tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
INTRODUZIONE
II
problema che ora s'impone è di sapere
se la dottrina affidata da Cristo alla sua
Chiesa portò all'umanità i frutti
di salvezza che si potevano attendere.
Sappiamo
che il regno di Dio non è di questo
mondo; quindi misurare i progressi del regno
di Dio su quelli di questo mondo è
un errore. Anzi, tale giudizio non ci appartiene
affatto, perché è fra quelle
cose che, per loro natura, sfuggono alla percezione
e alla verifica dei nostri sensi. Però
non possiamo fare a meno di porci la questione
che, su un certo piano, è legittima.
Infatti tra il mondo della Grazia e quello
della natura non c'è separazione assoluta
e radicale. L'uomo stesso di cui ci occupiamo
qui è un composto di materia e di forma,
di carne e di spirito, tale che non si può
rinnovare spiritualmente senza che sia accompagnato
da alcuni effetti visibili. La Redenzione
di fatto non è fallita per il fatto
che il mondo resta malvagio; sarebbe fallita
se nel senso di questo mondo malvagio non
constatassimo lo sviluppo di qualcosa di migliore.
Paragonare il mondo cristiano a quello non
cristiano, e dal paragone concludere oggettivamente
che quello in definitiva vale più che
questo, è impresa legittima e che deve
finire col rafforzare la nostra fede.
§
1. - La trascendenza della Chiesa nel mondo.
Occorre
fare alcune distinzioni quando si parla dell'azione
della Chiesa in un campo non precisamente
suo. La Chiesa è una società
spirituale, il cui fine è di rendere
i suoi membri capaci di godere della beatitudine
eterna e perciò, per la sua stessa
definizione, trascende l'ordine del tempo;
opera nel tempo, ma in vista dell'eternità.
La distinzione dello spirituale dal temporale
è un apporto essenziale del cristianesimo,
che dobbiamo mettere qui come premessa. L'antichità
ignorò questa distinzione; per essa
il sacro e il profano si compenetravano talmente
che non v'era gesto profano che non fosse
suscettibile d'un significato religioso e
qualsiasi funzione sacra comportava effetti
profani. La religione era talmente legata
alla città, che la rovina dell'una
trascinava necessariamente quella dell'altra.
Legate
nella durata, non lo erano meno nello spazio.
Gli dèi della città perdevano
forza e credito andando oltre frontiera; non
c'era magistrato che non fosse anche sacerdote,
e ogni volta che compariva un impero riducente
sotto un unico dominio popoli diversi, si
sentiva il bisogno d'una religione comune
a tutti, tanto che un faraone cerca di sostituire
al culto egiziano di Amon l'adorazione universale
di Aton; Alessandro volle farsi riconoscere
figlio di Zeus, meno per un eccesso d'orgoglio
che per assicurare, con la propria divinità,
la coesione d'un stato immenso; tutti i regni
ellenistici erano fondati sull'adorazione
del sovrano; infine il culto di Roma e d'Augusto
fu il legame religioso che riuniva attorno
a Roma tutti i popoli dell'impero.
Il
cristianesimo è la prima religione
e in fondo l'unica che fin dalle origini non
è legata a nessuna forma temporale.
La cattolicità della Chiesa non s'oppone
alla diversità degli stati; e la sua
stabilità non soffre col declino e
la caduta delle civiltà. La distinzione
dello spirituale e del temporale delimita
perfino nel cuore una zona di libertà
che non si può perdere. Lo stato teocratico
s'impadronisce di tutto l'uomo e tutto lo
controlla, cercando di assoggettare non solo
il corpo, ma anche l'anima. Invece non c'è
tirannia che possa fare presa sopra un cristiano,
il quale, a motivo della parte più
nobile di se stesso, appartiene sempre ad
una città che non è di questo
mondo. Anche se la Chiesa non avesse recato
all'uomo che l'unico beneficio di garantirgli
la libertà più essenziale, questo
solo fatto basterebbe a porre il mondo cristiano
incomparabilmente più in alto di tutti
quelli che lo hanno preceduto o che sussistono
accanto ad esso.
§
2. - L'idea di civiltà cristiana.
La
Chiesa e la civiltà cristiana.
- Di qui dobbiamo desumere il nostro metodo,
per studiare l'azione della Chiesa in campi
non propri. Nelle pagine seguenti dovremo
parlare spesso di civiltà cristiana.
Essa, ricordiamolo bene, non è la Chiesa;
designa infatti uno sviluppo, ispirato al
cristianesimo, della vita propriamente umana
nei suoi elementi materiali e intellettuali,
estetici e morali; o, più brevemente,
una civiltà, una cultura (quindi appartenente
per sua natura al dominio temporale) d'ispirazione
cristiana. C'è e ci sarà sempre
una sola vera Chiesa, con una giurisdizione,
che, se non di fatto almeno di diritto, s'estende
a tutto l'universo e scomparirà solo
con la scomparsa di questo mondo. Invece possono
esserci più civiltà cristiane
che si succedono nel corso della storia oppure,
anche questo è possibile, coesistono
in una medesima epoca storica. Parlando di
civiltà cristiana sarebbe dunque forse
meglio usare il plurale, non foss'altro che
per rispettare le diversità di legittime
e possibili realizzazioni.
Quindi
le civiltà cristiane, per essere tali,
avranno in comune certi principi essenziali;
ma, salvaguardati questi, le civiltà
potranno differire tra loro quasi all'infinito,
secondo la diversità dei tempi e dei
luoghi, poiché la Grazia perfeziona
e continua la natura senza distruggerla. Ancora
una volta troviamo l'ammirabile rispetto dell'uomo,
che, come abbiamo visto sopra un altro piano,
è il primo apporto del cristianesimo.
Perciò studiare l'azione della Chiesa
non significa seguire nel tempo lo sviluppo
e le vicende d'una civiltà; ma significa
piuttosto studiare sotto degli storici differenti,
attraverso il mondo e i secoli, la espansione
d'uno stesso principio trascendente.
È
un grave errore legare il temporale e lo spirituale
tanto strettamente da non poterli più
dissociare; ma sarebbe un errore non meno
grave separarli talmente, che non appaia normale
e legittima nessun'azione dello spirituale
sul temporale. Basta il più comune
esercizio d'introspezione per convincerci
che, nel composto umano, la forma non cessa
d'agire sulla materia, e reciprocamente.
Proprio
lo stesso avviene nella storia: i cuori non
sarebbero stati mutati se non fossero stati
anche modificati i gesti o gli atti. Il mondo
dopo Cristo non potrebbe essere simile a quello
prima di Cristo, neppure esteriormente. L'esistenza
della Chiesa interessa la struttura degli
stati e lo sviluppo della storia.
