tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
INTRODUZIONE
II
problema che ora s'impone è di sapere
se la dottrina affidata da Cristo alla sua
Chiesa portò all'umanità i frutti
di salvezza che si potevano attendere.
Sappiamo
che il regno di Dio non è di questo
mondo; quindi misurare i progressi del regno
di Dio su quelli di questo mondo è
un errore. Anzi, tale giudizio non ci appartiene
affatto, perché è fra quelle
cose che, per loro natura, sfuggono alla percezione
e alla verifica dei nostri sensi. Però
non possiamo fare a meno di porci la questione
che, su un certo piano, è legittima.
Infatti tra il mondo della Grazia e quello
della natura non c'è separazione assoluta
e radicale. L'uomo stesso di cui ci occupiamo
qui è un composto di materia e di forma,
di carne e di spirito, tale che non si può
rinnovare spiritualmente senza che sia accompagnato
da alcuni effetti visibili. La Redenzione
di fatto non è fallita per il fatto
che il mondo resta malvagio; sarebbe fallita
se nel senso di questo mondo malvagio non
constatassimo lo sviluppo di qualcosa di migliore.
Paragonare il mondo cristiano a quello non
cristiano, e dal paragone concludere oggettivamente
che quello in definitiva vale più che
questo, è impresa legittima e che deve
finire col rafforzare la nostra fede.
§
1. - La trascendenza della Chiesa nel mondo.
Occorre
fare alcune distinzioni quando si parla dell'azione
della Chiesa in un campo non precisamente
suo. La Chiesa è una società
spirituale, il cui fine è di rendere
i suoi membri capaci di godere della beatitudine
eterna e perciò, per la sua stessa
definizione, trascende l'ordine del tempo;
opera nel tempo, ma in vista dell'eternità.
La distinzione dello spirituale dal temporale
è un apporto essenziale del cristianesimo,
che dobbiamo mettere qui come premessa. L'antichità
ignorò questa distinzione; per essa
il sacro e il profano si compenetravano talmente
che non v'era gesto profano che non fosse
suscettibile d'un significato religioso e
qualsiasi funzione sacra comportava effetti
profani. La religione era talmente legata
alla città, che la rovina dell'una
trascinava necessariamente quella dell'altra.
Legate
nella durata, non lo erano meno nello spazio.
Gli dèi della città perdevano
forza e credito andando oltre frontiera; non
c'era magistrato che non fosse anche sacerdote,
e ogni volta che compariva un impero riducente
sotto un unico dominio popoli diversi, si
sentiva il bisogno d'una religione comune
a tutti, tanto che un faraone cerca di sostituire
al culto egiziano di Amon l'adorazione universale
di Aton; Alessandro volle farsi riconoscere
figlio di Zeus, meno per un eccesso d'orgoglio
che per assicurare, con la propria divinità,
la coesione d'un stato immenso; tutti i regni
ellenistici erano fondati sull'adorazione
del sovrano; infine il culto di Roma e d'Augusto
fu il legame religioso che riuniva attorno
a Roma tutti i popoli dell'impero.
Il
cristianesimo è la prima religione
e in fondo l'unica che fin dalle origini non
è legata a nessuna forma temporale.
La cattolicità della Chiesa non s'oppone
alla diversità degli stati; e la sua
stabilità non soffre col declino e
la caduta delle civiltà. La distinzione
dello spirituale e del temporale delimita
perfino nel cuore una zona di libertà
che non si può perdere. Lo stato teocratico
s'impadronisce di tutto l'uomo e tutto lo
controlla, cercando di assoggettare non solo
il corpo, ma anche l'anima. Invece non c'è
tirannia che possa fare presa sopra un cristiano,
il quale, a motivo della parte più
nobile di se stesso, appartiene sempre ad
una città che non è di questo
mondo. Anche se la Chiesa non avesse recato
all'uomo che l'unico beneficio di garantirgli
la libertà più essenziale, questo
solo fatto basterebbe a porre il mondo cristiano
incomparabilmente più in alto di tutti
quelli che lo hanno preceduto o che sussistono
accanto ad esso.
§
2. - L'idea di civiltà cristiana.
La
Chiesa e la civiltà cristiana.
- Di qui dobbiamo desumere il nostro metodo,
per studiare l'azione della Chiesa in campi
non propri. Nelle pagine seguenti dovremo
parlare spesso di civiltà cristiana.
Essa, ricordiamolo bene, non è la Chiesa;
designa infatti uno sviluppo, ispirato al
cristianesimo, della vita propriamente umana
nei suoi elementi materiali e intellettuali,
estetici e morali; o, più brevemente,
una civiltà, una cultura (quindi appartenente
per sua natura al dominio temporale) d'ispirazione
cristiana. C'è e ci sarà sempre
una sola vera Chiesa, con una giurisdizione,
che, se non di fatto almeno di diritto, s'estende
a tutto l'universo e scomparirà solo
con la scomparsa di questo mondo. Invece possono
esserci più civiltà cristiane
che si succedono nel corso della storia oppure,
anche questo è possibile, coesistono
in una medesima epoca storica. Parlando di
civiltà cristiana sarebbe dunque forse
meglio usare il plurale, non foss'altro che
per rispettare le diversità di legittime
e possibili realizzazioni.
Quindi
le civiltà cristiane, per essere tali,
avranno in comune certi principi essenziali;
ma, salvaguardati questi, le civiltà
potranno differire tra loro quasi all'infinito,
secondo la diversità dei tempi e dei
luoghi, poiché la Grazia perfeziona
e continua la natura senza distruggerla. Ancora
una volta troviamo l'ammirabile rispetto dell'uomo,
che, come abbiamo visto sopra un altro piano,
è il primo apporto del cristianesimo.
Perciò studiare l'azione della Chiesa
non significa seguire nel tempo lo sviluppo
e le vicende d'una civiltà; ma significa
piuttosto studiare sotto degli storici differenti,
attraverso il mondo e i secoli, la espansione
d'uno stesso principio trascendente.
È
un grave errore legare il temporale e lo spirituale
tanto strettamente da non poterli più
dissociare; ma sarebbe un errore non meno
grave separarli talmente, che non appaia normale
e legittima nessun'azione dello spirituale
sul temporale. Basta il più comune
esercizio d'introspezione per convincerci
che, nel composto umano, la forma non cessa
d'agire sulla materia, e reciprocamente.
Proprio
lo stesso avviene nella storia: i cuori non
sarebbero stati mutati se non fossero stati
anche modificati i gesti o gli atti. Il mondo
dopo Cristo non potrebbe essere simile a quello
prima di Cristo, neppure esteriormente. L'esistenza
della Chiesa interessa la struttura degli
stati e lo sviluppo della storia.
Scogli
da evitare. - Questa a prima vista
potrebbe sembrare una verità ovvia,
che non occorre dimostrare e basta appena
esprimere. Alcuni però, nel compito
storico e temporale della Chiesa, vedono un'usurpazione
che richiede una giustificazione; altri invece
s'accaniscono nel dimostrare che questo inevitabile
compito fu nefasto. I primi scavano un abisso
tra lo spirituale e il temporale e sono luterani,
calvinisti, barthiani d'ogni setta, per i
quali la natura decaduta non conserva più
nessun valore in se stessa e, sopra l'abisso
che si è aperto, solamente la magnificenza
di Dio può gettare un ponte. Ogni opera
dell'uomo è quindi sempre assolutamente
malvagia e la Chiesa, ogni volta che si è
associata a quest'opera umana, usci dal suo
compito alleandosi al male. Costoro non negano
il compito storico della Chiesa, ma lo condannano
in blocco. Il cattolicesimo ha un altro concetto
dei rapporti tra la natura e la grazia. La
natura in sé è impotente ma
non malvagia, e la Grazia ha il compito di
realizzarne le virtualità latenti.
Gli
altri invece che sono razionalisti, per poco
che abbiano di buona fede, non discutono sul
compito provvidenziale della Chiesa in alcune
circostanze storiche; però, negando
la trascendenza della Chiesa, credono che
questo compito abbia fatto il suo tempo ed
oggi sia finito. Ciò che fu uno strumento
di progresso, ora sarebbe solamente un ostacolo.
Costoro identificano la Chiesa con una delle
tante forme transitorie della civiltà
umana e precisamente con la civiltà
medioevale al suo apogeo. Applicano all'eterno
la categoria del caduco; per essi il cattolicesimo
non sarebbe più adatto alla civiltà
moderna, come il paganesimo nei primi secoli
dell'età cristiana non era più
in grado di rispondere alle aspirazioni dell'anima
umana. Lottando contro la Chiesa, credono
quindi di lottare contro un passato che sopravvive
a se stesso.
Dobbiamo
procedere tra errori contradditori. Nello
svolgimento seguente, cercheremo di non perdere
mai di vista la trascendenza della Chiesa;
e, per quanto ci sembri importante la sua
azione temporale, cercheremo di non dimenticare
che quest'azione non è la principale;
che la Chiesa per se stessa non è ordinata
alla civiltà e molto meno a questa
o quella forma di civiltà; che la sua
storia, la quale si confonde con la storia
stessa dell'uomo, non è finita e che
forse, nonostante le apparenze fallaci, è
solo agl'inizi. Se d passato risponde dell'avvenire,
è nel senso che una certa visione dell'uomo,
specificamente cristiana, non può essere
cambiata nel suo fondo. Però l'avvenire
è imprevedibile, e se dalle rovine
del mondo moderno deve nascere una nuova civiltà
cristiana, questa non sarà la riproduzione
di quella medioevale, ma sarà qualcosa
di diverso e di nuovo. Nel corso di questa
storia vedremo giustamente che una delle grandi
forze della Chiesa, sulla quale dovremo maggiormente
insistere, è il suo potere d'adattarsi
alle situazioni storiche più diverse.
Essa è quello che rimane in seno a
ciò che passa, la presenza dell'eterno
nel cuore dell'effimero; e questo carattere
per lo storico è senza dubbio il segno
più evidente della sua divina istituzione.
Qui sta il miracolo della Chiesa.
CAPITOLO
I. - LA CHIESA DEI PRIMI SECOLI
Secondo
il Concilio Vaticano ala Chiesa è,
per se stessa, un grande e perpetuo motivo
di credibilità e un'irrefragabile testimonianza
della sua divina missione". La Chiesa
fu tale in tutte le epoche della sua storia;
ma specialmente in quella primitiva, quando
il divino Fondatore l'aveva piantata "nella
terra apparentemente più ingrata e
dov'era più difficile germogliare.
Che cos'è la Chiesa l'indomani dell'Ascensione
se non quei dodici uomini e quelle donne nel
Cenacolo di Gerusalemme? Attorno c'è
il giudaismo ostile; più lontano il
vasto mondo romano, erede di tutta l'antichità,
che fa regnare la pace su tutte le terre attorno
al Mediterraneo; più lontano ancora
la marea immensa e poco nota dei barbari ai
confini della terra, della quale s'ignorano
le vere dimensioni. H comandamento di Cristo
ai suoi apostoli, prima di lasciarli per tornarsene
al Padre, era stato questo: a Andate, ammaestrate
tutte le nazioni. Io sono con voi fino alla
fine dei secoli ". Nessun comandamento
era sembrato più irrealizzabile.
§
1. - La Chiesa e il Giudaismo.
Sorge
subito la domanda: quale atteggiamento bisognava
prendere di fronte ai Giudei e ai Gentili?
Cristo vivendo sulla terra aveva obbedito
a tutte le prescrizioni della Legge mosaica,
e tuttavia era venuto per abolire la Legge
e a sostituirla con una Legge nuova, con una
Legge di amore. La Chiesa nascente doveva
rimanere nell'inquadratura del giudaismo oppure
spezzarla? Tutto l'avvenire della Chiesa dipendeva
da questa scelta. È noto che a tal
riguardo Pietro'e Paolo per un momento si
trovarono in contrasto. La Chiesa aveva già
fatto numerosi adepti tra i Gentili; in particolare
Paolo, il convertito sulla via di Damasco,
aveva già operato molte conversioni
tra i Gentili specialmente ad Antiochia, città
cosmopolita, punto d'incontro di tutto l'Oriente.
Ora era necessario circoncidere costoro o
bastava il Battesimo? Nel 51 il Concilio di
Gerusalemme risolse la questione nel senso
voluto da Paolo, dicendo che la circoncisione
non è obbligatoria. Fu un atto capitale,
di cui non si potrà mai sopravalutare
l'importanza. Fin dalle sue origini la Chiesa
afferma in questo modo la sua trascendenza.
Essa era nata in un ambiente affatto giudaico;
gli apostoli erano tutti quanti giudei; più
ancora, l'Antico Testamento era stato solo
la preparazione alla nuova Legge che la doveva
compiere. La Chiesa tuttavia si libera di
questo passato, senza rinnegarlo; ed eccola
pronta a cominciare la conquista del vasto
mondo, conquista che sarebbe stata assolutamente
impossibile qualora si fossero mantenute le
prescrizioni mosaiche. L'antico Israele era
un popolo scelto fra tutti per compiere una
grande missione; questa era ormai compiuta
e non c'era più motivo che il nuovo
Israele restasse fedele a una legge di separazione.
Ma evitato un pericolo, ne sorgeva un altro,
parimenti grave e di natura molto diversa:
che atteggiamento doveva assumere la Chiesa
verso la cultura greco-latina?
§
2. - La Chiesa e la civiltà antica.
