotti a precisarla in occasione del
Concilio vaticano. Essi pensano che le definizioni
dommatiche dei primi tre Concili ecumenici
formino una base di credenza comune, ma non
escludono che altre Chiese possano ammettere
i concili posteriori. Tutte le Chiese che
hanno questa credenza comune possono assicurare
la salvezza ai loro fedeli; sono coordinate
e non subordinate tra loro, i loro membri
formano una vera Chiesa universale mediante
la loro comunione nelle verità fondamentali.
Secondo tale concezione della Chiesa universale,
la Chiesa di Persia non ne farebbe affatto
parte, ma un grande numero di Chiese protestanti
avrebbero le condizioni minime per appartenervi.
Le
Chiese copta e siriaca. - Completamente
diversa si presenta la formazione delle Chiese
separate copta e siriaca. (Copta-egiziana,
dall'arabo qubt, corruzione del greco
Aiguptios). Esse nacquero dalla persecuzione
di Giustiniano contro i monofisiti, i quali
stabilirono un patriarcato dissidente accanto
alla gerarchla ufficiale (melkita) d'Antiochia
e d'Alessandria. I monofisiti per difendere
la loro dottrina fecero uno scisma, s'opposero
nettamente tanto ai patriarcati legittimi
d'Oriente quanto alla dottrina ufficialmente
approvata dalla Sede romana, della quale non
sfuggiva loro il compito d'arbitro supremo.
L'ecclesiologia
dei copti e dei siri fu quindi, fin da principio
e necessariamente radicale. Le uniche vere
Chiese erano le loro; per appartenervi occorreva
professare il monofisismo e riconoscere soltanto
i primi tre concili ecumenici né più
né meno. Quest'atteggiamento di "
splendido isolamento " che ha il merito
d'essere logico, permise a ciascuna Chiesa
di rimanere fedele alla propria organizzazione
primitiva, al patriarca, suo unico capo religioso,
e di resistere il più possibile agl'influssi
provenienti dall'esterno. Perciò il
movimento delle conversioni al cattolicesimo,
almeno tra i copti, fu molto lento e prese
sviluppo solo alla fine del secolo scorso.
Vi sono 2.000.000 di copti separati e soltanto
70.000 uniti. Le infiltrazioni protestanti
dapprima vennero egualmente accolte male ma
attualmente guadagnano terreno, grazie alle
circostanze politiche. Cosi nella Chiesa siriaca
del Malabar 300.000 passarono al protestantesimo
(siri riformati); rimangono ancora 650.000
fedeli che, uniti ai 120.000 del patriarcato
di Antiochia, formano tutti gli effettivi
della Chiesa siriaca.
(1)
La condanna del Concilio di Calcedonia fu
determinata dal fatto che non avendo potuto
i vescovi armeni partecipare a quel Concilio,
per inesatte informazioni ebbero l'impressione
che esso avesse insegnato il nestorianesimo.
Secondo Garabed Amaduni (E.C., I, 1965) solo
"l'anno 591-92 segnerebbe l'inizio della
formazione ufficiale di una fazione armena
anticalcedonese (piuttosto che monofisita)
per opera del calbolicós Moises II,
sebbene avesse contro di sé la grande
massa dell'episcopato e del popolo armeno.
Tale scisma fu consumato l'anno 608-609 da
Abramo I, il quale in una sua lettera enciclica,
pur premettendo il simbolo ortodosso e accettando
i primi tre Concili ecumenici, vietava agli
Armeni di comunicare in sacris e in ciMibus
con gli Iberi, con i Greci e con quanti seguivano
le decisioni di Calcedonia; e confondeva praticamente
il duofisismo della formola calcedonese con
la separazione nestoriana in due persone.
Da questa data comincia lo stato di fluttuazione
della Chiesa armena circa la formola calcedonese
duofisitica, pur ammettendone in sostanza
il contenuto ortodosso. Questo stato di flusso
e riflusso nei riguardi del IV Concilio ecumenico
e della sua progredita formola cri-stologica
durò fino al sec. XI quando, trasferitasi
in Cilicia la sede patriarcale e stabiliti
i contatti con Roma, le informazioni circa
il Concilio di Calcedonia si fecero più.
precise e le spiegazioni autentiche circa
la formula ne chiarirono il senso ".
La
Chiesa etiopica. -L'Etiopia ricevette
il Vangelo dall'Egitto, il cui capo religioso
si riservava il diritto di nominare quello
dell'Etiopia e sceglierlo tra i suoi sudditi,
privilegio che nel secolo vi passò
al patriarcato copto monofisita ed è
stato sempre in vigore, malgrado il desiderio
degli etiopici di giungere alla completa indipendenza
ecclesiastica. Un tentativo d'indipendenza
fatto durante la conquista italiana dell'Abissinia
andò fallito. Dopo la ritirata degli
italiani (1942), un congresso nazionale chiese
l'indipendenza religiosa. Si giunse ad un
accordo per cui un arcivescovo indigeno sarebbe
nominato alla morte àèll'abuna
attuale e governerebbe la Chiesa, ma sarebbe
consecrato dal patriarca copto.
È
impossibile precisare in quali circostanze
la Chiesa d'Etiopia si sia legata, al tempo
dello scisma monofisita, alla gerarchla dissidente
anziché a quella ufficiale d'Alessandria.
La scelta si capisce dal fatto che la Chiesa
copta si mostrava fedele alle tradizioni religiose
nazionali, mentre il patriarcato melkita subiva
gl'influssi dell'ellenismo. Essendo copto,
il capo della Chiesa etiopica fece insegnare
la dottrina e l'ecclesiologia monofisita,
che d'altronde corrispondevano molto bene
alla mentalità e all'isolamento del
paese abissino. Gli Etiopici si mostravano
feroci avversari di ogni proselitismo proveniente
dall'estero e resistettero agli assalti dell'Islam.
I tentativi dei missionari portoghesi del
secolo XV e XVI alla fine fallirono. Se l'Eritrea
dal 1930 ha un vescovo di rito etiopico unito
a Roma, l'Etiopia propriamente detta è
l'unico paese di rito orientale che non abbia
gerarchia unita, e conta da 4 a 5 milioni
di cristiani separati, contro S0.000 cattolici.
Fino a questi ultimi tempi l'Etiopia era rimasta
immune anche dall'influsso protestante.
I
quadri tradizionali delle Chiese separate
più antiche, attualmente si trovano
ovunque fortemente scossi.
§
2. - Le Chiese bizantine.
Storia
dello scisma. - A sua volta lo scisma
del patriarcato di Costantinopoli e di tutte
le Chiese slave e melkite è differente
dai precedenti: nacque da un desiderio d'indipendenza,
come gli scismi caldeo e armeno, però
da un desiderio che, fin da principio e per
forza di cose, prende un tono d'opposizione
molto marcata alla Sede romana, e si complica
con divergenze dommatiche e disciplinari già
prima della rottura definitiva.
Origini
remote dello scisma. - All'origine
si tratta d'un conflitto di predominio tra
l'antica Roma e Costantinopoli, nuova Roma,
scelta come capitale da Costantino (330).
A questo titolo il vescovo di Costantinopoli
nel concilio de! 381 esige per il suo seggio
un primato d'onore immediatamente dopo quello
di Roma, e gli venne accordato dal terzo canone
del concilio. L'imperatore Teodosio I (388-395)
si stabilisce a Costantinopoli; alla sua morte
l'impero si divide in impero d'Occidente e
impero d'Oriente, e Costantinopoli diviene
la residenza stabile dell'imperatore d'Oriente.
Questo non fa che accrescere le pretese del
vescovo che al concilio di Calcedonia ottiene
non soltanto la conferma del suo posto d'onore,
ma un'effettiva giurisdizione sulle diocesi
(circoscrizioni civili) di Tracia, d'Asia,
del Ponto, e sui vicini paesi di missione.
Questo canone (28 e ultimo) fu adottato a
Calcedonia dopo la partenza dei legati romani
e non fu mai riconosciuto dal papato.
