A
cura di frà Tommaso Maria di
Gesù dei frati minori rinnovati
Via alla Falconara n° 83 - 90100 Palermo
- Tel. 0916730658
Non
cattolico. Per sommi capi ti
presenterò le molteplici e importanti
obiezioni che i non cattolici, basandosi sui
testi scritturistici, muovono contro l'ingiusto
celibato ecclesiastico “la cui legge, legata
al ministero ecclesiastico, è attualmente
e fermamente in vigore" (Paolo VI "Sacerdota1is
caelibatus" (2))
- E' da tener presente che tale imposizione
non è uguale in tutto il mondo.
- Intanto leggendo l'A.T. troviamo nel Levitico
(2,13) che il sommo sacerdote era sposato,
come anche i profeti (Is. 8,3).
- E Pietro non era anch'egli sposato? (Mt
8,14).
- La moglie di S. Pietro era ancora in vita
quando S. Paolo scriveva: “Non abbiamo noi
il diritto di condurre attorno con noi una
moglie sorella in fede, come fanno anche gli
altri apostoli e i fratelli del Signore e
Cefa (Pietro)”?
- I ministri della Chiesa primitiva erano
sposati ( 1 Tm 3,2-5).
- Durante i primi mille anni di cristianesimo
i preti e i vescovi potevano sposarsi. Infatti:
1. Tertulliano ricevette il sacerdozio quando
già era sposato (3). Dedica due suoi
scritti alla moglie (anno 200 circa).
2. Il Concilio di Micea (325) respinse la
proposta di interdire il matrimonio dei preti
(4), e il papa che regnava in quel tempo,
Silvestro I (314), ordinò che ogni
prete avesse la propria moglie (5).
3. S. Atanasio (296-373) scrisse: “Ci sono
monaci che sono padri di famiglia. Ancora
voi potete vedere dei vescovi ammogliati con
figli, e dei monaci che non si danno alcun
pensiero della loro posterità"
(6).
4. S. Gregorio Nazianzeno (330-389), patriarca
di Costantinopoli era figlio di un vescovo
(7).
5. S. Patrizio (circa 372-483), l'apostolo
dell'Irlanda era figlio di un diacono scozzese.
Suo nonno era prete. (8).
6. Nel 911 i Veneziani elessero come loro
vescovo Orciano, il quale andò ad abitare
il palazzo vescovile con la moglie e i figli
(9).
7. Si può anche consultare un libro
di mons. Veggian, nel quale sono riportate
numerose iscrizioni tombali di preti e di
vescovi dei primi seicento anni del cristianesimo,
da cui risulta che erano sposati e con figli,
(10).
8. Fu il Papa Gregorio VII (1073-1085) che,
decretò che i sacerdoti non dovessero
sposarsi.
9. Paolo VI con l'Enciclica “Sacerdotalis
caelibatus" (24.6.1967) ha riconfermato
tale imposizione, ma la reazione che ne è
seguita è talmente imponente da far
prevedere qualche addolcimento di tali posizioni.
E' stata molto forte la reazione dell'episcopato
olandese che in un documento afferma doversi
trovare una via d'uscita alla situazione attuale,
tanto per il benessere personale di numerosi
preti che per l'avvenire del sacerdozio nella
Chiesa (11).
10. Anche in Italia la situazione è
preoccupante: diminuzioni di seminaristi,
circa 4000 richieste di sacerdoti per ottenere
le nozze legittime, oltre 6000 preti hanno
abbandonato il loro ministero senza dispensa
pontificia (12).
11. Dopo tutte queste ragioni contro il celibato
forzoso, mi si potrebbe obiettare: ma S. Paolo
stesso non ha forse consigliato il celibato?
Si è vero, ma egli sconsigliava il
matrimonio a tutti perchè credeva che
la fine del mondo fosse imminente. Si trattava,
quindi, di circostanze eccezionali.
- Osservando un pò la realtà
storica non sembra che lo stato celibe possa
servire a potenziare lo sforzo intellettuale
e creativo, né che i celibi si distinguano
dai coniugati per particolare spiritualità,
anzi il ministro sposato è in grado
di esercitare una più efficace cura
d'anime.
Queste mie affermazioni trovano conferma in
quanto ha scritto Mons. Ancel, vescovo ausiliare
di Lione (1): "Sappiamo che vi sono dei
preti sposati di grande valore spirituale.
Ne ho visti in Oriente e ci tengo a rendere
loro testimonianza. Non si tratta quindi di
criticare i preti sposati".
Ho finito, ti ripeto però, che mi sono
limitato molto nelle obiezioni per non essere
prolisso. Da te mi aspetto risposte chiare
e precise data l'importanza dell'argomento.
NOTE.
1 Mons. Ancel: vedi "Docum Cath.",
16 aprile 1967, col. 729; 2. Enc. “Sacerdotalis
Caelibatus”; 3. A. Texeront, Manuale di patrologia,
Torino, Ed. Lice, 1922, p. 180; 4. Socrate,
Hist. eccl., I, 11; 5. B. Platina, Hist. delle
vite dei Sommi Pontefici, Venezia, 1612, p.
61; 6. Epist. Ad Dracontium; cit. da Lea,
Storia dei celibato ecclesiastico, p. 58;
7. Texeron; op. cit., p. 180; 8. Enc. Britannica,
XVII, p. 383; 9. Cit. da: C. Cappelletti (prete
veneziano), Storia della Repubblica di Venezia,
I, p. 226; 10. T. Veggian, Il celibato ecclesiastico,
p. 64; 11. La Stampa, 13 febbr. 1969; 12.
Sac. Adolfo Percelsi, La Stampa, 1 febbr.
1969.
Cattolico.
Si, hai ragione: l'argomento del celibato
ecclesiastico è molto importante ed
io mi sforzerò di essere chiaro e preciso
e farò ricorso, come di solito, alla
ragione, alla storia e, soprattutto, alla
Parola di Dio.
Noterai, forse, che le mie risposte non saranno
sempre strettamente legate e ordinate secondo
l'elenco delle tue obiezioni, ma in ultimo
spero che potrai constatare che avrò
risposto a tutto e anche abbondantemente.
Vorrei anzitutto farti ben presente che per
quanto riguarda gli uomini e le donne dell'Antica
Legge, lo stato di celibato o di verginità
li metteva, generalmente, in stato di inferiorità
di fronte ai coniugati. L’uomo e la donna
non sposati paiono non aver posto nella storia
della salvezza, anche se c'è stata
qualche eccezione voluta da Dio (vedi Ger
16,2). Principio ispiratore del celibato
ecclesiastico è l'idea di purezza e
di continenza.Gesù
la presenta come esercizio di virtù
superiore (Mt 19,12) e S. Paolo la prende
come uno dei principi direttivi che devono
essere tenuti presenti nella scelta di un
vescovo, sacerdote o diacono. Secondo
l'Apostolo, il ministro del santuario deve
essere “marito di una sola moglie"
(Tt 1,5-6), espressione che bisogna intendere
nel senso di un interdetto portato su coloro
che sono passati a nozze due o più
volte prima di accedere agli Ordini sacri,
e non già quasi un obbligo fatto dall'Apostolo
di avere una sposa.