Scogli
da evitare. - Questa a prima vista
potrebbe sembrare una verità ovvia,
che non occorre dimostrare e basta appena
esprimere. Alcuni però, nel compito
storico e temporale della Chiesa, vedono un'usurpazione
che richiede una giustificazione; altri invece
s'accaniscono nel dimostrare che questo inevitabile
compito fu nefasto. I primi scavano un abisso
tra lo spirituale e il temporale e sono luterani,
calvinisti, barthiani d'ogni setta, per i
quali la natura decaduta non conserva più
nessun valore in se stessa e, sopra l'abisso
che si è aperto, solamente la magnificenza
di Dio può gettare un ponte. Ogni opera
dell'uomo è quindi sempre assolutamente
malvagia e la Chiesa, ogni volta che si è
associata a quest'opera umana, usci dal suo
compito alleandosi al male. Costoro non negano
il compito storico della Chiesa, ma lo condannano
in blocco. Il cattolicesimo ha un altro concetto
dei rapporti tra la natura e la grazia. La
natura in sé è impotente ma
non malvagia, e la Grazia ha il compito di
realizzarne le virtualità latenti.
Gli
altri invece che sono razionalisti, per poco
che abbiano di buona fede, non discutono sul
compito provvidenziale della Chiesa in alcune
circostanze storiche; però, negando
la trascendenza della Chiesa, credono che
questo compito abbia fatto il suo tempo ed
oggi sia finito. Ciò che fu uno strumento
di progresso, ora sarebbe solamente un ostacolo.
Costoro identificano la Chiesa con una delle
tante forme transitorie della civiltà
umana e precisamente con la civiltà
medioevale al suo apogeo. Applicano all'eterno
la categoria del caduco; per essi il cattolicesimo
non sarebbe più adatto alla civiltà
moderna, come il paganesimo nei primi secoli
dell'età cristiana non era più
in grado di rispondere alle aspirazioni dell'anima
umana. Lottando contro la Chiesa, credono
quindi di lottare contro un passato che sopravvive
a se stesso.
Dobbiamo
procedere tra errori contradditori. Nello
svolgimento seguente, cercheremo di non perdere
mai di vista la trascendenza della Chiesa;
e, per quanto ci sembri importante la sua
azione temporale, cercheremo di non dimenticare
che quest'azione non è la principale;
che la Chiesa per se stessa non è ordinata
alla civiltà e molto meno a questa
o quella forma di civiltà; che la sua
storia, la quale si confonde con la storia
stessa dell'uomo, non è finita e che
forse, nonostante le apparenze fallaci, è
solo agl'inizi. Se d passato risponde dell'avvenire,
è nel senso che una certa visione dell'uomo,
specificamente cristiana, non può essere
cambiata nel suo fondo. Però l'avvenire
è imprevedibile, e se dalle rovine
del mondo moderno deve nascere una nuova civiltà
cristiana, questa non sarà la riproduzione
di quella medioevale, ma sarà qualcosa
di diverso e di nuovo. Nel corso di questa
storia vedremo giustamente che una delle grandi
forze della Chiesa, sulla quale dovremo maggiormente
insistere, è il suo potere d'adattarsi
alle situazioni storiche più diverse.
Essa è quello che rimane in seno a
ciò che passa, la presenza dell'eterno
nel cuore dell'effimero; e questo carattere
per lo storico è senza dubbio il segno
più evidente della sua divina istituzione.
Qui sta il miracolo della Chiesa.
CAPITOLO
I. - LA CHIESA DEI PRIMI SECOLI
Secondo
il Concilio Vaticano ala Chiesa è,
per se stessa, un grande e perpetuo motivo
di credibilità e un'irrefragabile testimonianza
della sua divina missione". La Chiesa
fu tale in tutte le epoche della sua storia;
ma specialmente in quella primitiva, quando
il divino Fondatore l'aveva piantata "nella
terra apparentemente più ingrata e
dov'era più difficile germogliare.
Che cos'è la Chiesa l'indomani dell'Ascensione
se non quei dodici uomini e quelle donne nel
Cenacolo di Gerusalemme? Attorno c'è
il giudaismo ostile; più lontano il
vasto mondo romano, erede di tutta l'antichità,
che fa regnare la pace su tutte le terre attorno
al Mediterraneo; più lontano ancora
la marea immensa e poco nota dei barbari ai
confini della terra, della quale s'ignorano
le vere dimensioni. H comandamento di Cristo
ai suoi apostoli, prima di lasciarli per tornarsene
al Padre, era stato questo: a Andate, ammaestrate
tutte le nazioni. Io sono con voi fino alla
fine dei secoli ". Nessun comandamento
era sembrato più irrealizzabile.
§
1. - La Chiesa e il Giudaismo.
Sorge
subito la domanda: quale atteggiamento bisognava
prendere di fronte ai Giudei e ai Gentili?
Cristo vivendo sulla terra aveva obbedito
a tutte le prescrizioni della Legge mosaica,
e tuttavia era venuto per abolire la Legge
e a sostituirla con una Legge nuova, con una
Legge di amore. La Chiesa nascente doveva
rimanere nell'inquadratura del giudaismo oppure
spezzarla? Tutto l'avvenire della Chiesa dipendeva
da questa scelta. È noto che a tal
riguardo Pietro'e Paolo per un momento si
trovarono in contrasto. La Chiesa aveva già
fatto numerosi adepti tra i Gentili; in particolare
Paolo, il convertito sulla via di Damasco,
aveva già operato molte conversioni
tra i Gentili specialmente ad Antiochia, città
cosmopolita, punto d'incontro di tutto l'Oriente.
Ora era necessario circoncidere costoro o
bastava il Battesimo? Nel 51 il Concilio di
Gerusalemme risolse la questione nel senso
voluto da Paolo, dicendo che la circoncisione
non è obbligatoria. Fu un atto capitale,
di cui non si potrà mai sopravalutare
l'importanza. Fin dalle sue origini la Chiesa
afferma in questo modo la sua trascendenza.
Essa era nata in un ambiente affatto giudaico;
gli apostoli erano tutti quanti giudei; più
ancora, l'Antico Testamento era stato solo
la preparazione alla nuova Legge che la doveva
compiere. La Chiesa tuttavia si libera di
questo passato, senza rinnegarlo; ed eccola
pronta a cominciare la conquista del vasto
mondo, conquista che sarebbe stata assolutamente
impossibile qualora si fossero mantenute le
prescrizioni mosaiche. L'antico Israele era
un popolo scelto fra tutti per compiere una
grande missione; questa era ormai compiuta
e non c'era più motivo che il nuovo
Israele restasse fedele a una legge di separazione.
Ma evitato un pericolo, ne sorgeva un altro,
parimenti grave e di natura molto diversa:
che atteggiamento doveva assumere la Chiesa
verso la cultura greco-latina?
§
2. - La Chiesa e la civiltà antica.
Contro
la Chiesa nascente, sorge non più il
Sinedrio, ma la potenza assai più formidabile
dell'impero romano e della civiltà
millenaria della quale esso è portatore
ed espressione.
La
Chiesa e l'Impero. Le persecuzioni.
