tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
La
Chiesa possiede una Bibbia, cioè una
collezione di libri che essa dice segnati
col sigillo divino, a ispirati ", e perciò
immuni da qualsiasi errore. Fin dalla comparsa
della religione cristiana, teologi e apologisti
sempre reagirono vittoriosamente contro le
pretese degli assalti dei nemici del cristianesimo,
bastando ordinariamente dimostrare l'inconsistenza
delle obiezioni; in certi casi fu necessario
precisare il domma dell'ispirazione e specialmente
determinare l'esatta estensione dell'inerranza
biblica.
A
noi sembra che tutte le difficoltà
mosse alla dottrina cattolica dei libri sacri
si possano ridurre a tre principali: la prima
difficoltà si oppone al loro carattere
di libri sacri; la seconda a quella di libri
ispirati; la terza a quella di libri veridici.
CAPITOLO
I. - OBIEZIONI DESUNTE DALLA STORIA DELLE
RELIGIONI
Ogni
religione ebbe la pretesa di possedere ì
" suoi " libri sacri; perché
i libri della Bibbia dovrebbero avere maggior
valore?- Si dice che la Bibbia è un
libro sacro; ma molte religioni antiche hanno
anch'esse libri canonici ai quali spesso rivendicarono
il privilegio d'una rivelazione. Tralasciando
la Cina e le religioni dell'India e della
Persia antica, e senza ricordare che Hammurabi
ricevette il suo codice di leggi dal dio Sole,
veniamo agli Elleni, i quali canonizzarono
le opere di Omero e di Esiodo, e penino il
Timeo di Piatone, leggevano collezioni di
oracoli e alcuni circoli mistici si ispiravano
ai libri orfici; i Romani consultavano i loro
libri sibillini; i teosofi dell'Egitto ellenistico
tenevano in gran conto gli " hieroi logoi
n della letteratura isiaca ed ermetica; i
libri ermetici vantavano un'ispirazione che
si avvicina in modo sorprendente alla dottrina
cristiana. Un po' ovunque, insomma, si trova
una letteratura ispirata o contenente la rivelazione,
che sarebbe stata concessa alle religioni
alla loro origine; una letteratura che conserva
antiche liturgie e riflette la storia e lo
sviluppo delle sette; una letteratura che
costituisce un'autorità decisiva in
materia di fede e di culto. Ora tutto questo
non è altro che un'ingenua idealizzazione
del" le origini, un ricordo dell'età
dell'oro, cui pretendono risalire tutte le
religioni; però tali credenze, come
tutto il soprannaturale, hanno fatto il loro
tempo.
Risposta.
- L'obiezione perde certamente forza di fronte
all'affermazione che la nostra Bibbia non
è un libro " come gli altri ".
Una buona apologià, che risale ai primi
apologisti fa vedere tutta la superiorità
della nostra letteratura religiosa, e mentre
risaliamo alle origini e constatiamo che la
maggior parte delle religioni non può
raggiungere altro che un mito, spesso grossolano,
noi sentiamo sotto i nostri piedi il solido
terreno della storia. Per non arrossire della
nostra morale basta confrontare le ricchezze
spirituali dell'Antico e del Nuovo Testamento
con le povere briciole dei miti orientali
e della teologia platonica, degli scritti
ermetici!
Però
non è prudente spingere troppo oltre
la denigrazione delle altre religioni, che
nella maggior parte sono uno sforzo, spesso
commovente e rispettabile, per superare il
corso ordinario della vita materiale e spiritualizzare
la civiltà. Dobbiamo ricordare il nobile,
chiaro e fondamentale principio del Padre
Leonzio de Grandmaison : il cattolico "
sa che questi popoli, come i cristiani, hanno
un'anima, con desideri e aspirazioni religiose
fondate sullo stesso piano e fatte per lo
stesso fine; e quindi non ci stupisce di vedere
questi desideri e aspirazioni tradursi in
istituzioni, sentimenti e riti analoghi. Quello
che egli cerca e trova realmente nei dommi,
nei riti, nei sacramenti cristiani, lo cercano
senza trovarlo anche gli altri popoli con
tentativi e sforzi che vogliono supplire alla
grande Misericordia che non hanno ricevuto...
O piuttosto, aggiunge subito il P. de Grandmaison
ricordando Giustino ed Eusebio di Cesarea:
che non hanno ricevuto nella sua pienezza
" (in Chrislus, pp. 4844).
Perché
non scorgere in certi libri sacri di altri
popoli misericordie divine destinate dalla
Provvidenza ad avvicinare alla verità
questi popoli " lontani ", fino
al giorno in cui capiranno che le loro pretese
rivelazioni, penembre in confronto di errori
più grossolani, confrontate con la
luce unica apparsa in Giudea, non sono che
tenebra? Questa era la coraggiosa tesi di
San Giustino nel secondo secolo: teli Logos
divino, che all'origine del cristianesimo
apparve in forma umana, sempre si manifestò
nel mondo. Tra i Giudei si mostrò nelle
teofanie, parlò per mezzo dei profeti
e insegnò attraverso gli scrittori
sacri; anche tra i pagani parlò e insegnò
per mezzo dei filosofi, che certo lo possedettero
solo parzialmente e quindi caddero in errori
e solr" stentatamente giunsero alla luce;
però la semenza del Verbo, il Verbo
seminale, deposto in principio in ogni intelligenza
umana, era in loro, e col suo aiuto poterono
scoprire le verità che proclamarono
e di cui egli era, per così dire, il
genitore " (Tixeront, Histoire des dogmes,
voi. I, Paris, 192-i. pp. 2b2-28S).
I
balbettamenti non impediscono che esistano
le lingue; cosi le teofanie, le mistiche e
le pseudorivelazioni di altre religioni non
rendono testimonianza contro la verità
dell'unica vera rivelazione, che Dio iniziò
nel popolo eletto e condusse alla sua pienezza
nel Cristo e negli apostoli. Malgrado certe
analogie nella missione, il Budda può
essere un semplice mortale e Gesù un
Dio. L'apologià si sa difendere efficacemente
anche quando si vuoi fare il processo a tutto
il soprannaturale, essendo bene inteso che
la Bibbia cristiana, per il privilegio dell'ispirazione,
rientra nella categoria delle realtà
a miracolose ". Noi accettiamo la discussione
su questa base. Ecco dunque formularsi una
nuova obiezione.
