tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Esistenza
e natura del bisogno religioso.
-
Le opinioni sull'estensione e sul valore o
significato del fatto religioso sono divergenti,
ma accade molto raramente che si pensi di
negarne l'esistenza. Esiste un fatto religioso
di cui abbiamo cercato di far vedere l'importanza
apologetica. Certamente pochissimi potranno
negare che la religione in chi la vive profondamente
non risponda a un bisogno personale e profondo,
e noi tutti conosciamo con sufficiente precisione
molti uomini religiosi per poter constatare
l'evidenza di questo fatto. Questo bisogno
non sarà però fittizio? Non
potrebbe ad esempio essere un prodotto della
stessa religione che tende a soddisfarlo?
Se cosi fosse, ci troveremmo come di fronte
agli stupefacenti, che rendono schiavi quelli
che vi si sono abituati, anche se al principio
non ne sentivano una grande attrattiva. Il
bisogno religioso non sarà per lo meno
una particolare disposizione individuale legata
a una mera forma di temperamento psicologico
e forse fisiologico? In altri termini, il
bisogno religioso, è veramente, se
non di fatto, almeno di diritto, universale,
oppure è soltanto un aspetto delle
possibili " varietà " dell'umanità?
Poniamo la questione nella forma più
radicale: il bisogno religioso, di cui constatiamo
l'esistenza, non è una finzione artificiale?
Non potrebbe essere una specie di malattia
spirituale, o tutt'al più, un fenomeno
di compensazione, utile solo provvisoriamente
e destinato a scomparire, perché legato
a condizioni intellettuali, sociali, politiche,
anch'esse destinate a scomparire nel variare
dello sviluppo umano? Sotto un altro aspetto,
qui ritroviamo gli stessi problemi che abbiamo
incontrato a proposito del fatto religioso,
il che non deve stupirci. Infatti, se non
si professa un estrinsecismo insostenibile
qui più che altrove, bisogna necessariamente
ammettere che il fatto religioso è
condizione del bisogna religioso e viceversa;
e che tutto ciò che dimostra l'irriducibilità
di quello dimostra anche la specificità
e la permanenza di questo; il che ci dispensa
dal ritornare su ciò che praticamente
abbiamo già detto, e sappiamo che cosa
d può suggerire la constatazione dei
fatti, che cosa sarebbe imprudente attendere
da essi e come orientarci per poter andare
oltre i fatti.
Quindi,
fermandoci a un altro punto di vista, diremo
che ogni apologista, il quale sa bene che
nella conversione non interviene soltanto
l'intelligenza, tende naturalmente a far leva
sul bisogno religioso. Di fronte a quelli
che si mostrano insensibili alle condizioni
oggettive, si è naturalmente tentati
di fare appello a una realtà che non
possono rifiutare, perché è
in loro stessi, facendo vedere loro come la
religione, che presentiamo loro dall'esterno,
risponde a un'aspirazione intcriore di cui
forse non hanno ancora coscienza, ma che diverrà
loro percettibile se vorranno prestarvi attenzione.
Anche quando non incontriamo resistenza, non
è questo un metodo molto naturale per
preparare all'esame delle prove? Non è
naturale che si cerchi di far desiderare e
amare la verità di ciò che le
prove devono stabilire?
Questo
ricorso al bisogno religioso non è
illegittimo per se stesso; anzi, è
un processo veramente normale, al quale non
è possibile rinunciare senza danno.
La religione potrebbe essere stabile in un'anima
che non l'accetta come rispondente a un appello
inferiore? Siamo però su un terreno
difficile e pieno d'insidie; perciò,
in materia tanto delicata, occorre un discernimento
esatto e . spesso difficile onde non impegnarsi
per una via falsa che impedisca di camminare
verso la meta. L'esistenza e la natura del
bisogno religioso fanno spesso sorgere problemi
reali che esigono una soluzione precisa; altrimenti,
sarà pericoloso farvi appello. Forse
sembrerà esagerata pretesa parlare
della necessità di una teologia del
bisogno religioso, e ci limitiamo a dire che
l'apologista che vuole far leva su di esso,
non deve contentarsi della psicologia empirica
che tocca soltanto manifestazioni parziali,
confuse e spesso discutibili, ma deve approfondirne
la natura e l'oggetto. Quindi, crediamo utile
cominciare con alcuni elementari rilievi dottrinali.
Appello
d'un dono e d'un perdono.
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Se la forma più autentica della religione
è aspirazione all'unione con Dio, che
anche quando è più profondamente
intima rispetta la distinzione delle persone,
il cattolico non può dubitare dell'universalità
e della necessità del bisogno religioso,
e in questo senso, ma solo in questo senso,
del suo carattere " naturale " nell'umanità.
Siccome ogni uomo è creato a immagine
di D'io, e quindi è incapace di trovare
la propria soddisfazione fuori di lui, in
quanto è chiamato a partecipare alla
sua vita, il bisogno religioso non è
uno stadio provvisorio nell'evoluzione umana,
non è una malattia, un'illusione, una
semplice disposizione individuale. Ogni uomo,
messo di fronte a se stesso, quando, se è
possibile, sono caduti i veli che gli nascondono
il suo vero essere, si rende conto di essere
tormentato da un bisogno die soltanto l'unione
con Dio può appagare. Non vi è
realtà distinta e separata da Lui,
che possa essere degno oggetto delle sue ricerche,
perché Dio è il suo Unico Necessario.