Questa seconda interpretazione sarebbe del
resto in opposizione con quanto scrive altrove
lo stesso Apostolo (1 Cor 7,7; 32-34), quando
formula l'augurio di vedere gli altri come
se stesso (cioè non sposato: 1 Cor
7,7), ovvero quando spiega le disposizioni
favorevoli, perchè un'anima si dia
al servizio del Signore (1 Cor 7, 32-34).
Il precetto è quindi restrittivo, non
ingiuntivo; esclude il bigamo dagli Ordini,
non impone il matrimonio come condizione per
accedere al sacerdozio.
Virtualmente raccomandato dalla Scrittura,
il celibato non vi appare però come
obbligatorio e tale libertà di scelta
è stata la norma seguita nei primi
secoli della Chiesa, nonostante l'alta considerazione
in cui era tenuta la continenza. Prima infatti
che il cenobitismo ne avesse fatto una istituzione,
l'aristocrazia del clero cattolico aveva avuto
a cuore di praticarla, come fanno fede numerose
testimonianze di scrittori cristiani fra i
quali Tertulliano (De exhort.
castit. 13: PL 2,930), Clemente Alessandrino
(Stromata, III, 13: PG 8,1189), Origene
(In Lev. homi, 6; PG 12,473), Eusebio
(Demonstr. Evang., 19: PG 22,81), Sinesio
di Tolemaide (Epist., 105: PG 66,1485),
S. Cirillo di Gerusalemme (Cateches.,
12,25: PG 33,757), S. Girolamo
(Adv. Vigilanti 2: PL 23,341), S.
Epifanio (Adv. haeres, 48,9; 59,4:
PG 41,869, 1024).
Da questi testi, difficilmente si può
mostrare la traccia di una legge sul celibato
di origine apostolica, come alcuni hanno sostenuto
e ancora qualcuno sostiene.
Altre testimonianze non meno esplicite mostrano
che il diritto di vivere in matrimonio era
riconosciuto al clero. E' con il sec. IV che
la disciplina del celibato tende a prendere
forme fisse nella legislazione conciliare,
ma nel regolarla la Chiesa Orientale si separa
dall'Occidente.
In Oriente la Chiesa concedeva a coloro che
non sentivano vocazione per il celibato di
usare dei loro diritti coniugali. In questo
senso si pronunziarono i Concili di Ancira
(314), Nicea (325), Gangra (350 circa).
Una legge generale sulla continenza non esisteva
neppure verso la metà del V sec. quando
solo in alcune regioni, come in Macedonia,
nella Tessaglia e nell'Ellade, cominciava
a introdursi (Hist. Eccl., V, 22: PG 67,637).
La consuetudine lentamente assumeva forza
di legge generale e la Chiesa Greca nella
maniera di regolarla s'ispirava alle Costituzioni
Apostoliche (1, 6, 17, Funk. Paderbon, 1905,
pp. 339-41) ed ai Canoni Apostolici (cf can.
6, in Mansi, 1,51), le cui prescrizioni in
materia non erano affatto rigide: proibizione
del matrimonio dopo l'ordinazione, ma liceità
dell'uso del matrimonio per chi fosse già
sposato prima dell'ordinazione.
Sotto l'influsso della legislazione di Giustiniano
(Novella VI, I) queste stesse misure furono
alquanto ristrette e codificate più
tardi nel Concilio Trullano
(692), che è l'ultima parola dell'Oriente
in materia di celibato ecclesiastico, tuttora
in vigore. Essa si compendia per i vescovi
nell'obbligo della continenza assoluta, con
separazione dalla sposa tenuta a ritirarsi
in un monastero per i coniugati prima dell'episcopato.
Ai sacerdoti, diaconi e suddiaconi, interdizione
del matrimonio dopo l'ordinazione; per i già
sposati invece conservazione dei loro diritti
coniugali sulla sposa, che non è lecito
ripudiare, sotto pena di deposizione (can.
6,12-13, 48, in Mansi, XI, 944-48, 965).
In Occidente la prima legge in materia è
il can. 33 del Concilio di Elvira (Granada),
verso il 300, che obbligava gli ordinati in
sacris alla continenza assoluta sotto pena
di deposizione (Mansi, II, 11).
Nel Concilio Romano dei 386
papa Stricio promulgava una legge analoga
con l'intenzione di farla prevalere in tutta
la Chiesa latina.
Più tardi Innocenzo I faceva
nota questa decisione a Vittricio di Rouen
ed Esuperio di Tolosa.
L’Africa, la Spagna e le Gallie si orientano
verso la via tracciata dai papi, come fanno
fede i canoni di vari Concili: Cartagine (401),
Toledo (390, 400), Torino (401).
Non mancarono delle resistenze e i dottori
della Chiesa più influenti (S. Ambrogio,
S. Agostino, S. Girolamo) dovettero concorrere
con la loro influenza in sostegno della tesi
papale e controbattere gli errori.
Le regole date dai Papi e dai Concili in Occidente
continuarono a reggere la disciplina del celibato
sino al sec. XII, anche se, in periodi di
crisi, ne andò eclissata la pratica.
L'opera indefessa di S. Bonifacio, e più
tardi la vita comune, come pure la legislazione
di Carlomagno contribuirono ad una restaurazione
del celibato, purtroppo di non lunga durata:
la decadenza dell'Impero trascinava con sè
la caduta della disciplina ecclesiastica,
e per tutto il sec. X sino alla seconda metà
del sec. XI, nonostante voci isolate di protesta,
il male andò dilagando... S. Pier Damiani, uno dei paladini
della rinascita del celibato ecclesiastico,
assecondò energicamente l'opera dei
papi riformatori della seconda metà
del sec. XI, che proporzionando al male i
rimedi ricondussero il clero al senso della
primitiva disciplina. Soprattutto
il fermo atteggiamento di S. Gregorio
VII assicurò all'azione del
papato un successo durevole con la lotta contro
le investiture laiche, radice del male. Il Papa, pur non dichiarando ancora
nullo il matrimonio dei preti, praticamente
lo considerava come tale. Il Concilio Lateranense
adunato da Callisto II (1123), fece l'ultimo
passo (can. 21), confermato dal Lateranense
II (1139), can. 7, e più tardi da Alessandro
III nel 1180, che estendeva la legge dell'invalidità
del matrimonio anche ai suddiaconi (Decret.
capp. 1-2, X, IV, 6). Da allora gli
Ordini maggiori hanno costituito nella Chiesa
latina impedimento dirimente il matrimonio.
L'atteggiamento dei papi provocava tra i nemici
del celibato una serie di trattati e libelli
(1060-80), per i quali si fece ricorso anche
alle falsificazioni. Noto soprattutto il rescritto
De continentia, attribuito al vescovo S. Ulrico
di Augusta (m. nel 973) già ai tempi
del Concilio Romano del 1079, in realtà
scritto verso il 1060, a quanto sembra, da
Ulrico, vescovo di Imola. Attacchi contro
il celibato non sono mancati neppure in seguito.