Invece
a Costantinopoli si cominciò a poco
a poco ad ammettere la seguente pericolosa
interpretazione, che in germe contiene tutto
lo scisma bizantino: giuridicamente il vescovo
di Costantinopoli ha sul suo patriarcato un'autorità
assoluta e incontrollata, ma onorificamente
viene dopo il papa di Roma, il quale anche
lui esercita un'autorità assoluta su
altri territori, cioè sull'Occidente.
Ma non sarebbe esatto attribuire ad un solo
fattore, l'ambizione dei patriarchi orientali,
lo stato di tensione tra le due Chiese che
pian piano determinò la separazione.
Bisogna aggiungere la diversità del
genio latino da quello greco-orientale; la
diversa mentalità teologica; la politica
degli imperatori d'Oriente, i quali, non vedendo
di buon occhio che la Chiesa del loro impero
dipendesse da un'autorità straniera,
appoggiavano e anche stimolavano le pretese
e le ambizioni del patriarca di Costantinopoli;
soprattutto la eccessiva ingerenza degli stessi
nelle questioni ecclesiastiche da cui ebbero
origine i lunghi scismi di Acacio, dei monoteliti,
degli iconoclasti che rallentarono e ruppero
le relazioni tra le due Chiese, tanto che
dal 343 all'858 si possono contare duecento
sedici anni di separazione tra Roma e Costantinopli.
Fozio.
- Nell'858 l'imperatore di Costantinopoli
fece esiliare il patriarca Ignazio e salire
S'ozio sulla sede della capitale. Il nuovo
patriarca annunciò, per averne l'approvazione,
la sua nomina al papa Nicolo I, il quale mandò
a Costantinopoli per fare un'inchiesta, non
per partecipare al concilio. Malgrado tutto
Fozio radunò, sotto la presidenza dell'imperatore,
un sinodo che pronuncia la deposizione d'Ignazio
(861). Nicolo I risponde condannando il concilio
e deponendo Fozio (862), che però resta
al suo posto e lancia contro il papa un triplice
attacco: prima di tutto lo accusa di eresia
sulla processione dello Spirito Santo, poi
di aver violato la giurisdizione di Costantinopoli
sulla Bulgaria (veramente la questione bulgara
fu quella che propriamente determinò
la rottura, durata quattro anni, di Fozio
con la sede di Roma); infine un violento attacco
contro alcuni usi liturgici e disciplinari
latini. Tutte queste accuse sono svolte in
una lettera che egli manda agli arcivescovi
d'Oriente nell'867; però nello stesso
anno un nuovo imperatore manda in esilio Fozio
e un solenne concilio, raccolto in Santa Sofia
di Costantinopoli alla presenza dei legati
della Santa Sede, ristabilisce Ignazio nei
suoi diritti (869-870). Morto questi, Fozio
è rieletto patriarca e stavolta con
l'approvazione del papa Giovanni Vili. Quando
muore, nell'891 si trova nuovamente in esilio
ad opera dell'imperatore Leone VI, senza però
essere stato deposto dalla sua sede da Roma
(2).
(2)
"Fino a questi ultimi tempi si faceva
risalire a Fozio l'origine e la responsabilità
dello scisma greco. Studi recenti sembrano
aver dimostrato che l'azione di questo personaggio,
che per due volte occupò la sede del
patriarcato di Costantinopoli, fu meno diretta
e meno decisiva di quanto si pensasse. E'
vero che durante il suo primo patriarcato
egli aveva rotto con la Sede di Roma, ma lo
scisma non era durato che quattro anni circa,
dall'863 aU'867. E* pur vero che con la sua
pretesa di indipendenza nei riguardi di Roma,
con gli scritti antìromani e la dottrina
dello Spirito Santo, che egli diceva procedere
dal solo Padre e in nessun modo dal Figlio,
egli preparò l'alimento di cui si nutrirà
inseguito lo scisma per lunghi secoli ; ma
dopo quei pochi anni di separazione, Fozio
si è riconciliato con Roma, vi è
rimasto unito tutto il tempo del secondo patriarcato
(880-886) ed è morto nella pace di
Papa StefanoV" C.Boyer, UnusPastor, Roma
io,5i,pp. 7-8. Cfr. E.Hermann, Le cause stanche
della separazione della Chiesa greca secandole
più recenti ricerche, in La Scuola
Cattolica, 1940, pp. 128-139. L'autore così
conclude: "Fozio non è né
l'avversario diabolico del Papato quale è
considerato da parecchi cattolici, né
l'eroico difensore della indipendenza della
Chiesa orientale, quale è celebrato
oggi dagli Orientali dissidenti. Temporaneamente
spinto dagli eventi alla lotta contro il Papa,
ha poi fatto pace con Roma e riconosciuta
la sua autorità ". Si veda inoltre
E. Amann, L'epoca carolingia (voi. VI della
Storia della Chiesa di Fliche et Martin),
Lice, Torino 1948, pp. 481-519: La questione
di Fozio; Fr. Dvornhc, Lo scisma di Fozio,
Ed. Paoline, Roma 1953
Michele
Cerulario. - Dopo questo primo scandalo
l'unione fu ristabilita e si conservò
a stento fin verso il 1025-80. Durante questo
periodo si dimenticarono completamente le
questioni sollevate da Fozio. Se vi furono
delle rotture esse avvennero per altri motivi.
Cosi quando M. Cerulario sali alla sede di
Co-itantinopoli (25 marzo 1043) le relazioni
con Roma erano sospese da molti anni. Il papato
attraversava allora il periodo più
triste della sua storia. I papi non facevano
che passare sul seggio apostolico, eletti
e deposti o assassinati dalle fazioni Dal
901 al 1059 si contano una quarantina di papi
di fronte a quindici patriarchi di Costantinopoli.
Al principio del patriarcato di M. Cerulario,
la situazione della Chiesa romana è
lacrimevole. Nel 1044 ci sono due papi; nel
1045 se ne hanno tre; nel 1046 l'imperatore
tedesco Enrico III fa deporre i tre papi esistenti
e li sostituisce con Clemente II. Supponendosi
che il patriarca bizantino avesse voluto partecipare
la sua elezione al Papa, egli avrebbe potuto
essere impacciato sulla scelta del destinatario.
M. Cerulario non ruppe dunque relazioni, che
di fatto non esistevano più da lungo
tempo, ma fece fallire il tentativo di riprenderle,
in occasione di un progetto di alleanza politica
tra il Papa e il a basileus " contro
i Normanni dell'Italia meridionale. Per riuscirvi,
riapri la polemica contro i riti e gli usi
latini, che Fozio aveva inaugurata. Per suo
ordine tutte le chiese latine della città
furono chiuse. Poi fece lanciare da Leone
di Ocrida un insolente manifesto contro altri
usi latini. H Papa Leone IX inviò una
delegazione a Costantinopoli con a capo il
Card. Umberto. Fu ben accolta dall'imperatore
bramoso di venire ad un'intesa; ma tra il
veemente e focoso Cardinal-Legato pieno dell'idea
della supremazia della Santa Sede e l'astuto
e orgoglioso patriarca, un intendimento non
era possibile. Alla fine i Legati stanchi
di aspettare, si lasciarono trascinare a deporre
sull'altare della Santa Sofia la bolla in
cui venne scomunicato il patriarca Michele
(il 16 luglio 1054), atto gravissimo viste
le sue conseguenze. Michele rispose scomunicando
i Legati Al ritorno a Roma, Umberto e i suoi
compagni trovarono il Papa morto già
dal 19 aprile e la Sede ancor vacante. Ma
la loro sentenza fu universalmente accolta.
Da quel momento lo scisma tra le due Chiese
era un fatto compiuto. Cfr. lo studio di M.
Jugie in E. C, IV, 732-746, di cui ci siamo
serviti.