Del
resto, parlare così categoricamente
dell'unione con Dio e del possesso di Dio,
vtiol dire mettersi da un punto di vista che,
pur senza falsare il suo oggetto, lo schematizza
e lo lascia nell'ombra, rischiando di misconoscere
qualche aspetto tra i più profondi
della realtà che si deve descrivere.
Ogni uomo, per il suo stesso destino, aspira
a legarsi a Dio nell'adorazione e in uno scambio
di amore, ricevendo da Dio ciò che
gli da, attingendo in Lui tanto la sua attività
come il suo stesso essere; egli vuole poggiare
interamente su Dio, non per riceverne quella
specie di aiuto che sminuirebbe la sua azione
personale, ma per attingere in Lui l'energia
che lo anima, lo eleva e lo amplifica; vuole
essergli eternamente debitore di tutto e riconoscere
gioiosamente questa dipendenza. L'aspirazione
che prima sembrava desiderio di conquista,
in definitiva è appello di un dono
e non può venire definita semplicemente
dal suo oggetto, quasi che il mezzo per ottenerlo
fosse indifferente. L'uomo desidera l'intimità
d'un Essere personale che gli si dona con
amore, il libero dono che quest'Essere fa
di se stesso. L'unione è possibile
soltanto nella mediazione della grazia, che
però non è una necessità
cui si rassegna in mancanza d'un altro mezzo,
e proprio questo carattere di libertà
e di gratuità del dono lo rende pregevole
ai suoi occhi.
Non
si deve dimenticare che, nel bisogno religioso,
è presente un desiderio di perdono.
Infatti, non una creatura innocente, ma un
peccatore implora
questa divina unione. Precisando la natura
del bisogno religioso, vi si può trovare
tutta intera una parte della verità
cristiana come nascosta e trascritta in un
atteggiamento vivente, correlativo al destino
dell'uomo e agli ostacoli che separano da
questo destino e ai mezzi indispensabili per
superarli. L'atteggiamento vivente traduce
la conoscenza che l'uomo ha del suo essere
reale e della sua situazione concreta; ma
la natura e la forma di quest'unione con Dio
sono l'elemento decisivo e tutto il resto
deriva dalla condizione di fatto in cui egli
si trova.
A
un uomo supposto cosciente del suo vero essere,
il fatto di pervenire a quest'unione si presenterebbe
come il compimento della sua più profonda
aspirazione e l'attuazione imprevedibile di
ogni suo desiderio. Quest'uomo non vedrebbe
punto come una soggezione il fatto di non
poterne fare a meno, perché vi troverebbe
la sua piena espansione. Non raggiungere l'unione
gli sembrerebbe causa di disperazione assoluta,
perché sarebbe uno scacco senza rimedio.
L'idea cristiana considera il bisogno religioso
così determinato come l'elemento che
definisce l'essere più profondo dell'uomo.
Il bisogno religioso è quindi necessario
e universale e, lungi dall'essere esteriore
alla sua natura, ne sgorga dal più
intimo e si può dire che è quanto
di più immanente sia nell'uomo.
Fonte
trascendente.
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E quindi anche l'origine del bisogno religioso
deve derivare da una trascendenza assoluta.
Perciò, non è " naturale
" nel senso che abbia la sua prima sorgente
nell'uomo, sia pure a titolo d'aspirazione
impotente (1),
ma viene da Dio, come pure va a Dio. Non basta
riportarlo a Dio come si riferisce a Lui tutto
ciò che è nell'uomo, per la
sua natura di essere creato. Soltanto il divino
è capace di compiacersi in Dio, e quindi
anzitutto di desiderarlo, almeno quando si
tratta di possederlo non come una preda conquistata
che diventa nostro possesso e nostro godimento,
ma come un Essere personale dal quale attendiamo
l'intimità. Il bisogno di Dio deriva
da un appello, anzi da un appello creatore
che non cambia la destinazione di una natura
già orientata verso un altro fine,
ma vi fa sorgere la capacità d'intendere
e di rispondere. Il bisogno di Dio è
così presente in noi, che un uomo privo
di esso è impensabile; però
non viene dall'uomo, perché inattuabile
senza l'aiuto di Dio.
L'uomo
che conosce il vero bisogno religioso, invece
di bastare a se stesso e farsi il centro di
tutto, vuole realmente completare se stesso
riportandosi tutto intero a Dio. Per lasciarsi
prendere da questo slancio che Dio suscita
in Lui e per assicurarne il trionfo, l'uomo
deve superare non solo la tentazione di porre
la carne al di sopra dello spirito, ma anche
la tentazione dell'autonomia assoluta, che
è molto più sottile e che da
molto più alla testa, e perciò
sicuramente inevitabile a una natura spirituale
creata. L'uomo nelle proprie forze non può
trovare il mezzo per elevarsi al di sopra
di se stesso, e dal suo fondo non può
nemmeno farne sorgere il desiderio. Occorre
quindi che scenda dall'alto una costante attrattiva.