Con l'avvento del protestantesimo,
Lutero dichiarava nullo il voto di castità
dei religiosi e dei sacerdoti. Di
fronte alla scissura protestante, alcuni cattolici
erano d'opinione che, per il ritorno dell'unità,
la Chiesa avrebbe potuto derogare alla legge
sul celibato e questa disposizione rimase
anche dopo che il Concilio di Trento condannò
l'errore luterano, definendo l'invalidità
del matrimonio contratto dai religiosi di
voti solenni e dai chierici con gli Ordini
maggiori (sess. XXIV, can. 9).
Gli imperatori Ferdinando I e Massimiliano
II domandarono alla S. Sede una dispensa dalla
legge per i paesi germanici e Pio IV pensò
seriamente di accordarla. Ma con la morte
del Papa e l'avvento di Pio V il progetto
fu definitivamente abbandonato e le leggi
tridentine furono imposte a tutta la Chiesa.
In tempi a noi più vicini sono noti
i tentativi in campo laico contro
il celibato fatti dalla Rivoluzione francese,
poi dai “Vecchi Cattolici", e nel dopoguerra
dal gruppo di preti sposati che hanno costituito
la Chiesa Nazionale Cecoslovacca (1920). Recentemente
i neomodernisti germanici nel loro programma
disciplinare (Der Katholizismus der
Zukunft, pubblicato anonimo a Lipsia nel 1940),
hanno inserito il celibato come facoltativo.
La condotta della Chiesa di fronte a questi
episodi è stata ferma e perentoria.
Con
decreto della S. Congregazione dei Sacramenti
(27 dic. 1930) ogni candidato
al sacerdozio è tenuto con giuramento
ad attestare per iscritto che si astringe
agli obblighi del celibato ecclesiastico con
piena consapevolezza.
Le ottime ragioni degli sforzi dei Papi perchè
il celibato si affermasse non sono quelle
male intraviste dal Montesquien, quando affermava
che "altrimenti la loro potenza non sarebbe
mai salita così in alto e non sarebbe
mai stata duratura se ogni prete avesse avuto
a cuore una famiglia" (Riflessioni e
pensieri inediti, Torino, 1943), ma quelle
addotte dall'Apostolo Paolo.
Il sacerdote è costituito per gli uomini
in ciò che si riferisce a Dio, al fine
di offrire doni e sacrifici e solo il celibato
permette il perfetto e totale compimento di
tali doveri. Dovendo proseguire l'opera del
Redentore il ministro sacro ha bisogno di
libertà da preoccupazioni d'indole
familiare...
L’individuo nel sacerdote deve scomparire
di fronte ai bisogni materiali e spirituali
di tutta la famiglia umana, altrimenti rischia
di diventare un professionista qualsiasi.
Il ministero sacerdotale, e in particolare
la direzione delle coscienze, esige illimitata
fiducia verso chi l'esercita e questa difficilmente
l'ottiene il sacerdote che vive in compagnia
di una donna che partecipa delle sue confidenze.
Le obiezioni contro il celibato non provengono
tanto dalla nobiltà dei suo programma,
quanto dalla supposta impossibilità
del suo esercizio.
La castità, si dice, è impossibile
e la pretesa di dominare l'istinto, è
pura ipocrisia. Questo errore la Chiesa l'ha
condannato nel Concilio di Trento (sess. XXIV
can. 9). La custodia della castità
è affare della Grazia e la Chiesa non
ha mai preteso che la natura possa trionfare
dei suoi istinti abbandonata alle sole sue
forze.
Se, per casi particolari, abitudini inveterate
e tare ereditarie assegnano alla virtù
compiti quasi sovrumani, si tratta di esseri
anormali, per i quali il sacerdozio non è
indicato. La tesi poi che vuol presentare
la castità come nociva alle esigenze
dell'igiene e causa di nevrastenia è
stata nettamente esclusa da fisiologi eminenti,
che hanno dimostrato la perfetta compatibilità
dell'astinenza di soddisfazioni sessuali con
le leggi fisiologiche e morali. Dove
si da il caso di nevrosi questo effetto è
prodotto solamente in tipi dall'istinto genesiaco
anormale. La libellistica comune ama insistere
sul fatto: la vita privata dei prete non è
e non è stata mai casta e in disordini
nascosti egli cerca ciò che pubblicamente
gli è interdetto. Ma gli scandali presenti
e passati non costituiscono il passato né
il presente della Chiesa. La prospettiva di
insieme è molto più luminosa
e al di là delle zone d'ombra essa
può mostrare la sua realtà formata
da santi ed eroi.
Oltre al celibato ecclesiastico esiste nella
Chiesa, ed è sempre esistito, il celibato
scelto dai laici liberamente e direttamente
"per il regno dei cieli” (Mt 19,12),
cioè per il motivo superiore dell'amore
verso Dio e dell'apostolato.
Questa pubblica professione di vita perfetta
e generosamente votata agli interessi di Dio,
diventò così frequente nelle
varie Chiese, che coloro che la praticavano
cominciarono a comparire in mezzo alla società
come una classe a parte.
La storia, poi, ha dimostrato con un'evidenza
di giorno in giorno maggiore l'aiuto molteplice
e efficace, che i laici celibi possono recare
alla Chiesa e alle anime mediante l'esempio
vivente e il contatto immediato di una vita
perfettamente consacrata alla santificazione,
attuandola nei casi in cui la vita religiosa
canonica è impossibile o poco adatta,
esercitando l'apostolato in molteplici maniere
e compiendo funzioni che il luogo, il tempo,
le circostanze proibiscono o rendono impraticabili
ai sacerdoti e ai religiosi.
Oggi la Chiesa ha superato tutte le difficoltà
e si è mossa a riconoscere - (oltre
i singoli) - gli Istituti secolari dei laici.
Finora
mi sono attenuto alle vicende storiche del
celibato seguendo quasi esclusivamente quanto
riferisce in merito la Enciclopedia Cattolica.
Ora voglio scendere a maggiori e più
profonde considerazioni seguendo un autore
emerito, Jean Galot S.I. della Pontificia
Università Gregoriana.
Lo seguo e cerco di ragionare con lui per
tutto ciò che mi sembra logico e giusto
e che, in definitiva, corrisponde alle mie
profonde convinzioni sul celibato ecclesiastico.
Io ho avuto la straordinaria grazia di arrivare
alla fede all'età di circa 36 anni,
mentre ero prigioniero di guerra nel Kenia,
detenuto degli Inglesi. Questa mia conversione,
in verità molto profonda e totale,
non mi impedisce, a tanti anni di distanza,
di continuare a pregare, notte e giorno, per
la mia più completa e definitiva conversione.
Vivendo la vita cristiana con un certo serio
impegno ci si accorge che ci sono molte lacune
e imperfezioni, ci si sente ancora peccatori
e, quindi viene spontaneo e urgente pregare
per una più completa e definitiva conversione.
La mia prima conversione avvenne - se non
ricordo male - tra il 1944-45.
Le mie idee erano queste: poichè nel
mondo ero stato un grande peccatore, mi sembrava
logico escludermi dal pensiero del sacerdozio
e pensavo, in una maniera molto bella, poetica
e spirituale, di formarmi una santa famiglia.