L'estensione
dello scisma. - Tutte le Chiese dipendenti
dal patriarca di Costantinopoli furono senz'altro
trascinate nello scisma, e i patriarchi melkiti
d'AIessandria, Antiochia, Gerusalemme, che
gravitavano più attorno a Costantinopoli
che a Roma, si abituarono a seguire quella
a spese di questa. Il Patriarca di Costantinopoli
rivendicò per sé anche una vera
giurisdizione sugli altri patriarchi d'Oriente,
almeno nel senso d'un diritto d'intervento
negli affari straordinari per opporsi così
pienamente alla Chiesa di Roma, la quale ai
suoi occhi era solo più la Chiesa d'Occidente.
Le pretese venivano appoggiate dall'imperatore
bizantino, che aveva tutto l'interesse ad
assicurare un posto senza pari alla Chiesa
di Costantinopoli, che teneva completamente
sotto la sua tutela.
Ma
gli avvenimenti dei tempi moderni dovevano
dare una crudele smentita a questa ambizione.
La caduta dell'impero romano d'Oriente (1453)
diminuì singolarmente il prestigio
del patriarcato; più tardi, e fino
ai nostri giorni, la creazione di nuovi stati
spinse il desiderio del clero e dei fedeli
a costituirsi in Chiese indipendenti. Il patriarca
di Costantinopoli spesso cedette soltanto
controvoglia.
Il
metropolita di Mosca fu il primo che ottenne
da lui l'elevazione della sua Chiesa al grado
di patriarcato (1589). Più tardi l'imperatore
russo Pietro il Grande soppresse tale dignità
per sostituirla con un santo sinodo. Il patriarcato
venne ricostituito con la caduta zarista del
1917. La Chiesa russa subì poi violente
persecuzioni da parte dei bolscevichi e il
novello patriarca Tychon, morto nel 1925,
fu sostituito nel suo titolo da un successore
solo nel 1943, quando le circostanze della
guerra richiesero un atteggiamento più
duttile del regime verso l'episcopato. Tutti
i dissidi religiosi interni dovettero piegarsi
davanti all'autorità del patriarca
ufficialmente riconosciuto, che attualmente
si sforza di ricondurre alla sua autorità
i russi emigrati, e di estendere a poco a
poco il suo influsso sulle Chiese degli stati
satelliti dell'U.R.S.S., le quali verrebbero
a perdere l'indipendenza che erano riuscite
a ottenere da Costantinopoli.
I
patriarchi bizantini delle altre tre grandi
sedi d'Oriente, non hanno finora dovuto smembrare
il loro territorio. Il patriarca di Gerusalemme
esercita la sua sovranità sull'arcivescovato
autonomo del Sinai. La Chiesa di Cipro conservò
l'autocefalia, riconosciutale dal Concilio
d'Efeso del 431.
Il numero degli ortodossi di rito bizantino,
escludendo quelli dell'U.R.S.S. di cui attualmente
è impossibile conoscere il numero (125
milioni?), si aggira sui trentacinque milioni.
I raggruppamenti delle Chiese bizantine, come
le altre orientali, hanno accettato di incontrarsi
con le Chiese protestanti. Nel 1922 il patriarca
di Costantinopoli e altri capi delle Chiese
bizantine al suo seguito, riconobbero la validità
delle ordinazioni anglicane, spesso presero
parte a cerimonie protestanti, inviarono delegati
alle conferenze unioniste, ma in diverse di
queste riunioni delegati ortodossi dichiararono
che essi non intendevano deflettere dalla
loro posizione dommatica tradizionale, che
è quella dei primi sette concili ecumenici.
Cfr. E. C. ix, 326-328.
Sintesi
dell'ecclesiologia bizantina.
-L'evoluzione dell'ecclesiologia bizantina
si può delineare nelle seguenti proposizioni.
La
Chiesa di Costantinopoli non volle mai isolarsi
completamente da quella di Roma e le avrebbe
lasciato il primato di onore se il papato
se ne fosse accontentato; però sopportò
sempre meno facilmente l'intervento giurisdizionale
del papa nei suoi affari, considerando la
sede patriarcale giudicabile unicamente da
un concilio ecumenico.
A
poco a poco i teologi e canonisti bizantini
finirono con lo stabilire che l'organizzazione
costitutiva della Chiesa era legata precisamente
alla divisione territoriale in patriarcati
indipendenti gli uni dagli altri (teoria della
o pentarchia "), spartizione determinata
successivamente dai condii ecumenici di Nicea
(325, e 6), di Costantinopoli (381, e 3) di
Calcedonia, (45, e 28), che fissavano egualmente
il primato di onore dei patriarchi.
La
teoria dell'autorità di Costantinopoli
su tutto l'Oriente cedette alla teoria moderna
delle a autocefalie ". I patriarcati
primitivi s'erano smembrati e, in Oriente,
dopo il secolo nono non si era più
riunito nessun concilio ecumenico; si ammise
che un patriarca concedesse l'autocefalia
assoluta a una parte del suo gregge, conservando
soltanto un primato d'onore di fronte al capo
della nuova Chiesa, che a sua volta avrebbe
potuto accordare l'autocefalia alla stessa
condizione. Il capo d'una Chiesa indipendente
può egualmente accordare la semplice
autonomia. Un nuovo concilio generale dovrebbe
naturalmente pronunciarsi su tutta l'organizzazione
ecclesiastica esistente.
Il
concilio ecumenico ha non soltanto l'autorità
di dirimere i conflitti esistenti tra Chiese
indipendenti, di costituire autocefalie, o
di giudicare i capi di Chiesa ma ha anche
un'autorità dommatica ed è infallibile
nelle sue decisioni. La vera fede è
quella dei primi sette concili ecumenici.
I concili dell'861 e dell'879-880, essendo
molto meno simpatici ai teologi separati non
bizantini, generalmente sono passati nel silenzio.
La Chiesa di Cristo è una per l'unità
di fede e la sottomissione al fondatore e
capo invisibile; è apostolica per la
successione regolare della sua gerarchia,
che risale agli apostoli; è santa per
i suoi mezzi di salvezza, i sacramenti e per
i meriti dei suoi membri; è cattolica
precisamente per la sua ripartizione in un
così grande numero di Chiese diverse
attraverso tutto il mondo.
Confutazione.
- Quest'ecclesiologia bizantina parte da false
premesse e cioè l'interpretazione dei
canoni conciliari nel senso d'una giurisdizione
territoriale esclusiva e incontrollata. Si
è precisata in due tappe: prima fu
la teoria della giurisdizione territoriale
che esclude ogni altra giurisdizione, però
è ancora riconosciuto l'intervento
del Papa negli affari straordinari (secondo
i concetti cari all'oriente) anche al di fuori
d'ogni concilio. Fozio si sforzò d'orientare
questo intervento in suo favore, e vi si oppose
più sul terreno delle persone e dei
fatti che del diritto. Ma sotto Michele Cerulario
e i successori questa interpretazione arbitraria
doveva sfociare nell'affermazione d'una completa
indipendenza, con un processo che mostra da
solo la falsità delle sue affermazioni.
Bisogna
mettersi sul terreno del diritto divino. È
Cristo che diede alla sede di Pietro e dei
suoi successori un potere assoluto e universale.
Non
si può parlare di vera unità
della Chiesa di Cristo, senza la presenza
d'un capo visibile, unico e infallibile. Senza
questo capo un concilio ecumenico non conclude
nulla, come dimostrarono la storia del basso
Medioevo e un progetto di riunione d'un concilio
generale delle Chiese separate del 1925; invece
con tale capo il concilio generale può
diventare una realtà ricca e vivente.
Questa nostalgia dell'unità completa,
che è più che una parola, questo
desiderio d'un'autorità superiore,
personale e visibile, è d'altronde
stata la prova delle anime d'elite dell'ct
ortodossia a e la via che ne condusse molte
a Roma. Cfr. W. Soloviev, La Russia e la Chiesa
universale, Ed. Comunità, Milano 1947,
pp. 44-45; B. Schafer, Hanno sentito la voce.
Ed. Vita e Pensiero, Milano 1950, pp. 1-12.