La metafora dell'attrazione ha bisogno di
essere usata con correttivi, altrimenti sembrerebbe
che l'attrattiva religiosa sia una forza che
agisce sull'uomo dall'esterno, mentre, come
abbiamo già notato, il bisogno
religioso è la cosa più intcriore,
e di esso si può dire: interior intimo
meo; ma si può anche dire: superior
summo meo. L'aspirazione a superare se stesso
per trovare Dio e darsi a Lui è nell'uomo,
ma non dall'uomo, e fa parte del suo dinamismo
spirituale, e anzi, è lo stesso dinamismo,
benché egli non possa trovare l'equilibrio
se non in un piano superiore.
(1)
I sensi tanto diversi dati a questo termine
di "naturale" spiegano che si possa
attribuirgli o rifiutargli questa qualifica.
La
tentazione dell'autonomia.
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Questo non impedisce che chi ha provato il
gusto dell'autonomia, cioè della piena
sufficienza di sé a se stesso, non
possa rinunciarvi senza sentire questa rinuncia
come una vera morte. Però, l'uomo senza
questa morte non può vivere, perché,
se soccombe alla tentazione e pretende di
bastare a se stesso, è votato alla
decomposizione e alla disintegrazione. Solo
per questa morte l'uomo vivrà, perché
solo cosi si stabilisce nella verità
del suo essere, trovando il suo vero rapporto
a Dio. Questa è la condizione umana,
perché, se non conoscesse la tentazione
di autonomia, non sarebbe uomo, poiché
l'individuo è insensibile ad essa solo
quando vive ancora in uno stato infraumano
e non ha ancora preso coscienza di tutta la
sua grandezza. Se però vi soccombe,
viene meno al suo destino di uomo; se rifiuta
di passare attraverso la morte, non salva
nulla di se stesso.
Ecco
davanti a quale paradosso ci pone il bisogno
religioso, che è la più profonda
aspirazione alla vita. Non è aspirazione
al nulla, ma a una vita che si trova unicamente
oltre la morte. In questo modo, la soddisfazione
del bisogno religioso e, possiamo dire, il
compimento dell'uomo, non è al termine
di uno sviluppo rettilineo e d'un progresso
continuo, ma suppone la frattura più
radicale. Bisogna rinunciare alla propria
autonomia, perché nella nostra condizione
provvisoria e contrastante non si è
pienamente uomini senza subirne l'attrattiva.
Solo dopo avervi rinunciato per darsi a Dio,
si capisce di essere diventati veri uomini,
e allora non si è più asserviti,
ma liberi; non si è definitivamente
divisi e come dislocati tra due tendenze contradditorie,
ma si è sulla via dell'unificazione
totale. Non l'idea di sviluppo, ma quella
di resurrezione può aiutare a pensare
il destino religioso dell'uomo, il quale,
finché non sarà giunto alla
meta della perfetta unificazione, avrà
un bisogno religioso necessariamente combattuto
e sentirà sempre un antagonista erigersi
contro di sé; solo quando possederà
la pienezza della vita religiosa, lo potrà
vincere. Amare se stesso fino al disprezzo
di Dio, fino a fare di se stesso, del proprio
corpo, della propria intelligenza, della propria
volontà, della propria forza il suo
proprio dio; ecco ciò che attirerà
l'uomo finché il vero Dio non avrà
preso pieno possesso di lui.
L'obiezione
antireligiosa: Nietzsche.
-
Questo bisogno religioso può essere
non solo combattuto, ma anche misconosciuto
fino alla fine, e l'uomo può non soltanto
ignorarlo, ma anche cambiarne il valore positivo
in valore negativo. In una dottrina che considera
il desiderio di autonomia come l'espressione
della vera tendenza dell'essere, che pone
tutto il valore della vita nell'indipendenza
assoluta dell'uomo finalmente conquistata,
nella totale gratuità dell'esistenza;
in una dottrina che vede una condizione di
grandezza nella stessa assenza di ogni essere
superiore al quale riferirsi, o addiritura
come l'avversario per eccellenza, in una lotta
per la distruzione di ogni sostegno esteriore,
il bisogno religioso può venir considerato
solo come una perversione, come la malattia
per eccellenza dell'umanità, malattia
che corrode le vere forze dell'uomo. Dio non
è
un'ipotesi di cui la scienza può aver
bisogno, una chimera da relegarsi nell'inconoscibile,
di cui è vano preoccuparsi, ma è
ciò contro cui l'uomo si definisce,
la tentazione che non si deve cessare di combattere.
L'uomo è legato a questa chimera innalzata
dal suo amore per un riposo degradante; se
cercherà contìnuamente di trionfare
su di essa, la farà servire alla sua
grandezza.
È
questo l'atteggiamento fondamentale e la fonte
degli attacchi antireligiosi di Nietzsche,
del quale qui ci interessa solo il pensiero.