- E' risaputo che l'antichità fa tollerante
in fatto di religione, ammettendo tutti i
culti. Gli Ateniesi avevano eretto un altare
al Dio ignoto, Roma era piena di divinità
orientali. Però l'antichità
non aveva mai concepito la distinzione tra
lo spirituale e il temporale; la religione
era l'anima stessa della città cui
doveva coesistere; al punto che, quando Roma
ebbe esteso il dominio su tutto quanto il
bacino del Mediterraneo e su tanti popoli
diversi, dovette preoccuparsi di sovraimporre
a tutte le loro religioni particolari una
religione imperiale, cioè il culto
di Roma e d'Augusto, cui nessuno poteva sottrarsi,
senza commettere grave mancanza contro lo
Stato. Cristo dicendo: " Rendete a Cesare
quello che è di Cesare, e a Dio quello
che è di Dio " aveva posto la
regola che stabiliva la distinzione dello
spirituale e de] temporale, trasformava i
cristiani nei cittadini più docili,
ma interdiceva loro di partecipare al culto
ufficiale.
Questo
il motivo delle persecuzioni che per due secoli
e mezzo colpirono i cristiani, i quali, prima
confusi con i Giudei, non tardarono a manifestarsi
distinti. I Giudei erano un popolo a parte
e, pur facendo proseliti, rimanevano sempre
distinti dalle altre nazioni; il loro particolarismo
religioso non minacciava tutte le popolazioni
dell'impero e quindi poteva venir tollerato.
Invece la condizione era molto diversa per
i cristiani, che si moltiplicavano con rapidità
sorprendente. Le Chiese coprono presto l'Oriente
e quella di Roma comincia a brillare d'uno
splendore particolare, comprendendo non solo
soltanto schiavi e gente di poco conto, ma
anche uomini e donne della più alta
aristocrazia e della stessa famiglia imperiale,
fin dal tempo di Domiziano, allo spirare del
primo secolo.
Le
persecuzioni assunsero varie forme, e tutte,
compresa quella di Diocleziano, la più
violenta e sistematica, furono intermittenti,
mai generali. Ciò non toglie che la
Chiesa per tre secoli viva sotto una minaccia
costante, la quale, lungi dal diminuirne il
numero dei cristiani, lo accresce. Fu detto
che il sangue dei martiri era semenza di cristiani.
Alla fine del secondo secolo, al tempo del
persecutore Settimio Severo, l'apologista
Tertulliano poteva scrivere: tt Siamo solo
di ieri e riempiamo le vostre città,
le vostre campagne, i vostri eserciti, il
vostro foro, il vostro Senato e vi lasciamo
soltanto i templi ".
Come
spiegare questa diffusione? Veramente non
c'è spiegazione umana, ed è
questo un aspetto del miracolo della Chiesa.
Tuttavia possiamo tentare di vedere rapidamente
in che modo la Chiesa s'inserì nella
civiltà greco latina, e avremo cosi
occasione di studiare alcune modalità
della sua azione.
La
Chiesa e la cultura antica. - Anche
se spinto da Paolo fuori del giudaismo, il
cristianesimo conserva sempre l'essenziale
nel pensiero semitico. Pio XI potè
dire: "Spiritualmente noi siamo Semiti".
Il pensiero semitico è profondamente
diverso da quello della cultura antica. Quindi
occorreva non senza pericoli, un immenso sforzo
di adattamento perché il fermento semitico
colasse nelle forme greche e latine, rendendo
più straordinaria la rapida espansione
del cristianesimo nel mondo romano. Si volle
paragonare tale estensione a quella d'altre
religioni d'origine orientale, come il culto
di Mitra; si finse di vedere nel cristianesimo
soltanto una di quelle religioni dei misteri,
che l'antichità aveva sempre, più
o meno, conosciuto; ci si accani per scoprire
analogie tra il mistero cristiano e i misteri
pagani. È certo che l'anima antica
non aveva i mai trovato la piena soddisfazione
nel paganesimo ufficiale; a mano a mano che
si allentavano i vincoli della città
e che la salute individuale saliva al primo
piano delle preoccupazioni, si videro sovrimponi
due religioni, che pur si completano senza
contraddirsi: una è di salvezza esteriore
in certo modo sociale, l'altra inferiore e
di salvezza personale. Che vi siano somiglianze
superficiali tra alcuni di questi culti e
il culto cristiano si può anche ammettere;
tali somiglianze però non toccano la
sostanza delle cose e al massimo spiegano
come il cristianesimo sia stato accolto da
anime le quali precisamente non erano soddisfatte
né dal culto ufficiale e nemmeno dai
culti misterici.
Però
era sempre presente il problema più
temibile, d'adattare il mistero cristiano
alle regole del pensiero greco. Tra i cristiani
del primo secolo sorse una discussione, ancor
più grave di quella che a Gerusalemme
aveva opposto San Pietro e San Paolo, tra
i convinti che il cristianesimo possa e debba
prendere il buono ovunque lo trovi, e i timorosi
che il prestigio della filosofia greca e delle
lettere classiche non allontanasse i cristiani
dal Vangelo per favorire le eresie. Il contrasto
in un certo senso è eterno, e lo troviamo
in tutte le epoche della storia della Chiesa;
per risolverlo bastava comprendere bene il
senso del precetto con cui Cristo aveva ordinato
ai suoi apostoli d'evangelizzare tutte le
nazioni, essendo evidente che si poteva evangelizzare
le nazioni solo parlando le loro lingue, cioè
adottando le loro categorie mentali.
I
cristiani non tardarono cosi a iniziarsi alle
discipline classiche e farsene maestri. Proprio
quando la cultura classica intristisce e muore
esaurita, trova una nuova forza nel cristianesimo,
che ringiovanisce quanto tocca. I grandi scrittori
della tarda antichità non sono pagani,
ma cristiani. Che cosa può opporre
la letteratura latina pagana ai nomi di Tertulliano,
Minucio Felice, San Gerolamo, Sant'Agostino,
Sant'Ambrogio? Altrettanto diciamo nel campo
greco per un Giustino, Clemente Alessandrino,
Origene, San Giovanni Crisostomo. Vennero
evangelizzate non solo le anime, ma anche
le intelligenze, e fin dai primi secoli fu
visto svilupparsi un umanesimo cristiano,
che i secoli posteriori sempre riprenderanno.
Tuttavia
il pericolo era grave e non tardò a
manifestarsi sotto forma di eresie. La mente
dapprima resta un po' confusa davanti alle
innumerevoli eresie che pullulano dal secondo
secolo in poi; tutte quante manifestano l'estrema
difficoltà del pensiero antico ad assimilare
la dottrina evangelica. Le principali pietre
d'inciampo furono il domma della Trinità
e quello dell'Incarnazione. Di tre Persone
si era tentati di farne tre dèi, o
anche più, o di vedere in esse solo
tre diversi aspetti d'uno stesso Dio. Altri,
attaccandosi unicamente alla divinità
di Cristo, gli negavano l'umanità;
altri invece, stando alla sola umanità,
negavano la divinità; altri ancora
dicevano che Cristo ha una sola natura, o
una sola volontà. Le eresie s'opponevano
l'una all'altra, ma l'una non correggeva l'altra.
I due assalti più temibili furono,
nel secolo secondo, quello dello gnosticismo,
in cui è ben riconoscibile un'eresia
giudeo-cristiana e, nel quarto secolo, quello
dell'arianesimo, che è invece un'eresia
pagano-cristiana.