CAPITOLO
II - MUTUAZIONE DEI DOMMI FONDAMENTALI
Santissima
Trinità e Incarnazione sono i due misteri
essenziali della nostra fede. Chi dice mistero,
dice la deficienza della ragione creata a
spiegare pienamente una verità che
la supera. Tuttavia i teologi possono sforzarsi
di usare i concetti e le parole umane per
rendere questi misteri più accessibili
all'intelligenza. Simili sforzi non sono esenti
da pericoli: in realtà c'è sempre
da temere che uno degli aspetti del problema
non venga forzato a detrimento dell'altro,
e in generale soltanto dopo una serie di successive
reazioni viene trovata la formula che, con
un giusto equilibrio, s'avvicina di più
alla verità. Le Chiese separate d'Oriente
si sono arrestate agli stadi (per sé
provvisori) d'una considerazione troppo esclusiva
d'un solo punto di vista, e questo arresto,
considerato volontariamente come un termine
definitivo, diviene d'allora in poi una vera
mutilazione.
La
verità totale dell'Incarnazione viene
mutilata quando s'esagera tanto la diversità,
quanto l'unità di quanto c'è
di divino e d'umano nel Verbo fatto carne:
abbiamo cosi il nestorianesimo e il monofisismo.
Le Chiese ortodosse hanno minimizzato la pienezza
cosi diversa della vita divina delle tre persone
nella Santissima Trinità, rifiutandosi
di ammettere la relazione incessante e mutua
che le unisce tutte e tre, e che in termini
teologici si chiama processione.
§
1. - L'Incarnazione.
Il
Nestorianesimo. -I maestri del nestorianesimo.
- II nestorianesimo prese il nome da Nestorio,
patriarca di Costantinopoli dal 426 e deposto
nel 431 dal Concilio d'Efeso perché
ammetteva due persone in Cristo. Ma egli fu
soltanto uno dei maestri del sistema: accanto,
anzi prima di lui, bisogna ricordare Diodoro
di Tarso (dal 378 al 391-392) e Teodoro vescovo
di Mopsuestia, (dal 392 al 428). Verso il
360 Diodoro aveva fondato un asceterìum
ad Antiochia e Teodoro fu uno dei suoi discepoli.
Per quanto possiamo dire dal piccolo numero
delle sue opere che ci rimangono, Diodoro
intendeva il termine fisi nel senso di natura
completa, distinta, sussistente. Quando attribuiva
a Cristo due nature, egli insisteva sulla
loro inseparabilità, senza fare le
necessarie riserve sul carattere sussistenziale
di queste nature complete. Gli scritti di
Teodoro attestano esplicitamente che l'unità
personale che egli insegnava tra le due nature
era soltanto una relazione: " Quando
noi consideriamo l'unione, scrive nel trattato
Dell'Incarnazione del Verbo, diciamo che c'è
soltanto una persona ". Negava la comunicazione
degli idiomi o proprietà tra la natura
divina e quella umana; riteneva che se la
natura umana di Cristo non aveva mai peccato,
era tuttavia soggetta alla concupiscenza e
capace di progresso spirituale. Checché
se ne sia scritto, Teodoro ammetteva che Maria
era la Madre di Dio (Theotokos) per relazione.
Fu
Nestorio ad attaccare apertamente quest'espressione,
tanto cara al popolo cristiano, e a scatenare
la tempesta.
Tuttavia
la sua dottrina è più cauta
di quella di Teodoro di Mopsuestia, o forse
più vaga. Per mostrare l'unione esistente
tra le due nature di Cristo,
Nestorio
paragona rispettivamente l'umanità
e la divinità al tempio e a colui che
lo abita, a colui che porta e a colui che
è portato, allo strumento e a chi lo
adopera, a Maria concepì un uomo strumento
della divinità ". Nestorio ammette
egualmente la concupiscenza e il progresso
morale nel Cristo. Perciò quando parla
d'un prosopon unico in Cristo, vuoi dire persona
d'unione, che non è né il prosopon
del Verbo preesistente, né quello dell'uomo,
ma quello del composto. Il nestorianesimo
fu condannato a Efeso (431), ma i suoi partigiani
vollero vedere, sebbene a torto, una rivincita
nel concilio di Calcedonia (451), che usa
alcune espressioni conformi alle loro. Il
concilio le intende in un senso diverso e
ammette invece il termine Theotokos.
La
Scuola di Edessa. - Non tanto la
condanna della Chiesa, quanto l'attaccamento
cieco alla dottrina d'alcuni maestri fu la
causa per cui il nestorianesimo si mantenne
vivo fino ai nostri giorni. Infatti nella
scuola teologica di Edessa, che per ovvia
ragione geografica era il seminario in cui
venivano formati numerosi giovani persiani,
Diodoro e soprattutto Teodoro di Mopsuestia
godevano di grande autorità. Alcuni
professori di questa scuola, come Barsauma
e Narsai, emigrarono nella Persia e il 457
organizzarono a Nisibi una grande scuola,
erede di quella di Edessa, dopo che questa
fu chiusa per ordine di Zenone (489). Essa
divenne il vero baluardo del nestorianesimo,
forza di prim'ordine della Chiesa persiana.
Il
Nestorianesimo persiano. - Un sinodo
di questa Chiesa, tenuto nel 486 sotto il
catholicós Acacio, emanò una
dichiarazione dommatica che è l'eco
della dottrina di Teodoro di Mopsuestia: "
La nostra fede nell'Incarnazione di Cristo
deve confessare le due nature della divinità
e dell'umanità... dimorando la divinità
e persistendo nelle sue proprietà,
e l'umanità nelle proprie ". Questa
dottrina divenne moneta corrente, specie ad
opera dei maestri della scuola di Nisibi,
e non suscitò nessuna discussione,
fino a quando Henana, capo di quella scuola
alla fine del sesto secolo, insegnò
una dottrina che s'avvicinava assai a quella
di Calcedonia: egli ammetteva la parola Theotokos,
l'unione ipostatica nel senso di Calcedonia,
e pare si sia attaccato agli scritti di Teodoro
di Mopsuestia. Egli finì col coallzzare
contro di sé tutti i teologi dei quali
il più celebre fu il monaco Babai il
grande (morto verso il 628), che codificò
la dottrina persiana nel suo trattato Sull'unione,
e col suo influsso dominò tutta la
teologia posteriore. Mentre fino allora tra
i nestoriani la nozione d'ipostasi era stata
un po' fluttuante, Babai la definì
nel senso di sostanza singolare sussistente,
e si orientò in senso nettamente opposto
alla dottrina di Henana, insegnando che in
Cristo vi sono due ipostasi. Babai scrive
esplicito: a Se nel Cristo la divinità
s'unisse ipostaticamente all'umanità,
o l'umanità diverrebbe divinità,
oppure la divinità diverrebbe umana:
o Gesù sarebbe un dio apparente, oppure
il Verbo sarebbe un uomo in apparenza ".
Situazione
attuale. - Stavolta tra la vera dottrina
e il nestorianesimo il fosso diventava invalicabile.
Non si trattava più di difendere, anche
esagerandola, la separazione tra la divinità
e l'umanità di Cristo, ma di opporsi
a priori, per spirito di sistema, a ogni altra
interpretazione del domma, perché era
d'importazione straniera e non rispettava
le idee tradizionali della Scuola. I Persiani
separati s'attengono sempre alle antiche formule:
nel Cristo ammettono un prosopon, che nella
loro lingua traducono parsopa, non chiamano
Maria Madre di Dio, sebbene le professino
la massima venerazione. Essi non si rendono
conto che il dualismo che ammettono in Cristo
distrugge la stessa nozione d'un Dio che solo
può salvare la natura umana perché
s'unisce ipostaticamente ad essa.
II
Monoflsismo. - Orìgine ed
evoluzione. - Anche il monofisismo usci da
una teologia di scuola, e fu una reazione
contro il nestorianesimo. Nella considerazione
di Cristo, la scuola d'Alessandria è
attratta prima di tutto dal lato divino; l'Incarnazione
è l'opera dello stesso Verbo, secondo
la formula di San Cirillo alessandrino: a
Una è la fisi del Verbo incarnato ".