Nietzsche non insegna che la religione e il
bisogno religioso sono un'illusione, sia pure
insistendo sui suoi danni; sono anzi una terribile
realtà, l'espressione vivente della
vigliaccheria umana, della rinuncia al vero
essere, dell'abbandono a ciò che degrada
e diminuisce. Nietzsche non crede che si debba
attendere la scomparsa della religione e del
bisogno religioso da un progresso generalizzato
dei lumi o da una trasformazione delle condizioni
economiche, ma da una marcia spirituale con
cui l'uomo muterà radicalmente la scala
dei suoi valori e si ergerà contro
questo vampiro. Per Nietzsche, ha senso non
già l'abbandono di una religione, il
rifiuto di riconoscere un valore al bisogno
religioso, ma il motivo che detta quest'atteggiamento;
se tale motivo è per cercare altrove
la soddisfazione di un bisogno di felicità,
non ci sarà nulla di guadagnato; e
se si rigetta la disciplina religiosa o quella
del dovere per lo sforzo che richiedono, si
fa soltanto un passo di più nella degradazione.
Bisogna fare rivolta contro ogni religione,
affinchè l'uomo, privato di qualsiasi
appoggio, non avendo fuori di se stesso che
avversari, sia veramente quel che dev'essere.
Nietzsche descrisse cosi con accenti di fuoco
una delle manifestazioni più potenti
e più alte dell'opposizione che il
bisogno religioso incontra necessariamente
nell'uomo; ed è sempre possibile preferire
quest'antagonismo, perché l'uomo è
sempre nella possibilità di venir sedotto
dall'orgoglio.
Bisogno
religioso e sentimento religioso.
-
II bisogno religioso si manifesta normalmente
nella psicologia, ma non è soltanto
una realtà psicologica, perché
appartiene a un ordine molto profondo e, come
abbiamo veduto, è l'espressione del
nostro essere stesso. L'uomo si compie totalmente
quando si stabilisce nella verità o,
per dirla in altre parole, stabilisce in modo
perfetto le sue relazioni con Dio, perché
proprio a questo aspira nel più intimo
di se stesso. Perciò, tutta la sua
gioia sarà una conseguenza e come una
derivazione della gioia trovata in Dio. Del
resto, non dimentichiamo che il bisogno d'unione
con Dio include necessariamente il bisogno
d'unione con gli altri, perché Dio
non ìi lascia separare da quelli che
ha creato e ama; quindi, non si giunge a Lui
quando si vogliono lasciar da parte gli "
altri "; e a provarlo, basterebbe l'Incarnazione
con la Chiesa, suo compimento. Gli "
altri " non sono accanto a Dio, ma in
Lui. Dalla gioia della comunione con Dio non
è separabile la gioia della comunione
con gli altri, e l'uomo religioso aspira anche
a questa seconda gioia, perché quello
religioso è bisogno di comunità.
Chi
comprende l'altezza del bisogno religioso,
non lo confonde con i sentimenti nei quali
esso può e deve inserirsi e, diremmo,
concretizzarsi, ma che possono anche sussistere
indipendenti dal bisogno religioso, e, peggio
ancora, scimmiottarlo. Perciò, non
bisogna identificare il bisogno religioso
con il sentimento d'infinito o di dipendenza,
come fa Schleiermacher; tanto meno lo fonderemo
sopra un sentimento di autoinsufficienza,
come s'è fatto troppo spesso, sopra
un bisogno di sostegno, un bisogno di ordine
ancora più basso e che potrebbe essere
soltanto la manifestazione di una psicastenia
più o meno larvata. Gli attacchi di
Nietzsche, cui abbiamo alluso poco fa, sono
inefficaci contro la religione autentica,
ma vibrano un colpo rude contro più
di un'apologetica . che crede di potersi basare
sul bisogno religioso, contro certi metodi
che pretendono di servirsene per ricondurre
alla fede.
E
non è meno importante non errare circa
il carattere della relazione che unisce il
vero bisogno religioso alla sua espressione
psicologica. Non ci è mai possibile
penetrare perfettamente il nostro essere,
perché tra quello che siamo realmente
e quel tanto di noi di cui siamo più
o meno coscienti, che cioè entra nel
campo della nostra vita psicologica, c'è
un diaframma, una resistenza più o
meno grande, un mezzo conduttore che varia
secondo gli individui.
Di
fronte a un individuo che sul piano empirico
e psicologico sembra completamente o quasi
insensibile al bisogno religioso, non dobbiamo
concludere immediatamente che lo abbia colpevolmente
ucciso o lasciato atrofizzare. Questa specie
d'insensibilità o di sensibilità
affievolita può essere l'effetto non
di una deficienza colpevole, ma della a natura
", di qualcosa di subito.
D'altra
parte, ci sono temperamenti reputati religiosi
perché il bisogno religioso, o almeno
qualche sua componente, vi trova facili risonanze;
ma errerebbe chi ne concludesse senz'altro
che sono intimamente uniti a Dio, più
abbandonati all'aspirazione verso Dio. Grazie
a disposizioni anch'esse naturali, basta che
non se ne siano completamente allontanati
per sentire risuonarc nella loro psicologia,
nella loro coscienza, l'appello all'adorazione,
all'intimità, all'abbandono in Dio.
Qui c'è ancora una parte di un elemento
die può avere una grande importanza
sociale, ma non qualifica affano il valore
del loro essere profondo.