L’occasione della guerra mi diede l'opportunità
di lasciare libera la fidanzata e, quindi,
al momento della conversione ero libero da
impegni matrimoniali, per cui mi proponevo
- al rientro in patria - di sposare una brava
ragazza cristiana e vivere santamente il matrimonio.
A questo matrimonio santo pensavo intensamente
nelle mie preghiere, notte e giorno, e provavo
una grande gioia interiore. Credo che siano
cosi trascorsi circa 4-5 mesi, dopo di che
sentii una voce interiore, chiara e precisa:
"Per quello che ti ho dato, mi devi dare
di più: non mi basta che tu sia un
buon padre di famiglia".
A questa voce io rispondevo sempre: “Signore,
Tu sai quanto ti ho offeso, se mi
fosse possibile abbandonerei l'idea del matrimonio
e mi preparerei per il sacerdozio, ma io sacerdote
non posso diventarci. Un uomo come me non
può essere sacerdote".
La "voce" suddetta, sempre la stessa,
ha insistito per diversi mesi, sino a costringermi
a fare una novena perchè lo Spirito
Santo mi illuminasse con una risposta precisa.
Stavo in preghiera, durante la novena, per
1-2 ore e per tutti i nove giorni non mi venne
in mente neppure una sola volta il matrimonio
al quale pensavo continuamente nella maniera
come ho detto. Aggiungo che durante la preghiera
della novena, in una maniera tutta particolare,
nella mia mente, mi vedevo dinanzi a folle
alle quali dicevo sempre le stesse cose: "Se
avete la fede avete tutto, se non avete fede
non avete nulla e non siete nulla". Alla
fine della novena dissi: “Signore, secondo
queste cose che mi mostri, io dovrei essere
sacerdote, ma io sacerdote non mi sento proprio
di diventarlo, mi sento troppo indegno".
Non sapendo e non volendo decidere da solo,
mi sentii ispirato a rivolgermi al Cappellano
del campo, certo padre Wahan, armeno, al quale
raccontai l'episodio della novena. P. Wahan,
che conosceva tutta la mia vita, mi disse:
“Ma non vedi che il Signore ti chiama al sacerdozio?".
Ed io: "Sì, lo capisco, ma ti
sembra giusto che io diventi sacerdote?".
E lui: "C'è stata gente peggiore
di te... e si è fatta anche santa".
Queste parole del Cappellano mi misero con
le spalle al muro ed accettai l'idea del sacerdozio
come una esplicita volontà di Dio.
Ho
voluto raccontare questo episodio della mia
vita per dimostrare che la chiamata al celibato
ecclesiastico fu per me una chiara comunicazione
che mi venne dall'Alto. Ho oltre 41 anni di
sacerdozio e potrei dire molte cose per dimostrare
la necessità del celibato per chi si
consacra totalmente e veramente al servizio
di Dio e dei fratelli per il regno dei cieli.
Lo mie osservazioni potrebbero avere poco
peso e perciò preferisco ragionare
con la mente di persone più illuminate
e competenti, come lo scrittore J. Galot,
di cui sopra.
Ho già detto che la dottrina del celibato
non si trova nella prospettiva ideologica
dell'Antico Testamento. L’uomo e la donna
non sposati paiono non aver posto nella storia
della salvezza, anche se qualche eccezione
vi fu. Nella Nuova Alleanza il principio dell'Antica
non è più valido perchè
il celibato è un dono di Dio come il
matrimonio ed è un dono più
perfetto, come si può leggere in Mt
19,12 e in 1 Cor 7,7. Il celibato si può
considerare uno stato normale di vita cristiana.
Gesù invita al celibato chi desidera
consacrarsi esclusivamente al regno dei cieli.
E perciò morire celibi non è
una disgrazia, bensì un trionfo ed
un onore, come ci dice San Giovanni nell'Apocalisse:
"Questi non si sono contaminati con donne,
sono infatti vergini e seguono l'Agnello dovunque
va. Essi sono stati redenti tra gli uomini
come primizie per Dio e per l'Agnello"
(14,4).
- Diciamo pure che ci sono santi sposati e
santi non sposati.
- Diciamo ancora che è vero che nel
N.T. non c'è un ordine tassativo che
imponga il celibato, per cui i primi vescovi
e sacerdoti furono scelti anche tra gli sposati
- ebrei e non - per la garanzia della fede
e della probità, ma è anche
vero che il desiderio di Gesù, ribadito
da S. Paolo, è fin troppo chiaro. Infatti
molti hanno aderito spontaneamente al desiderio
del Divin Maestro: la Chiesa, guidata dallo
Spirito Santo, ha accolto il desiderio di
Cristo e di tante anime ed ha codificato il
celibato. Quando noi parliamo di Chiesa, non
si può prescindere da Gesù e
dallo Spirito Santo: "... lo sarò
con voi sino alla fine del mondo" (Mt
28,20); “... la Chiesa è colonna e
sostegno della verità" (1 Tm 3,14-15);
"...chi ascolta voi ascolta me..."
(Lc 10, 16); Gesù prega per gli Apostoli
e "per quelli che per la loro parola
crederanno in me"; "... Padre, consacrali
nella verità..." (Gv 17,17); "...
lo Spirito Santo vi guiderà alla verità
tutta intera..." (Gv 16,12-15; vedi anche
14,16; 15,26); “Come il Padre ha mandato me,
così io mando voi..." (Gv 20,21).
Io, personalmente, stimo una gran cosa che
Gesù non ha voluto dare un ordine tassativo:
Egli voleva convincerci che “non tutti possono
capire" ma solo quelli ai quali è
dato di capire in quanto lo fanno esclusivamente
per il regno dei cieli, ossia a maggior gloria
di Dio e per il bene delle anime.
- Basterà riflettere sulla natura del
sacerdozio per convincersi della convenienza
della codificazione del celibato da parte
della Chiesa Occidentale.
La contestazione oggi muove molto spesso piuttosto
dalla passione e dallo spirito del mondo.
Certamente non dalla fede, né dalla
grazia di Dio e neppure da, ragioni di carattere
spirituale...
- Pur sapendo che la malvagità e il
peccato del sacerdote non toccano l'efficacia
salvifica del suo ministero, tuttavia, tutti
sappiamo quante persone restano scandalizzate
per la cattiveria di alcuni sacerdoti... E
sappiamo pure che i nemici della Chiesa speculano
proprio su queste carenze e debolezze sacerdotali...,
le quali, principalmente, si notano in sacerdoti
che lottano per essere autorizzati alle nozze...
regolarmente...
Ho spesso inteso dire, e da persone molto
serie, che il sacerdote che reclama le nozze...
è segno che ha già qualche donna...
Ed è anche vero che chi reclama contro
il celibato è semplicemente perchè,
non avendo coltivato la propria vocazione,
logicamente e naturalmente, si è messo
in grado di perderla in parte o del tutto.
Ed, è una scusa troppo palese per chi
dice che quando fu ordinato non si rendeva
ben conto dell'impegno serio che prendeva;
è, ripeto, semplicemente perchè,
a poco a poco, si è fatto trascinare
o dall'eresia dell'azione o, più facilmente,
dal contatto troppo frequente e poco controllato
con donne...