Fin
dalle origini vediamo la Chiesa dibattersi
contro una duplice difficoltà, continuamente
risorgente, e che non è impossibile
ritrovare fino al nostro tempo. Ogni cristiano
deve a un tempo lottare contro il giudeo e
contro il pagano che sono in lui. Pur gettando
profondamente le sue radici nel giudaismo,
il cristianesimo doveva tuttavia distinguersene
e separarsene; essendo cresciuto in un ambiente
pagano, dal quale prendeva molti materiali
utili, fu incessantemente penetrato da infiltrazioni
che pure bisognava combattere. Tutto dò
nei primi secoli fu attuato in condizioni
tali, che una dottrina puramente umana non
avrebbe potuto resistere a tante deviazioni.
Assalita a un tempo all'esterno dalle persecuzioni,
all'interno dalle eresie, la Chiesa a pochi
anni d'intervallo riporta un duplice trionfo:
il primo nel 313, con l'editto di Milano;
il secondo nel 325, con il Concilio di Nicea
in cui venne redatto il simbolo della nostra
fede, contro tutte le eresie, e formulato
per i secoli futuri il contenuto dommatico
del cristianesimo.
Conclusione.
- Come si vede, la Chiesa dei primi tre secoli,
oltre le difficoltà proprie, incontrò
anche tutte quelle che l'avrebbero assalita
in seguito. Pur essendo ancora perseguitata
e proscritta, dovette proporsi i tremendi
problemi dell'adattamento. Il suo modo di
risolverli stabilì una tradizione cui,
in differenti ma analoghe circostanze, rimase
sempre fedele. Il miracolo di una tale condotta,
senza bisogno di sottolinearlo maggiormente,
lo ritroveremo in tutte le tappe della sua
storia; simile comportamento non si può
spiegare con ragioni puramente umane. Solo
la permanente assistenza dello Spirito Santo
spiega queste rinascite, anzi queste riforme,
come pure il perpetuo ritorno alla Sorgente
inesauribile sui flutti d'un mondo sempre
cangiante. Senza riferirsi all'eterno non
è possibile spiegare l'azione della
Chiesa nemmeno nell'ordine temporale.
CAPITOLO
II. - L'IMPERO CRISTIANO
L'editto
di Milano (313) con cui Costantino concedeva
completa libertà di culto ai cristiani,
apre un periodo assolutamente nuovo nella
storia della Chiesa. Viene posto per la prima
volta, e in tutta la sua ampiezza, il problema
dei rapporti dello spirituale e del temporale.
Senza analizzare a fondo i motivi, di natura
molto varia, che spinsero Costantino a un
atto così gravido di conseguenze, si
può ammettere che egli voleva spezzare
la solidarietà all'Impero con una religione
abbandonata da gran parte dei suoi sudditi.
L'ultima persecuzione aveva provato che ormai
il paganesimo, nonostante l'appoggio dello
Stato, era impotente a trionfare dell'avversario.
Toccherà ora al cristianesimo ristabilire
l'unità morale entro l'organismo dell'Impero,
unità ritenuta sempre indispensabile.
Infatti l'evoluzione fu rapidissima anche
se interrotta per alcuni anni dal tentativo
di Giuliano l'Apostata. Era contrario a tutte
le tradizioni dello Stato romano rimanere
a lungo neutrale tra il cristianesimo e il
paganesimo. Non era ancor passato un secolo
dall'editto di Milano e l'Impero era diventato
cristiano.
§
1. - Il rinnovamento dei valori antichi.
Alle
persecuzioni successero i privilegi in favore
della Chiesa. Lo Stato, per legarla a sé,
si attacca ad essa, e verso la fine del secolo
quarto, al tempo di Teodosio, parve creata
una tale solidarietà tra lo Stato e
la Chiesa, che ci si poteva chiedere se la
rovina dell'uomo non avrebbe comportato quella
dell'altro. Rappresentiamoci l'ampiezza di
questo cambiamento quasi senza transizione.
La Chiesa per la prima volta deve dare prova
non solo della sua forza, come al tempo delle
persecuzioni, ma anche della sua capacità
d'adattamento e d'assimilazione. Essa raccoglie
un'eredità gloriosa, ma anche pesante:
l'eredità della cultura antica. Da
lungo tempo gli apologisti se n'erano già
serviti per difendersi; ora però si
tratta di ben altro. Come l'amministrazione
ecclesiastica adotta le linee imperiali, cosi
i Padri del quarto secolo assumono il compito
di salvare tutto il salvabile, di battezzare
tutto il battezzarle degli antichi valori.
La filosofia greca e il diritto romano furono
penetrati dal Vangelo, e in Occidente specialmente
due dotti guidarono l’impresa gigantesca:
Sant’Ambrogio di Milano e Sant'Agostino d'Ippona.
Nei trattati di Sant'Ambrogio non è
difficile notare l'imitazione di Cicerone,
e tutta l'opera di Sant'Agostino è
impregnata dello spirito di Piatone. La loro
originalità è anche più
splendida; e fin da allora si vide come il
cristianesimo sia capace di valorizzare tutto
ciò che è autenticamente umano.
Il
cristianesimo non s'attiene a un'imitazione
servile, ma rinnova quanto tocca. Mentre i
retori del paganesimo agonizzante non sanno
che ripetere invariabilmente formule morte,
tanto che nel quarto secolo la cultura antica
appariva inaridita non meno dell'organizzazione
dello Stato, il cristianesimo da una vita
nuova e sconosciuta alle verità antiche.
Basta il libro delle' Confessioni a provarlo.
Uno dei tratti che maggiormente colpisce chiunque
abbia familiarità con le lettere antiche,
è la rarità o l'assenza, perfino
nei capolavori, d'ogni accento personale.
Anche i più grandi autori rivelano
poco o nulla della loro intimità; e
ciò li rende a noi quasi inaccessibili,
più ancora del passare dei secoli.
In fondo non sapremo mai chi furono Pericle
o Cesare, perché ignoriamo ogni cosa
della loro umanità più profonda;
ne vediamo lo spirito e i gesti, ma non il
cuore e l'anima. L'antichità pagana
non conobbe l'uomo interiore. Per quanto interessante
in altri campi, perfino la corrispondenza
di Cicerone a questo riguardo è una
delusione. C'è indubbiamente un Marco
Aurelio, del quale sarebbe ingiusto dire che
non affiori l'anima nelle note intime; però
lo spettacolo di questo saggio Imperatore,
tutto imprigionato nell'orgoglio stoico, è
quello d'un'anima che si dibatte nel cuore
d'una solitudine inumana.
Con
Sant'Agostino comincia il grande dialogo non
più interrotto nei secoli tra l'anima
peccatrice e il Dio Salvatore. Per questo
si potè dire di lui che è il
primo dei moderni. Ormai non siamo più
soli, perché è con noi e per
sempre Qualcuno. Gli antichi dèi non
amavano l'uomo e non gli domandavano amore:
sotto di essi l'umanità viveva nel
terrore e nell'abbandono. La letteratura e
l'arte antica sono certo percorse da appelli
commoventi, ma queste invocazioni non ricevettero
mai una valida risposta. Ora la risposta è
venuta, ed ecco i] dialogo. Uno sguardo amoroso
s'è posato su ciascuno di noi, senza
distinzione di casta o di razza. Tutte le
potenze dell'anima, ignorate o misconosciute
dai filosofi antichi, hanno cominciato a fremere,
e noi abbiamo questo documento unico, di cui
il Guitton metteva recentemente in luce tutto
quello che lo distingue dalla filosofia neoplatonica,
l'ultima grande filosofia dell'antichità.