Non
neghiamo affatto che il bisogno può
spesso avere deboli ripercussioni nella coscienza
per motivi di cui è responsabile la
libertà personale; e che anzi noi tutti
siamo parzialmente colpevoli della nostra
relativa insensibilità in questo campo.
Non siamo mai privi di colpa quando restiamo
e specialmente quando ricadiamo nel sonno
dell'abitudine e in questa specie d'incoscienza
davanti al divino. Però, dobbiamo evitare
a tutti i costi di considerare necessariamente
equivalenti l'intensità delle manifestazioni
psicologiche del sentimento religioso (qui
non parlo delle manifestazioni esteriori,
ma di quelle più intime, accessibili
solo a chi le prova) e la qualità del
dono del nostro essere a Dio. Qui, gioverebbe
meditare alcune folgoranti sentenze di Carlo
Barth nel commento della Lettera ai Romani,
che squarciano come lampi i suoi pesanti ragionamenti
sulla rivelazione di Dio ad Abramo.
Necessità
dei domimi e dei riti.
-
Facciamo ancora un rilievo capitale. Questo
bisogno, presente in ogni uomo, tende necessariamente
a esprimersi in una dottrina che lo spieghi
e gli dia un fondamento. Credere che possa
rimanere nello stato di aspirazione confusa
e oscura significa misconoscere il compito
dell'intelligenza, l'esigenza della luce (che
non è necessariamente volontà
di razionalizzazione) nella vita dell'umanità.
Non è affatto per un moto spontaneo
rispondente allo slancio dello stesso bisogno
religioso, ma per una volontà riflessa
o proposito deliberato che si cerca di eliminare
ogni affermazione dommatica come necessariamente
deformante. Del resto, questo tentativo alle
volte è una reazione contro la concettualizzazione
sclerotica. Il bisogno religioso,
che non è nemico del domma, ha bisogno
di alimentarsi nel mistero, e vuole anche
incorporarsi nei riti. Chi cerca di liberarlo
da ogni pratica definita, che ha l'unica sua
ragion d'essere nella pura espressione del
religioso, dimentica il compito dell'azione
o canonica " : il religioso è
una realtà originaria, quindi ha bisogno
di un'azione propria, cioè di un rito
che ha l'unica sua ragion d'essere nel bisogno
di esprimerlo e di nutrirlo. Neppur qui si
tratta di un processo spontaneo, ma di una
ragione voluta che bandisce il rito con una
reazione illusoria in sé, ma spesso
spiegabile con una legittima avversione contro
l'automatismo. I dommi e i riti (i miti e
i riti) costituiscono il fatto religioso e
impediscono al bisogno religioso di dissolversi
per mancanza di un corpo. D'altra parte, i
dommi e i riti senza il bisogno religioso
perderebbero il loro senso.
Tuttavia
il bisogno religioso è incapace di
darsi il corpo cui aspira e può riceverlo
solo da Dio; lasciato a se stesso, cade nel
caricaturale (potremmo citare moltissimi esempi)
o giunge ad abbozzi con tratti ammirabili,
ma sempre incompleti e parzialmente sfigurati.
La presenza di questi tratti sui quali geni
religiosi, estranei alla vera religione, talvolta
insistono con vigore e fortuna, viene spesso
spiegata con un frutto cosciente o inconscio
di questa rivelazione di cui tuttavia si rigetta
l'origine divina.
Rapporti
con la dottrina.
-
II bisogno religioso, come abbiamo visto,
non può giungere da solo ad appagarsi.
Ora, vediamo come in queste condizioni non
può giungere alla chiara cognizione
di se stesso. Infatti qui, meno die altrove,
possiamo pensare un'esperienza che si possa
cogliere fuori di qualsiasi formulazione.
L'uomo esprime sempre il proprio sentimento
religioso, ribelle a ogni formulazione, in
un'affermazione senza la quale non può
nascere nemmeno l'illusione di essere ribelle
a ogni domma. Perciò, la coscienza
del bisogno religioso è condizionata
dalla dottrina religiosa che si professa,
ma non è inevitabile che vi sia definitivamente
bloccata. Quando la dottrina è falsa
o almeno insufficiente, tra il bisogno religioso
reale e dò che lo esprime c'è
uno squilibrio che può essere fonte
di un'insoddisfazione, d'un'inquietudine capace
di spingere chi la prova a chiedersi se la
sua insoddisfazione non traduca qualcosa d'anormale,
di sregolato, di ammalato; se non sia la protesta
dell'orgoglio umano insoddisfatto del suo
posto davanti a Dio, oppure se la dottrina
sia troppo ristretta e non permetta al vero
essere di respirare a proprio agio; se si
debba reprimere quest'aspirazione quasi provenisse
da un fondo umano che non comprende le cose
di Dio e traducesse l'appetito parzialmente
insoddisfatto del vero gusto degli alimenti
spirituali, oppure se bisogna rigettare la
dottrina perché non risponde alla fame
vera che Dio ha posto in noi. Del resto, non
sempre una critica intellettuale della dottrina,
pur facendone percepire le debolezze, o mostrandola
inconciliabile con verità fermamente
stabilite per altre vie, permette di concludere
che la dottrina deve essere abbandonata. Alle
volte, basta presentare o capire una dottrina
più elevata e più ricca per
far discernere con una illumuiazione difficilmente
analizzabile, che però non lascia posto
a dubbi di sorta, che le aspirazioni provate
rispondenti alla dottrina, portano veramente
il segno divino. Perciò, la presenza
del bisogno religioso porge un punto d'appoggio,
sia pure insufficiente, per condurre alla
verità totale.