E' ben chiaro per tutti quelli di buona volontà
che il celibato del sacerdote è per
il regno dei cieli; è per amore di
Gesù Cristo, a vantaggio dell'intera
umanità. Il celibato, quando è
vissuto con slancio apostolico e con fede
te rende il cuore dell'uomo libero in modo
singolare" (Decreto del Conc. Vat. II
Perfectae Caritatis, 12). E tale libertà
se è disponibilità per Dio è
anche disponibilità per gli uomini
(cf Decreto sul ministero e la vita dei Presbiteri,
P.O. 16). Molti non comprendono che questo
darsi agli altri scaturisce dal darsi a Dio,
e viceversa.
Una protestante ascoltava con grande interesse
le prediche di S. Francesco di Sales, tanto
che un giorno cominciò a frequentarlo
personalmente per togliersi altri dubbi e,
se convinta, diventare poi cattolica. I suoi
incontri col santo erano molto frequenti e
si protraevano per ore intere. Un giorno la
donna disse al santo: “Lei mi ha convinto
su tutto, mi resta ancora uno scoglio da superare:
mi dica perchè i sacerdoti non si devono
sposare?". Ed il santo: “Figlia mia,
come avrei potuto ascoltarti per tanto tempo
e per lunghe ore se avessi avuto famiglia
?".
La protestante gli rispose: “Padre, da oggi
in poi io sono cattolica". E si convertì
completamente.
La vocazione alla paternità spirituale
non è meno esigente ed esclusiva di
quella alla paternità fisica. Esige
fedeltà che è frutto di amore.
Non si tratta di svalutare la sessualità,
ma di oltrepassarla in una forma superiore
di comunicazione della vita, nell'orizzonte
della grazia. I sacerdoti col loro celibato
"dánno testimonianza della futura
risurrezione" (Decreto sulla formazione
sacerdotale, O.T. 10, Vat. II). Essi diventano
segno vivente di quel mondo futuro... nel
quale i figli della Risurrezione non si uniscono
in matrimonio... (Decr. sul ministero e la
vita dei Presbiteri, P.O., 16).
Sarà bene tener sott’occhi i seguenti
passi del N.T. ai quali si è già
fatto e si continuerà a fare riferimento
sull'argomento del celibato:
1.
Mt 19,8-12: "... Rispose loro
Gesù: “Per la durezza del vostro cuore
Mosè vi ha permesso di ripudiare le
vostre mogli, ma da principio non fu così”.
Perciò io vi dico: chiunque ripudia
la propria moglie, se non in caso di concubinato,
e ne sposa un'altra, commette adulterio".
Gli dissero i discepoli: “Se questa è
la condizione dell'uomo rispetto alla donna,
non conviene sposarsi”. il Egli rispose loro:
“Non tutti possono capirlo, ma solo coloro
ai quali è stato concesso” Vi sono
infatti eunuchi che sono nati così
dal ventre della madre; ve ne sono alcuni
che sono stati resi eunuchi dagli uomini,
e vi sono altri che si sono fatti eunuchi
per il regno dei cieli. Chi può capire,
capisca".
2.
Mt 19,16-22: " Ed ecco un tale
gli si avvicinò e gli disse: “Maestro,
che cosa devo fare di buono per ottenere la
vita eterna?” Egli rispose: “Perchè
mi interroghi su ciò che è buono?
Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella
vita, osserva i comandamenti”. Ed egli chiese:
“Quali?”. Gesù rispose: “Non uccidere,
non commettere adulterio, non rubare, non
testimoniare il falso, onora il padre e la
madre, ama il prossimo tuo come te stesso”.
Il giovane gli disse: “Ho sempre osservato
tutte queste cose; che mi manca ancora?” .
Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto,
vai, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri
e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”.
Udito questo, il giovane se ne andò
triste: poichè aveva molte ricchezze".
3.
Mt 19,27-29: "Allora Pietro
prendendo la parola disse: “Ecco, noi abbiamo
lasciato tutto e ti abbiamo seguito: che cosa
dunque ne otterremo?”. E Gesù disse
loro: In verità vi dico: voi che mi
avete seguito, nella nuova creazione, quando
il Figlio dell'Uomo sarà seduto sul
trono della sua gloria, siederete anche voi
su dodici troni a giudicare le dodici tribù
d'Israele”. “Chiunque avrà lasciato
case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre,
o figli, o campi per il mio nome, riceverà
cento volte tanto e avrà in eredità
la vita eterna”.
4.
Mc 10,28-30: “Pietro allora disse:
“Ecco... (come in Mt 19,2 7-29). (come in
Mt eccetto “insieme a persecuzioni, e nel
futuro la vita eterna”.
5.
Lc 18,28-30: “Pietro allora disse:
... (quasi identico a Mt e a Mc.).
6. Ap 14,4: “Questi non si
sono contaminati con donne, sono infatti vergini
e seguono l'Agnello dovunque va. Essi sono
stati redenti tra gli uomini come primizie
per Dio e per l'Agnello".
7.
1 Cor 7,7-9.32-34: " ... Vorrei
che tutti fossero come me; ma ciascuno ha
il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi
in un altro. Ai non sposati e alle vedove
dico: è cosa buona per loro rimanere
come sono io; ma se non sanno vivere in continenza,
si sposino; è meglio sposarsi che ardere...".
“Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi
non è sposato si preoccupa delle cose
del Signore, come possa piacere al Signore;
chi è sposato invece si preoccupa delle
cose del mondo, come possa piacere alla moglie,
e si trova diviso .....”.
-
Questi testi sono troppo chiari. La Chiesa
ha sempre insegnato che il celibato piuttosto
che essere il risultato dello sforzo dell'uomo
è il risultato della docilità
dell'uomo alla grazia di Dio.
- Certo un celibato inteso e vissuto come
un peso da sopportare, inteso nel senso fisico
e negativo, diminuisce la personalità.
- Ma qui parliamo di un celibato sacerdotale,
scelto liberamente e inteso come segno e condizione
di un amore indiviso e totale a Cristo e alla
Chiesa. Questo celibato è perfettivo
della personalità, meglio ancora del
matrimonio.
- Possiamo ben dire che la crisi dei sacerdoti
che abbandonano o vogliono abbandonare il
celibato è una crisi di vocazione o,
meglio, è una crisi di amore. Il loro
cuore è diventato infedele: perciò
diventa infedele anche la carne.
- Col Concilio di Trento, che tentava già
da tempo la Riforma della Chiesa, si istituirono
i seminari e il clero fu reclutato esclusivamente
tra i celibi, sempre con scelta libera e volontaria,
secondo le indicazioni evangeliche.
- Una ininterrotta serie di testi, sia letterari
sia giuridici, ci informa della costante disciplina
della Chiesa latina, la quale ha sempre esigito
da tutti i sacri ministri una perfetta continenza:
i coniugi non dovranno più usare del
matrimonio dopo l'ordinazione; i celibi non
dovranno sposarsi.
- Quando si parla di legge del celibato non
si usa la espressione esatta: si tratta propriamente
della legge di continenza, che, per i non
coniugati, diventa, evidentemente, legge del
celibato.