La conversione d'Agostino non getta soltanto
luce sugli abissi interiori dell'uomo; ma
illumina anche la vera natura del tempo e
dell'eternità e il senso della storia.
§
2. - Fondamenti d'un ordine nuovo.
Quali
questioni sconcertanti si ponevano al filosofo
cristiano al principio del v secolo! L'Impero
che fino allora aveva protetto tutto il mondo
civile,quello
che i greci chiamavano " l'Ecumene ",
l'Impero che i migliori spiriti potevano considerare
punto culminante della storia, specialmente
dopo che s'era fatto cristiano e sembrava
confondersi col regno di Cristo, ora cedeva
da ogni parte all'assalto dei barbari. Nel
410, meno di un secolo dall'editto di Milano,
i goti d'Alarico si impadroniscono di Roma;
perdute quasi completamente la Gallia e la
Spagna; i Vandali minacciano l'Africa. Il
cristianesimo non sembra in parte responsabile
dell'immenso disastro? Simile opinione, ripresa
oggi da parecchi, allora era sostenuta dagli
ultimi seguaci del paganesimc. Non è
difficile confutarla. Il mondo antico mori
per la propria debolezza, anzi per esaurimento,
svuotato a poco a poco della sua sostanza
dallo spopolamento, divenuto tragico dopo
la grande peste del secondo secolo e dal fallimento
economico. Non tocca a noi narrare distesamente
questi fatti, ma è certo che gli ultimi
romani non avevano aspettato il cristianesimo
per distogliersi dal mestiere delle armi;
invece l'Impero moribondo trovò tra
i cristiani i soldati più intrepidi
e i funzionari più devoti. Questo però
non bastava a restituire vigore a un organismo
esaurito, ed è un errore credere che
la Chiesa, che ha le promesse della vita,
possa nello stesso modo assicurare la prosperità
temporale degli stati, quando ne vengono a
mancare le condizioni necessarie. L'errore
era quasi inevitabile al principio del secolo
quinto, quando l'uomo non era ancor abituato
a distinguere rigorosamente la sfera dello
spirituale da quella del temporale. Per rispondere
ai detrattori del Cristianesimo, Sant'Agostino
scrisse la Città di Dio, libro che
per molti lati rimane attuale come le Confessioni.
Si volle vedere in esso una condanna dello
Stato, considerato opera del demonio, ma Sant'Agostino
condannò non lo Stato in se stesso,
ma lo Stato idolo, qual'era presentato per
secoli dal paganesimo. Bastano certe esperienze
contemporanee per dimostrare che una simile
condanna è non solo valida, ma sempre
opportuna.
Alla
città puramente umana, il vescovo d'Ippona
contrappone la " città di Dio
", i cui abitanti amano Dio con piena
umiltà ponendolo sopra la propria persona.
Nello stesso tempo Sant'Anibrogio rivendicava
piena indipendenza dell'autorità religiosa
da quella civile e umiliava il colpevole Teodosio
sulla porta della chiesa di Milano. A questo
modo il cristianesimo dei secoli quarto e
quinto, anziché cedere a Cesare e succedere
semplicemente al paganesimo come religione
di Stato, rivendica la propria autonomia assieme
all'autonomia della persona umana. L'azione
d'un Ambrogio, gli scritti in cui esalta la
verginità votata a Cristo, le riflessioni
d'un Agostino sulla storia personale o sui
grandi orizzonti della storia universale,
consolidano sopra le rovine dell'ordine antico
i fondamenti d'un ordine nuovo. In questi
cinquantanni decisivi la Chiesa, appena uscita
dalle catacombe, si prepara al compito materno
e pedagogico che le sarà proprio per
tanti secoli. Frattanto San Gerolamo traduce
la Bibbia in latino, portando cosi alla perfezione
la lingua della liturgia; e in j Oriente San
Giovanni Crisostomo da un nuovo splendore
all'eloquenza greca, ! mentre i Padri fanno
la prima sintesi armoniosa della sapienza
profana e della j Sapienza sacra.
Non
s'insisterà mai abbastanza su queste
meraviglie. Grazie al cristianesimo, in quest'ultimo
secolo dell'Impero d'Occidente, i fiori della
primavera si mescolano ai frutti dell'autunno.
Nella stessa epoca alcuni uomini cominciano
a ritirarsi nel deserto per consecrare la
loro vita alla preghiera. Il movimento monastico
dall'Egitto si propaga rapidamente fino alle
estremità dell’Impero e vedremo ben
presto che azione decisiva eserciterà
sulla storia della civiltà.
Questa fuga dal mondo non solo risponde al
disgusto provato da certe anime davanti alle
turpitudini contemporanee, ma anche al desiderio
di avvicinarsi di più a Dio e di contrarre
la più intima unione con Lui. Gli antichi
filosofi greci, e specialmente Piotino, avevano
indubbiamente parlato della contemplazione,
ma d'una contemplazione puramente intellettuale
e priva di carità. Invece il cristiano
che lascia il mondo, se ne separa solo in
apparenza, e si sottrae ai legami particolari
per praticare più liberamente la carità
universale. L'istituzione monastica e il sacrificio
della verginità consecrata sono altrettante
manifestazioni dell'Amore, altrettanti modi
d'affermare la dignità della persona
umana.
Così
la Chiesa, al tramonto dell'antichità,
perfeziona la sua teologia lottando passo
passo contro le eresie sempre rinascenti,
si prepara con la preghiera, non meno che
col pensiero, a sopravvivere all'Impero moribondo
e a trasmettere ai barbari, assieme al deposito
della fede, i valori dell'antica civiltà.
CAPITOLO
III. - L'ALTO MEDIOEVO
§
1. - Attuazione dell'ordine nuovo.
La
situazione determinatasi nel secolo quinto
è davvero tragica. Mentre l'Impero
d'Oriente si difende a stento dai Persiani
e dai Bulgari, l'Impero d'Occidente scompare
(476) sommerso da una marea di popoli germanici,
tra i quali dominano i Goti (Visigoti e Ostrogoti)
che sono ariani, come pure i Burgundi. Invece
i Franchi e gli Alemanni restano pagani. Bisogna
difendersi dagli uni e dagli altri, convenire
gli uni e gli altri. In questo immane sfacelo
di tutte le istituzioni esistenti, solo la
Chiesa resta in piedi. Un po' ovunque i vescovi
ricevono il titolo di " defensor civitatis
" e salvano pazientemente, instancabilmente,
tutto il salvabile. San Leone Magno, San Lupo
di Troyes, Sant'Agnano d'Orlèans, come
già Sant'Ambrogio, fanno indietreggiare
gli invasori col solo prestigio della loro
personalità spirituale. E prima ancora
che difensori e padri dei popoli, essi sono
evangelizzatori. Grande fra tutti San Martino
di Tours, vissuto nel secolo quarto. A lui
risale la gloria d'aver introdotto il monachismo
in Occidente, e di essere stato l'apostolo
delle campagne.
a)
Nelle campagne. - La civiltà
antica era essenzialmente urbana, come urbani
erano stati i primi cristiani. L'indomani
della pace costantiniana, mentre Le città
erano quasi completamente cristianizzate,
le campagne restavano pagane; questo fatto
spiega come la parola paganus, che etimologicamente
vuoi dire abitante della campagna, sia entrata
nella nostra lingua col significato di non
cristiano.