Contro
la Chiesa nascente, sorge non più il
Sinedrio, ma la potenza assai più formidabile
dell'impero romano e della civiltà
millenaria della quale esso è portatore
ed espressione.
La
Chiesa e l'Impero. Le persecuzioni.
- E' risaputo che l'antichità fa tollerante
in fatto di religione, ammettendo tutti i
culti. Gli Ateniesi avevano eretto un altare
al Dio ignoto, Roma era piena di divinità
orientali. Però l'antichità
non aveva mai concepito la distinzione tra
lo spirituale e il temporale; la religione
era l'anima stessa della città cui
doveva coesistere; al punto che, quando Roma
ebbe esteso il dominio su tutto quanto il
bacino del Mediterraneo e su tanti popoli
diversi, dovette preoccuparsi di sovraimporre
a tutte le loro religioni particolari una
religione imperiale, cioè il culto
di Roma e d'Augusto, cui nessuno poteva sottrarsi,
senza commettere grave mancanza contro lo
Stato. Cristo dicendo: " Rendete a Cesare
quello che è di Cesare, e a Dio quello
che è di Dio " aveva posto la
regola che stabiliva la distinzione dello
spirituale e de] temporale, trasformava i
cristiani nei cittadini più docili,
ma interdiceva loro di partecipare al culto
ufficiale.
Questo
il motivo delle persecuzioni che per due secoli
e mezzo colpirono i cristiani, i quali, prima
confusi con i Giudei, non tardarono a manifestarsi
distinti. I Giudei erano un popolo a parte
e, pur facendo proseliti, rimanevano sempre
distinti dalle altre nazioni; il loro particolarismo
religioso non minacciava tutte le popolazioni
dell'impero e quindi poteva venir tollerato.
Invece la condizione era molto diversa per
i cristiani, che si moltiplicavano con rapidità
sorprendente. Le Chiese coprono presto l'Oriente
e quella di Roma comincia a brillare d'uno
splendore particolare, comprendendo non solo
soltanto schiavi e gente di poco conto, ma
anche uomini e donne della più alta
aristocrazia e della stessa famiglia imperiale,
fin dal tempo di Domiziano, allo spirare del
primo secolo.
Le
persecuzioni assunsero varie forme, e tutte,
compresa quella di Diocleziano, la più
violenta e sistematica, furono intermittenti,
mai generali. Ciò non toglie che la
Chiesa per tre secoli viva sotto una minaccia
costante, la quale, lungi dal diminuirne il
numero dei cristiani, lo accresce. Fu detto
che il sangue dei martiri era semenza di cristiani.
Alla fine del secondo secolo, al tempo del
persecutore Settimio Severo, l'apologista
Tertulliano poteva scrivere: tt Siamo solo
di ieri e riempiamo le vostre città,
le vostre campagne, i vostri eserciti, il
vostro foro, il vostro Senato e vi lasciamo
soltanto i templi ".
Come
spiegare questa diffusione? Veramente non
c'è spiegazione umana, ed è
questo un aspetto del miracolo della Chiesa.
Tuttavia possiamo tentare di vedere rapidamente
in che modo la Chiesa s'inserì nella
civiltà greco latina, e avremo cosi
occasione di studiare alcune modalità
della sua azione.
La
Chiesa e la cultura antica. - Anche
se spinto da Paolo fuori del giudaismo, il
cristianesimo conserva sempre l'essenziale
nel pensiero semitico. Pio XI potè
dire: "Spiritualmente noi siamo Semiti".
Il pensiero semitico è profondamente
diverso da quello della cultura antica. Quindi
occorreva non senza pericoli, un immenso sforzo
di adattamento perché il fermento semitico
colasse nelle forme greche e latine, rendendo
più straordinaria la rapida espansione
del cristianesimo nel mondo romano. Si volle
paragonare tale estensione a quella d'altre
religioni d'origine orientale, come il culto
di Mitra; si finse di vedere nel cristianesimo
soltanto una di quelle religioni dei misteri,
che l'antichità aveva sempre, più
o meno, conosciuto; ci si accani per scoprire
analogie tra il mistero cristiano e i misteri
pagani. È certo che l'anima antica
non aveva i mai trovato la piena soddisfazione
nel paganesimo ufficiale; a mano a mano che
si allentavano i vincoli della città
e che la salute individuale saliva al primo
piano delle preoccupazioni, si videro sovrimponi
due religioni, che pur si completano senza
contraddirsi: una è di salvezza esteriore
in certo modo sociale, l'altra inferiore e
di salvezza personale. Che vi siano somiglianze
superficiali tra alcuni di questi culti e
il culto cristiano si può anche ammettere;
tali somiglianze però non toccano la
sostanza delle cose e al massimo spiegano
come il cristianesimo sia stato accolto da
anime le quali precisamente non erano soddisfatte
né dal culto ufficiale e nemmeno dai
culti misterici.
Però
era sempre presente il problema più
temibile, d'adattare il mistero cristiano
alle regole del pensiero greco. Tra i cristiani
del primo secolo sorse una discussione, ancor
più grave di quella che a Gerusalemme
aveva opposto San Pietro e San Paolo, tra
i convinti che il cristianesimo possa e debba
prendere il buono ovunque lo trovi, e i timorosi
che il prestigio della filosofia greca e delle
lettere classiche non allontanasse i cristiani
dal Vangelo per favorire le eresie. Il contrasto
in un certo senso è eterno, e lo troviamo
in tutte le epoche della storia della Chiesa;
per risolverlo bastava comprendere bene il
senso del precetto con cui Cristo aveva ordinato
ai suoi apostoli d'evangelizzare tutte le
nazioni, essendo evidente che si poteva evangelizzare
le nazioni solo parlando le loro lingue, cioè
adottando le loro categorie mentali.
I
cristiani non tardarono cosi a iniziarsi alle
discipline classiche e farsene maestri. Proprio
quando la cultura classica intristisce e muore
esaurita, trova una nuova forza nel cristianesimo,
che ringiovanisce quanto tocca. I grandi scrittori
della tarda antichità non sono pagani,
ma cristiani. Che cosa può opporre
la letteratura latina pagana ai nomi di Tertulliano,
Minucio Felice, San Gerolamo, Sant'Agostino,
Sant'Ambrogio? Altrettanto diciamo nel campo
greco per un Giustino, Clemente Alessandrino,
Origene, San Giovanni Crisostomo. Vennero
evangelizzate non solo le anime, ma anche
le intelligenze, e fin dai primi secoli fu
visto svilupparsi un umanesimo cristiano,
che i secoli posteriori sempre riprenderanno.
Tuttavia
il pericolo era grave e non tardò a
manifestarsi sotto forma di eresie. La mente
dapprima resta un po' confusa davanti alle
innumerevoli eresie che pullulano dal secondo
secolo in poi; tutte quante manifestano l'estrema
difficoltà del pensiero antico ad assimilare
la dottrina evangelica. Le principali pietre
d'inciampo furono il domma della Trinità
e quello dell'Incarnazione. Di tre Persone
si era tentati di farne tre dèi, o
anche più, o di vedere in esse solo
tre diversi aspetti d'uno stesso Dio. Altri,
attaccandosi unicamente alla divinità
di Cristo, gli negavano l'umanità;
altri invece, stando alla sola umanità,
negavano la divinità; altri ancora
dicevano che Cristo ha una sola natura, o
una sola volontà. Le eresie s'opponevano
l'una all'altra, ma l'una non correggeva l'altra.
I due assalti più temibili furono,
nel secolo secondo, quello dello gnosticismo,
in cui è ben riconoscibile un'eresia
giudeo-cristiana e, nel quarto secolo, quello
dell'arianesimo, che è invece un'eresia
pagano-cristiana.
Fin
dalle origini vediamo la Chiesa dibattersi
contro una duplice difficoltà, continuamente
risorgente, e che non è impossibile
ritrovare fino al nostro tempo. Ogni cristiano
deve a un tempo lottare contro il giudeo e
contro il pagano che sono in lui. Pur gettando
profondamente le sue radici nel giudaismo,
il cristianesimo doveva tuttavia distinguersene
e separarsene; essendo cresciuto in un ambiente
pagano, dal quale prendeva molti materiali
utili, fu incessantemente penetrato da infiltrazioni
che pure bisognava combattere. Tutto dò
nei primi secoli fu attuato in condizioni
tali, che una dottrina puramente umana non
avrebbe potuto resistere a tante deviazioni.
Assalita a un tempo all'esterno dalle persecuzioni,
all'interno dalle eresie, la Chiesa a pochi
anni d'intervallo riporta un duplice trionfo:
il primo nel 313, con l'editto di Milano;
il secondo nel 325, con il Concilio di Nicea
in cui venne redatto il simbolo della nostra
fede, contro tutte le eresie, e formulato
per i secoli futuri il contenuto dommatico
del cristianesimo.
Conclusione.
- Come si vede, la Chiesa dei primi tre secoli,
oltre le difficoltà proprie, incontrò
anche tutte quelle che l'avrebbero assalita
in seguito. Pur essendo ancora perseguitata
e proscritta, dovette proporsi i tremendi
problemi dell'adattamento. Il suo modo di
risolverli stabilì una tradizione cui,
in differenti ma analoghe circostanze, rimase
sempre fedele. Il miracolo di una tale condotta,
senza bisogno di sottolinearlo maggiormente,
lo ritroveremo in tutte le tappe della sua
storia; simile comportamento non si può
spiegare con ragioni puramente umane. Solo
la permanente assistenza dello Spirito Santo
spiega queste rinascite, anzi queste riforme,
come pure il perpetuo ritorno alla Sorgente
inesauribile sui flutti d'un mondo sempre
cangiante. Senza riferirsi all'eterno non
è possibile spiegare l'azione della
Chiesa nemmeno nell'ordine temporale.
CAPITOLO
II. - L'IMPERO CRISTIANO
L'editto
di Milano (313) con cui Costantino concedeva
completa libertà di culto ai cristiani,
apre un periodo assolutamente nuovo nella
storia della Chiesa. Viene posto per la prima
volta, e in tutta la sua ampiezza, il problema
dei rapporti dello spirituale e del temporale.
Senza analizzare a fondo i motivi, di natura
molto varia, che spinsero Costantino a un
atto così gravido di conseguenze, si
può ammettere che egli voleva spezzare
la solidarietà all'Impero con una religione
abbandonata da gran parte dei suoi sudditi.
L'ultima persecuzione aveva provato che ormai
il paganesimo, nonostante l'appoggio dello
Stato, era impotente a trionfare dell'avversario.
Toccherà ora al cristianesimo ristabilire
l'unità morale entro l'organismo dell'Impero,
unità ritenuta sempre indispensabile.
Infatti l'evoluzione fu rapidissima anche
se interrotta per alcuni anni dal tentativo
di Giuliano l'Apostata. Era contrario a tutte
le tradizioni dello Stato romano rimanere
a lungo neutrale tra il cristianesimo e il
paganesimo. Non era ancor passato un secolo
dall'editto di Milano e l'Impero era diventato
cristiano.
§
1. - Il rinnovamento dei valori antichi.
Alle
persecuzioni successero i privilegi in favore
della Chiesa. Lo Stato, per legarla a sé,
si attacca ad essa, e verso la fine del secolo
quarto, al tempo di Teodosio, parve creata
una tale solidarietà tra lo Stato e
la Chiesa, che ci si poteva chiedere se la
rovina dell'uomo non avrebbe comportato quella
dell'altro. Rappresentiamoci l'ampiezza di
questo cambiamento quasi senza transizione.
La Chiesa per la prima volta deve dare prova
non solo della sua forza, come al tempo delle
persecuzioni, ma anche della sua capacità
d'adattamento e d'assimilazione. Essa raccoglie
un'eredità gloriosa, ma anche pesante:
l'eredità della cultura antica. Da
lungo tempo gli apologisti se n'erano già
serviti per difendersi; ora però si
tratta di ben altro. Come l'amministrazione
ecclesiastica adotta le linee imperiali, cosi
i Padri del quarto secolo assumono il compito
di salvare tutto il salvabile, di battezzare
tutto il battezzarle degli antichi valori.
La filosofia greca e il diritto romano furono
penetrati dal Vangelo, e in Occidente specialmente
due dotti guidarono l’impresa gigantesca:
Sant’Ambrogio di Milano e Sant'Agostino d'Ippona.
Nei trattati di Sant'Ambrogio non è
difficile notare l'imitazione di Cicerone,
e tutta l'opera di Sant'Agostino è
impregnata dello spirito di Piatone. La loro
originalità è anche più
splendida; e fin da allora si vide come il
cristianesimo sia capace di valorizzare tutto
ciò che è autenticamente umano.
Il
cristianesimo non s'attiene a un'imitazione
servile, ma rinnova quanto tocca. Mentre i
retori del paganesimo agonizzante non sanno
che ripetere invariabilmente formule morte,
tanto che nel quarto secolo la cultura antica
appariva inaridita non meno dell'organizzazione
dello Stato, il cristianesimo da una vita
nuova e sconosciuta alle verità antiche.
Basta il libro delle' Confessioni a provarlo.
Uno dei tratti che maggiormente colpisce chiunque
abbia familiarità con le lettere antiche,
è la rarità o l'assenza, perfino
nei capolavori, d'ogni accento personale.
Anche i più grandi autori rivelano
poco o nulla della loro intimità; e
ciò li rende a noi quasi inaccessibili,
più ancora del passare dei secoli.