Le
diverse espressioni del bisogno religioso.
- In tutta l'umanità e in ciascun uomo,
è presente un identico bisogno religioso,
che ha però espressioni molto diverse.
Prima di tutto, la coscienza della sua presenza
è più o meno forte. Già
si è detto che l'intensità varia
non in funzione del solo valore religioso
reale, che perciò non è il più
significativo. Il bisogno religioso può
avere un'espressione deformata e impoverita,
quando sono sviluppati solo alcuni elementi,
anche se è sentito molto intensamente.
Si potrebbe quindi stabilire una tipologia
delle espressioni psicologiche del bisogno
religioso, che prima di tutto calcherebbe
la tipologia delle religioni. Infatti, una
forma di religione non si presenta mai come
una costruzione puramente intellettuale, ma
risponde (e sarebbe meglio dire che esprime,
per dimostrare che un elemento non ha priorità
di tempo sull'altro) a una forma del bisogno
religioso, al quale deve la sua esistenza,
come, d'altra parte, il bisogno religioso,
deve la sua coscienza alla forma di religione.
Pertanto, la tipologia dell'espressione del
bisogno religioso e la tipologia delle religioni
non combaciano in modo adeguato. Prima di
tutto, ci sono esperienze religiose personali
che non hanno prodotto la realtà sociologica
d'una religione; ma soprattutto all'interno
di una stessa religione, tra quelli che aderiscono
a una dottrina comune, vi sono espressioni
molto diverse, perché ciascuno pone
in rilievo tratti che non sono eguali negli
altri. Siffatta diversità si scorge
pure nella Chiesa cattolica, che ha l'inquadratura
dommatica più decisa, e anche in coloro
nei quali la Chiesa meglio si riconosce, cioè
i santi. La diversità deriva non soltanto
dalla natura dello deficienze e delle lacune
provenienti dalle debolezze individuali, ma
è legittima ed è la fonte delle
varie spiritualità. Il campo degli
studi del bisogno religioso, detti spesso
studi del sentimento religioso, è dunque
immenso. Però, non bisogna mai dimenticare
che cogliamo soltanto l'espressione psicologica
del bisogno religioso e la sua rifrazione
in una coscienza attraverso una dottrina.
Necessità
di appoggiarsi sul bisogno religioso.
-
Solo dopo aver precisato che cos'è
l'autentica realtà del bisogno religioso
possiamo vedere clic cosa è possibile
fondare sopra di esso, e in questo caso, almeno
la questione di principio non incontra guari
difficoltà. Prima di tutto notiamo
che qualunque tentativo di condurre un'anima
alla religione presuppone in essa la presenza
del bisogno religioso, e per chi non sentisse
almeno in grado elementare l'aspirazione a
superare l'ordine del finito, per colui per
il quale l'adorazione, l'amore, il pentimento,
fossero parole senza rispondenza intcriore,
la religione cristiana sarebbe soltanto un
insieme di formule e di riti vuoti di senso,
incapace di far presa su di lui. Almeno in
teoria tale stato è possibile.
L'uomo,
fatto a immagine di Dio, non può certamente
limitare l'ampiezza dei suoi desideri, ma,
con un tentativo che però è
destinato al fallimento, può cercarne
la soddisfazione totale in ciò che
è per sua natura finito, e volere infinitamente
il finito. Il volere infinito delle cose di
questo mondo non è il bisogno religioso,
ma solo il segno e la ferita lasciata dalla
sua scomparsa. Il bisogno religioso, sia pure
elementare, si trova unicamente dov'è
il senso d'una vita più alta e qualitativamente
differente da quella possibile in questo mondo,
e non è contenuto necessariamente in
un desiderio di immortalità tendente
solo al prolungamento indefinito delle gioie
terrene. Il bisogno religioso suppone almeno
una certa nostalgia di fronte al mondo, causata
dalla qualità dei soli rapporti possibili
con esso. Se manca l'attrattiva per l'aldilà,
è
fatale che il linguaggio religioso sia peggio
di un enimma, che comporta sempre l'idea di
un senso possibile che sfugge, e resti un
non senso assoluto.
Perciò,
anche senza farvi appello esplicito, si suppone
sempre il bisogno religioso. Ora, ci chiediamo
come si possa cercare di agire direttamente
sul bisogno religioso per dargli la sua vera
forma, o anche farlo apparire.
Possiamo
intendere la presente questione in due modi
diversi. Ci domanderemo prima di tutto se
con un'analisi si possa dimostrare che in
ogni uomo c'è necessariamente (poco
importa se cosciente o inconscio) il bisogno
religioso, non solo come vaga aspirazione
all'infinito, ma come vero bisogno religioso
che solo la religione rivelata da Cristo può
soddisfare.