CAPITOLO
II - OBIEZIONI CONTRO L'ISPIRAZIONE
Impossibilità
di scoprire " l'ispirazione " divina
nella Bibbia.
Se Dio intervenne
a elaborare la Bibbia, lasciò tracce
del suo passaggio? Quando a Lourdes sono guarite
lesioni organiche, un certificato medico constata
l'effetto del miracolo; cosi la nostra Bibbia
dovrebbe portare il suggello del divino. Invece
non è cosi, perché la Bibbia
è un libro come gli altri, con tutte
le tare dell'imperfezione umana, privo di
segni positivi che rivelino le tracce del
divino, a In un libro divino, scriveva Renan,
dove tutto è vero, non può esserci
contraddizione di sorta, poiché due
cose contraddittorie non possono essere vere
insieme; ora l'attento studio, che facevo
della Bibbia, mi rivelava tesori storici ed
estetici, ma provava anche che questo libro,
come qualsiasi altro libro antico, non era
esente da contraddizioni, inavvertenze ed
errori; e vi trovavo favole, leggende, tracce
di composizione completamente umana "
(in Revue des Deux Mondes, 1 nov. 1882).
Prima
di riprendere i dettagli dell'obiezione, sottolineiamo
le ultime parole di Renan. Sull'esempio dei
protestanti, i cattolici avevano insistito
troppo esclusivamente sull'attività
divina nella composizione dei libri santi
e sembravano aver dimenticato che Dio parlò
per mezzo degli uomini ispirati, rappresentandolo
come chi detta a un altro i propri pensieri
e le sue volontà, mettendo cosi in
pericolo la sana intelligenza dell'ispirazione,
pericolo che i Padri generalmente avevano
saputo evitare. E parlando di Padri intendiamo
riferirci alle esegesi tanto penetranti e
psicologiche d'un Origene, d'un Gerolamo,
d'un Agostino, d'un Crisostomo. Questi grandi
commentatori, come pure un Cornelio a Lapide
e, più vicino a noi, un Cornely, non
dimenticavano che la parola divina giunge
a noi rivestita della parola umana e non si
stupivano di trovare nella Bibbia a tracce
di composizione completamente umana ".
Risposta.
- Ritornando all'obiezione ne esamineremo
successivamente i diversi aspetti. In primo
luogo ci si scandalizza che un libro divino
sia privo del suggello divino e si vorrebbe
che si possa distinguere immediatamente, con
note molto chiare, dai libri profani.
Si
ha sempre torto quando s'impone qualcosa a
Dio. Ci si obietterà che i protestanti
sentirono il bisogno di sviluppare e di elaborare
in questo senso, la teoria delle note distintive
del libro ispirato: l'autorità (causativa
o canonica, capace di infondere la fede e
di guidarla), la chiarezza, la perfezione
o sufficienza, l'efficacia; e che i cattolici
preferirono rinnegare di fatto il domina,
che ammettevano in linea di diritto.
In
realtà noi non abbiamo rinnegato assolutamente
nulla e siamo rimasti fedeli alla nozione
tradizionale dell'ispirazione, secondo la
quale l'azione divina s'inserisce totalmente
nell'attività umana, tanto da non poter
venir scoperta che nell'indirizzo generale
impresso a quest'attività. L'anima
non si trova sulla punta d'un bisturi; cosi
il carattere divino della Bibbia non viene
scoperto dalla critica più acuta e
fine, poiché Dio vuole per questo un
atteggiamento generale, che la critica non
da affatto e che i protestanti hanno rigettato.
Privatisi
dell'autorità della tradizione viva,
i protestanti si videro da una parte, obbligati
a esagerare il carattere trascendente della
Bibbia, credendo sia possibile " riconoscere
il suggello letterario di Dio ", contrariamente
alla Chiesa cattolica, che " non ha mai
ammesso che il libro divino si possa distinguere
dagli altri da un semplice tratto particolare
" (Lagrange, in Revue Biblique, 1896,
p. 203); d'altra parte, trasformando vecchie
e venerabili concezioni, i protestanti accordarono
ai fedeli un fantastico dono complementare
dell'ispirazione, una specie d'ispirazione
" indotta " : una testimonianza
dello Spirito (Calvino) o un'intelligenza
soprannaturale (Zwinglio), che verrebbe prodotta
dalla lettura della Bibbia. In questo modo
essi tentavano, ma del tutto invano, di sfuggire
alle conseguenze ineluttabili della loro negazione
del dono complementare ed essenziale voluto
da Dio, cioè dell'autorità vivente
o magistero infallibile, che compensa le imperfezioni
relative insite in questo modo di rivelazione
che è l'ispirazione. Il Cardinal Newman
scriveva giustamente che " in sé
è irragionevole supporre che un libro
tanto complesso, tanto poco unitario, in parte
tanto oscuro, prodotto da spiriti, tempi e
luoghi tanto diversi, abbia potuto esserci
dato dall'alto senza la salvaguardia di qualche
autorità. La sua ispirazione ne garantisce
la verità, ma non l'interpretazione,
che ne viene data. Come potrebbe un individuo
da solo distinguere in modo soddisfacente
il didattico dallo storico, la realtà
dalla visione, l'allegorico dall'ideale, l'idiomatico
dal grammaticale, ciò che è
enunciato formalmente da ciò che è
detto solo di passaggio (obiter), ciò
che obbliga temporaneamente da ciò
che obbliga per sempre? Noi dobbiamo naturalmente
supporre tutto questo, che fu fin troppo esattamente
giustificato dai fatti degli ultimi tre secoli
in tanti paesi dove ha prevalso il giudizio
privato sul testo della Scrittura. Il dono
dell'ispirazione richiede come complemento
quello dell'infallibilità " (in
Le Correspondant, 25 maggio 1884, p. 684).
Questi
semplici rilievi difendono bene la Chiesa
dalla calunnia di erigersi come giudice del
verbo di Dio e di tiranneggiare le intelligenze;
mentre essa, spiegando la Bibbia e salvaguardandone
l'integrità contro gli eccessi di certa
critica, svolge semplicemente il suo compito,
ed hanno fatto bene il Concilio di Trento
e quello del Vaticano a ricordare che "
nelle cose della fede e dei costumi le quali
servono a stabilire la dottrina cristiana,
bisogna considerare come vero senso della
Scrittura quello che tenne e tiene la Chiesa,
a cui spetta di giudicare del vero senso e
della interpretazione delle Scritture "
(Denz. 1788).