In fondo non sapremo mai chi furono Pericle
o Cesare, perché ignoriamo ogni cosa
della loro umanità più profonda;
ne vediamo lo spirito e i gesti, ma non il
cuore e l'anima. L'antichità pagana
non conobbe l'uomo interiore. Per quanto interessante
in altri campi, perfino la corrispondenza
di Cicerone a questo riguardo è una
delusione. C'è indubbiamente un Marco
Aurelio, del quale sarebbe ingiusto dire che
non affiori l'anima nelle note intime; però
lo spettacolo di questo saggio Imperatore,
tutto imprigionato nell'orgoglio stoico, è
quello d'un'anima che si dibatte nel cuore
d'una solitudine inumana.
Con
Sant'Agostino comincia il grande dialogo non
più interrotto nei secoli tra l'anima
peccatrice e il Dio Salvatore. Per questo
si potè dire di lui che è il
primo dei moderni. Ormai non siamo più
soli, perché è con noi e per
sempre Qualcuno. Gli antichi dèi non
amavano l'uomo e non gli domandavano amore:
sotto di essi l'umanità viveva nel
terrore e nell'abbandono. La letteratura e
l'arte antica sono certo percorse da appelli
commoventi, ma queste invocazioni non ricevettero
mai una valida risposta. Ora la risposta è
venuta, ed ecco i] dialogo. Uno sguardo amoroso
s'è posato su ciascuno di noi, senza
distinzione di casta o di razza. Tutte le
potenze dell'anima, ignorate o misconosciute
dai filosofi antichi, hanno cominciato a fremere,
e noi abbiamo questo documento unico, di cui
il Guitton metteva recentemente in luce tutto
quello che lo distingue dalla filosofia neoplatonica,
l'ultima grande filosofia dell'antichità.
La conversione d'Agostino non getta soltanto
luce sugli abissi interiori dell'uomo; ma
illumina anche la vera natura del tempo e
dell'eternità e il senso della storia.
§
2. - Fondamenti d'un ordine nuovo.
Quali
questioni sconcertanti si ponevano al filosofo
cristiano al principio del v secolo! L'Impero
che fino allora aveva protetto tutto il mondo
civile,quello
che i greci chiamavano " l'Ecumene ",
l'Impero che i migliori spiriti potevano considerare
punto culminante della storia, specialmente
dopo che s'era fatto cristiano e sembrava
confondersi col regno di Cristo, ora cedeva
da ogni parte all'assalto dei barbari. Nel
410, meno di un secolo dall'editto di Milano,
i goti d'Alarico si impadroniscono di Roma;
perdute quasi completamente la Gallia e la
Spagna; i Vandali minacciano l'Africa. Il
cristianesimo non sembra in parte responsabile
dell'immenso disastro? Simile opinione, ripresa
oggi da parecchi, allora era sostenuta dagli
ultimi seguaci del paganesimc. Non è
difficile confutarla. Il mondo antico mori
per la propria debolezza, anzi per esaurimento,
svuotato a poco a poco della sua sostanza
dallo spopolamento, divenuto tragico dopo
la grande peste del secondo secolo e dal fallimento
economico. Non tocca a noi narrare distesamente
questi fatti, ma è certo che gli ultimi
romani non avevano aspettato il cristianesimo
per distogliersi dal mestiere delle armi;
invece l'Impero moribondo trovò tra
i cristiani i soldati più intrepidi
e i funzionari più devoti. Questo però
non bastava a restituire vigore a un organismo
esaurito, ed è un errore credere che
la Chiesa, che ha le promesse della vita,
possa nello stesso modo assicurare la prosperità
temporale degli stati, quando ne vengono a
mancare le condizioni necessarie. L'errore
era quasi inevitabile al principio del secolo
quinto, quando l'uomo non era ancor abituato
a distinguere rigorosamente la sfera dello
spirituale da quella del temporale. Per rispondere
ai detrattori del Cristianesimo, Sant'Agostino
scrisse la Città di Dio, libro che
per molti lati rimane attuale come le Confessioni.
Si volle vedere in esso una condanna dello
Stato, considerato opera del demonio, ma Sant'Agostino
condannò non lo Stato in se stesso,
ma lo Stato idolo, qual'era presentato per
secoli dal paganesimo. Bastano certe esperienze
contemporanee per dimostrare che una simile
condanna è non solo valida, ma sempre
opportuna.
Alla
città puramente umana, il vescovo d'Ippona
contrappone la " città di Dio
", i cui abitanti amano Dio con piena
umiltà ponendolo sopra la propria persona.
Nello stesso tempo Sant'Anibrogio rivendicava
piena indipendenza dell'autorità religiosa
da quella civile e umiliava il colpevole Teodosio
sulla porta della chiesa di Milano. A questo
modo il cristianesimo dei secoli quarto e
quinto, anziché cedere a Cesare e succedere
semplicemente al paganesimo come religione
di Stato, rivendica la propria autonomia assieme
all'autonomia della persona umana. L'azione
d'un Ambrogio, gli scritti in cui esalta la
verginità votata a Cristo, le riflessioni
d'un Agostino sulla storia personale o sui
grandi orizzonti della storia universale,
consolidano sopra le rovine dell'ordine antico
i fondamenti d'un ordine nuovo. In questi
cinquantanni decisivi la Chiesa, appena uscita
dalle catacombe, si prepara al compito materno
e pedagogico che le sarà proprio per
tanti secoli. Frattanto San Gerolamo traduce
la Bibbia in latino, portando cosi alla perfezione
la lingua della liturgia; e in j Oriente San
Giovanni Crisostomo da un nuovo splendore
all'eloquenza greca, ! mentre i Padri fanno
la prima sintesi armoniosa della sapienza
profana e della j Sapienza sacra.
Non
s'insisterà mai abbastanza su queste
meraviglie. Grazie al cristianesimo, in quest'ultimo
secolo dell'Impero d'Occidente, i fiori della
primavera si mescolano ai frutti dell'autunno.
Nella stessa epoca alcuni uomini cominciano
a ritirarsi nel deserto per consecrare la
loro vita alla preghiera. Il movimento monastico
dall'Egitto si propaga rapidamente fino alle
estremità dell’Impero e vedremo ben
presto che azione decisiva eserciterà
sulla storia della civiltà.
Questa fuga dal mondo non solo risponde al
disgusto provato da certe anime davanti alle
turpitudini contemporanee, ma anche al desiderio
di avvicinarsi di più a Dio e di contrarre
la più intima unione con Lui. Gli antichi
filosofi greci, e specialmente Piotino, avevano
indubbiamente parlato della contemplazione,
ma d'una contemplazione puramente intellettuale
e priva di carità. Invece il cristiano
che lascia il mondo, se ne separa solo in
apparenza, e si sottrae ai legami particolari
per praticare più liberamente la carità
universale. L'istituzione monastica e il sacrificio
della verginità consecrata sono altrettante
manifestazioni dell'Amore, altrettanti modi
d'affermare la dignità della persona
umana.
Così
la Chiesa, al tramonto dell'antichità,
perfeziona la sua teologia lottando passo
passo contro le eresie sempre rinascenti,
si prepara con la preghiera, non meno che
col pensiero, a sopravvivere all'Impero moribondo
e a trasmettere ai barbari, assieme al deposito
della fede, i valori dell'antica civiltà.
CAPITOLO
III. - L'ALTO MEDIOEVO
§
1. - Attuazione dell'ordine nuovo.
La
situazione determinatasi nel secolo quinto
è davvero tragica. Mentre l'Impero
d'Oriente si difende a stento dai Persiani
e dai Bulgari, l'Impero d'Occidente scompare
(476) sommerso da una marea di popoli germanici,
tra i quali dominano i Goti (Visigoti e Ostrogoti)
che sono ariani, come pure i Burgundi. Invece
i Franchi e gli Alemanni restano pagani. Bisogna
difendersi dagli uni e dagli altri, convenire
gli uni e gli altri. In questo immane sfacelo
di tutte le istituzioni esistenti, solo la
Chiesa resta in piedi. Un po' ovunque i vescovi
ricevono il titolo di " defensor civitatis
" e salvano pazientemente, instancabilmente,
tutto il salvabile. San Leone Magno, San Lupo
di Troyes, Sant'Agnano d'Orlèans, come
già Sant'Ambrogio, fanno indietreggiare
gli invasori col solo prestigio della loro
personalità spirituale. E prima ancora
che difensori e padri dei popoli, essi sono
evangelizzatori. Grande fra tutti San Martino
di Tours, vissuto nel secolo quarto. A lui
risale la gloria d'aver introdotto il monachismo
in Occidente, e di essere stato l'apostolo
delle campagne.
a)
Nelle campagne. - La civiltà
antica era essenzialmente urbana, come urbani
erano stati i primi cristiani. L'indomani
della pace costantiniana, mentre Le città
erano quasi completamente cristianizzate,
le campagne restavano pagane; questo fatto
spiega come la parola paganus, che etimologicamente
vuoi dire abitante della campagna, sia entrata
nella nostra lingua col significato di non
cristiano.
Grazie
all'opera dei monaci evangelizzatori, dalle
campagne scomparvero le ultime tracce del
vecchio paganesimo e della barbarie primitiva.
Questo il primo frutto dell'istituzione monastica
in Occidente. Raggruppati lontani dalle città,
col compito d'onorare Dio con la preghiera
e col lavoro delle mani e dello spirito, i
monaci prosciugarono paludi, disboscarono
foreste, coltivarono lande e riunirono attorno
a sé coltivatori, fondarono comunità
rurali che i monasteri difesero dai saccheggi
e dalle esazioni d'ogni genere, invertirono
la massa fino allora abbandonata e disprezzata.
Ora
i barbari possono venire. Se lo Stato romano
non ha più una vera forza militare
da opporre loro, i barbari trovano nel cattolicesimo
un blocco inattaccabile. Il patriottismo s'è
rifugiato nella Chiesa; essa non è
solo il focolare della cultura, ma anche la
fonte dell'ordine, il rifugio dei poveri che
da tempo in essa trovano appoggio e assistenza.
Ora non si tratta più soltanto dei
poveri, ma di tutta una società abbandonata,
che scopre nel vescovo l'unico difensore e
il capo naturale. La Chiesa continua l'impero,
ma sopra un altro piano.
I
barbari s'erano stanziati a caso, ed erano
diversissimi, secondo le regioni. I più
civili fra i Germani, i Goti ariani, occupano
immensi territori, ma costituiscono soltanto
un'esigua aristocrazia militare che si sovrappone
alla massa delle popolazioni romane e ne resta
separata dalla differente confessione religiosa.
I Goti si sforzano, non senza successo, di
seguire le orme dell'amministrazione imperiale,
ma la loro potenza resta fragile, nonostante
la brillante apparenza, perché sono
in pochi e isolati tra le popolazioni soggette,
sottomesse ma irreducibili. L'invasione franca
fu più massiccia e i] ricordo di Roma
restò molto meno vivo nella Gallia
settentrionale, dove al principio del sesto
secolo fu giocata la sorte della Francia e
di tutta l'Europa. La conversione di Clodoveo
nel 4P6 fu un avvenimento non meno decisivo
dell'editto di Milano. Secondo la celebre
frase di Ozanam, la Chiesa era passata ai
barbari. Ma questo non significa che essa
abbia tradito la romanità. Alla Roma
carnale tende a sostituirsi un'altra Roma,
quella fondata dagli apostoli. Mentre la Chiesa
d'Oriente subisce sempre più la tutela
opprimente dello Stato, la caduta dell'Impero
fece evitare questo pericolo alla Chiesa d'Occidente.
I ponti non sono ancora rotti e lo saranno
solo molto più tardi. Il Papa si diportò
sempre come suddito leale dell'imperatore
di Constantinopoli, e dopo la conquista di
Giustiniano dovrà anche soffrire molte
volte il despotismo bizantino. Tuttavia il
distacco, di fatto, è completo. Ormai
accanto e sopra le potenze temporali sorge
una potenza spirituale indipendente dalle
sue fluttuazioni e conforme a quello che Sant'Agostino
aveva previsto nella Città di Dio.
b)
Tra i barbari. - Così la Chiesa
potè accogliere i barbari e battezzare
l'intero mondo germanico. Sotto la sua azione
prende forma un nuovo mondo, che continua,
molto più di quanto generalmente si
creda, quello antico, ma nel quale tutto è
rinnovato da un duplice apporto: l'apporto
cristiano e quello germanico. Non è
esagerazione dire che la Chiesa del sesto
secolo regge sulle ginocchio, materne la neonata
Europa. Essa non potè certamente trasformare
da oggi a domani i rozzi costumi dei barbari.
La sapienza della Chiesa consiste spesso nell'accomodarsi
al minor male; così non soppresse di
colpo la schiavitù, creò soltanto
un'atmosfera dove diventava possibile la soppressione
della schiavitù appena lo avessero
permesso le condizioni economiche. Lo stesso
avvenne per le ordalie e le brutalità
primitive del diritto germanico.
c)
La salvezza della coltura. - Ma la
gloria che nessuno può togliere alla
Chiesa, è quella d'aver salvato la
cultura. I vescovi del quinto e del sesto
secolo non s'imposero soltanto con la dignità
della loro vita e col buon uso delle ricchezze,
ma anche perché essi soli continuarono
in mezzo alla barbarie circostante le grandi
tradizioni umanistiche del quarto secolo.
Grazie a loro e grazie ai monasteri, che si
moltiplicarono di numero e acquistarono sempre
maggior influsso,
i capolavori del pensiero umano saranno trasmessi
a generazioni più capaci di farli fruttificare.