Grazie
all'opera dei monaci evangelizzatori, dalle
campagne scomparvero le ultime tracce del
vecchio paganesimo e della barbarie primitiva.
Questo il primo frutto dell'istituzione monastica
in Occidente. Raggruppati lontani dalle città,
col compito d'onorare Dio con la preghiera
e col lavoro delle mani e dello spirito, i
monaci prosciugarono paludi, disboscarono
foreste, coltivarono lande e riunirono attorno
a sé coltivatori, fondarono comunità
rurali che i monasteri difesero dai saccheggi
e dalle esazioni d'ogni genere, invertirono
la massa fino allora abbandonata e disprezzata.
Ora
i barbari possono venire. Se lo Stato romano
non ha più una vera forza militare
da opporre loro, i barbari trovano nel cattolicesimo
un blocco inattaccabile. Il patriottismo s'è
rifugiato nella Chiesa; essa non è
solo il focolare della cultura, ma anche la
fonte dell'ordine, il rifugio dei poveri che
da tempo in essa trovano appoggio e assistenza.
Ora non si tratta più soltanto dei
poveri, ma di tutta una società abbandonata,
che scopre nel vescovo l'unico difensore e
il capo naturale. La Chiesa continua l'impero,
ma sopra un altro piano.
I
barbari s'erano stanziati a caso, ed erano
diversissimi, secondo le regioni. I più
civili fra i Germani, i Goti ariani, occupano
immensi territori, ma costituiscono soltanto
un'esigua aristocrazia militare che si sovrappone
alla massa delle popolazioni romane e ne resta
separata dalla differente confessione religiosa.
I Goti si sforzano, non senza successo, di
seguire le orme dell'amministrazione imperiale,
ma la loro potenza resta fragile, nonostante
la brillante apparenza, perché sono
in pochi e isolati tra le popolazioni soggette,
sottomesse ma irreducibili. L'invasione franca
fu più massiccia e i] ricordo di Roma
restò molto meno vivo nella Gallia
settentrionale, dove al principio del sesto
secolo fu giocata la sorte della Francia e
di tutta l'Europa. La conversione di Clodoveo
nel 4P6 fu un avvenimento non meno decisivo
dell'editto di Milano. Secondo la celebre
frase di Ozanam, la Chiesa era passata ai
barbari. Ma questo non significa che essa
abbia tradito la romanità. Alla Roma
carnale tende a sostituirsi un'altra Roma,
quella fondata dagli apostoli. Mentre la Chiesa
d'Oriente subisce sempre più la tutela
opprimente dello Stato, la caduta dell'Impero
fece evitare questo pericolo alla Chiesa d'Occidente.
I ponti non sono ancora rotti e lo saranno
solo molto più tardi. Il Papa si diportò
sempre come suddito leale dell'imperatore
di Constantinopoli, e dopo la conquista di
Giustiniano dovrà anche soffrire molte
volte il despotismo bizantino. Tuttavia il
distacco, di fatto, è completo. Ormai
accanto e sopra le potenze temporali sorge
una potenza spirituale indipendente dalle
sue fluttuazioni e conforme a quello che Sant'Agostino
aveva previsto nella Città di Dio.
b)
Tra i barbari. - Così la Chiesa
potè accogliere i barbari e battezzare
l'intero mondo germanico. Sotto la sua azione
prende forma un nuovo mondo, che continua,
molto più di quanto generalmente si
creda, quello antico, ma nel quale tutto è
rinnovato da un duplice apporto: l'apporto
cristiano e quello germanico. Non è
esagerazione dire che la Chiesa del sesto
secolo regge sulle ginocchio, materne la neonata
Europa. Essa non potè certamente trasformare
da oggi a domani i rozzi costumi dei barbari.
La sapienza della Chiesa consiste spesso nell'accomodarsi
al minor male; così non soppresse di
colpo la schiavitù, creò soltanto
un'atmosfera dove diventava possibile la soppressione
della schiavitù appena lo avessero
permesso le condizioni economiche. Lo stesso
avvenne per le ordalie e le brutalità
primitive del diritto germanico.
c)
La salvezza della coltura. - Ma la
gloria che nessuno può togliere alla
Chiesa, è quella d'aver salvato la
cultura. I vescovi del quinto e del sesto
secolo non s'imposero soltanto con la dignità
della loro vita e col buon uso delle ricchezze,
ma anche perché essi soli continuarono
in mezzo alla barbarie circostante le grandi
tradizioni umanistiche del quarto secolo.
Grazie a loro e grazie ai monasteri, che si
moltiplicarono di numero e acquistarono sempre
maggior influsso,
i capolavori del pensiero umano saranno trasmessi
a generazioni più capaci di farli fruttificare.
Essi inoltre creano e portano col cristianesimo
la civiltà su terre che non avevano
mai visto le aquile romane.
§
2. - Lo slancio missionario.
a)
L'Irlanda. - La conversione dell'Irlanda
avvenne nel secolo quinto per opera di San
Patrizio (887-465): un monaco che nel 482
portò in Irlanda lo spirito di Lérins.
L'evangelizzazione fu estremamente rapida
e in meno d'un secolo Erin era diventata l'isola
dei Santi. Le condizioni politiche e sociali
di questo paese, conquistato all'universo
cristiano, erano diverse da quelle conosciute
fino allora dalla Chiesa entro i confini dell'Impero.
L'Irlanda non aveva città capaci di
diventare sedi episcopali; perciò l'organizzazione
ecclesiastica dovette modellarsi sul sistema
del clan e della tribù, con centro
nei monasteri numerosissimi e ferventi, focolai
incomparabili di vita spirituale, ma anche
di cultura. Mentre la barbarie guadagnava
a poco a poco le regioni già civili,
nella lontana Manda, grazie all'azione della
Chiesa, si perpetua il culto delle lettere.
Là esisteva la vecchia tradizione nazionale
dei bardi e delle scuole druidiche, tradizioni
che furono in certo senso continuate dai monaci
irlandesi. Sotto le insegne di Cristo, le
discipline classiche permisero che fosse data
una forma alle antiche epopee nazionali. Così,
appena sfuggita alla rovina dell'Impero, la
Chiesa si dimostrava capace non solo di convenire
i popoli, ma anche di fecondarne il genio
peculiare di ciascuno. A questo proposito
non è inutile sottolineare che se il
cristianesimo storicamente, per le sue origini,
è legato a una particolare cultura,
cioè quella del mondo mediterraneo,
non vi è legato in modo necessario,
ma è aperto di diritto a tutte le culture.