A
priori, la cosa dev'essere possibile, proprio
per il principio che permette alla riflessione
filosofica di risalire da un atto spirituale
all'essere dello spirito che lo pone. Infatti,
dire che l'uomo è spirito significa
dire che è impegnato tutto intero in
ciascuno dei suoi atti, e quindi, non è
possibile spiegare qualsiasi suo passo senza
farvi intervenire tutto quello che egli è,
come si può tirare tutta quanta la
catena afferrandone un anello qualsiasi. In
questo senso ristretto ma reale, il principio
d'immanenza (che, com'è facile capire,
stiamo per enunciare) non fa altro che definire
l'essenza dello spirito come spirito.
Non
vale l'obiezione che il nostro è un
caso speciale, perché il destino dell'uomo
è soprannaturale e il suo desiderio
di Dio non è limitato alle sue possibilità
di conquista, e quindi, viene da un appello
gratuito a partecipare a rio rhe è
oltre ogni natura. Questa verità è
inconstatabile, ma dal momento che questo
è il destino d'uno spirito, che l'appello
è rivolto a uno spirito, pur avendo
origine fuori dell'uomo, gli è divenuto
intcriore e ha impresso in lui un segno indelebile,
del quale si deve trovare di primo acchito
la traccia nella sua marcia vivente.
La
dialettica dell'azione.
-
Chi vuole impegnarsi su questa strada, può
ispirarsi molto da vicino all'Action di Maurizio
Blondel, anche se non dico di seguirlo, perché
per questo occorrerebbe fare una trasposizione
perfettamente legittima e molto facile. Onde
evitare false interpretazioni, dobbiamo notare
chiaramente che Blondel non parte da una supposta
presenza del bisogno religioso per dimostrare
a quali condizioni esso può essere
soddisfatto. Questo presupposto rovinerebbe
il suo sforzo. Occorrerebbe prima aver dimostrato
la legittimità del bisogno religioso,
e bisognerebbe inoltre che fosse possibile
coglierne tutta la purezza fuori della dottrina
che lo esprime e lo orienta; ma questo, come
abbiamo visto, è un'illusione. La dialettica
dell'Azione ha l'effetto di mostrare ciò
che è inevitabilmente pensato come
presente nell'azione umana dal momento che
si vuole o si agisce.
Trasportando
sul piano della realtà la pura analisi
" fenomenologica ", possiamo far
vedere che è impossibile non impegnarsi
nell'azione, non volere, e che è impossibile
trovare un equilibrio quando non si accetta
il soprannaturale cristiano. Ciò che
era presente all'inizio, all'inizio non si
postula, ma si scopre alla fine, e questo
spiega come ci si incammini e che è
impossibile arrestarsi alle tappe intermedie.
In questo modo, è messa in rilievo
proprio l'esistenza di un bisogno religioso
tale che può venir soddisfatto solo
dal cristianesimo. Ammessa la validità
del processo blondelliano, si può dire
che si giunge con un metodo rigoroso a rendere
evidente l'esistenza di questo bisogno religioso
(esistenza che la dottrina cristiana afferma
per altre vie), che non è soltanto
bisogno d'infinito, ma appello di un dono,
invocazione d'un Mediatore, implorazione di
un riscatto.
Sonno
e risveglio del bisogno religioso.
-
È possibile che l'appello del bisogno
religioso avvenga su un piano molto diverso.
In ogni individuo privo di religione o insufficientemente
religioso, abbiamo detto che l'oggetto voluto
e quello posseduto sono inadeguati. Non si
tratta evidentemente dell'inadeguatezza tra
il modo possibile di possedere Dio in questa
vita e quello al quale l'uomo è destinato,
ma si tratta della differenza tra ciò
che è attuabile fin d'ora e ciò
che ha attuato di fatto. Comunque siano le
deficienze del suo temperamento religioso,
l'uomo non è mai completamente chiuso
nella situazione in cui si trova in un dato
momento, perché può sempre evaderne
tanto da sentirne almeno la miseria.
E
ne siamo tanto più certi in quanto
per noi il bisogno religioso non è
una disposizione naturale nel senso di un
semplice fatto che non può essere trasformato,
ma è un appello di Dio, di cui qualcosa
almeno può sempre giungere all'orecchio
naturalmente più ribelle, e la grazia
può sempre farlo sentire a chiunque
con la massima chiarezza.
D'altronde,
o perché se ne allontana positivamente,
o per una specie di disattenzione, d'incuria,
di assorbimento nell'immediato, nel terrestre,
nessuno lascia giungere alla sua chiara coscienza
ciò che è capace di provare
in questo ordine. Perciò, non si può
mai disperare di risvegliarlo o di renderlo
più vivace.
Il
bisogno religioso può essere stato
soffocato e in tal modo perduto, ma è
sempre pronto a rivivere. In linea di principio,
è sempre possibile riuscire a turbare
una quiete, trattandosi di fare appello a
una realtà interiore, e basta renderne
sensibile la presenza che, quando è
percepita, manifesta l'insullicienza di tutto
quello di cui prima si era soddisfatti. Questo
lavoro è molto diverso dalla dimostrazione
delle contraddizioni interne ed esterne di
un dato sistema religioso o irreligioso o
del suo disaccordo con verità e fatti
accertati. Occorre far vedere l'inaccettabilità
dell'atteggiamento che l'anima prende di fronte
all'oggetto di cui si contenta; mostrare a
quest'anima che un tale oggetto le travisa
una parte delle sue vere ricchezze, e la rende
sorda ad alcuni appelli più intimi.