Abbiamo
detto che, secondo la nozione cattolica dell'ispirazione,
l'azione divina si inserisce nell'attività
dello scrittore sacro al punto di non poter
essere scoperta con criteri dipendenti dalla
critica. Altra conseguenza di questo modo
d'azione è che, eccettuato l'errore
e tutto ciò che sminuirebbe l'autorità
di Dio o sarebbe contrario alla sua santità,
lo scrittore sacro sotto ispirazione esprime
le cose divine nelle forme dell'ordinaria
letteratura umana. Si sviluppi quindi quanto
si vuole questo nuovo aspetto dell'obiezione;
lasciamo scoprire nella Bibbia quanti sbagli
grammaticali o di gusto si voglia, lasciamo
scoprire le et tracce di composizione completamente
umana ", come sentimenti umani, confessioni
d'ignoranza, forse anche esitazioni e dubbi,
rimpianti e speranze e (il che colpisce maggiormente
certi spiriti) idee religiose dell'Antico
Testamento che non hanno ancora la perfezione
e l'equilibrio cui giungerà la dottrina
di Cristo; in tutto questo nulla è
indegno di essere detto, cioè ispirato
da Dio, purché non sia indegno della
sua approvazione o, meglio, indegno di venir
sanzionato dalla sua autorità. Per
questo basta che l'esegeta cattolico e il
fedele che studiano la Bibbia, ricordino i
termini ormai classici della definizione della
natura dell'ispirazione, data da Leone XIII
nell'Enciclica Providentissimus Deus
(18 novembre 1893): "Lo Spirito Santo
con la sua virtù soprannaturale eccitò
e mosse gli autori sacri a scrivere, li assistette
nello scrivere per tal modo, che essi tutto
quello e solo quello ch'egli voleva, rettamente
concepissero col pensiero, fedelmente volessero
mettere per iscritto, e acconciamente esprimessero
con infallibile verità; altrimenti
egli stesso non sarebbe autore di tutta la
Scrittura " (Denz. 1952). Non si tratta
d'un " dettato " che renderebbe
inspiegabili certe imperfezioni, ma d'una
mozione esercitata sull'intelligenza e sulla
volontà umana, per muovere la loro
attività; ed è chiaro che tale
mozione non inibisce in nulla l'attività
connaturale delle facoltà. Anche se
mossa da Dio, l'intelligenza avrà pensieri
in parte proporzionati alla capacità
e alla misura dell'uomo, e quindi imperfetti
dal punto di vista della loro espressione
umana e perfetti solo in quanto esprimono
esattamente e con infallibile verità
quello che Dio vuole sia scritto nella Sacra
Scrittura, della quale in questo modo Egli
è l'autore principale. L'enciclica
di S. S. Pio XII Divino afflante Spiritu (1943)
sottolinea nuovamente e più nettamente
dei documenti anteriori l'influsso del temperamento
letterario dello scrittore sacro sul libro
ispirato : " Partendo nelle loro disquisizioni
dal principio che l'agio-grafo nello scrivere
il libro sacro è organo ossia strumento
dello Spirito Santo, ma strumento vivo e dotato
di ragione, (i teologi cattolici) rettamente
osservano che egli sotto la mozione divina
talmente fa uso delle sue proprie facoltà
e potenze, che dal libro per sua opera composto,
tutti possono facilmente raccogliere l'indole
propria di lui, come pure le sue personali
fattezze e il suo carattere " (A età
Apost. Sedis, 1943, p. 341).
Partendo
dal principio che un libro sacro è
un miracolo e confondendo rivelazione e ispirazione,
è possibile imporre alla Bibbia tutte
le esigenze. " Un libro ispirato è
un miracolo e dovrebbe presentarsi in condizioni
in cui nessun libro si presenta " (Renan,
/. e). Alcuni si adombrano perché il
testo dei libri sacri è giunto a noi
con altrettante, anzi con più numerose
varianti di ogni altro libro antico, tanto
che vi si possono supporre interpolazioni,
confusioni di testi, spostamenti di fogli.
Che importa tutto ciò dal momento che
la Bibbia, cosi com'è nelle mani della
Chiesa basta a compiere il suo ufficio? D'altronde
non bisogna esagerare le difficoltà
del testo sacro.
Ci
si dice però che l'origine della Bibbia
dovrebbe garantirne l'ispirazione, come credevano
gli antichi, che attribuivano tutto il Pentateuco
a Mosè, il Salterio a Davide, il Libro
d'Isaia al grande profeta; ma tutto questo
crollò quando la critica volle verificare
i titoli di queste venerande tradizioni.
È
vero che la critica razionalista ha trasportato
la questione biblica sul terreno dell'autenticità
e dell'integrità dei libri; è
anche vero che la nozione dell'ispirazione
è legata a quella della profezia; Mosè
e Isaia sono profeti e la loro qualità
di profeti da principio legittimò i
loro scritti, a Sotto l'apparenza d'una questione
puramente letteraria, notava saggiamente il
Vigouroux riguardo all'autenticità
del Pentateuco, è in gioco il principio
della religione, e si tratta molto meno di
sapere chi sia l'autore e quale la data di
un libro, che di rovinare o difendere l'esistenza
del soprannaturale e della rivelazione n (Les
Livres saints et la critique rationaliste,
t. in, Parigi, 1887, p. 3).
Però
in questa materia non possiamo imporre all'apologetica
qualsiasi mandato imperativo; prudenti riserve
si impongono e non invano la Chiesa distinse
sempre più nettamente la nozione dell'ispirazione
da quella della profezia.. Occorre assimilare
allo spirito di profezia ogni dono che arricchisce
la rivelazione, anche dopo la scomparsa dei
profeti israelitici propriamente detti, e
riconoscere a la libertà dei profeti
o scrittori pubblici di cambiare qualcosa
nei libri sacri " (Richard Simon, Histoire
critique du V. Testament, Rotterdam, 1685,
p. 21).