I
monaci irlandesi però si distinguevano
per un lato molto originale dai loro predecessori
egiziani, dei quali del resto imitavano la
vita eremitica: avevano la passione dell'apostolato.
L'Irlanda era appena guadagnata al cristianesimo
e già i suoi monaci sciamavano negli
altri paesi e in quello stesso da cui era
partito San Patrizio. L'Mandese San Colombano
al principio del secolo settimo fondò
in Gallia e in Alta Italia un potente movimento
monastico, con centro e modello a Luxeuil,
mentre il suo discepolo San Gallo evangelizzava
gli Alemanni e diventava il padre della Svizzera
cristiana. Questi uomini terminarono l'opera
cominciata tre secoli prima da San Martino.
Del
resto il monachismo occidentale aveva da poco
ricevuto da San Benedetto, <t patriarca
dei monaci d'Occidente ", la sua regola
definitiva. Stabilitosi a Montecassino tra
il 529 e il 530, San Benedetto da principio
intendeva soltanto formare questo monastero.
Ma la regola benedettina aveva tali meriti
che presto fu adottata in quasi tutte le abbazie,
ed è per questo che ha assunto, indipendentemente
dal suo valore particolare, un'importanza
considerevole nella storia della civiltà.
Tra la tendenza eremitica e quella cenobitica,
San Benedetto da risolutamente la preferenza
alla seconda. H monastero benedettino è
dunque una comunità fortemente unita
sotto l'autorità paterna dell'abate
e concepito come a la scuola del servizio
del Signore a. La preghiera, il lavoro manuale,
il lavoro intellettuale e il riposo sono saggiamente
dosati. I monaci offrono prima di tutto un
modello di vita perfetta; d'altronde l'abbazia
è un centro economico capace di bastare
a se stesso, fatto d'importanza capitale in
un'epoca in cui l'economia degli scambi tendeva
progressivamente a scomparire, dove la vita
urbana s'estingueva e l'autonomia del dominio
rurale diveniva ovunque la regola. Infine,
grazie alla Regola benedettina, i monaci non
tardarono a essere nella Chiesa gli agenti
più energici del papato e i campioni
della riforma ecclesiastica. Essi quasi da
soli e per molti secoli esplicarono il compito
civilizzatore della Chiesa.
b)
L'impulso dato da Gregorio Magno.
-I benedettini cominciano col dare alla Chiesa
uno dei più grandi papi, San Gregorio
Magno (590-604). San Gregorio sale il trono
pontificio in un momento particolarmente scuro.
Mentre la frontiera bizantina del Danubio
cedeva sotto i colpi degli Avari e dei loro
alleati slavi, i Longobardi invadevano l'Italia
appena riconquistata e tagliavano le comunicazioni
tra Roma e Bisanzio. Volente o nolente, ormai
bisognava che il Papa assumesse tutti i pesi
della sovranità, ed è qui la
vera origine dello Stato pontificio. La burrasca
dei secoli sesto e settimo è forse
ancor più grave di quella del secolo
quinto, perché ormai appariva evidente
che l'antico stato di cose non avrebbe mai
potuto essere restaurato. Come s'è
notato molto giustamente, un Gregorio Magno
allora non aveva l'impressione di gettare
le fondamenta d'un mondo, ma cercava piuttosto
di salvare ciò che poteva ancor essere
salvabile da un immenso naufragio. Non importa.
Non solo egli ristabilisce l'ordine e una
relativa prosperità negli Stati romani,
ma dalla musica antica trae anche le regole
del canto sacro, dandoci nel campo dell'arte
una delle creazioni più notevoli della
Chiesa.
D'altra
parte S. Gregorio mantiene rapporti continui
con tutti i sovrani barbari, anche con quelli
che sembrano naturalmente nemici dello stato
pontificio e che non cessano di minacciarlo.
È nota la sua corrispondenza con la
principessa longobarda Teodolinda, che condusse
alla conversione del suo popolo. Grazie a
lui i Visigoti di Spagna rinunciano all'arianesimo
e la gloriosa Chiesa cattolica spagnola, che
doveva dare tanti santi e martiri, è
l'opera di Gregorio. Ma quello che lo fa incontestabilmente
più grande, è l'aver inviato
il monaco Agostino e altri benedettini romani
nella Britannia divenuta anglosassone. Come
nel secolo sesto la Chiesa d'Irlanda, cosi
nel secolo settimo e ottavo la Chiesa d'Inghilterra,
strettamente attaccata alla Santa Sede, illuminerà
tutta la cristianità. Infine queste
nuove missioni e l'indipendenza ormai assicurata
della Sede romana da Bisanzio, preparano il
papato al grande ufficio, che gli sarà
proprio durante il Medio evo. Era ormai evidente
che Roma è sempre e più che
mai il capo dell'Occidente, non certo nel
senso politico che si poteva intendere tre
secoli prima, ma in senso morale e spirituale.
Mentre l'impero bizantino, attaccato da ogni
parte, si ripiega per un certo tempo su se
stesso, il successore di Pietro prende a suo
carico tutta quella parte d'Europa dove la
marea delle invasioni continuava a creare
agitazioni. Roma converte i popoli, li fissa,
e comincia a delinearsi la fisionomia delle
future nazioni.
c)
I paesi anglosassoni. - Così
l'Inghilterra entra allora veramente nella
storia e fu il teatro di un fenomeno analogo
a quello già osservato in Manda. Lungi
dallo spezzare il genio nazionale, il cristianesimo
lo esalta. Grazie a uomini come San Beda (672-735)
e alla notevole attività dei monasteri
femminili inglesi, dove si fondono la tradizione
monastica, la tradizione romana e quella irlandese,
si forma a poco a poco l'idea d'una cultura
occidentale comune, superiore alla diversità
di razza e di lingua, che domanderà
al cristianesimo il principio della sua unità.
Le scuole monastiche anglosassoni danno maestri
al continente, e non a caso i principali artefici
della rinascita carolingia vennero dall'Inghilterra.
Per
completare la cristianizzazione dell'Occidente,
restava da convenire la Germania propriamente
detta. Sarà un'opera lunga e difficile
in cui la spada avrà un compito considerevole
come la predicazione e che in definitiva sigillerà
la grande alleanza tra il Papato e i Carolingi.
Anche qui i monaci anglosassoni occupano un
posto distinto. San Bonifacio e i suoi compagni
erano inglesi. L'Inghilterra d'allora rimaneva
in stretto contatto con le pianure della Germania
settentrionale, donde erano partiti gli invasori
della Britannia; inoltre gli Anglosassoni
avevano ereditato dai monaci irlandesi la
passione dell'apostolato. San Bonifacio è
innegabilmente la più grande figura
spirituale del secolo ottavo. Se non riuscì
sulle sponde del mare del Nord, dove solo
la spada di Carlomagno potrà costringere
i Sassoni al Vangelo, riuscì in Turingia,
dove fondò la famosa abbazia di Fulda,
che diverrà il centro di irradiazione
del cristianesimo e della cultura per tutta
la Germania. Egli, d'altra parte, si adoperò
a riformare la Chiesa gallo-franca, dove s'erano
introdotti innumerevoli abusi, favoriti dai
primi Carolingi. La posizione di Bonifacio
di fronte a un Carlo Martello o a un Pipino
il Breve, illustra quella di tutta la Chiesa
nella stessa epoca. Non si può fare
a meno del potere temporale, ma non si dimentica
che il suo appoggio costa caro, e che rimane
il grande pericolo di vedere il Vangelo confuso
con le ambizioni d'una politica tutta terrena.