Però l'insufficienza può essere
percepita solo quando si diviene chiaramente
coscienti di ciò che prima era rimasto
nell'ombra e si traduceva tutt'al più
in un malessere, in una insoddisfazione la
cui vera causa rimaneva nascosta.
Siffatta
rivelazione per mezzo sia della parola sia
dello scritto, anche quando non è indirizzato
esplicitamente al lettore, per riuscire efficace,
esige che si stabilisca una comunicazione
da persona a persona. Per questo, l'appello
al bisogno religioso, secondo la qualità
spirituale di chi lo fa sentire, è
pura letteratura o multiloquio (ed è
la cosa più stomachevole), oppure ha
profondità di risonanza da cui riceve
il suo carattere patetico. Può darsi
che non raggiunga il suo destinatario immediato,
se pure ne ha uno, ma molto raramente avviene
che non trovi in seguito nessun ascolto e
cada nel vuoto. Qui, come si vede, non siamo
nel campo esclusivo di quella che potremmo
chiamare apologetica discorsiva, e si tratta
di far sentire l'appello non dell'eroe, ma
del santo.
Il
compito dell'apologista.
-
Può darsi che l'apologista riesca a
far sentire l'insufficienza della forma religiosa
o della mancanza di religione, che prima
bastava; ed è già molto, perché
dal turbamento della quiete nascerà
una ricerca, e la dottrina che allora potrà
essere proposta non sarà più
interrogata con sospetto e con l'intenzione
di prenderla in fallo, ma verrà interrogata
come un testimonio che si spera sarà
messaggero di una buona novella. Non si cadrà
nella credulità, ma si avranno le migliori
disposizioni onde percepire il valore dei
segni che danno credito alla testimonianza
e talvolta, come abbiamo detto, con un solo
atto, praticamente si percepirà e si
scoprirà la verità totale.
Le
esigenze della prova in materia religiosa
qui non esigono che giustifichiamo la validità
di tale procedimento. Basta ricordare il fatto
per far vedere il punto dove può condurre
questa via. Alle volte, è efficace
solo una azione progressiva; in questo caso,
bisogna prima di tutto impegnarsi per suscitare
l'inquietudine religiosa, poi per far vedere
l'insoddisfazione in cui lasciano le forme
imperfette di religione, e soprattutto sventare
la tentazione di rifiutarsi a dare un ordine
e un determinato contenuto allo slancio religioso
col pretesto di conservargli la sua purezza.
Non c'è da stupire che qui spesso occorra
tutto un lavoro di pedagogia, perché
l'apologetica concreta è soprattutto
una pedagogia, trattandosi di condurre alla
fede un'anima determinata. Il cammino verso
la fede è libero e nulla può
supplirlo, ma il credente, oltre che pregare,
può fare qualcosa per chi non crede,
guidandolo e orientandolo per condurlo nelle
migliori disposizioni possibili fin sulla
soglia del passo decisivo.
Parte
indispensabile del lavoro apologetico sarà
spesso quest'educazione progressiva di tutto
il complesso del bisogno religioso, non dimenticando
nessuna delle sue componenti, e sarà
l'opera di chi conosce quello che bisogna
risvegliare, perché conosce il termine
cui bisogna giungere. Perciò, in questa
preparazione, normalmente dovrà trovare
posto l'azione sul bisogno religioso, che
dovrà essere illuminata da una dottrina
esatta per evitare di deviare o di condurre
in un vicolo cieco colui che vogliamo aiutare.
I.
d. M.
Queste
pagine sono le ultime scritte dal P. Ivo de
Monlcheuil prima di ritirarsi al maquis di
Vercors, dove lo attendeva la morte sotto
le pallottole tedesche. Sono un testamento
che non possiamo accogliere senza emozione
e non è esagerato pensare che rinnovano
in molti punti la posizione del problema iniziale
dell'apologetica, con profondità pari
all'onestà. Bisogna tuttavia ricordare
che l'Autore non potè dare l'ultima
mano a questo saggio.
ISIKI.IOGKAWA.
Yves de Montcheuil, Mélange! théologiques,
Aubier, Paris iiy\C; specialmente i cc. Ili,
V, VII, Vili della seconda parte.
M. Blondel, Pagine religiose, a cura di de
Montcheuil, S.E.I.,Torino 1951. G. Graneris,
Introduzione generale alla scienza delle
religioni, S.E.I., Torino 1952. G. VanDer
Lew, La religion dans san essence et ses
manifestations, Payot, Paris 1948. E.
Magnin, Religion, in D.T.C., t. XIII,
coli. 2182-2306. C.Dawson, Progresso e
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Morcelliana, Brescia 1948. E. Bergson, Le
due fonti della morale e della religione,
Ed. Comunità, Milano 1947. C. Fabro,
Tra Kierkegaard e Marx, Vallecchi,
Firenze 1952-