Su questa legge di continenza siamo informati
da testi espliciti fin dagli inizi del secolo
IV Poichè essi la danno come norma
tradizionale, e alcuni persino di origine
apostolica, non si tratta certo di una innovazione
allora introdotta.
Tutti
i testi, più che dettare una norma,
prescrivono sanzioni per i trasgressori.
- Così, per esempio, il Concilio Spagnolo
di Elvira del 305, nel suo canone 33, mentre
richiama a "vescovi, preti, diaconi e
a tutti i chierici nel sacro ministero"
la proibizione di usare del matrimonio, prescrive
che i trasgressori “vengano espulsi dall'ordine
clericale”.
- Così vari Concili, di Spagna e di
Africa, nonchè quello di Nicea (325,
can. 3).
- I Concili, Lateranense I (1123), can. 21,
e il Lateranense II (1139), can. 7, introducono
una nuova sanzione per i violatori della continenza
celibataria: la nullità del matrimonio
contratto dai sacri ministri.
- Da notare che le ragioni addotte in questi
documenti sono, per lo più, di ordine
spirituale e soprannaturale: quelle stesse,
sostanzialmente, riproposte dall'Enciclica
di Paolo VI sul celibato, e cioè la
somma convenienza che chi tratta cose sacre
sia libero da ogni cosa profana. E' quanto
esprimeva pure papa Ciricio in una lettera
ad un vescovo spagnolo (385), al quale il
papa fa osservare come fosse logico il matrimonio
nell'Antico Testamento, perchè per
esso dovevano provvedere alla continuazione
del culto divino al quale erano destinati
soltanto i discendenti di stirpe sacerdotale.
Ma anche questi sacerdoti dell'A. Testa- mento
non usavano del matrimonio durante il periodo
nel quale, secondo il loro turno, servivano
nel Tempio.
Se dunque i sacerdoti dell'A.T. erano continenti
per un breve tempo, perchè per un breve
tempo trattavano le cose sacre, i sacerdoti
del N.T. devono esserlo sempre perchè
sempre trattano le cose sacre. E se tanto
esigevano le cose sacre dell'A.T., che erano
soltanto l'ombra delle cose sacre del N.T.,
quanto più lo esigono queste! .
Tanto era sentita dalla coscienza ecclesiale
la stretta connessione fra continenza e sacrificio,
che fra i teologi del secolo XII-XIII, fu
avanzata l'idea che neppure il papa - che
può dispensare i singoli casi - avesse
l'autorità di cambiare la legge generale
e comune.
La legge del celibato è rimasta a regolare
la vita del Clero nella Chiesa latina, che
vede nel celibato uno dei modi più
manifesti e più efficaci della sua
testimonianza d'amore a Cristo e di dedizione
ai fratelli.
Il caso delle Vergini merita una considerazione
particolare.
Verso il 150 Giustino, il filosofo martire,
dà come una delle caratteristiche del
Cristianesimo il fatto che "molti uomini
e donne dell'età dai 50 ai 60 anni,
istruiti fin dalla loro infanzia nell'insegnamento
di Cristo, hanno conservata la verginità
(Giustino, In Apologia, XV, 6 - Storia della
Chiesa, Ediz. Ist. S. Gaetano, pp. 91-92,
di Michel Le Monnier O.P. Ed. Ist. S. Gaetano).
Nel
sec. IV, come reazione ad una certa "secolarizzazione"
del Cristianesimo e come richiamo al destino
dell'uomo, il culto della Verginità
e del celibato conosce un grande sviluppo.
A coloro che chiedono perchè tanti
cristiani non si sposano, Ambrogio di Milano
risponde che la vita è breve e che
vale più, proclamare il ritorno di
Cristo con l'essere vergini o celibi "per
il regno dei cieli" anzichè sposarsi
e generare figli. Questa casta solitudine
si organizza poi nell'istituzione monastica,
con la pratica anche di altri consigli evangelici:
la povertà e l'obbedienza nella vita
comune (ivi p. 149).
S.
Gregorio Nazianzeno scrive a proposito della
Verginità: “Non è poca cosa
essere vergini: è essere annoverati
fra gli angeli, fra nature semplici, anzi,
oserei dire, con Cristo il quale, anche se
ha voluto nascere per somigliare a noi, è
però nato da una Vergine, ed ha così
sanzionato la legge della Verginità
per trascinarci con sè lontano da questa
vita, per farci dare un taglio netto al mondo
e, più ancora, per trasferirci fin
d'ora da un mondo all'altro, dalla vita presente
a quella futura" (Orazione 43,62, ivi
p. 175).
Nel
secolo III, tanto in Occidente quanto in Oriente,
si nota l'affermarsi del celibato del clero
e, contemporaneamente, della progressiva determinazione
delle norme per la scelta e la formazione
dei ministri, che si distinguono sempre più
dai semplici fedeli.
Dell'obbligo dei celibato si parlerà
la prima volta, verso il 360: inizierà
così la disciplina caratteristica della
Chiesa latina.
In Oriente si continua a proibire ai diaconi
e ai sacerdoti le seconde nozze e il matrimonio
dopo l'ordinazione, e un sacerdote sposato
non può essere vescovo (Dalla Storia
della Chiesa, Ed. I.S.G., Vicenza, p. 90).
- Già nella Chiesa apostolica la Verginità
o la castità "per il regno dei
cieli” (Mt 19,12) appariva uno stato di vita
più confacente alla ricerca della perfezione.
Le Vergini formavano un gruppo a parte nell'assemblea
eucaristica (ivi, p. 148).
S. Gregorio di Nissa dice che “la Verginità
rende l'anima come uno specchio, che riflette
la purezza divina e le permette pertanto di
farsi una con Dio. L'autentico amore per la
castità non ha altro scopo che di rendere
possibile all'anima la visione di Dio"
(ivi, p. 175).
La
contestazione del celibato
Diversamente
dalla Chiesa cattolica, ben si può
dire che non vi fu movimento eterodosso (=
eretico) il quale non ponesse nel suo programma
l'abolizione del celibato sacerdotale.
E'
dunque fatto nuovo e preoccupante quello a
cui assistiamo oggi: la contestazione da parte
di certi ambienti cattolici.
Solo il clima cosi perturbato dei nostri giorni,
indice di un illanguidimento della fede e
delle considerazioni soprannaturali, può
in qualche modo spiegare come mai taluni nell'interno
della Chiesa, e persino da membri del clero
e della gerarchia, si venga presentando il
celibato come fosse, non già legge
di libertà sacerdotale, ma problema
di inciampo. Di qui la necessità da
parte del Magistero di ribadire la fedeltà
alla legge del celibato ecclesiastico, come
ha fatto Paolo VI in molteplici documenti,
dall'Enciclica del'24.6.967, Sacerdotalis
caelibatus, alla lettera al Card. di Stato
su tale argomento (2.2.1970), in consonanza
con le precise direttive del Conc. Vat. Il
che dice: "Questo Sacrosanto Sinodo torna
ad approvare e confermare tale legislazione"
(P.O., 16).
In
Oriente
La
disciplina su questo punto fu diversa: e non
è questo il solo punto in cui la differenza
tra Oriente e Occidente dipende, per gran
parte, da influsso di natura politica o extraecclesiale.