Essi inoltre creano e portano col cristianesimo
la civiltà su terre che non avevano
mai visto le aquile romane.
§
2. - Lo slancio missionario.
a)
L'Irlanda. - La conversione dell'Irlanda
avvenne nel secolo quinto per opera di San
Patrizio (887-465): un monaco che nel 482
portò in Irlanda lo spirito di Lérins.
L'evangelizzazione fu estremamente rapida
e in meno d'un secolo Erin era diventata l'isola
dei Santi. Le condizioni politiche e sociali
di questo paese, conquistato all'universo
cristiano, erano diverse da quelle conosciute
fino allora dalla Chiesa entro i confini dell'Impero.
L'Irlanda non aveva città capaci di
diventare sedi episcopali; perciò l'organizzazione
ecclesiastica dovette modellarsi sul sistema
del clan e della tribù, con centro
nei monasteri numerosissimi e ferventi, focolai
incomparabili di vita spirituale, ma anche
di cultura. Mentre la barbarie guadagnava
a poco a poco le regioni già civili,
nella lontana Manda, grazie all'azione della
Chiesa, si perpetua il culto delle lettere.
Là esisteva la vecchia tradizione nazionale
dei bardi e delle scuole druidiche, tradizioni
che furono in certo senso continuate dai monaci
irlandesi. Sotto le insegne di Cristo, le
discipline classiche permisero che fosse data
una forma alle antiche epopee nazionali. Così,
appena sfuggita alla rovina dell'Impero, la
Chiesa si dimostrava capace non solo di convenire
i popoli, ma anche di fecondarne il genio
peculiare di ciascuno. A questo proposito
non è inutile sottolineare che se il
cristianesimo storicamente, per le sue origini,
è legato a una particolare cultura,
cioè quella del mondo mediterraneo,
non vi è legato in modo necessario,
ma è aperto di diritto a tutte le culture.
I
monaci irlandesi però si distinguevano
per un lato molto originale dai loro predecessori
egiziani, dei quali del resto imitavano la
vita eremitica: avevano la passione dell'apostolato.
L'Irlanda era appena guadagnata al cristianesimo
e già i suoi monaci sciamavano negli
altri paesi e in quello stesso da cui era
partito San Patrizio. L'Mandese San Colombano
al principio del secolo settimo fondò
in Gallia e in Alta Italia un potente movimento
monastico, con centro e modello a Luxeuil,
mentre il suo discepolo San Gallo evangelizzava
gli Alemanni e diventava il padre della Svizzera
cristiana. Questi uomini terminarono l'opera
cominciata tre secoli prima da San Martino.
Del
resto il monachismo occidentale aveva da poco
ricevuto da San Benedetto, <t patriarca
dei monaci d'Occidente ", la sua regola
definitiva. Stabilitosi a Montecassino tra
il 529 e il 530, San Benedetto da principio
intendeva soltanto formare questo monastero.
Ma la regola benedettina aveva tali meriti
che presto fu adottata in quasi tutte le abbazie,
ed è per questo che ha assunto, indipendentemente
dal suo valore particolare, un'importanza
considerevole nella storia della civiltà.
Tra la tendenza eremitica e quella cenobitica,
San Benedetto da risolutamente la preferenza
alla seconda. H monastero benedettino è
dunque una comunità fortemente unita
sotto l'autorità paterna dell'abate
e concepito come a la scuola del servizio
del Signore a. La preghiera, il lavoro manuale,
il lavoro intellettuale e il riposo sono saggiamente
dosati. I monaci offrono prima di tutto un
modello di vita perfetta; d'altronde l'abbazia
è un centro economico capace di bastare
a se stesso, fatto d'importanza capitale in
un'epoca in cui l'economia degli scambi tendeva
progressivamente a scomparire, dove la vita
urbana s'estingueva e l'autonomia del dominio
rurale diveniva ovunque la regola. Infine,
grazie alla Regola benedettina, i monaci non
tardarono a essere nella Chiesa gli agenti
più energici del papato e i campioni
della riforma ecclesiastica. Essi quasi da
soli e per molti secoli esplicarono il compito
civilizzatore della Chiesa.
b)
L'impulso dato da Gregorio Magno.
-I benedettini cominciano col dare alla Chiesa
uno dei più grandi papi, San Gregorio
Magno (590-604). San Gregorio sale il trono
pontificio in un momento particolarmente scuro.
Mentre la frontiera bizantina del Danubio
cedeva sotto i colpi degli Avari e dei loro
alleati slavi, i Longobardi invadevano l'Italia
appena riconquistata e tagliavano le comunicazioni
tra Roma e Bisanzio. Volente o nolente, ormai
bisognava che il Papa assumesse tutti i pesi
della sovranità, ed è qui la
vera origine dello Stato pontificio. La burrasca
dei secoli sesto e settimo è forse
ancor più grave di quella del secolo
quinto, perché ormai appariva evidente
che l'antico stato di cose non avrebbe mai
potuto essere restaurato. Come s'è
notato molto giustamente, un Gregorio Magno
allora non aveva l'impressione di gettare
le fondamenta d'un mondo, ma cercava piuttosto
di salvare ciò che poteva ancor essere
salvabile da un immenso naufragio. Non importa.
Non solo egli ristabilisce l'ordine e una
relativa prosperità negli Stati romani,
ma dalla musica antica trae anche le regole
del canto sacro, dandoci nel campo dell'arte
una delle creazioni più notevoli della
Chiesa.
D'altra
parte S. Gregorio mantiene rapporti continui
con tutti i sovrani barbari, anche con quelli
che sembrano naturalmente nemici dello stato
pontificio e che non cessano di minacciarlo.
È nota la sua corrispondenza con la
principessa longobarda Teodolinda, che condusse
alla conversione del suo popolo. Grazie a
lui i Visigoti di Spagna rinunciano all'arianesimo
e la gloriosa Chiesa cattolica spagnola, che
doveva dare tanti santi e martiri, è
l'opera di Gregorio. Ma quello che lo fa incontestabilmente
più grande, è l'aver inviato
il monaco Agostino e altri benedettini romani
nella Britannia divenuta anglosassone. Come
nel secolo sesto la Chiesa d'Irlanda, cosi
nel secolo settimo e ottavo la Chiesa d'Inghilterra,
strettamente attaccata alla Santa Sede, illuminerà
tutta la cristianità. Infine queste
nuove missioni e l'indipendenza ormai assicurata
della Sede romana da Bisanzio, preparano il
papato al grande ufficio, che gli sarà
proprio durante il Medio evo. Era ormai evidente
che Roma è sempre e più che
mai il capo dell'Occidente, non certo nel
senso politico che si poteva intendere tre
secoli prima, ma in senso morale e spirituale.
Mentre l'impero bizantino, attaccato da ogni
parte, si ripiega per un certo tempo su se
stesso, il successore di Pietro prende a suo
carico tutta quella parte d'Europa dove la
marea delle invasioni continuava a creare
agitazioni. Roma converte i popoli, li fissa,
e comincia a delinearsi la fisionomia delle
future nazioni.
c)
I paesi anglosassoni. - Così
l'Inghilterra entra allora veramente nella
storia e fu il teatro di un fenomeno analogo
a quello già osservato in Manda. Lungi
dallo spezzare il genio nazionale, il cristianesimo
lo esalta. Grazie a uomini come San Beda (672-735)
e alla notevole attività dei monasteri
femminili inglesi, dove si fondono la tradizione
monastica, la tradizione romana e quella irlandese,
si forma a poco a poco l'idea d'una cultura
occidentale comune, superiore alla diversità
di razza e di lingua, che domanderà
al cristianesimo il principio della sua unità.
Le scuole monastiche anglosassoni danno maestri
al continente, e non a caso i principali artefici
della rinascita carolingia vennero dall'Inghilterra.
Per
completare la cristianizzazione dell'Occidente,
restava da convenire la Germania propriamente
detta. Sarà un'opera lunga e difficile
in cui la spada avrà un compito considerevole
come la predicazione e che in definitiva sigillerà
la grande alleanza tra il Papato e i Carolingi.
Anche qui i monaci anglosassoni occupano un
posto distinto. San Bonifacio e i suoi compagni
erano inglesi. L'Inghilterra d'allora rimaneva
in stretto contatto con le pianure della Germania
settentrionale, donde erano partiti gli invasori
della Britannia; inoltre gli Anglosassoni
avevano ereditato dai monaci irlandesi la
passione dell'apostolato. San Bonifacio è
innegabilmente la più grande figura
spirituale del secolo ottavo. Se non riuscì
sulle sponde del mare del Nord, dove solo
la spada di Carlomagno potrà costringere
i Sassoni al Vangelo, riuscì in Turingia,
dove fondò la famosa abbazia di Fulda,
che diverrà il centro di irradiazione
del cristianesimo e della cultura per tutta
la Germania. Egli, d'altra parte, si adoperò
a riformare la Chiesa gallo-franca, dove s'erano
introdotti innumerevoli abusi, favoriti dai
primi Carolingi. La posizione di Bonifacio
di fronte a un Carlo Martello o a un Pipino
il Breve, illustra quella di tutta la Chiesa
nella stessa epoca. Non si può fare
a meno del potere temporale, ma non si dimentica
che il suo appoggio costa caro, e che rimane
il grande pericolo di vedere il Vangelo confuso
con le ambizioni d'una politica tutta terrena.
§
8. - La lotta contro l'Islam.
Il
momento è particolarmente oscuro. Mentre
Bonifacio evangelizza la Germania, l'Islam
rivolge contro il cristianesimo la minaccia
più formidabile che questo abbia mai
subito dalle persecuzioni in poi. Dal 634
al 732 pareva che nulla potesse resistere
all'assalto dei cavalieri arabi. In Oriente
hanno tolto all'impero bizantino alcune tra
le province più ricche e i Luoghi Santi;
hanno distrutto il regno dei Sassanidi; toccano
l'India; circondano le grandi steppe dell'Asia
centrale; hanno conquistato tutto il littorale
mediterraneo dell'Africa; distrutto in un
sol colpo il regno dei Visigoti, il cui ultimo
resto sopravvive solo più nelle Asturie;
varcano i Pirenei e s'estendono nelle vaste
piane del Sud Ovest... Intanto i loro navigli
infestano il Mediterraneo e quasi tutte le
isole di esso cadono in loro potere, si accampano
sulla costa provenzale e minacciano la stessa
Roma. S'è osservato giustamente che
l'invasione musulmana segna, molto più
delle invasioni del quinto secolo, la vera
fine del mondo antico, in cui tutta l'economia
era fondata sugli scambi mediterranei. Il
colpo d'arresto di Poitiers nel 732 salva
il cristianesimo da un disastro immediato;
ma resta la minaccia che durerà dei
secoli, fino alla grande impresa delle Crociate.
Bisogna
mettersi nella prospettiva dell'invasione
islamica, considerare il gigantesco crescendo
di terre ostili che si stendono dal Turkestan
ai Pirenei, tener conto dei terribili colpi
inferti all'impero bizantino per comprendere
il gesto dei papi che s'accostano al regno
franco e finalmente restaurano in favore di
Carlomagno l'impero d'Occidente. Si è
abituati a spiegare tutto con il pericolo
longobardo; ma non si vede che questa minaccia,
anche se immediata, non e affatto la più
temibile. La verità è che la
Chiesa vivrà per secoli come una fortezza
assediata e per lei urge darsi un capo militare
unico. La grandezza di Carlomagno, per quante
legittime riserve si debbano fare su certi
aspetti della sua politica, specialmente verso
i Sassoni, è d'essere stato, lealmente,
l'uomo di questa necessità. Non bisogna
dissimularsi le profonde debolezze di quest'impero,
anche nel momento del suo apogeo. La vita
economica è misera; il commercio internazionale
quasi completamente fermo; l'unica forza e
ricchezza risiede nella proprietà fondiaria
sempre più ripiegata su se stessa.
II grande Stato è solo una facciata
dietro la quale le forze particolariste sono
sempre attive. Se non ci fosse stata la Chiesa
e l'idea universale da essa tenuta in deposito,
non ci sarebbe stato l'Impero e l'intera Europa
si sarebbe inabissata in una irrimediabile
dispersione. La stessa rinascita carolingia
è opera della Chiesa. I chierici erano
quasi gli unici che sapessero leggere, e la
cultura antica fu conservata oscuramente nei
monasteri. I consiglieri di Carlomagno, e
specialmente l'anglosassone Alcuino, sono
vescovi e monaci, che, per obbedire all'imperatore,
non fanno altro che mettere in luce le ricchezze
salvate dal disastro dai loro predecessori.
Per quanto parziale e superficiale, la ripresa
della vita intellettuale in Occidente è
d'una importanza considerevole. Grazie alla
copia d'Alcuino ci pervenne quasi tutto quello
che ci resta della letteratura latina; grazie
alla scuola Palai che comincia ad attuarsi
il sogno dei monaci anglosassoni per una cultura
universale fondata su principi cristiani.
In arte s'imita Bisanzio, che rimane il grande
modello e il focolaio della civiltà;
ma non è meno vero che le miniature
di quel tempo e la cappella d'Àix sono
i primi monumenti propri dell'Occidente cristiano,
e che annunciano timidamente, come una prima
aurora, lo splendore successivo.
Il
regno di Carlomagno segna appena una breve
schiarita in quei secoli di ferro. Dopo la
morte di Carlo non solo l'impero non tarda
a smembrarsi, ma anche la cristianità
subisce nuovi assalti. I Vikinghi taglieggiano
il littorale del Mare del Nord, dell'Atlantico
e della Manica; gli Arabi continuano gli attacchi
contro l'Italia del Sud e la Provenza; infine
i Magiari delle piane del Danubio succedono
agli Unni e agli Avari e saccheggiano la Germania.