Cirillo si pone sul terreno dell'avversario
e qui intende la parola fisi egualmente nel
senso di una natura completa e sussistente;
nel 433 rinunciò a questa formula che
si prestava all'equivoco e accettò
l'espressione delle due fisi nel Cristo, indicando
con la parola natura semplicemente te due
forme reali che l'analisi distingue nella
persona del Verbo incarnato. Quest'espressione
fu consecrata dal Concilio di Calcedonia nel
451: "Un solo e medesimo Cristo, Figlio,
Signore, Unigenito da riconoscersi in due
nature, senza confusione, senza mutazione,
senza divisione, senza separazione ".
I partigiani rigidi della dottrina di San
Cirillo si ribellarono, e tra loro ci sono
anche dei patriarchi ad Antiochia l'ultimo
della serie è Severo, e ad Alessandria
Timoteo n, deposti l'uno nel 518 e l'altro
nel 548. Tutti e due aiutarono l'organizzazione
d'una gerarchla dissidente e la costituzione
delle Chiese monofisite, (siriaca e copta)
i cui patriarchi hanno continuato fino ai
nostri giorni.
Infatti
si tratta realmente di vere Chiese monofisite,
non solo scismatiche cioè ribelli per
malcontento o insubordinazione, ma eretiche
per lo meno nell'espressione della loro dottrina.
Severo d'Antiochia infatti le aveva dato questo
sistema: Cristo è composto di due nature,
ma non ebbe due nature, che in lui ne formano
una sola, egli a è disceso dal cielo,
ha preso un corpo reale dal corpo della Vergine
e non ha subito nessun cambiamento in ciò
che egli era". Vi sono due categorie
di opere compiute da Cristo, ma unica l'operazione
e unica la volontà. Siamo di fronte
a un monofisismo verbale, che volontariamente
si allontana dalle definizioni di Calcedonia.
Anche
l'Armenia aderì al monofisismo per
spirito d'opposizione a questo concilio, al
quale non aveva potuto mandare delegati. La
Chiesa d'Etiopia poi, fondata da quella d'Egitto,
quando si trattò di fare la scelta
tra le due gerarchie alessandrine, si legò
al patriarcato copto e ai suoi errori.
Situazione
attuale. - Cirillo d'Alessandria
e Severo d'Antiochia rimasero sempre i grandi
dottori riconosciuti dalle Chiese monofisite.
Teologi e intellettuali laici continuarono
ad esaltare in libelli la a loro n dottrina
dell'unica natura di Cristo. Come i nestoriani,
ma in un senso opposto, essi rimangono vittime
dei pregiudizi di scuola. I preti e i fedeli
delle campagne s'astengono dalle discussioni
e s'attengono alle grandi formule: "
Cristo è Dio; Dio s'è incarnato
" per timore di diventare ridicoli agli
occhi dei musulmani loro vicini, che altrimenti
li avrebbero accusati d'introdurre una divisione
in Cristo, distinguendo due nature e di giungere
così a quattro persone nella Trinità.
La maggior parte degli attuali monofisiti
si trova molto vicino al cattolicesimo, e
la loro liturgia esalta insieme l'umanità
e la divinità di Cristo. Pio XII nella
Enciclica deU'8 settembre 1951 per il XV centenario
di Calcedonia, riconosce apertamente che "
sembrano deviare dal retto sentiero piuttosto
con parole " e si sono allontanati "
a causa di alcune espressioni di antichi mal
comprese ", ossia " per un iniziale
equivoco di parole ".
Se
fossero sormontati gli altri ostacoli all'unione,
bisognerebbe mostrare loro che la definizione
di Calcedonia è la formula teologica
più adeguata, che spiega tutti questi
testi liturgici; bisognerebbe aggiungere,
per quelli che ancora polemizzano, che lo
stesso Cirillo alessandrino rese possibile
questa definizione, accettando l'espressione
delle due nature di Cristo, e che seguire
fino in fondo l'esempio del glorioso dottore
significa non regredire, ma progredire.
§
2. - La Santissima Trinità
La
questione del Filioque. . Tra le
ricchezze della teologia cattolica c'è
quella d'aver saputo penetrare fino alla vita
intima della Santissima Trinità, per
studiare le relazioni esistenti fra le tre
divine persone, relazioni che spiegano cosi
bene il legame tra la conoscenza e l'amore
nell'ordine della grazia e la creazione della
nostra anima a immagine di Dio.
Si
capisce che la teologia della Trinità,
più ancora di quella dell'Incarnazione,
è il risultato di tentativi e sforzi
laboriosi, specialmente riguardo alla terza
persona, lo Spirito Santo, per il quale i
testi scritturali sono relativamente poco
numerosi.
La
Chiesa di Costantinopoli si urtò con
quella latina riguardo alla processione dello
Spirito Santo non ammettendo che Egli proceda
dal Figlio. Bisogna comprendere la posizione
logica e storica del problema: la controversia
dapprima restava sopra una questione di parole,
e l'attacco non partì dai bizantini.
Posizione
logica del problema. - I Padri latini
generalmente dicevano che lo Spirito Santo
procede dal Padre e dal Figlio, invece i Padri
greci, specialmente San Basilio, dicevano
abitualmente che lo Spirito Santo procede
dal Padre per il Figlio, usando una formula
del resto che era servita anche a Tertulliano
e Sant'Ilario. Mentre i latini insistevano
di più sul compito comune del Padre
e del Figlio nella produzione dell'Amore sostanziale,
i Greci volevano poi vedere che il principio
da cui parte tutta la vita trinitaria è
il Padre. L'idea di causa primordiale si accentuò
(forse troppo fortemente) nei testi tanto
discussi del trattato De fide orthodoxa di
San Giovanni Damasceno (f 749): a Ora quanto
allo Spirito, diciamo che egli trae la sua
origine dal Padre... non diciamo che lo
Spirito Santo trae la sua origine dal Figlio
"; " unico principio (dello Spirito
Santo) n'è il Padre ".
Posizione
storica del problema. - Dal punto
di vista storico l'attacco partì dall'occidente.
Pare che fosse già preparato in un
sinodo tenuto nel 767 a Gentilly, presso Parigi,
del quale si sono perduti gli atti, ma scoppiò
quando giunsero in Gallia gli atti del concilio
ecumenico del 787. La professione di fede
del patriarca Tarasio conteneva l'espressione
greca tradizionale : " Lo Spirito Santo
procede dal Padre per il Figlio". Carlomagno
accolse assai malamente gli atti a causa della
loro teoria sulle immagini, contro la quale
fece redigere i famosi Libri Carolini, i quali
di passaggio notano pure la formula della
processione dello Spirito Santo, che Carlomagno
trovò almeno singolare.
Il
papa Adriano I prese la difesa dei bizantini.
Tuttavia Carlomagno approvò che s'aggiungesse
il termine Filioque alla formula qui a Padre
procedit del simbolo cantato nella messa,
termine che gli spagnoli usavano fin dal 589
e che si propagò in tutti i territori
franchi. Fu adottato anche dai monaci franchi
di Gerusalemme, mettendo il fuoco alle polveri.
I monaci orientali della città santa
avevano sentito cantare quelli franchi e li
accusarono di eresia; questi a loro volta
portarono il dibattito davanti al papa Leone
III, che senza negare la verità della
dottrina del Filioque disapprovò un'innovazione
liturgica fatta senza la sua autorizzazione.
L'affare fece molto chiasso e diede l'occasione
propizia ai Greci di attaccare, con una parvenza
di ragione, i latini sul terreno dommatico.
Il
conflitto dommatico. - Fozio non
poteva rimanere fuori della lotta. Spinto
da inimicizia troppo ardente, e d'altronde
dotato d'un reale valore intellettuale, della
dottrina trinitaria com'egli la concepiva,
volle fare un sistema teologicamente organico
che s'opponesse nettamente alla dottrina latina.
Egli fin dall'867 formulò questo principio
fondamentale: quello che può essere
detto della Trinità o è comune
a tre persone, o proprio a una sola di esse.