CAPITOLO
III. - OBIEZIONI CONTRO L'INERRANZA
Come
può la Bibbia essere "veridica"
se contiene asserzioni antiscientifiche?-
Anche le concessioni però hanno un
limite, poiché la Bibbia non è
interamente sul piano umano e le sue imperfezioni
si arrestano sulla soglia dell'errore. Se
Dio parla può soltanto rivelare la
verità, ed eccoci subito di fronte
all'autorità divina e al fenomeno dell'inerranza
che, essendo suscettibile di verifica, può
condannare o giustificare la Bibbia. È
inutile esporre estesamente l'obiezione che
anche il bambino del catechismo conosce o
crede di comprendere, e che i suoi maestri
d'incredulità espongono senza dubitarne,
riprendendo le calunnie di Celso o di Porfirio,
degli Averroisti, del Rinascimento pagano,
dei deisti e di Renan : la Bibbia è
piena di leggende, di miti e di contraddizioni,
e la Chiesa imponendo di credere a queste
puerilità, si oppone al progresso scientifico.
Il
P. Durand individua bene le condizioni ingrate
in cui si trova l'apologista dell'inerranza
biblica. " A migliaia d'anni di distanza,
con i nostri odierni costumi, tanto diversi
da quelli dell'antico Oriente, è facile
suscitare il riso su cose bibliche o renderle
odiose, specialmente quando si è davanti
a un uditorio leggero e mediocremente istruito.
Sant'Agostino segnalava già al suo
tempo questo stato di cose. All'obiezione
popolare contro le imprese di Sansone, le
vicende di Giona o la meravigliosa storia
di Tobia, l'apologista serio e rispettoso
del testo e dei suoi uditori prepara una risposta
solida, ma che disgraziatamente non è
alla portata di tutti, e le sue spiegazioni
sembreranno sottili, innaturali e arbitrarie,
poiché non si riflette quanto siano
serie le questioni poste dalle difficoltà.
L'esperienza prova che la critica di autori
profani solleva problemi che non sono in migliori
condizioni per essere risolti. Però
mentre il testo di Erodoto o di Tito Livio
interessa solo un piccolo numero di persone,
(precisamente quelli che sono preparati a
questo genere di studi) e ancor minore è
il numero di quelli che hanno interesse a
sapere se questi scrittori dissero il vero
o il falso, la Bibbia è invece un libro
popolare, che va per le mani di tutti, e molto
spesso viene affrontata per partito preso
prò o contro, poiché siamo sommamente
interessati a sapere se il suo testo merita
aedito. Il senso misterioso o apparentemente
strano di certi racconti biblici, una segreta
diffidenza o anche l'inclinazione all'incredulità
riguardo a manifestazioni del soprannaturale,
la manifesta insufficienza di più d'una
soluzione corrente, sono tutte circostanze
die predispongono sfavorevolmente " (D.
A. F. C, L ii, col. 754).
Risposta
generale.- Prima d'impegnare una
lotta svantaggiosa, ci sia per: messo, se
non di porre le nostre condizioni, alunno
di ricordare alcune verità La veridicità
che noi vogliamo rivendicare è quella
della vera Bibbia, do del libro che è
l'insieme dei libri dell’Antico e del Nuovo
Testamento, dalla Genesi fino all'Apocalisse.
Non è una qualsiasi stona sacra né
una Bibbia de l'infanzia, e nemmeno un film.
Non vogliamo difendere la Bibbia in quanto
ha posto la creazione del mondo nell'anno
4004 prima di Cristo. Le illustrazioni del
Dorè rappresentanti l'ingresso nell'arca
o il miracolo di Giona per se stesse non sono
un'esegesi. La nostra Bibbia è quella
dei testi autentici, eh si affrontano solo
dopo una certa formazione.
Esente
da errore è la parola di Dio contenuta
nella Bibbia, non il modi d'interpretarla
e di comprenderla, e grazie al cielo non siamo
noi responsabili di tutte le esegesi, ben
sapendo che la letteratura biblica è
lontana da no quanto basta per essere oscura
e difficile all'interpretazione.
L'apologista
deve riferirsi egualmente a tre principi derivanti
dalla natura dell'ispirazione e che l'esegeta
applica continuamente. Il primo principio
stabilisce che, dato il modo di comunicazione
scelto liberamente da Dio, c'è d. regola
un'equazione tra il pensiero divino e il pensiero
umano da cui quelle è limitato, sicché
possiamo formulare questa proposizione: per
determinare quello che Dio ci rivela nel suo
verbo scritto bisogna prima determinare il
pensiero esatto dello scrittore sacro, "
Nessuno, dice l'enciclica Divino afflante
Spiritu, ignora che la suprema norma d'interpretare
è ravvisare e stabilire che cosa si
proponga di dire lo scrittore sacro "
(1. e. pp. 341-342).
Il
secondo principio, è frutto del buon
senso ed è tradizionale: l'errore è
possibile solo quando vi è un a giudizio
" " affermazione d'una pretesa verità.
L'autore sacro, e Dio per mezzo di lui, afferma
esattamente né più né
meno quello che vuole affermare. Se per esempio
riporta il pensiero altrui senza volerlo approvare,
non è responsabile. Se senza preoccuparsi
dell'esattezza materiale, si serve di un passo
letterario per ornare, poetizzare, animare
il sua racconto (come San Francesco di Sales
quando riporta che " se si scrive una
parola sopra una mandorla che poi si rimette
e si chiude perfettamente nel guscio, l'albero
che ne nascerà produrrà frutti
che porteranno incisa la stessa parola ")
non è responsabile della verità.
Le proposizioni non cambiano la loro natura
per essere nella Scrittura; se un'opinione
è affermata, è affermata e quindi
dev'essere vera, mentre un'opinione semplicemente
riportata non impegna né l'autore sacro
né Dio. " Non occorre dire, nota
Durand, che un'autore intende assumersi la
responsabilità d'un'asserzione soltanto
dietro tutte le precisazioni date nell'insieme
del suo testo " (D. A. F. C, t. n, col.
760). Se si obiettasse che tutto questo è
teologia, e cavillo, allora chiederei se si
debba rifiutare alla Bibbia quello che si
concede a qualsiasi autore profano.
Aggiungiamo
un terzo principio. La parte che
noi attribuiamo all'autore acro è retta
dalla sua psicologia, e questa indubbiamente
ha valore umano universale, ma dipende anche
dai costumi letterari della civiltà
in cui egli viveva. Si usa assai largamente
questo principio studiando i generi letterari
ossia quelle forme di scrivere dell'antichità,
specie del mondo semitico.