Mentre all'interno l'autorità si sbriciola
all'infinito, da ogni parte s'addensano nubi
alle frontiere. Il secolo nono fu il tempo
della peggiore angoscia. Intanto la Chiesa
continua a pregare, a cantare e a lavorare.
Questo tempo orribile è anche quello
delle Sequenze di Nottker, il tempo che dal
piano della basilica pagana vede sorgere a
poco a poco quella della basilica romanica
per soddisfare ai bisogni monastici. Qua e
là, specialmente in Germania, alcune
scuole monastiche restano fiorenti e s'ha
l'impressione d'un fuoco che cova sotto la
cenere, di timidi fiori che precedono la primavera.
Sembrava che allora tutto il compito della
Chiesa consistesse nel mantenere e conservare,
in mezzo ai peggiori disastri. Ma essa cosi
preparava l'avvenire.
CAPITOLO
IV. - IL MEDIOEVO CRISTIANO
§
1. - Ricostruzioni e riforme interne.
Nel
secolo decimo comincia la ricostruzione. Nel
911 i Normanni di Rolione ricevono la Normandia.
Convertiti al cristianesimo, non tardarono
a costituire uno stato fra i più ordinati
della cristianità, un'inesauribile
riserva di forze giovani e fresche. Poi, con
la dinastia Sassone degli Ottoni, la Germania
riprende
il primato. Ottone il Grande ad Augusta arresta
definitivamente i Magiari, che presto si convertono
e formano il regno di Santo Stefano. Le missioni
germaniche sostenute troppo spesso con la
spada, estendono il cristianesimo nelle regioni
del nord e dell'est. Come in Manda e come
nell'Inghilterra anglosassone, anche nei paesi
scandinavi la conversione segna uno straordinario
risveglio intellettuale, e l'Islanda diviene
il centro d'una brillante ma effimera cultura
nordica. È la grande epoca delle saghe.
In Boemia San Venceslao opera in favore del
suo popolo ciò che S.anto Stefano aveva
fatto per il suo. Ma già un secolo
prima la missione dei santi Cirillo e Metodio
in Moravia aveva rivelato a se stesso il mondo
slavo. Cosi ovunque troviamo la Chiesa accanto
alla culla delle nuove nazioni che si dividono
l'Europa.
Intanto
nel 962 Ottone il Grande ristabilisce l'impero
e fonda quel Sacro Romano Impero di nazionalità
germanica che resterà una pietra angolare
della civiltà medioevale. L'idea d'un
potere temporale unico, che facesse da contrappeso
al potere spirituale unico del Pontefice romano
era seducente e la si può comprendere
come una reazione all'anarchia feudale, che
allora trionfava quasi dappertutto. Però
nascondeva pericoli che l'avvenire avrebbe
manifestato; e intanto la Chiesa, nei secoli
X e XI, subiva una delle più gravi
crisi della sua storia. Tutto il regime feudale
era fondato sul possesso della terra. La Chiesa,
che dalle vaste proprietà fondiarie
traeva la maggior parte delle sue risorse,
aveva dovuto entrare nel sistema; e questo
creava quasi necessariamente un'interferenza
gravida di pericoli tra lo spirituale e il
temporale. Numerosi vescovi e sacerdoti si
sposavano per assicurare ai discendenti la
continuazione dei loro benefici, e d'altra
parte i sovrani laici pretendevano disporre
a loro capriccio delle abbazie e dei vescovadi.
Infine, alla sommità della gerarchia,
gl'imperatori tedeschi del x secolo e del
principio del XI trattavano il Papa come un
loro cappellano, come dice Cristoforo Dawson
: " II problema vitale del secolo X era
se la barbarie feudale sarebbe riuscita a
catturare e assorbire la società pacifica
della Chiesa, o se quest'ultima avrebbe trionfato,
imponendo i propri ideali e la propria cultura
superiore alla nobiltà feudale, come
aveva fatto in passato con le monarchie barbariche
degli Anglosassoni e dei Franchi ". (1).
S'è
visto che già San Bonifacio aveva dovuto
lavorare sia alla riforma della Chiesa franca
come alla conversione della Germania, e presso
le autorità civili non aveva sempre
trovato la dovuta collaborazione. L'opera
doveva continuamente essere ripresa, e ai
benedettini di Cluny spetta l'onore d'aver
fatto trionfare in tutta la Chiesa la causa
della riforma. L'originalità di Cluny,
fondato l’11 settembre del 910, era che i
suoi monaci non dipendevano da nessuna autorità
laica o ecclesiastica, eccetto che dal Papa.
D'altra parte le abbazie, che si raggruppavano
attorno al monastero borgognone, restavano
legate fra loro come i diversi organi d'un
unico corpo. Indipendenti da ogni potere locale,
sfuggono per questo alle servitù feudali,
conservano il principio dell'universalità
caratteristico della Chiesa, infine costituiscono
una incomparabile milizia del papato, sparsa
in tutta la cristianità. Infine si
sa che lo slancio di Cluny coincide col pieno
fiorire dell'arte romanica. La costruzione
della terza chiesa di Cluny (distrutta nel
1811) di cui Urbano II benedisse il coro nel
1095, riempi quasi tutto il secolo XI, in
cui trionfa la riforma.
(1)
C. Dawson, La formazione dell'unità
europea, p. 265, ed. Einaudi, Torino
1939.
Per
giungere alla riforma era stato necessario
liberare e conquistare la Sede romana, poiché
nessuna riforma nella Chiesa può giungere
a termine se non attraverso il capo; e fu
soprattutto l'opera del toscano Ildebrando,
che divenne papa nel 1073 col nome di Gregorio
vii. Egli morì nel 1085 in esilio,
apparentemente vinto, in seguito alle sue
celebri lotte con l'imperatore Enrico IV.
Ma la riforma della Chiesa era realmente e
vittoriosamente compiuta, e, con la fine del
secolo XI, che vede partire la prima crociata,
sono finiti i tempi ostili e comincia una
nuova era, quella del medioevo cristiano.
Per due secoli il prestigio del papato sarà
incomparabile: malgrado i conflitti, che lo
metteranno ancora varie volte alle prese con
l'autorità imperiale, il potere spirituale
allora domina senza contrasti in tutta l'Europa
cristiana, grazie non solo all'immensa ricchezza
della Chiesa, e all'efficacia delle armi spirituali,
e al fatto che essa più che mai è
l'unica detentrice della cultura, ma specialmente
al fatto che la fede cristiana è generalmente
professata in tutto il mondo, in modo che
nessuna importante attività del tempo
è concepibile se non esercitata sotto
il segno di Cristo. Di conseguenza la Chiesa
ha direttamente il merito di tutto il bene
che allora si fa, e che di fatto si confonde
con la civiltà occidentale.
§
2. - Le Crociate e loro conseguenze per la
civiltà.
Ora
questa civiltà è in piena fioritura
e poche età sono più gloriose
e feconde, in qualsiasi campo, dei secoli
XII e XIII. Dopo aver vissuto a lungo ripiegata
su se stessa, oppressa dall'Islam, l'Europa
cristiana tenta infine un'eroica sortita.
Un papa cluniacense, Urbano II, predicò
nel 1095 la prima Crociata; ma l'idea era
molto più antica e già Gregorio
vii l'aveva avuta. La Crociata è un
fenomeno complesso, dove, in proporzioni ineguali,
si mescolano elementi politici, militari,
religiosi. Per ben comprenderla, bisogna prima
di tutto rappresentarsi una civiltà
in cui, salva la distinzione essenziale dello
spirituale e del temporale, pare cosa ovvia
che la forza venga messa a servizio della
verità. Del resto la Crociata non ha
lo scopo di convenire gl'infedeli, ma di riconquistare
contro di essi terre un tempo già cristiane
e che essi hanno occupato con la forza. Il
che è vero tanto della Spagna come
dei Luoghi Santi. Infine urgeva trovare uno
sbocco al ribollimento feudale. Le Crociate
furono tutto questo insieme, ma furono soprattutto
la prima grande offensiva dell'Europa cristiana
contro l'Islam orientale, conquistando così
un'importanza senza uguali nella storia della
civiltà. Da una parte con il loro carattere
internazionale attestano l'esistenza effettiva
d'una civiltà di cui vero capo è
il Papa, poiché né l'imperatore
né alcun re prese parte alla prima
Crociata; d'altra parte attestano il tramonto
dell'impero bizantino, che era stato glorioso
ancora nel secolo decimo, quando gl'imperatori
avevano fatto indietreggiare l'Islam quasi
fin sotto le mura di Gerusalemme. Ma l'intervento
dei Selgiuchidi nel secolo XI non solo aveva
ricacciato l'impero entro gli antichi confini,
ma ne minacciava perfino l'esistenza. Per
salvare il cristianesimo orientale dal disastro
finale, bisognava che l'Occidente venisse
alla riscossa.
a)
Contatto con l'Oriente. - Le Crociate
provocarono quindi il duplice contatto con
l'impero bizantino e col mondo musulmano.
È certo che la discordia tra Greci
e Latini, che non potè mai essere definitivamente
superata, e che si manifestò fin da
principio, spiega il fallimento finale delle
Crociate, e più tardi anche la caduta
di Costantinopoli. Malgrado tutto, non invano
i cavalieri d'Occidente impararono a conoscere
una civiltà più antica e più
raffinata. Anche con lo stesso Islam il contatto
non fu sempre di guerra. Con una facilità
d'assimilazione, che ci stupisce ancora, i
fondatori degli stati latini d'Oriente si
adattarono a un mondo sconosciuto, ai cui
margini s'erano spinti come sentinelle avanzate.
Le Crociate ristabilirono effettivamente la
comunicazione tagliata da secoli tra le due
sponde ostili del Mediterraneo, e sotto questo
aspetto non si apprezzerà mai abbastanza
la loro grande importanza nella storia della
civiltà. Conseguenza più o meno
evidente delle Crociate fu la ripresa del
commercio internazionale nel secolo XII, lo
spingere di nuovo gli sguardi alle lontane
regioni al di là dell'Islam; le città
marittime italiane, Genova, Pisa, soprattutto
Venezia, si sviluppano e s'arricchiscono;
a loro esempio e imitazione la vita urbana
un po' ovunque riprende l'importanza che ha
perduta da lungo tempo, e tra i nobili e i
campagnoli sale a poco a poco una nuova classe
sociale, la borghesia, con caratteri propri.
b)
La cavalleria cristiana. . Più
ancora, è probabile che al grande movimento
delle Crociate si debba riallacciare l'influsso
esercitato dalla Chiesa sui costumi della
nobiltà e la comparsa d'un nuovo tipo
di soldato, che nessun'epoca aveva conosciuto:
il soldato cristiano, il cavaliere. Nel secolo
XII era evidente che la Chiesa, con la riforma
del secolo precedente, non solo era vittoriosamente
sfuggita alla morsa feudale, ma che a sua
volta agiva con sempre maggior forza a trasformare
la stessa feudalità. In questo modo
vengono incorporati nell'eredità cristiana,
nuovi valori umani. Anche nei secoli più
rudi, la Chiesa aveva tenuto sempre come suo
appannaggio la protezione dei deboli e degli
oppressi. Ora era riuscita a mettere la spada
a servizio del diritto, a porre la forza a
servizio della debolezza. D'altra parte sotto
il suo influsso s'afferma la nozione d'onore,
nozione complessa, in cui entrano molti elementi
di valore diverso, alcuni presi dalle antiche
tradizioni guerriere dei Germani, ma che segnano
innegabilmente un progresso della dignità
umana. La nuova civiltà signorile,
che si sviluppa nel secolo xn, è pure
caratterizzata dal posto eminente che vi occupa
la donna. Si dirà che quel posto alle
volte è stato eccessivo, che la poesia
cortese, in cui soprattutto si manifesta,
debba certe sue ispirazioni alla poesia araba
anteislamica; ma non resta meno vero che la
Chiesa prende larga parte in questo sviluppo.
Onorando la verginità consecrata, il
cristianesimo prepara lo spirito e i cuori
a riconoscere pienamente la virtù femminile.
Infine il posto occupato dalla Vergine nella
teologia e nella liturgia cristiana innalza
la donna alla massima altezza possibile. E
quando San Bernardo canta Maria SS., quando
i maestri d'arte delle cattedrali ne scolpiscono
l'immagine e la espongono alla venerazione
dei fedeli, compiono nel campo sacro lo stesso
gesto dei cavalieri nel campo profano. Abbiamo
qui una vera e totale trasformazione nei costumi,
che non solo s'addolciscono e s'ingentiliscono,
ma comportano anche tutta una nuova concezione
dell'amore umano, ignorato dall'antichità.
L'impressione di lontananza che le opere antiche
anche somme producono sempre su noi moderni,
è in parte spiegabile dal fatto che
l'amore, come l'intendiamo noi, non vi compare
quasi affatto. Tale amore che non è
più solo desiderio fisico, e nemmeno
preoccupazione di perpetuare una famiglia,
ma è aspirazione dell'anima a perdersi
nell'anima, è un dono
del cristianesimo che collocò la donna
nella sua vera dignità. E siccome infine
quest'amore umano, d'altronde troppo spesso
aberrante, raggiunge l'amore divino, è
logico che sia accompagnato da una mirabile
fioritura mistica, che culmina in San Bernardo
nel secolo XII.
c)
Ampliamento del pensiero occidentale.