Nulla è comune a due persone che non
si possa attribuire anche alla terza. Fozio
sviluppò questa tesi con forza, con
argomenti e ragionamenti verso l'8R6 nella
sua grande opera Mistagogia dello Spirito
Santo.
Probabilmente
solo nel secolo XI la Santa Sede ammise il
Filioque nel simbolo di Roma; il Credo venne
cantato con questa addizione nel concilio
di Lione dai greci e dai latini, e la professione
di fede firmata da Michele Pa-leologo proclama
che lo Spirito Santo procede veramente ed
egualmente dal Figlio (1274). Intanto nello
stesso tempo si decise che gli orientali non
fossero obbligati a inserire il Filioque nella
loro liturgia, se non lo desideravano, il
che è ancora valido per gli Orientali
cattolici.
Situazione
attuale. - Soprattutto quest'addizione
al simbolo incontra in Oriente l'opposizione
del basso clero e del popolo. La stessa dottrina
di Fozio sulla professione dello Spirito Santo
fu ripresa dalle Chiese monofisite per spirito
d'opposizione al concilio di Firenze; però
è solo più considerata come
un'opinione teologica probabile dalla maggior
parte dei teologi russi e da molti teologi
greci, sebbene pochissimi siano disposti a
ritornare alla dottrina integrale del Filioque.
Non
ammettendo la partecipazione del Figlio alla
spirazione dello Spirito Santo, i dissidenti
abbandonarono il pensiero integrale dei Padri,
per seguire una corrente teologica nata dalla
disputa e dall'odio. Essi mutilarono il vero
concetto di Trinità, che è quello
d'una comunicazione incessante tra le tre
persone.
CAPITOLO
III. - CONCEZIONE INCOMPLETA DELLA VITA DELLA
GRAZIA
II
Figlio di Dio si fece uomo, s'incarnò
proprio per restituire all'umanità
la vita della grazia. Il dramma della redenzione
si inserisce nella lunga e tragica storia
dell'elevazione dell'umanità all'ordine
soprannaturale, che comincia nel paradiso
terrestre e terminerà nel giudizio
finale. Le liturgie orientali gareggiano nel
descrivere o commemorare l'elevazione dei
nostri progenitori, la loro caduta, la lunga
attesa del Messia, l'opera redentrice del
Cristo.
Se
gli Armeni del Medioevo forse errarono riguardo
allo stato primitivo dell'umanità e
al peccato originale, se nell'epoca moderna
i teologi russi subirono l'influsso delle
idee luterane, questi errori si sono fermati
soltanto su punti di dettaglio e non toccano
più la dottrina fondamentale della
grazia.
§
1. - I Sacramenti.
Le
Chiese separate d'Oriente hanno rispettato
l'essenziale in materia di sacramenti. Credono
all'esistenza dei sacramenti istituiti da
Gesù Cristo, al battesimo, al sacerdozio
e ai poteri sacramentali che esso conferisce
e anzitutto quello di consecrare l'Eucarestia;
i loro fedeli quindi sono veramente battezzati
e i loro sacerdoti sono veramente tali.
Valore
dei sacramenti conferiti in una Chiesa separata.
. Durante gli scismi e le lotte intestine
che straziarono l'Oriente, le Chiese separate
spesso si domandarono se potessero ritenersi
validi i sacramenti conferiti nelle Chiese
con cui erano in lotta. Era questa un'arma
potente e insieme pericolosa.
a)
Soluzione cattolica: l'intenzione di Cristo.
- La Chiesa cattolica ha sempre ritenuto
che quest'arma non è di quelle che
Cristo ha messo al suo servizio. Quando si
pongono i riti essenziali e il ministro ha
l'intenzione di
conferire e il soggetto l'intenzione di ricevere
il vero sacramento istituito da Cristo, non
si può dire che questo sia invalido,
solamente perché ministro e soggetto
non appartengono alla vera Chiesa.
Però
non basta il potere d'ordine per assolvere
i peccati, occorre anche quello di giurisdizione.
Alcuni teologi cattolici vollero negare la
validità dei poteri di giurisdizione
nelle Chiese dissidenti, e pretesero avessero
valore solo per una tacita concessione della
Santa Sede. Invece noi crediamo che i vescovi
e i sacerdoti dissidenti conservino la loro
giurisdizione ordinaria finché la Santa
Sede non li privi esplicitamente. Quest'opinione
teorica comporta preziose applicazioni, e
fa nascere un sentimento molto maggiore di
fraternità e di speranza d'unione di
fronte ai nostri fratelli separati. Essi finché
sono in buona fede, ricevono i sacramenti
non solo validamente, ma anche fruttuosamente.
b)
Multiformi e instabili soluzioni ortodosse.
- Le Chiese separate non ebbero una dottrina
egualmente stabile e uniforme sul valore dei
sacramenti presso coloro che esse considerano
eretici e scismatici: in alcuni momenti della
loro storia, sottoposero i loro " convcrtiti
", sia a un nuovo battesimo, sia a una
nuova confermazione e, trattandosi di ministri
del culto, a una riordinazione. Alle volte
giustificayano tale pratica dicendo che il
sacramento non era stato affatto convertito,
perché la Chiesa da cui proveniva il
convcrtito non aveva potere sacramentale;
altre volte non si pronunciavano nettamente
sulla validità del precedente sacramento,
e sembravano ammettere una specie di reiterazione,
perché la grazia potesse operare in
modo efficace; altre volte ancora le autorità
ecclesiastiche dispensavano da ogni nuovo
atto esteriore, in nome di uno speciale potere
straordinario che permetterebbe alla Chiesa
di supplire all'insufficienza d'un rito anteriore.
Non solo un tale potere non riposa sii nessuna
solida base, ma distrugge tutta la teoria
sacramentale. Attualmente i teologi greci
sono gli unici a difendere questa teoria;
gli altri senza dare maggiori spiegazioni,
ammettono i sacramenti conferiti fuori della
Chiesa. Ma la teoria del carattere incancellabile,
pur essendo praticamente ammessa, resta estranea
ai teologi " ortodossi ", i quali
insegnano ancora, almeno in via normale, essere
valido solo il battesimo conferito secondo
l'antico rito della triplice immersione; praticamente
però le Chiese si mostrano più
tolleranti per non dover rigettare, per questo
solo fatto, il battesimo ricevuto fuori di
esse. Nelle Chiese separate il battesimo resta
sempre il grande sacramento; conformemente
alla liturgia orientale, è seguito
dal rito della confermazione.
Concezioni
ortodosse di alcuni sacramenti. -
Dobbiamo indicare alcune deviazioni, più
pratiche che dottrinali, a riguardo degli
altri sacramenti.
Eucarestia
e Penitenza. - Tra i nostri fratelli
separati è rara la frequenza alla Penitenza
e all'Eucarestia; la grande massa dei fedeli
ordinariamente s'accosta solo nelle grandi
feste, tre o quattro volte all'anno. I caldei
non si confessano e l'assoluzione sacramentale
è data soltanto agli apostati che ritornano
a resipiscenza. Alle volte in campagna il
sacerdote celebra nella settimana solo in
occasione d'un matrimonio e d'Un ufficio per
i defunti; nei monasteri, dove la messa si
celebra regolarmente, i monaci non sono tutti
obbligati di assistervi. Bisogna tuttavia
aggiungere che una buona élite, non
solo intellettuale, ma anche di gente alla
buona, ha un senso molto vivo dell'Eucarestia,
che, grazie all'affettività orientale,
si manifesta in modo molto commovente.
Una
devozione cosi reale non viene, per fortuna,
attenuata da un errore dommatico che non è
piccolo: i teologi ortodossi pongono il valore
consecratorio soprattutto nell'epiclesi, preghiera
che nelle liturgie orientali segue al racconto
della Cena (nel quale secondo noi sta la consacrazione)
ed è rivolta allo Spirito Santo, senza
tuttavia respingere totalmente la necessità
del racconto evangelico, senza il quale si
spezzerebbe l'armoniosa unità fra l'ultima
Cena e la messa.