§
8. - La lotta contro l'Islam.
Il
momento è particolarmente oscuro. Mentre
Bonifacio evangelizza la Germania, l'Islam
rivolge contro il cristianesimo la minaccia
più formidabile che questo abbia mai
subito dalle persecuzioni in poi. Dal 634
al 732 pareva che nulla potesse resistere
all'assalto dei cavalieri arabi. In Oriente
hanno tolto all'impero bizantino alcune tra
le province più ricche e i Luoghi Santi;
hanno distrutto il regno dei Sassanidi; toccano
l'India; circondano le grandi steppe dell'Asia
centrale; hanno conquistato tutto il littorale
mediterraneo dell'Africa; distrutto in un
sol colpo il regno dei Visigoti, il cui ultimo
resto sopravvive solo più nelle Asturie;
varcano i Pirenei e s'estendono nelle vaste
piane del Sud Ovest... Intanto i loro navigli
infestano il Mediterraneo e quasi tutte le
isole di esso cadono in loro potere, si accampano
sulla costa provenzale e minacciano la stessa
Roma. S'è osservato giustamente che
l'invasione musulmana segna, molto più
delle invasioni del quinto secolo, la vera
fine del mondo antico, in cui tutta l'economia
era fondata sugli scambi mediterranei. Il
colpo d'arresto di Poitiers nel 732 salva
il cristianesimo da un disastro immediato;
ma resta la minaccia che durerà dei
secoli, fino alla grande impresa delle Crociate.
Bisogna
mettersi nella prospettiva dell'invasione
islamica, considerare il gigantesco crescendo
di terre ostili che si stendono dal Turkestan
ai Pirenei, tener conto dei terribili colpi
inferti all'impero bizantino per comprendere
il gesto dei papi che s'accostano al regno
franco e finalmente restaurano in favore di
Carlomagno l'impero d'Occidente. Si è
abituati a spiegare tutto con il pericolo
longobardo; ma non si vede che questa minaccia,
anche se immediata, non e affatto la più
temibile. La verità è che la
Chiesa vivrà per secoli come una fortezza
assediata e per lei urge darsi un capo militare
unico. La grandezza di Carlomagno, per quante
legittime riserve si debbano fare su certi
aspetti della sua politica, specialmente verso
i Sassoni, è d'essere stato, lealmente,
l'uomo di questa necessità. Non bisogna
dissimularsi le profonde debolezze di quest'impero,
anche nel momento del suo apogeo. La vita
economica è misera; il commercio internazionale
quasi completamente fermo; l'unica forza e
ricchezza risiede nella proprietà fondiaria
sempre più ripiegata su se stessa.
II grande Stato è solo una facciata
dietro la quale le forze particolariste sono
sempre attive. Se non ci fosse stata la Chiesa
e l'idea universale da essa tenuta in deposito,
non ci sarebbe stato l'Impero e l'intera Europa
si sarebbe inabissata in una irrimediabile
dispersione. La stessa rinascita carolingia
è opera della Chiesa. I chierici erano
quasi gli unici che sapessero leggere, e la
cultura antica fu conservata oscuramente nei
monasteri. I consiglieri di Carlomagno, e
specialmente l'anglosassone Alcuino, sono
vescovi e monaci, che, per obbedire all'imperatore,
non fanno altro che mettere in luce le ricchezze
salvate dal disastro dai loro predecessori.
Per quanto parziale e superficiale, la ripresa
della vita intellettuale in Occidente è
d'una importanza considerevole. Grazie alla
copia d'Alcuino ci pervenne quasi tutto quello
che ci resta della letteratura latina; grazie
alla scuola Palai che comincia ad attuarsi
il sogno dei monaci anglosassoni per una cultura
universale fondata su principi cristiani.
In arte s'imita Bisanzio, che rimane il grande
modello e il focolaio della civiltà;
ma non è meno vero che le miniature
di quel tempo e la cappella d'Àix sono
i primi monumenti propri dell'Occidente cristiano,
e che annunciano timidamente, come una prima
aurora, lo splendore successivo.
Il
regno di Carlomagno segna appena una breve
schiarita in quei secoli di ferro. Dopo la
morte di Carlo non solo l'impero non tarda
a smembrarsi, ma anche la cristianità
subisce nuovi assalti. I Vikinghi taglieggiano
il littorale del Mare del Nord, dell'Atlantico
e della Manica; gli Arabi continuano gli attacchi
contro l'Italia del Sud e la Provenza; infine
i Magiari delle piane del Danubio succedono
agli Unni e agli Avari e saccheggiano la Germania.
Mentre all'interno l'autorità si sbriciola
all'infinito, da ogni parte s'addensano nubi
alle frontiere. Il secolo nono fu il tempo
della peggiore angoscia. Intanto la Chiesa
continua a pregare, a cantare e a lavorare.
Questo tempo orribile è anche quello
delle Sequenze di Nottker, il tempo che dal
piano della basilica pagana vede sorgere a
poco a poco quella della basilica romanica
per soddisfare ai bisogni monastici. Qua e
là, specialmente in Germania, alcune
scuole monastiche restano fiorenti e s'ha
l'impressione d'un fuoco che cova sotto la
cenere, di timidi fiori che precedono la primavera.
Sembrava che allora tutto il compito della
Chiesa consistesse nel mantenere e conservare,
in mezzo ai peggiori disastri. Ma essa cosi
preparava l'avvenire.
CAPITOLO
IV. - IL MEDIOEVO CRISTIANO
§
1. - Ricostruzioni e riforme interne.
Nel
secolo decimo comincia la ricostruzione. Nel
911 i Normanni di Rolione ricevono la Normandia.
Convertiti al cristianesimo, non tardarono
a costituire uno stato fra i più ordinati
della cristianità, un'inesauribile
riserva di forze giovani e fresche. Poi, con
la dinastia Sassone degli Ottoni, la Germania
riprende
il primato. Ottone il Grande ad Augusta arresta
definitivamente i Magiari, che presto si convertono
e formano il regno di Santo Stefano. Le missioni
germaniche sostenute troppo spesso con la
spada, estendono il cristianesimo nelle regioni
del nord e dell'est. Come in Manda e come
nell'Inghilterra anglosassone, anche nei paesi
scandinavi la conversione segna uno straordinario
risveglio intellettuale, e l'Islanda diviene
il centro d'una brillante ma effimera cultura
nordica. È la grande epoca delle saghe.
In Boemia San Venceslao opera in favore del
suo popolo ciò che S.anto Stefano aveva
fatto per il suo. Ma già un secolo
prima la missione dei santi Cirillo e Metodio
in Moravia aveva rivelato a se stesso il mondo
slavo. Cosi ovunque troviamo la Chiesa accanto
alla culla delle nuove nazioni che si dividono
l'Europa.