- Le Crociate allargando l'orizzonte del mondo,
allargarono pure quello del pensiero occidentale.
Attraverso le traduzioni e i commentari arabi,
i dottori cristiani ritrovarono Aristotele
e la grande tradizione del pensiero greco.
Alla fine del secolo XII si sente una vera
febbre d'istruzione; un po' ovunque, sull'esempio
dell'Università di Parigi, si costituiscono
grandi organismi per l'insegnamento superiore.
La Chiesa non aveva mai trascurato del tutto
l'istruzione, di cui ebbe tutto il peso da
sola, come pure delle opere d'assistenza.
Nel nostro studio abbiamo avuto occasione
di citare le scuole monastiche, ma per essere
completi, dovremmo parlare anche delle scuole
episcopali e delle innumerevoli scuole parrocchiali,
dove i più umili apprendevano i rudimenti
del sapere. Intanto nel secolo XII, che per
molti aspetti segna una rinascita delle lettere
molto più estesa e duratura di quella
carolingia, si sviluppa un'intensa attività
intellettuale, illustrata dall'esempio celebre
della controversia tra San Bernardo e Abelardo.
Le Università del secolo XIII furono
lo strumento adatto a simili bisogni. Sappiamo
di quali cure i Papi, specialmente Innocenzo
in, circondarono l'Università di Parigi,
chiamata il cervello della civiltà
cristiana medioevale, come Roma ne era il
cuore e la Germania il braccio.
A
Parigi fu compiuto il più grande lavoro
teologico dopo l'epoca dei Padri della Chiesa.
Per vari secoli s'era fatto poco più
che conservare; ora sembra ormai giunto il
tempo di continuare e completare. In questo
lavoro i nuovi Ordini mendicanti ebbero parte
preponderante, rispondendo a una duplice necessità.
Da una parte la ricchezza notevolmente accresciuta
con le città, la borghesia e il traffico
internazionale, porta certe anime a sentire
più forte l'appello alla povertà
evangelica. La seconda metà del secolo
xu vide in questo senso una serie di tentativi
sporadici di cui parecchi, come quello dei
Valdesi, non tardarono a erigersi contro la
gerarchia e deviare dall'ortodossia. Con lo
sviluppo dell'istruzione generale e delle
condizioni materiali fatte più stabilì,
appare lo spirito di critica e d'esame. L'attuale
ricchezza della Chiesa viene paragonata con
la povertà degli inizi. Bisognava reagire
senza nulla distruggere, e questo fu l'opera
soprattutto di San Francesco d'Assisi. D'altra
parte la nuova importanza delle città
esigeva nuovi metodi d'apostolato. Le abbazie
benedettine, con la loro caratteristica stabilità
loci, erano poco preparate allo scopo, e San
Domenico constatò che avevano fallito
nell'opera contro gli Albigesi. Invece i Mendicanti
vanno da una città all'altra, predicando
sulle pubbliche piazze, si mescolano alla
vita del popolo e, con l'istituzione del terz'Ordine,
lo associano strettamente alla loro vita religiosa.
Infine San Francesco d'Assisi uni tutta la
natura nell'adorazione del Creatore, con una
novità d'importanza pari all'esaltazione
della donna. L'uomo dell'antichità
si è sentito sempre schiacciare dall'enormità
delle forze naturali; cercò di difendersi,
ma non sognò mai di amarle, di comprenderle,
penetrarle. Invece il cristiano sa che la
natura è uscita dalla stessa mano che
ha fatto l'uomo; davanti ad essa prova un
sentimento di fraternità; e non è
a caso che i primi balbettii della scienza
moderna siano usciti dalle università
francescane d'Inghilterra.
Sebbene
animati dallo stesso spirito di povertà,
come i frati Minori, i Predicatori hanno essenzialmente
la missione d'insegnare. Fin da principio
tra di loro la cultura intellettuale, specialmente
teologica, va di pari passo con la vita spirituale.
Mentre San Bonaventura, che fu maestro generale
dei Francescani, da uno splendore e un vigore
nuovo alla teologia tradizionale che attraverso
Sant'Agostino si riallaccia al pensiero platonico,
sarà gloria dei Domenicani Sant'Alberto
Magno e San Tommaso d'Aquino informare la
filosofia cristiana d'aristotelismo e attuare
una sintesi armoniosa della ragione e della
fede. Il razionalismo aristotelico, introdotto
nelle scuole al principio del secolo XIII,
poneva agli uomini del tempo i problemi più
gravi. Rigettarli significava consumare il
divorzio tra la ragione e la fede, e fare
in modo che quella potesse svilupparsi contro
questa. Accettare sembrava mettere in pericolo
il deposito della rivelazione; e cosi si spiegano
le accanite resistenze incontrate dalla nuova
filosofia. Tuttavia, se la ragione viene da
Dio, dev'essere possibile la conciliazione;
ed è merito immortale di San Tommaso
non solo aver pensato questo, ma di averlo
dimostrato per secoli nei suoi scritti, in
cui non sappiamo se si debba ammirare di più
la maestosa architettura, la serenità
dell'argomentazione, la chiarezza dell'esposizione
o la profondità e l'ardimento dei concetti,
che si rivelano ancora fecondi dopo cinquecent'anni.
d)
Rinascita artistica. - Mentre il
Dottore Angelico edifica pazientemente l'immenso
edificio delle sue Somme; mentre la Chiesa
trionfa dell'eresia albigese, che metteva
in pericolo non solo il cristianesimo, ma
i fondamenti di qualsiasi società umana,
all'arte romanica succede quella gotica, come
lo slancio verticale della preghiera e della
carità alla solidità massiccia
e tozza delle certezze indistruttibili. In
tutti i campi il secolo XIII è un'età
di fioritura. Non già che siano scomparsi
tutti i pericoli, ma per la prima volta, dopo
secoli, l'uomo dell'Occidente ha preso confidenza
nel suo destino. In Francia regna San Luigi.
Già altri come Sant'Enrico di Germania,
Santo Stefano d'Ungheria, San Venceslao di
Boemia, Sant'Olav di Norvegia e altri ancora,
avevano proposto al mondo lo spettacolo del
monarca cristiano. Nessuno però ebbe
la perfezione, la grazia sorridente, la generosità
cavalieresca di San Luigi, nel quale, all'apice
del Medioevo, culminava quanto di giustizia,
di carità, di nobiltà e di devozione
il cristianesimo da secoli aveva messo nel
cuore degli uomini. Il secolo XIII in tutti
i campi produce fiori di grazia e di civiltà
veramente primaverili. Il mondo nuovo, sorto
da terribili sconvolgimenti e stabilizzato
in un certo equilibrio, appare tutto fresco
dalle acque battesimali, come al mattino dei
giorni. Al principio del secolo, mentre regna
gloriosamente Innocenzo III, San Francesco
d'Assisi riunisce in sé la più
austera umiltà e un ardore cavalieresco
che lo affratella coi paladini; San Luigi
a metà del secolo unisce la forza e
la dolcezza, la prudenza e l'entusiasmo, governa
il suo regno con mano maestra e perisce portando
un'ultima sfida all'Islam, riassumendo tutta
la grandezza temporale e spirituale del suo
tempo; infine San Tommaso d'Aquino, contemporaneo
del Re santo attua nell'ordine della speculazione
e della preghiera un equilibrio calmo e sereno,
che è quello delle epoche felici, in
cui tutte le forze convergono pacificamente
verso un unico scopo.
_
Le arti in qualche modo esprimono sempre simili
felici risultati. Anche se il ricordo di San
Francesco e di San Luigi fosse spento; anche
se l'opera di San Tommaso d’Aquino fosse perduta,
e rimanessero soltanto le cattedrali, potremmo
ancora comprendere che cosa sia stata questa
grande manifestazione della civiltà
cristiana. Certamente i vecchi demoni erano
solo incatenati, non distrutti; la storia
non conosce pause. Studiata nei particolari,
la cronaca di quel tempo non è sempre
edificante; ma non resta meno vero che allora
fu raggiunta una certa perfezione, la quale
ci tocca tanto più in quanto fu, quasi
interamente l'opera della Chiesa, che in questo
modo dimostrò ancora una volta che
cos'era capace di fare per gli uomini. E l'epoca
si chiude con l'apparizione del più
grande poeta che il cristianesimo abbia dato
al mondo, fino ai nostri giorni: Dante Alighieri.
La sua Divina Commedia è la cattedrale,
la Summa poetica, dove troviamo esposto tutto
il sapere del tempo e le sue aspirazioni ad
una monarchia universale, che raggruppasse
tutti i popoli cristiani sotto uno scettro,
com'erano già uniti sotto la verga
d'un solo pastore. Nella persona di Beatrice
si compie la sintesi dell'amore divino e dell'amore
umano, alla quale tendevano per vie diverse
la cortesia e la mistica. Infine, grazie a
Virgilio, l'antichità non è
assente da questa armonia, cui partecipano
Dio e l'uomo.
CAPITOLO
V. - IL TRAMONTO DEL MEDIOEVO
§
1. - L'emancipazione dell'Europa.
Ma
Dante già parla al passato. Egli descrive
ciò che non è più o che
dev'essere maggiore di ciò che è.
Con la fine del secolo XIII l'equilibrio è
rotto. Filippo il Bello riporta contro Bonifacio
vili un trionfo che non è soltanto
del temporale sullo spirituale, ma del diritto
romano sul diritto cristiano, del particolarismo
nazionale sull'universalismo cattolico. È
questo il fatto più saliente tra mille
altri i quali tutti dimostrano che il mondo
laico cerca di affrancarsi dalla Chiesa e
ormai vuole affermare un'autonomia sempre
più intransigente nella propria sfera.
In un certo senso questo movimento era naturale
e inevitabile. La lunga tutela che la Chiesa,
forzata dagli avvenimenti, aveva esercitato
sull'Europa non poteva durare per sempre;
era suonata l'ora della maggior età
e dell'emancipazione. Prima d'esaminare lo
sviluppo di questo nuovo stato, che ormai
forma tutto il nostro soggetto, conviene osservare
che fu la stessa Chiesa a mettere i laici
nella situazione di rivendicare la loro indipendenza,
fino a disputarle il campo che le è
proprio.
Un
giorno ad esempio si vedrà la scienza
tentare l'invasione del campo della fede,
ma non si nota a sufficienza come questa stessa
scienza non avrebbe potuto costituirsi fuori
del cristianesimo. Eppure è abbastanza
evidente che non si sviluppò fuori
dell'Europa cristiana. Il fatto si spiega
facilmente se si riflette che mentre l'antichità
sottometteva l'uomo alla natura, e la deificava,
il cristianesimo invece sottomette la natura
all'uomo, incaricato di piegarla al proprio
servizio e alla lode di Dio. Infatti i primi
inizi della scienza sperimentale sono opera
della Scuola di Oxford e dello spirito francescano.
Lo stesso avvenne per la nuova attività
economica, risultato delle Crociate, che sviluppa
lo spirito intraprendente della borghesia
e sulle rovine della società feudale
prepara la nascita della società moderna.
Tra
il XI e il XV secolo, avviene una vera rivoluzione,
che in pieno Medioevo annuncia e prepara già
i tempi moderni. All'epoca carolingia l'unica
ricchezza era stata quella fondiaria; il commercio
si può dire non esistesse è
l'industria era quasi nulla, perché
non aveva sbocchi. Oltre il clero e la nobiltà,
la popolazione era composta quasi esclusivamente
di gente della campagna, liberi o servi, e
la vita urbana quasi scomparsa, perché
le città avevano perduto ogni attività
economica. Dal secolo XI, con il lento ritorno
della sicurezza, s'affaccia una nuova classe
di uomini, che hanno i mezzi d'esistenza non
direttamente legati alla terra: sono i commercianti
e i liberi artigiani. Riaprendo il commercio
mediterraneo, le Crociate diedero un rapido
slancio alla nascente borghesia. Di fronte
alla ricchezza fondiaria comincia la ricchezza
mobile, che aumenta rapidamente, e con essa
la borghesia introduce nel mondo altri costumi
e altri ideali: spirito di risparmio insieme
a spirito di avventura, valori del lavoro
opposti ai valori della contemplazione e del
coraggio militare; soprattutto individualismo,
che si distingue dall'adesione tradizionale
e incondizionata a un corpo di dottrina e
a una regola dei costumi. Di qui la tensione
con la Chiesa e il carattere a volte anticlericale
del moto d'emancipazione dei Comuni e della
letteratura borghese, come s'esprime per esempio
nei fubliaux e nel Decamerone.
Qui
non c'interessa se queste nuove tendenze abbiano
scosso profondamente la Chiesa. Istituzione
divina e insieme umana, per sua essenza è
legata a Dio e non può cadere; ma è
pure vincolata all'uomo e alle sue debolezze
per ciò che vi è in essa necessariamente
di carnale e di temporale. È così
che appare sempre più o meno immedesimata
con lo stato delle cose esistenti, specialmente
quando questo stato presenta un certo equilibrio
e stabilità, quasi interamente opera
sua, come fu nel Medioevo. La Chiesa nonostante
resta trascendente per il suo principio e
capace di adattarsi a tutte le forme nuove,
purché sane, quali potrà inventare
il genio dell'uomo. Quella dei secoli XIV
XV fu indubbiamente la crisi più grave
mai subita; anzi fu soltanto la prima fase
d'un immenso processo, il cui sviluppo non
è ancor finito.