- Anche in Oriente vi sono Chiese - come quella
Armena, Siriaca, Copta - che non ammettono
preti sposati.
- Nella Chiesa Ortodossa la legge del celibato
vige per i vescovi. Da diversi anni in qua
- si può dire dalla rivoluzione del
1917 in poi - va crescendo nella Chiesa russa
il movimento a favore del celibato sacerdotale.
- Anche là dove il sacerdozio viene
conferito a individui sposati, mai si concede
che il sacerdote rimasto vedovo, contragga
nuove nozze. Anche nella Chiesa dell'Oriente,
e persino nella Chiesa Ortodossa, è
dunque, operante la convinzione dell'estrema
convenienza del celibato con il sacerdozio.
Se
questi sono i fatti, non sarebbe esatto mettere
in causa la Chiesa Orientale come testimonianza
contraria al celibato sacerdotale.
-
Al riguardo l'Esarca di Sofia afferma: “La
Chiesa latina non avrebbe nulla da guadagnare
dall'ammissione al sacerdozio di uomini coniugati.
Nella mia diocesi ci sono stati buoni preti
sposati, ma dopo la loro morte in armonia
con la volontà dei fedeli, non ne sono
stati ordinati altri”.
- I vescovi della Conferenza d'Oriente confessano
"... quanto sia arduo servire contemporaneamente
Dio e la famiglia".
- Dialogo e rispetto delle persone si, ma
chiara e ferma condivisione dell'atteggiamento
dell'autorità ecclesiastica cattolica
che si mostra riluttante a rinunciare a quella
“gemma fulgente nel diadema della Chiesa,
qual'è il celibato sacerdotale"
(il Patriarca Beltriti).
- E Gandhi diceva: “E’ il celibato che conserva
giovane la Chiesa latina".
- Premendo il tasto su una revisione della
norma del celibato per i sacerdoti, non si
corre il rischio, dopo tanto allarme per la
sempre più crescente “secolarizzazione”
del mondo cristiano, di arrivare alla secolarizzazione
dello stesso sacerdote?" (Da Vita Pastorale,
n. 11, Nov. 1989, p. 9, "Celibato e sacerdoti
familiari", Sacerdote Dante Grossetti,
29010, Pianello (PC))”.
Lo
stato di vita degli Apostoli
-
Le indagini patristiche sono varie e contrastanti.
Le affermazioni degli uni e degli altri non
sono ben motivate. S. Girolamo, dal silenzio
dei testi, ricava che, eccetto Pietro, tutti
gli altri erano celibi. L’affermazione non
è decisiva, ma non è senza valore.
Clemente d'Alessandria (+ prima del 215) attribuisce
all'Apostolo Filippo le figlie di Filippo
l'evangelista (= diacono) e pensa, a torto,
che Paolo si rivolga alla "sua congiunta"
(Fil 4,2-3).
- Eusebio ricorda le parole di Luca: "Giungemmo
a Cesarea, ed entrammo nella casa dell'evangelista
Filippo che era uno dei sette, sostammo presso
di lui. Egli aveva quattro figlie nubili,
che avevano il dono della profezia" (At
21,8-9). Qui è chiaro l'equivoco.
- Si possono segnalare analoghe confusioni
per Giovanni e Giacomo. Giovanni il presbitero
è stato identificato con Giovanni l'apostolo,
e Giacomo, il “fratello" del Signore,
con un apostolo.
- Viene così confermato che per nessun
apostolo gli scritti patristici ci forniscono
elementi validi d'informazione.
Non possiamo dunque che riferirci ai dati
evangelici.
La rinuncia alla moglie e ai figli
Da
nessuno dei racconti evangelici si ricava
che, gli apostoli, compreso Pietro, avessero
moglie e figli. Molto più positiva
è invece l'indicazione implicita nell'abbandono
totale richiesto da Gesù a coloro che
chiamava a seguirlo: ciò comportava
la rinuncia alla famiglia e al matrimonio
(cf. Mt 19,16-21; Mt 19,27- 30)”. Pietro metto
in evidenza la totalità dell'abbandono
e quello che gli costa. E Gesù nel
rispondergli lo sottolinea vigorosamente:
“Chiunque avrà lasciato case, o fratelli,
o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi
per il mio nome, riceverà cento volte
tanto e avrà in eredità la vita
eterna" (Mt 19,27-30).
L'enumerazione di tutto quello che si lascia
costituisce una novità in rapporto
alla tradizione ebraica, dove l'obbligo di
seguire Jahwè si limitava all'obbedienza
dei precetti della Legge.
- Il lasciare i figli, non implica che i genitori
devono lasciare i figli, ma della rinuncia
di avere figli propri, ossia di rinunciare
al matrimonio. Tale rinuncia era particolarmente
sentita dalla mentalità ebraica. In
Lc 18,29 è citata anche la moglie.
Lasciare la moglie è complementare
al "lasciare figli”.
Gesù non ha mai chiesto a nessuno di
abbandonare i propri figli e non ha mai invitato
nessuno a separarsi dalla moglie per seguirlo.
Egli stesso aveva proclamato: “Quello che
Dio ha congiunto, l'uomo non separi” (Mt 19,6).
- Gesù ha citato l'ideale del celibato
volontario come un aiuto alla fedeltà
del matrimonio. Dopo aver affermato che l'uomo
non può ripudiare sua moglie, elogia
"coloro che si sono fatti eunuchi per
il regno dei cieli" (Mt 19-12). Quindi
la chiamata a seguire Gesù totalmente,
può essere rivolta solo a individui
liberi da ogni legame matrimoniale.
Il
caso di Pietro (Mc 1,20-30). Sorprende che
la moglie di Pietro non appaia nel racconto.
Se ne deve dedurre che Pietro era libero da
ogni obbligo matrimoniale.
Il
caso di Paolo (1 Cor 7,8-9). Alle persone
che si sono orientate verso il celibato e
vivono non sposate, e a quelle che sono state
poste da Dio in una situazione di vedovanza,
Paolo raccomanda di perseverare, se possibile,
in questo stato. Non si può sostenere
che secondo i precetti formulati dai rabbini,
tutti gli uomini ebrei si sposassero verso
i 20 anni.
“Chi non è sposato si preoccupa delle
cose del Signore, come possa piacere al Signore;
chi è sposato invece si preoccupa delle
cose del mondo, come possa piacere alla moglie
e si trova diviso!" (cf 1 Cor 7,32-34).
Paolo rimane però realista e dice:
"Se non sanno vivere in continenza, si
sposino; è meglio sposarsi che ardere".
Lo stato di vita degli Apostoli dopo la Pentecoste.
In 1 Cor 9,5 Paolo scrive che gli altri apostoli,
i fratelli del Signore e Cefa, conducono con
loro “una donna sorella”. La CEI traduce "donna
credente"; la Volgata “mulierem sororem".
Per un certo numero di protestanti e alcuni
cattolici, l'espressione significa "sposa
cristiana". Essi ritengono che "donna”
(guné) abbia normalmente il senso di
sposa e che nella stessa lettera S. Paolo
parla di "sorella” come "sorella
nella fede". (1 Cor 7,15). Paolo nella
stessa lettera parla della "donna non
sposata" (1 Cor 7,34), per cui non si
può attribuire necessariamente alla
parola gunè, donna, il senso di sposa.