Quindi
non è possibile improvvisarsi esegeti,
occorrendo solida preparatone storica e teologica;
né improvvisarsi avversari temibili
della fede cristiana; se le obiezioni di Celso
o di Porfirio meritano ancora oggi di essere
confutate, al contrario quelle di Voltaire,
a parte la loro empietà, meritano solo
più un sorriso. Per aver spesso dimenticato
i principi, la storia dell'apologetica è
piena di obiezioni inefficaci e di risposte
senza mordente.
I
nostri tre princìpi ci conducono a
formulare una regola aurea, e cioè
che l'affermazione dello scrittore sacro,
e quindi di Dio stesso, dipende prima di tutto
dalla sua intenzione; regola questa che regge
mille applicazioni particolari, specialmente
nella letteratura epistolare, nella poesia
e nella letteratura profetica, apocalittica
e anche nei Vangeli. Così è
certo che gli evangelisti, che al lettore
distratto sembravano seguire un ordine cronologico,
seguirono spesso un ordine mnemotecnico, logico
o psicologico, e di questo non si può
incolpare l'ispirazione. Forse meglio di noi,
gli antichi avevano notato questa condizione
dei nostri Libri sacri, poiché, al
dire di Papia, " il presbitero ",
che potrebbe anche essere l'apostolo Giovanni,
riferiva quanto segue: te Marco, interprete
di Pietro, seguendo la memoria scrisse accuratamente,
ma senza cercare di metterle in ordine, le
parole e gli atti di Cristo. In realtà
Marco, così egli spiegava, non fu né
un uditore né un discepolo immediato
di Cristo, ma solo più tardi seguì
Pietro, che faceva le sue catechesi a seconda
delle necessità, non pensando ancora
di fare una specie di trattato delle parole
di Cristo. In tal modo Marco, scrivendo secondo
il filo dei suoi ricordi, non venne meno a)
suo scopo, unicamente preoccupato di non trascurare
nulla di ciò che aveva inteso e di
non allegare niente di falso " (Eusebio,
Hist. eccl, in, 39).
Legittime
abitudini letterarie possono ingannare solo
chi vuoi essere ingannato. Vediamo ora come
la regola venne intesa e applicata durante
alcune recenti controversie.
Alcune
applicazioni.
-
a) La Bibbia e le scienze naturali.
- Quando si ebbe il risveglio dell'apologetica
nell'ultimo secolo, tutti i favori andavano
al concordismo, e anche se era cessata la
pretesa di insegnare le scienze naturali in
nome della Bibbia, non si era ancora rinunciato
ad accordarle con essa positivamente, e l'esegesi
pagava a caro prezzo un'intesa sempre precaria.
Intanto a poco a poco le scoperte storiche
e archeologiche strappavano l'Antico Testamento
dall'isolamento e lo rimettevano in seno alle
civiltà orientali. Lenor-mant, nella
sua celebre opera: Les origines de l'histoire
d'après la Bible et la traditions des
peuples orientaux, (voi. i, p. Vili)
colpì fin da principio nel vivo : "
Dal punto di vista delle scienze fisiche (gli
scrittori della Bibbia) non ebbero lumi eccezionali,
ma seguirono le opinioni comuni e anche i
pregiudizi del loro tempo... Lo Spirito Santo
non si preoccupò di rivelare verità
scientifiche e neppure una storia universale
".
Per
ora dobbiamo lasciare da parte l'inciso relativo
alla storia, che attirerà su Lenormant
i rigori dell'Indice, ma in quanto alle scienze
fìsiche l'autorità della Chiesa
ne approvò la saggia opinione e, superando
le esagerazioni del concordismo, vi riconosceva
la propria esegesi tradizionale. te Prima
di tutto, dirà poco dopo Leone XIII
nella Providentissimus, devesi tenere presente
che gli scrittori sacri o meglio "lo
Spirito di Dio, che parlava per loro bocca
non intese rivelarci l'intima costituzione
della natura visibile per nulla giovante all'eterna
salvezza" (S. Agost., De Gen. ad litt.,
II, 9, 20); per questo gli scrittori sacri
non intesero indagare i fenomeni naturali,
ma, se talvolta ne parlano, o usano un linguaggio
figurato, oppure ricorrono al linguaggio ch'era
corrente al loro
tempo e che ancor oggi viene usato dagli stessi
scienziati nelle loro conversazioni familiari.
Ora poiché il linguaggio corrente esprime
le cose come cadono sotto i sensi, non diversamente
si comportò lo scrittore sacro, il
quale, come pure avverte S. Tommaso "si
espresse secondo le apparenze sensibili"
(S. ih., i, q. 70, a. 1 ad 8) a (Enchiridion
Biblicum, Roma 1927, n. 106). Da buon teologo,
il P. Lagrange commenta: et Quando ci si attiene
alle apparenze non si giudica sulla natura
delle cose, e quando non si giudica non si
afferma né si nega, perché la
verità e l'errore si trovano formalmente
solo in un giudizio formale " (La mélhode
hislorique, Paris 1903, p. 106).
Si
noti come Leone XIII non abbia detto semplicemente:
il linguaggio secondo le apparenze, ma et
il linguaggio corrente al loro tempo ",
e questo equivale alle " opinioni comuni...
del loro tempo " di Lenormant È
quindi ormai acquisito che la Bibbia non doveva
parteggiare per questo o per quel sistema
scientifico; e questi sistemi, d'altronde,
sono poi tanto importanti da meritarlo?
-b)
Ispirazione o inerranza in materia storica.
- Alcuni buoni ingegni credettero che il principio
sanzionato quanto alle scienze fisiche: a
Dio rivela soltanto ciò che è
utile alla salvezza ", si potesse applicare
utilmente a qualiasiasi scienza e anche alla
storia, e che, limitando la portata dell'ispirazione,
o almeno dell'inerranza, sarebbe stato semplificato
il -compito dell'apologista.
"
Lo Spirito Santo non si preoccupò di
rivelare verità scientifiche, e nemmeno
una storia universale ", aveva scritto
Lenormant il Cardinal Newman è ancor
più esplicito: et In sé sembrerebbe
cosa indegna della grandezza divina, se l’Onnipotente
rivelandoci se stesso, si fosse assutno un
compito puramente profano, facendo l’ufficio
di semplice narratore, di storico, di geografo,
oltre quanto le materie profane interessino
direttamente la verità rivelata (in
Le Correspondant, 25 maggio 1884, p. 682).