Poco
nota è la direzione spirituale, praticata
tuttavia dai monaci, sia andando da loro nelle
chiese, oppure andando essi per le città
e le campagne, com'era nell'antica Russia.
L'Ordine.
- Nelle Chiese separate gli ordini vengono
conferiti validamente, ma proprio per questo
è più triste constatare come
in certe regioni è scomparsa la stima
del sacerdozio, che d'altronde tende a diminuire
dappertutto. Nella Chiesa copta ed etiopica
vengono elevati al diaconato e al sacerdozio
dei fanciulli che hanno appena (e alle volte
nemmeno) l'uso di ragione. Nella Chiesa nestoriana
il patriarcato e alcuni vescovati restano
nella stessa famiglia, e talvolta si vedono
fanciulli d'una decina d'anni elevati a questa
dignità. In generale però per
il sacerdozio è richiesta un'età
alquanto superiore; invece per il diaconato
basta ancora meno.
Nelle
altre Chiese tali abusi sono soltanto eccezionali,
ma ovunque la formazione e l'istruzione del
clero sono rudimentali, per la quasi totale
mancanza di seminari. Spesso dal candidato
si richiede solo il minimo indispensabile
per esercitare le sue funzioni rituali, cui
in genere il prete limita il suo ministero
senza curarsi granché dell'apostolato,
preso com'è dalle preoccupazioni familiari,
essendo il più delle volte sposato.
I vescovi sono celibatari e alcuni conducono
vita molto degna; altri invece in passato
e in quest'ultimi tempi hanno dimostrato di
non comprendere le alte responsabilità
che la pienezza del sacerdozio impose loro.
Il
Matrimonio. - Tra i cristiani ortodossi
la benedizione è considerata come importantissima,
e spesso come rito essenziale del sacramento.
Sui vari impedimenti matrimoniali hanno legiferato
patriarchi e vescovi, spesso con molta precisione,
ma ammettendo troppo facilmente il divorzio.
Da principio permisero di passare ad altre
nozze dopo la separazione per adulterio, interpretando
male il testo di San Matteo (19, 9). Ma nel
corso dei secoli si moltiplicarono costantemente
le cause del divorzio e oggi sono molto numerose.
Non ne esiste una lista strettamente ufficiale,
i tribunali ecclesiastici possono interpretare
in modo sempre più largo i casi introdotti
da un testo scritto e, nelle Chiese bizantine,
i giudici spesso nelle loro decisioni sono
guidati da una legge civile o dalla consuetudine.
Praticamente ogni grave mancanza contro la
fedeltà coniugale, l'apostasia, una
seria malattia fisica o mentale, un'assenza
prolungata anche involontaria, le gravi ingiurie
e, in alcune Chiese, anche il consenso mutuo
sono una causa di divorzio.
L'Estrema
Unzione. - L'unico sacramento che
in alcune Chiese orientali non è più
conferito è l'estrema unzione: non
ne fanno più uso i Caldei, gli Armeni,
gli Etiopi. Del resto fin da principio questo
sacramento fu un rito senza grandi cerimonie
esteriori; la sua liturgia si sviluppò
molto più tardi di quella degli altri
sacramenti, partendo solo dal quinto e dal
sesto secolo. A quell'epoca i Caldei s'isolarono
dal resto della cristianità; cosi pure
gli Armeni, i quali però ebbero più
tardi numerose occasioni di contatti con le
Chiese vicine, onde poterono riprendere le
solennità rituali dell'unzione degl'infermi,
che finirono poi per lasciare cadere completamente
in disuso. Le Chiese monofisite siriaca e
copta seguirono l'evoluzione liturgica comune
delle altre Chiese d'Oriente, tra le quali
vivevano, però gli Etiopi, dopo aver
tradotto il rituale copto dell'estrema unzione,
non se ne servirono più. Le altre Chiese
conferiscono l'unzione con l'olio degl'infermi,
anche fuori pericolo di morte, per ottenere
la guarigione da ogni malattia corporale o
spirituale.
Nota
generale. - L'assistenza dello Spirito
Santo è necessaria per guidare la Chiesa
nella sua missione santificatrice. Tale assistenza
non solo le fa evitare gli errori dominatici
in una materia così cangiante e complessa,
come sono i sacramenti, ma la fa progredire
con una comprensione sempre più vissuta
di queste grandi fonti della vita della grazia.
La storia prova che solo la Chiesa cattolica
ha goduto di quest'assistenza costante. Se
le Chiese separate d'Oriente, a differenza
delle Chiese protestanti, hanno conservato
l'essenziale della vita sacramentale, tuttavia
non attingono più a piene mani nel
ricco tesoro.
§
2. - La vita futura.
Per
il cristiano la vita della grazia, comincia
sulla terra e termina di là. Il battezzato
che muore senza la grazia subirà un
castigo eterno; chi è rimasto fedele
a Dio riceverà la ricompensa eterna;
questa retribuzione verrà pronunciata
solennemente nel giudizio finale. Gli Orientali
cercano di valorizzare l'importanza del momento
in cui, come dice San Paolo, " tutto
sarà consumato ".
La
sorte dell'anima dopo la morte. -
La Scrittura ha molti testi riguardanti il
giudizio ultimo, dove tutto l'uomo, corpo
ed anima, riceverà la ricompensa o
il castigo; invece è meno chiara riguardo
al tempo che segue la morte e precede il giudizio
finale. In questa materia la dottrina cattolica
s'è fissata in un'epoca relativamente
recente, e fu il papa Benedetto XII a definire
(1336) che le anime dei giusti, morti senza
aver nulla da espiare, godono immediatamente
della visione beatifica; dottrina ribadita
dal concilio di Firenze nel decreto d'unione
con i Greci (1439) che precisa pure come le
altre anime giuste saranno purificate dalle
pene del purgatorio. Questo decreto s'opponeva
alle teorie complesse e varie dei teologi
bizantini, che nella maggior parte differivano
la retribuzione formale fino alla fine dei
tempi, e ammettevano che, dalla morte fino
al giudizio ultimo, le anime dei giusti ricevono
gioie spirituali dette gioie del paradiso,
in opposizione a quelle del cielo propriamente
detto, mentre le anime degli empi subiscono
pene unicamente spirituali. Alcuni ammettevano
inoltre che queste ultime anime potevano partecipare
alle preghiere della Chiesa e perfino vedere
le loro pene trasformarsi a poco a poco in
gaudio. Essi applicavano la loro teoria della
beatitudine perfino alla Santissima Vergine,
pur ammettendo talvolta che non solo la sua
anima, ma anche il suo corpo godesse delle
gioie del paradiso. I teologi greci e russi
attuali respingono specialmente l'idea che
possa esistere una pena qualsiasi di fuoco
prima del giudizio finale. Le Chiese non bizantine
hanno una dottrina mal definita; i loro dottori
parlano poco del giudizio particolare e delle
sue conseguenze. I Caldei e i Siri credono
anche che il corpo di Maria si trovi ora in
stato d'incorruttibilità e sia provvisoriamente
in un paradiso che non è il cielo,
sotto la custodia d'alcuni angeli, mentre
secondo i copti Maria gode la gloria celeste
in corpo e anima.
Dal
punto di vista della vita della grazia, la
dottrina " ortodossa " che non ammette
retribuzione definitiva prima del giudizio
finale, merita la qualifica, severa ma giusta,
di odiosa. L'anima del giusto liberata dal
suo corpo ha solo più un destino: la
visione beatifica di Dio. D'altronde i teologi
dissidenti che accordano all'anima giusta
trapassata gioie spirituali, ammettono una
certa comunicazione tra Dio e i santi, e annettono
anche una grande importanza all'intercessione
dei beati in generale e in particolare della
Madre di Dio. Ma ancora una volta, la consolante
verità della comunione dei santi non
ha alcun senso se questi a santi " non
godono pienamente la loro ricompensa e la
loro felicità.