Inoltre anche il termine “sorella” non ha
necessariamente il senso di “sorella nella
fede". Il termine è associato
a donna, che viene trattata come una sorella.
L'intenzione dell'espressione. sembra giustamente
distinguere questa donna dalla sposa. Inoltre,
il diritto rivendicato da Paolo è privilegio
della sua qualità di apostolo e tende
a mostrare che non è un rango inferiore
in rapporto agli altri apostoli.
Da parte di Paolo, come spiegare che abbia
potuto rivendicare il diritto di condurre
la propria moglie, lui che, non essendo sposato,
augura che tutti fossero come lui?
Gli apostoli avevano seguito Gesù proprio
perchè erano "liberi", cioè
non avevano né moglie né figli.
Gesù aveva condiviso con i discepoli
la condizione di "coloro che si sono
resi eunuchi per il regno dei cieli!” (Mt
19,12).
Paolo non poteva dunque affermare che Cefa
e gli altri apostoli fossero accompagnati
dalla propria moglie. Il diritto di condurre
con loro una "donna sorella" era
una contropartita del loro impegno nel celibato.
Queste “donne sorelle" servivano la comunità,
i discepoli. Infatti, in Lc 8,1-3 leggiamo:
"In seguito Egli (Gesù) se ne
andava per le città e i villaggi predicando
e annunziando la buona novella del regno di
Dio. C'erano con Lui i Dodici e alcune donne
che erano state guarite da spiriti cattivi
e da infermità: Maria di Magdala, dalla
quale erano usciti sette demoni, Giovanna,
moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna
e molte altre, che li assistevano con i loro
beni" (cf anche Mc 15,40-41 e Mt 27,55-56).
-
Tertulliano confuta l'opinione secondo la
quale Paolo farebbe allusione alle spose degli
apostoli: “Non ne hanno" egli dice, e
come l'Apostolo Paolo parla del suo “diritto
di mangiare e bere" (1 Cor 9,4), cosi
si tratta "semplicemente di donne che
li servivano, come facevano quando accompagnavano
il Signore" (Tertulliano, De Monogamia,
8,6 CC, 2,1,240). S. Girolamo, Clemente Alessandrino,
Agostino, Pelagio, l'Ambrosiaster, Primasio,
Teodoreto, ecc. pensavano la stessa cosa.
Riflessioni conclusive e riassuntive
-
Colui che ha proclamato l'indissolubilità
del matrimonio non poteva "separare ciò
che Dio ha congiunto". E' logica la conclusione:
gli apostoli erano tutti senza famiglia.
- La novità costituita dal celibato
consacrato, come Gesù lo ha voluto,
non è stata sufficientemente apprezzata
in tutte le sue implicanze come non è
stato compreso il rispetto delle esigenze
del matrimonio secondo tutta la sua estensione.
- Le parole di Gesù, nel loro contesto,
così come sono state pronunciate (cf
Mt 19,27- 29; Me 10,28-30; Lc 18,28-30), potevano
significare soltanto la volontà di
rinunciare ad avere moglie e figli, ossia
la scelta del celibato volontario.
- L'immagine dell'eunuco volontario conferma
che l'impegno è totale e definitivo
in vista del regno dei cieli.
- Per la prima volta - con l'associare servizio
del regno e rinuncia al matrimonio - appare
il legame tra sacerdozio ministeriale e celibato.
- Non é quindi sufficiente considerare
il celibato sacerdotale come una semplice
legge disciplinare della Chiesa. La Chiesa
ha promulgato la norma del celibato per mettere
in pratica - sotto la spinta dello Spirito
Santo - quello che era stato vissuto da Cristo
e dai suoi apostoli fin dalle origini. Gesù
non ha istituito una legislazione, ma ha fondato
un ideale destinato a produrre i suoi frutti
nel progressivo sviluppo della Chiesa. L'idea
del celibato sacerdotale per il Regno dei
Cieli non era limitato ai Dodici, ma occorreva
del tempo perchè l'ideale si generalizzasse
nella vita sacerdotale. Una legge esplicita
e imposta dall'Alto avrebbe tolto al celibato
sacerdotale il carattere di dono di grazia.
- Un'altra corrente, quella proveniente dal
sacerdozio di uomini sposati, come era vissuto
nella tradizione ebraica, si manifestò
quasi contemporaneamente (cf 1 Tm 3,2; Tt
1,5-6), per cui, nei primi secoli, vi fu un
certo numero di sacerdoti sposati. Tuttavia,
l'ideale fondato nel Vangelo non cessò
di crescere, come notava già Tertulliano
alle soglie del sec. III.
Non
cattolico. Hai detto tante cose,
ma come il solito, non hai risposto a tutte
le mie obiezioni.
Cattolico.
Se tu rileggi quello che ho scritto finora,
ti accorgerai che ho risposto a tutto e
anche abbondantemente. Comunque, rileggendo
le tue obiezioni posso assicurarti che:
- La Chiesa tollera che vi siano altre chiese,
pure cattoliche, che non osservano esattamente
il celibato sacerdotale. Tale tolleranza è
dovuta a ragioni storiche e di convenienza
ben vagliate dal Magistero.
- Tertulliano, come ho già detto, alle
soglie del 3° sec. notava che l'ideale
del celibato fondato nel Vangelo non cessò
di crescere. Non si sa bene se egli tra sacerdote.
S. Girolamo ammette che egli fu sacerdote;
né la notizia sembra smentita dal suo
libro “Esortazione alla castità".
Sì, scrive anche alla moglie (in due
libri) esortandola a non risposarsi se fosse
rimasta vedova. Tutto ciò non contrasta
con quello che ho scritto.
- Di Silvestro I, papa e santo, non si hanno
molte notizie. La storia ci dice che avrebbe
promulgato decreti sulla consacrazione dei
vescovi, sui processi e giudizi riguardanti
i chierici, ecc. Dalle mie indagini non mi
risulta che S. Silvestro abbia "ordinato"
che ogni prete avesse la propria moglie, anzi
lascerebbe presupporre il contrario, ma anche
se ciò fosse avvenuto, il fatto potrebbe
essere giudicato indifferentemente perchè
non apporterebbe nessuna modifica a tutte
le considerazioni fatte sul celibato sacerdotale.
- E' facile che il Concilio di Nicea (325)
abbia respinto la proposta di interdire il
matrimonio dei preti e che il papa Silvestro
I abbia approvato ciò, ma non è
meno vero che lo stesso Concilio di Nicea
approvò la proibizione di usare del
matrimonio a tutti i chierici in sacris, prescrivendo
che i trasgressori “vengano espulsi dall’ordine
clericale" (Can. 3).
- Che S. Atanasio dice che ci sono vescovi
o monaci sposati; che S. Gregorio Nazianzeno
fosse figlio di un vescovo; che S. Patrizio
fosse figlio di un diacono e che i Veneziani
abbiano avuto un vescovo sposato, queste sono
tutte cose comprensibili e credibili per i
tempi in cui avvenner