Se
ormai il cammino della civiltà pare
sempre più estraneo alla Chiesa, spesso
si tratta solo d'un'apparenza, che bisogna
approfondire. Chesterton amava ripetere che
il mondo è pieno di verità cristiane
impazzite. Il secolo XIV è il punto
a partire dal quale le verità cristiane
cominciarono ad impazzire, il che tuttavia
non le stacca dalla loro origine. È
possibile che la scienza si separi e poi s'opponga;
ma non per questo non è più
la figlia legittima della morale e della pratica
cristiana, non solo per il motivo suddetto,
ma anche perché ogni verità
viene da Dio e perché l'onesta ricerca
della verità per sé è
una cosa buona. Anche lo spirito d'intraprendenza
non è cattivo in se stesso, purché
non sia esclusivamente volto al guadagno e
alla conquista brutale.
§
2. - L'espansione della fede in Oriente.
Qui
ancora la Chiesa aveva segnato per prima il
cammino. Le Crociate fecero uscire l'Europa
da se stessa e la strapparono al suo isolamento.
Non solo per il contatto coll'Islam, ma anche
perché a poco a poco si scopri tutto
un mondo al di là. Nel 1245, con la
missione del francescano Giovanni di Pian
del Carpine in Tartaria, s'apre una nuova
epopea. Egli non ottenne dal Gran Khan la
sperata alleanza contro l'Islam, ma aperse
le vie dell'Asia, che ormai non si chiuderanno
mai più. Nel 1253 San Luigi mandò
in Persia il domenicano Ivo il Bretone e in
Cina il francescano Guglielmo di Rubruck;
nel frattempo alcuni veneziani, i fratelli
Polo, con tutt'altri scopi avevano seguito
fino alla Cina gl'itinerari dei religiosi.
Ne riportarono novità sbalorditive,
e specialmente le notizie che il fondatore
della dinastia mongola, Kubilai, desiderava
il battesimo. Subito il papa Nicolo IV deputò
per quei lontani paesi il francescano Giovanni
di Montecorvino (1289). Il successo immediato
fu sorprendente. Nel 1298 venne costruita
a Pechino una chiesa cristiana; dal 1298 al
1306 in Cina fu organizzata una vera cristianità.
Nel 1305 Clemente v nominava Giovanni da Montecorvino
arcivescovo di Pechino. Un altro francescano,
Oderico da Pordenone, dal 1318 al 1330 viaggiò
in Estremo Oriente, e nel 1318 il papa Giovanni
XXII con la Bolla Redemptor noster divide
tutta l'Asia tra i due ordini mendicanti.
Ai Domenicani l'Asia occidentale, ai Francescani
l'Asia orientale. Purtroppo furono fondazioni
senza seguito. La cristianità cinese
peri con la dinastia mongola che la proteggeva;
la peste nera della metà del secolo
xiv estese la devastazione dall'Estremo Oriente
all'Occidente e dal 1350 ogni comunicazione
tra le due estremità dell'antico mondo
rimase interrotta.
Ma
non resta meno vero che le nuove vie, ricche
d'un cosi grande avvenire, erano state tracciate
dalla Chiesa, la quale restava cosi fedele
alla sua più grande tradizione, d'aprirsi
liberalmente a tutte le forme della cultura.
Già nel secolo XIII Domenicani e Francescani
avevano fatto un considerevole sforzo per
adattare l'insegnamento cristiano allo spirito
delle popolazioni musulmane. Qui basterà
citare il nome del Beato Raimondo Lullo, che
nel 1276 fondò a Maiorca l'illustre
collegio di Miramare, ove dovevano essere
studiate specialmente le questioni musulmane
in vista dell'apostolato. I Domenicani, sotto
la guida di San Raimondo di Penafort non restarono
indietro e abbiamo buone ragioni per credere
che una delle principali opere di San Tomaso
d'Aquino, la Somma contro i Gentili, fosse
specialmente destinata a rispondere alle particolari
questioni che venivano poste dalla predicazione
nei paesi musulmani.
§
3. - L'epoca del grande scisma.
Mentre
l'Europa comincia ad emanciparsi dalla tutela
della Chiesa, il suo orizzonte s'allarga,
e le imprese missionarie preludono alle spedizioni
dei grandi navigatori del secolo successivo.
Era veramente destino della Chiesa, universale
per definizione, aprire agli uomini tutte
le vie della terra. La facilità degli
uomini di quel tempo nell'adattarsi ai costumi
più lontani e nell'imparare tutte le
lingue evoca il ricordo dell'età apostolica,
quando i Dodici ricevettero il dono delle
lingue e San Paolo non voleva più distinzioni
fra Greci e Barbari, fra Giudei e Gentili.
Cosi venne in piena luce uno degli apporti
essenziali del cristianesimo, che accorda
un valore infinito a ogni anima umana. È
possibile che la Chiesa non abbia condannato
espressamente la schiavitù, che abbia
ammesso certe ineguaglianze temporali tra
gli uomini; ma almeno essa non ha mai variato
sul principio, e in un'epoca che sembrava
comportare un nuovo individualismo, il particolarismo
nazionale, essa resta ostinatamente fedele
alla sua missione universale.
Questo
è certo importante quanto le lagrimevoli
divisioni del grande scisma d'Occidente; però
non bisogna dissimulare che la Chiesa allora
subì una delle più gravi crisi
della sua lunga storia. All'origine c'è
la disfatta di Bonifacio vili, cioè
di tutto l'ideale cristiano del Medioevo davanti
alle nuove potenze temporali. Prima conseguenza
fu il trasferimento del papato in Avignone,
il cuore tolto dal suo posto. Ma quando gli
sforzi d'una Santa avranno ricondotto
il Papa a Roma, sarà ben altra cosa,
e si potrà vedere quanto la cristianità
fosse discentrata. Al Papa di Roma s'oppone
quello d'Avignone, e vi sarà anche,
tra i due, il papa del concilio e si vedrà
l'Europa cristiana divisa in tre tronconi.
Il Concilio di Costanza ristabilì certo
l'unità (1417), ma non potè
farlo senza prendere il posto che nella Chiesa
era sempre stato riservato al Pontefice romano.
Nel 1431 il Concilio di Basilea sosterrà
addirittura l'opinione della superiorità
del Concilio. La vittoria finale d'Eugenio
IV non pone fine alla questione, che in sostanza
continuerà fino al Concilio Vaticano.
Infine la riforma della Chiesa non s'è
compiuta e non si compirà che in seguito
a nuove e più gravi divisioni.
Non
possiamo tuttavia passare sotto silenzio questo
periodo d'apparente decadenza, che non assomiglia
per nulla a quelli che abbiamo già
conosciuto alla fine dell'epoca merovingica
o dopo la caduta della potenza carolingia.
Questa volta nulla dell'apporto dei secoli
è definitivamente perduto o compromesso.
Si tratta piuttosto d'una dolorosa crisi di
crescenza; le forze che avevano raggiunto
l'equilibrio per un momento nel secolo xm,
cominciano a divergere; muore la grande scolastica,
la questione tra nominalisti e realisti porta
all'abbandono quasi generale della dottrina
tomista e questo significa rivendicazione
d'una totale indipendenza per la ragione umana.
Anche l'equilibrio gotico è spezzato;
l'architettura a fiammeggiante " sacrifica
la solidità al virtuosismo e non riesce
a evitare la monotonia; le arti si emancipano,
l'affresco e le vetrate cedono alla pittura
da cavalletto. Non più nell'atrio delle
cattedrali ma attorno alle tombe dei principi
brulica il popolo delle statue. La letteratura
nelle lingue volgari si sviluppa a detrimento
di quella latina, che esprimeva l'unità
cristiana.
Intanto
terribili flagelli si sono abbattuti sul mondo:
la peste nera ha ucciso milioni di uomini;
la guerra dei Cent'anni, accompagnata nei
due paesi da torbidi interni, rovina la Francia
e l'Inghilterra; la Chiesa è paurosamente
scossa dallo scisma e dalle eresie: Wiklif
in Inghilterra, Giovanni Huss in Boemia. Infine
la minaccia islamica, allontanata momentaneamente
dalle Crociate, si profila di nuovo in Oriente.
Nel 1453 gli Ottomani prendono Costantinopoli
e distruggono così l'ultimo resto dell'impero
bizantino; tutte le isole cadono in loro potere;
essi dominano completamente il Mediterraneo
orientale e, attraverso la valle del Danubio,
minacciano direttamente Vienna e il cuore
dell'Europa. Allora si sente nuovamente gemere
l'anima dei popoli d'Occidente. Mentre gli
scheletri scricchiolano al ritmo d'una danza
macabra, lungo il Reno fiorisce una nuova
scuola di mistica, dalla Svizzera all'Olanda,
e darà al mondo l'Imitazione di Gesù
Cristo. Pare che nella tormenta universale
l'intimità dell'anima con Dio diventi
ancor più calda. E Caterina da Siena
che riconduce il Papa a Roma, Giovanna d'Arco
che conduce il suo re a Reims, Coletta di
Corbia che percorre le strade sulla sua miserabile
carretta, dimostrano ciascuna a suo modo come
l'uragano attizzi la fiamma. In questo periodo
d'ombre e di luci, in cui il mondo pare voler
sfuggire alla Chiesa sua governante, la parte
rimasta viva dell'umanità si appoggia
più amorosamente che mai al cuore del
suo Dio.
CAPITOLO
VI. - LE GRANDI SCOPERTE IL RINASCIMENTO E
LA RIFORMA
§1.-Il
Rinascimento.
Gli
avvenimenti prodigiosi che riempiono il secolo
XV e il principio del XVI non sono inattesi,
come potrebbe sembrare a prima vista. I regni
iberici stanno terminando la lotta contro
l'Islam. Il Portogallo non ha raggiunto ancora
i suoi confini che pensa a prolungare in Africa
la lotta contro gl'infedeli. Un pensiero religioso
anima Enrico il Navigatore, Gran Maestro dei
cavalieri di Cristo, quando dalla solitudine
di Sagres, di fronte all'oceano sconosciuto,
lancia le sue caravelle sempre più
lontano verso il Sud. È un movimento
analogo a quello dei missionari un tempo inviati
in Tartaria e fino in Cina; ora però
si va attraverso il mare.
Anche
Cristoforo Colombo, lo scopritore dell'America,
ha un'anima di crociato; e molto più
gli argomenti religiosi, che non quelli politici
ed economici, determinarono Isabella la Cattolica,
mentre dalla città di Santa Fé
continua l'assedio di Granata, a equipaggiare
la spedizione. Toccando le nuove terre, Colombo
per prima cosa pianta solennemente la croce.
Quindi non si esagera dicendo che fu anche
la Chiesa ad aprire mondi ignoti all'Europa,
alla soglia dei tempi moderni. Inutile insistere
sulle prodigiose conseguenze di queste grandi
scoperte. Diverse civiltà avevano prima
potuto svilupparsi sui punti distanti del
pianeta, ignorandosi tra loro, ma ora un contatto
sempre più stretto si stabilisce fra
i continenti. L'uomo sarà ora in grado
di fare i confronti e conoscere meglio di
prima le varietà e i suoi limiti, e
il Vangelo potrà davvero essere predicato
fino ai confini della terra.
Non
è meno ardente né meno fecondo
il moto degli spiriti, in quegli anni turbinosi.
Il Rinascimento non fu, come si immaginò
per molto tempo, brusca scoperta di bellezze
prima ignorate o neglette. Le ricerche più
recenti hanno dimostrato che in Francia, fin
dal secolo XII, i chierici letterati conoscevano
l'antichità quasi quanto i contemporanei
dei Medici. La Chiesa poi non solo non fu
mai ostile ad un ritorno all'antichità,
ma lo incoraggiò in tutti i modi; e
basta ricordare il papa Pio il che umanisticamente
si chiamava Enea Silvio Piccolomini, il quale
fu definito l'ultimo papa del Medioevo (non
sognava forse una crociata generale contro
gli Ottomani?) e il primo del Rinascimento.
Non mirò costantemente la Chiesa a
unire l'uomo all'uomo attraverso i tempi e
gli spazi e a segnare la profonda unità
delle diverse membra? Alla vigilia della Riforma,
la Chiesa dimostra davvero che nulla di quanto
è umano le resta estraneo e, davanti
ai nuovi mondi e all'antichità riconquistata,
rimane fedele alla missione apostolica che
un tempo l'aveva lanciata tra i barbari. Tutto
deve e può essere evangelizzato.
§
2. - La Chiesa e la Riforma.
Ma
proprio di là uscì la Riforma.
Non possiamo esaminare nei particolari questo
fenomeno complesso. All'indomani del grande
scisma, come nel secolo xi, la Chiesa aveva
certamente bisogno di riformarsi. Non avendo
potuto farsi prima dall'interno, la riforma
si compirà all'esterno con la e l'eresia.
Lutero e Calvino, in fondo, non mirano solo
a separarsi da Roma, ma a scavare tra la Grazia
e la natura un fosso invalicabile, in modo
che l'attività temporale sia assolutamente
libera nel proprio ordine, come l'azione spirituale
di Dio è arbitra delle sue scelte.
Così è definitivamente infranto
l'universo cristiano concepito dal Medioevo
ed è evidente che anche la Riforma,
cosi considerata, non è un fatto inatteso,
ma la conseguenza quasi inevitabile d'una
serie di rotture meno apparenti
II
Concilio di Trento. - II modo con
cui la Chiesa reagì non è privo
d'interesse per la storia della civiltà.