Le
Chiese separate non soltanto pregano i santi,
ma pregano anche per i defunti. E
i teologi che rigettano un terzo stato, intermedio
tra quello dell'anima giusta e quello dell'anima
empia, ricorrono a sottigliezze per spiegare
il senso di queste preghiere. Anche qui l'antinomia
tra la pratica liturgica, che conserva la
testimonianza dell'autentica credenza primitiva,
e le teorie di scuola è fin troppo
evidente.
CONCLUSIONE.
- L'indagine storico-dottrinale che abbiamo
fatto nei riguardi dei nostri fratelli separati
lascia indubbiamente un'impressione penosa.
Al largo universalismo della vera Chiesa,
essi hanno opposto una concezione ristretta
e pericolosa: una trentina di Chiese, indipendenti
tra loro, governano centonovantacinque milioni
di fedeli. I più begli omaggi liturgici
al Figlio di Dio e allo Spirito Santo non
hanno senso quando non è rispettata
l'integrità
del domma; la pratica religiosa resta terra
terra e degenera nel ritualismo e nel convenzionalismo,
quando non viene alimentata da una larga corrente
di vita soprannaturale e quando spinge il
suo orizzonte a un al di là troppo
lontano.
Sarebbe
tuttavia erroneo concludere con quest'impressione
pessimistica. Per il battesimo i cristiani
separati sono nostri fratelli; la loro Chiesa
possiede una gerarchia vera e valida, anche
se priva del suo coronamento, Ò papa;
credono ai dommi fondamentali, sia pure mutili;
hanno le fonti della grazia e della salvezza,
pur non comprendendone tutta l'efficacia.
I punti di contatto tra loro e noi sono più
numerosi dei punti di divisione, più
numerosi di quelli che possono e vorrebbero
avere con i protestanti. I loro capi lo sanno
e lo temono. Ma l'amore è più
forte dell'odio; ogni anno pecorelle smarrite
tornano all'unico ovile del vero pastore e
non potrà molto tardare il giorno in
cui esse, ancora più numerose adempiranno
nel modo unico e vero il voto di Cristo, che
è sempre il nostro e spesso anche il
loro: Ut omnes unum sint.
GdeC.
BIBLIOGRAFIA.
1.
In generale. Vari Autori, Incontro
ai fratelli separati d'Oriente, Unione Missionaria
del Clero, Roma 1953. Una specie di enciclopedia
composta da un gruppo di specialisti del Pontificio
Istituto Orientale, che tratta brevemente
ma con grande competenza i problemi storici,
dogmatici, liturgici, spirituali, unionistici
delle Chiese separate d'Oriente. Contiene
pure una scelta bibliografia. Archdaije Arthur
King, The Rites of Easlern Christendom, Agenzia
del Libro Cattolico, Roma 1947-48. Opera imponente
di complessive pp. 1346. Su alcune riserve
da farai cfr. G. M. Hanssen, Cristianità
orientali e cattolici latini in un'opera recente,
in La Civ. Catt., 1950, II, pp. 539-547 ;
646-656. G. Gatti-G. Korolevsky, I riti e
le chiese orientali, voi. I, II rito bizantino
e le Chiese bizantine, Libreria Salesiana,
Genova-Sampierdarena 1942. Buon manuale di
circa 1000 pagine sui cristiani d'oriente,
cattolici e dissidenti, con esposto abbastanza
nutrito della loro storia e delle loro istituzioni
liturgicbe e amministrative. Quest'opera è
un rifacimento sviluppato di quella francese
di R. Janin, Les Eglises orientales et les
rites orienkaux, 3 ed., Bonne Presse, Paris
1935. Peccato che l'edizione italiana sia
rimasta al primo volume. Algermissen, La Chiesa
e le Chiese, 2 ed., Morcelliana, Brescia 1944,
pp. 427-549. Per l'origine, lo sviluppo e
lo stato attuale delle singole Chiese dissidenti
si vedano anche le magistrali monografie del
D.T.C. : Armenie di L. Petit; Monophisisme
e Manophisite {Eglise copte) di M. Juom; Nestorius
e Ne-storienne (Eglise) di E. Amann e E. Tisserant
; Schisine byzantin di M. Jugie ; Syrienne
(Eglise) di I. Ziade; Siro-Malabare (Eglise)
di E. Tisserant. Pure importanti, benché
assai più brevi, le relative voci della
E. G. Il volume di M. Juons, Le schisine byzantin.
Aperpi historique et doctrinale, Lethielleux,
Paris 1941, è un ampliamento della
monografia pubblicata dallo stesso autore
nel D. T. C. A. M. Amann, Storia della Chiesa
russa e dei paesi limitrofi, U. T. E. T.,
Torino 1948. Fr. Dvornik, Lo scisma di Fozio,
Ed. Paoline, Roma 1953. G. De Vrtes, Oriente
cristiano ieri e oggi, Ed. La Civiltà
Cattolica, Roma 1949. Utile per l'aggiornamento
dei problemi. Sui rapporti tra protestanti
e le Chiese orientali si veda G. De Vries,
Protestanti e cristiani orientali, ivi 1944.
2.
Alcuni libri sintetici di valore.
Ivan de Koloorivof, H cristianesimi' russo
ortodosso, Istituto Ed. Galileo, Milano 1946.
Storia, dottrina, pietà. Divo Barsotti,
Cristianesimo russo, Libr. Ed. Fiorentina,
Firenze 1948. Questi dus autori sono cattolici;
i due seguenti sono dissidenti. S. Buloakoff,
L'Orthodoxie, Alcan, Paris 1932. Di tendenze
slavofite e moderniste. Metropoute Seraphin,
L'Eglise Orthodoxe, Payot, Paris 1952. Dogma,
storia, vita spirituale. Notevole esposizione,
ma quasi esclusivamente del punto di vista
russo e con tendenze slavofile. La storia
dello scisma è proposta dal punto di
vista orientale, perciò unilaterale,
ma senza acrimonia. B. Schulzb, Teologia latina
e teologia orientale in Probi, e Orient. di
Teol. Dogm., ed. cit., I, pp. 547-579-
3.
Dottrina. L'opera fondamentale in
materia è quella di M. Jugie, Theologia
dogmatica ebristtatwrum orientalium ab Ecclesìa
Catholica dissidentium, voli. 5, Letouzey
et Ané, Paria 1936-1935. I primi quattro
volumi sono dedicati ai Greco-russi, l'ultimo
ai Nestoriani e ai Monofisiti. M. Gordillo,
Compendiimi Ihtalogiat orientala, ed. 3, Pontificio
Istituto O-rientalc, Roma 1950. N. Ladomerssky,
Theologiae orientalis, Un. Pont. Urbaniana
de Prop. Fide, Roma 1953. W. Lossky, Essai
sur la tkéokgietnystiquedtl'Eglise
d'Orìent, Aubier, Paris 1944. Espone
acutamente in 12 capitoli la " tradizione
dogmatica " che sta alla base della vita
spirituale della Chiesa d'Oriente. Uno dei
migliori libri in materia scritto da un orientale
dissidente.
4.
Il nono centenario (1954) della separazione
delle Chiese ortodosse ha dato occasione a
vari studi dei quali ricordiamo: Vari Autori,
1034-1954. L'Eglise et les Eglises, neuf siècles
de douloureuse separation entre l'Orient et
l'Occident. Ed. de Chevetogne, 1954. Sono
due volumi di complessive 1000 pp. nei quali
40 specialisti cattolici e ortodossi studiano
il fatto della dolorosa separazione sotto
ogni punto di vista: storico, teologico, spirituale,
liturgico, unionistico. Opera di valore. —
Neuf siècles de schismi (1054-1954),
numero speciale'(giugno 1954) della Nouv.
revue théologique. Vi sono trattati
questi argomenti : lo scisma bizantino del
1054; nove secoli di scisma tra Chiesa d'Oriente
e di Occidente; il volto dell'ortodossia;
le divergenze dottrinali tra Chiesa cattolica
e le Chiese ortodosse; è possibile
l'unione?; barlumi di speranza.