D'altronde questa grande dichiarazione non
aveva molta ampiezza e sottraeva all'ispirazione
solo alcune cose obiter dieta, cioè
dette di passaggio.
In
un articolo del Correspondant sulla Question
biblique Mgr d'Hulst si fece portavoce non
autorizzato d'un gruppo d'esegeti più
intraprendenti, che egli qualificava come
appartenenti alla te scuola larga ",
teorici che, secondo lui, avrebbero distinto
tra ispirazione e inerranza, non ammettendo
" che l'ispirazione escluda sempre ogni
specie di errore ". et L'errore esclude
l'ispirazione in quanto potrebbe essere imputabile
a Dio ispiratore, non in quanto essa resterebbe
propria dell'autore ispirato. Ora Dio ispiratore
avrebbe certamente potuto prendersi la responsabilità
di tutte le enunciazioni contenute nel libro
ispirato; ma potè pure limitare la
sua azione ispiratrice a questi effetti: muovere
l'autore a scrivere, rivelargli certe verità,
guidarlo e preservarlo da ogni errore in quello
che interessa la fede e la morale, infine,
quando lo scrittore si serve di documenti
umani, intervenire e correggere le imperfezioni
e anche le inesattezze solo in quanto andrebbero
contro il fine dommatico e morale dell'ispirazione"
(ivi, 25 genn. 1893, p. 232).
Ma
così era passare il segno, poiché
se è vero che la tradizione pone come
fine dell'ispirazione le verità religiose,
afferma anche con pari chiarezza che la parola
divina non si concilia con l'errore; quindi
l'apologetica doveva far
-
c) Nozioni popolari e citazioni implicite.
Forse era meglio dire che Dio ispirava e garantiva
tutta la Scrittura, ma che talvolta tanto
in materia di storia quanto di scienze fisiche
parlava secondo le apparenze, proprio come
sembra suggerire anche una frase dell'enciclica
Providentissimus, di cui molti esegeti, anche
tra i maggiori, si servirono per spiegare
apparenti inesattezze dei Libri sacri.
Il
P. Lagrange nel suo libro La Mèthode
historique scriveva: " Se gli apostoli
diedero come empimento di una profezia una
semplice applicazione fondata sulla somiglianzà
dei fatti, a più forte ragione non
dovevano potersi servire delle idee dei Giudei
sulle scienze e la storia senza rettificarle?
" (p. 103), Dopo san Gerolamo si citava
Cornely: a È anche necessario die l'interprete
faccia molto attenzione al modo con cui sono
riportati i fatti storici che vengono riferiti
dagli autori sacri. In realtà, come
attesta san Gerolamo, "è uso della
Scrittura che lo storico riporti l'opinione
comune qual'era generalmente ammessa al suo
tempo... Nelle Sacre Scritture si raccontano
molte cose secondo l'opinione del tempo al
quale si riportano i fatti, e non secondo
la realtà della cosa: et non juxla
rjuod rei verilas conlinebat". Quest'osservazione
del santo Dottore è molto importante,
volendo dirci che non dobbiamo forzare le
parole della Scrittura secondo lo stato attuale
delle scienze, ma spiegarle conforme al pensiero
e all'intenzione degli scrittori sacri. Quante
difficoltà si sarebbero evitate se
tutti gli interpreti avessero sempre avuto
sottocchio questo monito di san Gerolamo!
" (Introd. in V. T. libros, i, Parigi
1904, p. 604). " Questo vuoi dire, aggiunge
trionfante il P. Lagrange, che essendo tali
i racconti storici, compresi quelli che hanno
carattere pienamente storico, non devono essere
intesi secondo la scienza di Dio onnisciente,
ma secondo l'orizzonte dell'uomo, che è
limitato, e quando lo scrittore sacro non
ne sapeva più degli altri, doveva conseguentemente
usare un'espressione materialmente falsa,
ed era possibilissimo che Dio non gl'insegnasse
nulla di più " (La mèthode
historique, p. 108). Da parte sua il P. Prat
aveva creduto di poter estendere nello stesso
senso il principio, legittimo in se stesso
e tradizionale, delle " citazioni implicite
". Lo storico non potrebbe riferirsi
a un documento senza usare una formula di
citazione esplicita, da ripetere tutte le
volte che vi si riferisce? Non ha a sua disposizione
altri mezzi di riferire? E quando cita in
questo modo dobbiamo sempre considerarlo garante
dei minimi fatti contenuti nel documento invocato?...
Tali questioni sono meno proprie del teologo
o dell'esegeta che del critico e del filosofo,
perché riguardano le regole d'un genere
letterario e le leggi generali del discorso
" (La Bible et l'histoire, Parigi 1904,
p. 56).
Queste
teorie potevano condurre ad eccessi, poiché,
come dichiarò Benedetto xv nell'enciclica
Spirilus Parnclilus (15 settembre 1920) "quelli
i quali pensano che le parti storielle della
Scrittura poggino non sulla verità
assoluta dei fatti, ma solo sulla loro verità
relativa, come essi dicono, e sul modo generale
e popolare di pensare, misconoscono la dottrina
della Chiesa, approvata dalla testimonianza
di san Gerolamo e degli altri Padri".
E più avanti: "C'è ancora
un'altra categoria di deformatori della Sacra
Scrittura e sono coloro che, abusando di alcuni
principi, del resto giusti se contenuti entro
certi limiti, finiscono col rovinare i fondamenti
della veracità delle Scritture e seppellire
la dottrina cattolica trasmessa dall'insieme
dei Padri. Se fosse ancora in vita, san Gerolamo
colpirebbe con i suoi strali acuminati questi
imprudenti che trascurano il sentimento t
il giudizio della Chiesa, e troppo facilmente
ricorrono a quello che essi chiamano il sistema
delle citazioni implicite, o dei racconti
che sarebbero storici soltanto in apparenza,
o che pretendono scoprire nei libri sacri
certi generi letterari inconciliabili con
l'assoluta e perfetta veracità della
parola divina, e che sull'origine dei libri
biblici professano un'opinione che ne scuote
e perfino annulla l'autorità "
(Acta Apostol. Sedis, 1920, pp. 895 e 397).
L'apologista tuttavia non perderà più
di vista la formula dell'enciclica: "
abusando di certi principi, del resto giusti
se contenuti entro certi limiti ". Vi
son casi in cui si ricorre tradizionalmente
a tali principi, che, in mancanza di meglio,
si potranno applicare a casi nuovi, sempre
con la riserva di sottomettersi alla Chiesa.
Questo non è un sotterfugio, poiché
lo scrittore sacro, nel suo spirito, poteva
avere sfumature che, non enunciate nella lettera
espressa, traspaiono dal contesto, dal genere
letterario o anche da determinate circostanze,
ricordando soprattutto che l'autore sacro
talvolta poteva utilizzare tradizioni popolari.
L'angelo Raffaele (Tob. 6, 9) non enumerò
forse le proprietà del fiele del pesce
seguendo l'opinione comune?
d)
I generi letterari nella Bibbia.
- Rispetto esagerato della lettera e concezione
meccanica dell'ispirazione oscurano la nozione
essenziale secondo la quale l'autore sacro
si servi di tutte le risorse delle letterature
umane di cui riflette le bellezze nel suo
stile, ma ne condivide anche certe imperfezioni,
e Dio, accettando che un uomo ispirato scrivesse
in suo nome, si degnò di correre questo
rischio.
L'esegeta
deve quindi conoscere i generi e i processi
letterari, non solo nella forma generale comune
a tutte le civiltà, ma anche nel carattere
concreto che ricevono da ogni popolo e da
ogni età. L'insegnamento di Gesù
attraverso parabole e il libro di Giobbe ci
resero familiari queste accidentalità
dell'ispirazione, e nella definizione del
genere letterario, assieme a una regola di
esegesi scientifica, si vide giustamente anche
un mezzo apologetico. Ma anche qui c'era il
dovere di conservare la misura.
La
spiegazione della Genesi, che è sempre
tra le prime preoccupazioni tanto nell'attacco
quanto nella risposta, per prima beneficiò
dell'applicazione scientifica del principio
dei generi letterari. " Nei primi capitoli
della Genesi, scriveva già Lenormant
nella prefazione alle Origines de l'histoire,
non leggiamo un racconto dettato da Dio stesso
e posseduto esclusivamente dal popolo eletto,
ma una tradizione la cui origine si perde
nella notte delle età più remote
e posseduta in comune, con qualche variante,
da tutti i grandi popoli dell'Asia anteriore,
tradizione che nella Bibbia ha una forma strettamente
imparentata con quella che oggi troviamo a
Babilonia e nella Caldea, di cui segue con
tanta esattezza l'andamento, che credo renda
impossibile il dubbio che non esca dallo stesso
fondo... Gli scrittori della Bibbia, registrando
al principio dei loro libri questa tradizione,
fecero della vera archeologia, nel senso che
i Greci davano a questa parola. I primi capitoli
della Genesi sono un Libro delle origini,
secondo quanto veniva raccontato in Israele
dal tempo dei Patriarchi. Tutti i dati fondamentali
di ciò che raccontava questo popolo
è simile a ciò che ne dicevano
i libri sacri delle sponde dell'Eufrate e
del Tigri " (op. Al., pp. XVII-XVIII).
Ecco
dunque scoperto e definito un genere letterario
antico, cioè il Libro delle origini
o la storia primitiva, espressione, quest'ultima,
che ebbe fortuna con il libro La Mélhode
historique del P. Lagrange, l'illustre esegeta,
che nella seconda conferenza intitolata L'histoire
primitive, dichiara: " È evidente
che i primi capitoli della Bibbia non sono
affatto una storia e nemmeno un ramo della
storia dell'umanità, perché
avremmo si e no un fatto ogni mille anni né
sapremmo dove situarlo... Ci basti il fatto
che nulla di cosi sobrio si trovi in nessuna
parte, che sia esclusa la mitologia propriamente
detta e che non sia possibile l'errore, neppure
per chi vuoi vedere le cose come sono "
(pp. 216-17).
D'altronde,
come già Lenormant, il P. Lagrange
non intendeva negare qualsiasi valore storico
a queste tradizioni, poiché scriveva:
a Io mi sono sforzato di distinguere tra i
dettagli delle storie e il loro fondo, che
si può trasmettere molto fedelmente
e per secoli negli ambienti più vari,
ovunque trasformato, prendendo ovunque un
colore proprio, ma sempre riconoscibile "
(fi/i, pp, 217-18). Però la Chiesa
volle affermare più categoricamente
il valore storico dei primi capitoli della
Genesi.
In
un articolo della rivista Etudes (1901, pp.
474-500) e nell'opuscolo La Bible et l'Hisloire,
il P. Prat tentò di applicare ad altri
libri la teoria dei generi letterari, notando
che " nessun genere letterario in uso
tra gli scrittori profani è indegno
degli autori sacri, come l'apologo, l'allegoria,
la finzione e quello che oggi chiameremmo
romanzo storico, o romanzo di costumi. Tutto
questo è capace d'istruire e quindi
può essere oggetto dell'ispirazione
divina... Di qui il problema che oggi preoccupa
maggiormente gli esegeti cattolici. Sono vera
e propria storia alcuni libri apparentemente
storici, come Giuditta, Tobia, Daniele, Giobbe,
Giona, Esteri oppure sono un miscuglio di
finzione e di storia, e forse frammenti di
storia idealizzata? " (La Bible et l'histoire,
pp. 30 e 33).
Ignazio
Guidi, in un articolo della Revue Biblique
(1906) sembrava invitare ad applicare ai libri
storici dell'Antico Testamento il metodo assai
a difettoso " della k storiografia semitica
" : tt Nella storiografia, come negli
altri campi letterari, si nota facilmente
una profonda differenza tra le letterature
classiche e quelle semitiche, dove è
inutile cercare il mirabile progresso che
vediamo compiersi tra i Greci, dai cosiddetti
logografi a Erodoto e Tucidide... Invece della
critica delle fonti, dell'elaborazione dei
materiali e dei libri anteriori, vediamo copiati
e posti l'uno dopo l'altro brani presi da
storie più antiche, senza che il lettore
venga avvisato della loro diversa origine.
Troviamo questo metodo, che ci sembra tanto
difettoso, in tutte le letterature semitiche"
(p. 509). Un po' più tardi van Hoonacker
richiamava l'attenzione sul " punto di
vista didattico o morale, cui l'autore (del
libro di Giona) si attenne per comporre il
suo racconto " (Les douze pélits
prophèles, Parigi 1908, p. 316), II
principio era inattaccabile, ma le sue applicazioni
preoccupavano la Chiesa, che vuole prima di
tutto mantenere integro il deposito della
rivelazione, La Commissione biblica esaminò
questo " dubbio " : "È
ammissibile, come principio di sana esegesi,
l'opinione che i libri della Scrittura considerati
come storici, non raccontino sempre, in tutto
o in alcune parti, storia propriamente detta
e oggettivamente vera, ma avente solo apparenza
storica e mirando a far intendere altro da
ciò che risulta dal senso propriamente
letterale o storico dei termini? " Risposta:
" No, eccetto il caso (assolutamente
da non ammettersi con facilità e alla
leggera) in cui, non andando contro il sentimento
della Chiesa e riservando ad essa il giudizio,
sia provato con solidi argomenti che l'agiografo
non volle dare una vera e propria storia,
ma, sotto apparenza e forma di storia,
volle proporre una parabola, un'allegoria
o qualche senso diverso da quello propriamente
letterale e storico dei termini ". Si
veda la buona precisazione del P. Pernandez
in Institutiones biblicae, Roma 1927, pp.
330-387.
L'enciclica
Divino afflante Spinili non si limita a riconoscere
come legittimo il principio dei generi letterari,
ma obbliga l'esegeta a fondare la sua interpretazione
sopra un'esatta conoscenza dell'ambiente letterario
dove nacquero i libri santi: " Quale
sia il senso letterale di uno scritto, sovente
non è così ovvio nelle parole
degli antichi Orientali com'è per esempio
negli scrittori dei nostri tempi. Quel che
han voluto significare con le loro parole
quegli antichi non va determinato soltanto
con le leggi della grammatica o della filologia,
o arguito dal contesto; l'interprete deve
inoltre quasi tornare con la mente a quei
remoti secoli dell'Oriente, e con l'appoggio
della storia, dell'archeologia, dell'etnologia
e di altre scienze, nettamente discernere
quali generi letterari abbiano voluto adoperare
gli scrittori di quella remota età.
Infatti gli antichi Orientali per esprimere
i loro concetti non sempre usarono quelle
forme o generi del dire, che usiamo noi oggi,
ma piuttosto quelle che erano in uso tra le
persone dei loro tempi e dei loro paesi. Quali
esse siano, l'esegeta non lo può stabilire
a priori, ma solo dietro un'accurata ricognizione
delle antiche letterature d'Oriente "
(Acta Apost. Sedis, 1943, p. 342).
Però
il compito non finisce qui né tutte
le difficoltà sono appianate, perché
l'inserimento d'un'attività divina
nel mondo e la sommissione delle facoltà
umane al soffio dello Spirito non si sperimentano
mai in forme precise come l'algebra, e sarà
sempre necessaria molta prudenza per rispettare
tutta la realtà, cioè la realtà
della fede e quella delle manifestazioni umane.
È già molto che siano assicurate
le grandi linee dell'opera armoniosa e che
si continui il lavoro con la coscienza di
camminare chiaramente verso la meta.
CONCLUSIONE
Abbiamo
rimosso la cenere di controversie assopite
e si constata almeno che l'apologista cattolico
ebbe sempre un atteggiamento fatto di libertà
e di prudenza, in sottomissione alla Chiesa.
In questo modo fu compiuto un notevole progresso
nella difesa dei libri sacri, poiché
esegeti e teologi, concordi, hanno definitivamente
respinto la possibilità d'un conflitto
tra le scienze naturali e la Bibbia; quindi,
approfondita la tradizionale nozione dell'ispirazione,
sono riusciti a fondare l'esegesi sopra quest'unico
principio, in cui s'intravede la soluzione
di molte difficoltà d'ordine storico:
le affermazioni della Bibbia sono condizionate
dall'intenzione dello scrittore sacro.
La
nostra condizione è quindi infinitamente
migliore di quando era di moda affermare che
l'interpretazione della Scrittura era screditata
dalla scienza moderna e dalle ricerche storiche,
e di quando Renan, rimproverando l'apologetica
di sottigliezze, scriveva: a È prova
di cattiva tesi se per difenderla si devono
mettere assieme dieci, cento, mille sottili
risposte n {l. e, p. 12). Oggi, di fronte
alla sicurezza con cui l'esegesi applica a
mille casi diversi un principio unico, dettato
dalla psicologia e dal buon senso, non è
più lecito che si parli, come allora,
di bancarotta, ma si deve parlare di riuscita.
Tuttavia
rimane ancora un disagio, poiché molti
cattolici temono di toccare la Bibbia quasi
fosse un idolo tarlato; ma si rassicurino,
e si rassicurino anche quelli che, eventualmente,
ci credono troppo spicci, quasi che per salvare
l'inerranza avessimo sacrificato tutto il
contenuto della rivelazione.
Potrebbe
certamente sembrare che il nostro principio
fondamentale, a forza di applicazioni, possa
annullare la parte della rivelazione nella
composizione della Bibbia e che a forza di
esprimere il pensiero dello scrittore sacro,
la Scrittura non esprima più quello
di Dio. Ma nulla di tutto ciò, poiché
è possibile che si debbano sacrificare
alcuni particolari, proprio quelli a cui certi
cristiani sono molto attaccati, assai più
di quanto lo richieda il rispetto della tradizione,
ma l'apologetica sarà prudente, e l'essenziale
della rivelazione, la legge di Mosè
e dei profeti, con tutto il Nuovo Testamento
resterà intatto e appariranno forse
più solide che nel passato le grandi
linee che, come la rivelazione e i racconti
storici che le inquadrano e ne conservano
il ricordo, furono tracciate da Dio quando
ispirò la Scrittura.
-
L. C.
BIBLIOGRAFIA.
- G. M. Perbixa; Introduzione generale
alla Sacra Bibbia, Marietti, Torino 1948.
G. Courtade, Inspiration et inerance,
in D. B. S., IV, 488-559. G. Castellino, L'inerranza
della Sacra Scrittura, S. E. I., Torino
1949. E. Flomt, Ispirazione biblica. La verità
nella Sacra Scrittura, Officium Libri Catholici,
Roma 1951. J. Coppens, L'inspiration et l'inerrance
biblique in Ephemerìdes theologicae
lovanienses, 1957, pp. 36-57.