Col Concilio di Trento la Chiesa attuò
la propria riforma. Senz'abbandonare nessuno
dei suoi dogmi, anzi riaffermandoli con una
fermezza e una precisione più grandi
che mai, la Chiesa ha rafforzato la sua disciplina
e si è dato press'a a poco il volto
che vediamo ancora oggi. Dalle sue file sorse
una nuova milizia, come quando aveva dovuto
fare fronte alle nuove necessità imposte
dal movimento e dallo sviluppo della vita
urbana. Nacque cosi la Compagnia di Gesù,
fondata da un ardito soldato, che le diede
un'organizzazione militare, internazionale,
strettamente sottomessa alla Sede Romana,
manifestando in questo modo l'universalità
e l'unità della Chiesa; prefiggendosi
il compito non solo di predicare, come gli
Ordini mendicanti, ma anche di dirigere le
coscienze e d'istruire la gioventù.
Col
passare dei secoli e col raffinarsi della
civiltà, s'affermano sempre più
le personalità individuali. La predicazione
collettiva e la confessione che si limita
a enumerare peccati gravi non basta più,
perché molte anime hanno bisogno d'una
direzione più particolare. Anche se
qui ci potè essere qualche abuso, bisogna
tuttavia riconoscere che il progresso è
sulla linea stessa del cristianesimo, che
sempre professò un profondo rispetto
della persona umana. Sotto certi aspetti i
Gesuiti sono i fondatori della psicologia
moderna; e possiamo dire, sotto la loro direzione
o il loro controllo, si svolge l'umanesimo
devoto di San Francesco di Sales e l'ammirabile
movimento mistico illustrato dai nomi di Santa
Teresa d'Avila e di San Giovanni della Croce.
Ciò che avevano preparato i mistici
renani, e che in certo modo costituisce il
collegamento tra la mistica medioevale e quella
moderna, porta adesso tutti i suoi frutti,
come se Dio volesse avvicinarsi all'uomo tanto
più intimamente quanto più si
fanno pressanti i bisogni.
Le
opere di educazione. - Ma forse l'opera
più notevole dei Gesuiti è nel
campo dell'insegnamento. Questo, nel Medioevo,
era dato soprattutto da chierici a chierici;
ma ora non si può più trascurare
la sete e il bisogno di sapere che si manifesta
in molti laici appartenenti alle classi superiori
della società, nobili e grandi borghesi.
La vecchia organizzazione universitaria, in
piena decadenza, non è più adatta
per loro. I Gesuiti allo scopo creano nei
loro collegi l'insegnamento secondario; e
in questo campo noi in sostanza camminiamo
ancora sulle loro orme. L'attacco protestante,
come non aveva fatto piegare la Chiesa riguardo
ai suoi dogmi, non la distolse nemmeno da
quanto l'Umanesimo aveva di sano e di benefico.
Il programma dei Gesuiti è umanista,
fondato sull'approfondita conoscenza delle
lettere greche e latine, e mira nello stesso
tempo a formare cittadini onesti e solidi
cristiani.
La
Chiesa della riforma cattolica. -
Certo, essa digerisce profondamente da quella
medioevale. Però sarebbe ingiusto misconoscerne
la vera grandezza. Oggi s'è reso giustizia
all'arte barocca, e la stessa giustizia dobbiamo
a questa Chiesa, che potremmo chiamare barocca.
Il fasto e la magnificenza nei monumenti del
tempo talvolta la vince sulla solida pietà
che aveva edificato le antiche cattedrali.
Possiamo preferire Chartres a San Pietro di
Roma, ma dobbiamo ammettere che la cattolicità
della Chiesa, i cui orizzonti sono ormai vasti
quanto il mondo, non si espresse mai con eguale
maestà. Ancora una volta l'antichità
collabora superbamente all'esaltazione del
cristianesimo. Una nuova alleanza si stringe
in questa stessa epoca fra il trono e l'altare,
molto diversa da quella che un tempo aveva
stretto il Sacerdozio e l'Impero, poiché
ora non si poteva più parlare di civiltà
e di monarchia universale. Le nazioni si affermano
con forza irresistibile e in ciascuna nazione
il simbolo vivente della propria unità
è l'autorità del sovrano.
Adattandosi
ai tempi nuovi, la Chiesa firma con questi
sovrani dei concordati, cioè trattati
tra potenza e potenza. I governi temporali
sono tentati di basare la loro autorità
sul potere spirituale, e si vedrà un
Bossuet esaltare la monarchia assoluta nella
sua Politica tratta dalla Sacra Scrittura.
Avviene pure che la spada si metta al servizio
dell'unità della fede; ma ciò
non impedisce ai pensatori cristiani e alle
supreme autorità della Chiesa d'affermare
e mantenere la trascendenza del cristianesimo.
Anche quando si crede necessario patteggiare
col mondo, i principi essenziali furono sempre
salvaguardati. D'altronde bisogna osservare
che la confusione tra il temporale e lo spirituale
era stata praticata prima dai principi protestanti
della Germania e che la pace di Augusta aveva
dato loro piena soddisfazione, proclamando
il famoso adagio: cujus regio, ejus religio.
Nessuno allora ammetteva che l'unità
politica potesse essere veramente sicura senza
l'unità di fede. Solo l'editto di Nantes,
dovuto in gran parte alle circostanze di fatto
della Francia del 1598, è una memoranda
eccezione.
CAPITOLO
VII. - L'ETÀ' MODERNA
§
1. - I grandi Ordini del secolo XVII.
Così
vengono precisate le condizioni in cui la
Chiesa eserciterà il suo ministero
per due secoli. L'Europa è divisa in
due confessioni religiose, che dopo la metà
del secolo XVII sembrano avere definitivamente
stabiliti i rispettivi confini. Nei paesi
dov'è rimasto, il cattolicesimo romano
si dedica alla necessaria ricostruzione e
riforma, le cui grandi linee furono fissate
dal Concilio di Trento. Fu una nuova primavera
della fede, priva della freschezza e della
grazia ingenua del Medioevo, ma caratterizzata
dalla serietà e dalla profondità.
Dopo i lavori indimenticabili d'Enrico Bremond
più nessuno può ignorare che
cosa fu la fioritura mistica nella Francia
del secolo XVII; lo stesso dobbiamo dire degli
altri paesi cattolici. Sorgono un po' ovunque
nuove congregazioni, sull'esempio dei Gesuiti,
e le antiche ritornano alle loro prime e più
austere tradizioni, con un moto analogo a
quello che ha sollevato la cristianità
del Medioevo, tra la fondazione di Cluny e
quella degli Ordini mendicanti.
Tra
tutte le famiglie religiose che è impossibile
enumerare, meritano un posto particolare i
preti dell'Oratorio, che si propongono soprattutto
la formazione del clero, ma che ben presto
sono tratti a seguire i Gesuiti nel campo
dell'insegnamento. Assai differenti dai loro
emuli e quasi altrettanto accetti, gli Oratoriani
nei loro collegi diedero più importanza
all'insegnamento scientifico e, aggiungendo
la loro tradizione a quella dei Gesuiti, nell'insegnamento
secondario attuale si troverà ben poco
che non sia dovuto agli uni o agli altri.
Infine, col Padre Malebranche, l'Oratorio
tentò una sintesi tra cristianesimo
e cartesianesimo, sintesi forse imperfetta,
ma d'importanza capitale nella storia delle
idee.
Benché
gli sforzi degli Oratoriani e dei Gesuiti
fossero rivolti soprattutto alla formazione
della nobiltà e della borghesia, la
Chiesa non si disinteressò dell'istruzione
popolare. Lo Stato lasciava ad essa completamente
i campi dell'educazione e dell'assistenza.
Nuove Congregazioni religiose sorsero tra
i secoli XVI e xvii, per l'istruzione e la
formazione dei figli del popolo. Giova ricordare,
oltre i Somaschi, i Barnabitì, le Orsoline,
due congregazioni che si specializzarono nel
campo dell'insegnamento: i Padri delle Scuole
Pie e i Fratelli delle Scuole cristiane. I
fondatori di queste due famiglie religiose,
S. Giuseppe Calasanzio e S. Giovanni B. de
la Salle, si dedicarono espressamente a risanare
la piaga della miseria intellettuale degli
umili, con animo di educatori e di apostoli.
I metodi da essi sperimentati ed elaborati
dai loro collaboratori, hanno nella storia
dell'insegnamento primario importanza grande
quanto quelli dei Gesuiti e degli Oratoriani
nel campo dell'insegnamento secondario.
L'assistenza
agl'infelici fu sempre compito essenziale
della Chiesa, ma in quei tempi di guerre,
carestie, epidemie, divenne provvidenziale
ed urgente. Ad alleviare tante miserie, Iddio
suscitò eroi della carità e
famiglie religiose consecrate all'assistenza
dei poveri e degl'infermi: S. Giovanni di
Dio coi Fratelli Ospedalieri, S. Camillo de
Lellis coi Ministri infermieri, e, grande
fra tutti, S. Vincenzo de' Paoli. Non s'era
visto da tempo un prodigio di carità
universale, come quello del signor Vincenzo.
Egli si dedica alle missioni nelle campagne,
si china sugli orfani e gli abbandonati, sui
poveri e i sofferenti d'ogni genere, sui condannati
alle galere. E attorno a lui si levano legioni
di anime generose, dalle Dame e le Figlie
della Carità, ai Padri della Missione,
a quanti oggi ancora sul suo esempio e nel
suo nome si dedicano per soccorrere i miseri.
§
2. - L'epopea missionaria.
Nel
Nuovo Mondo. - Infine, per quanto
splendidi siano i servizi resi dalla Chiesa
in questo tempo alla civiltà nei vecchi
paesi cristiani d'Europa, forse sono superati
dalla straordinaria epopea missionaria che
si sviluppò dopo le grandi scoperte.
Abbiamo visto che in America gli Spagnoli
piantano la croce assieme alla bandiera di
Sua Maestra cattolica. Lo so che innumerevoli
eccessi vengono rimproverati, non senza ragione,
ai conquistatori avidi di potenza e di lucro;
però bisogna prima constatare che mentre
le colonie inglesi eliminano rapidamente l'elemento
indigeno, questo si mantenne nell'America
latina, dove forma tuttora parte notevole
della popolazione. A questo non è estranea
l'azione della Chiesa. Occorre ricordare il
vescovo domenicano Bartolomeo de Las Casas,
soprannominato il Padre degl'Indi, che traversò
l'oceano almeno tredici volte per difendere
alla corte di Spagna la causa degl'Indigeni.
È vero che per la maggior parte degli
Spagnoli gl'Indi erano un materiale umano
da sfruttare, ma per i religiosi che sbarcarono
in America, quasi contemporaneamente ai coloni,
erano anime da salvare. I missionari, assai
più dei conquistadores, formarono l'America
latina, pur commettendo qualche errore, per
esempio nel non organizzare un clero indigeno
conforme alla volontà dei primi e più
grandi di essi, per cui la religione non avrebbe
mai corso il rischio di sembrare un'importazione
straniera. Se si devono deplorare queste lacune,
bisogna anche riconoscere che esse erano allora
quasi inevitabili. La Chiesa non dev'essere
fatta responsabile nemmeno dell'orribile tratta
dei Negri, che fu organizzata dopo i viaggi
pressanti di Bartolomeo de Las Casas in favore
degl'Indiani.
Dobbiamo
citare anche l'opera straordinaria dei Gesuiti
nel Paraguay. I dettagli di quella specie
di Città di Dio esigono varie riserve,
e la vita quasi conventuale imposta ai selvaggi
convertiti forse non era la più adatta,
però furono gettati semi fecondi, non
completamente soffocati dalle rivoluzioni
e dalle guerre successive; fu dato un esempio
che poteva benissimo essere ripreso con nuova
forma. All'altro estremo dell'America, sulle
sponde del San Lorenzo che Emanuele Champlain
aveva dato alla Francia, gli stessi Gesuiti
spiegarono un eroismo soprannaturale per la
conversione degli Uroni e degl'Irochesi. In
quel paese poco popolato era molto difficile
fondare vere cristianità indigene.
Almeno il sangue dei martiri, per esempio
d'un uomo come il P. Jogues, non doveva scorrere
invano. La Francia cattolica del secolo xvn
impiantò sulle sponde del San Lorenzo
una delle cristianità più feconde
e più vive.
In
Asia. - Ma il campo d'apostolato
più fecondo e difficile furono le immense
regioni che i navigatori portoghesi avevano
aperto all'Europa, cioè la Cina e l'India.
Qui un grande nome domina su tutti gli altri:
quello di San Francesco Saverio. Dall'India
al Giappone, attraverso le più lontane
isole delle Molucche, ovunque portò
instancabile il Vangelo, ponendo l'assedio,
come dice P. Claudel, di fronte alla vecchia
Asia. È là che si deciderà
forse il dramma più acuto della storia
del mondo, perché là formicolano
più le numerose masse umane, che non
hanno ancora ricevuto l'annuncio della buona
Novella; là si svilupparono e fiorirono
civiltà che per molti titoli meritano
d'essere paragonate a quella dell'Occidente.
San Francesco Saverio fu l'intrepido pioniere
che, sorretto dall'amore e dalla fede, leva
dinanzi alle generazioni future la carta delle
terre da conquistare.
Gli
ostacoli venivano non solo dalla parte degli
indigeni, ma anche dalla nazione portoghese,
che pretendeva il monopolio sull'immenso dominio,
sproporzionato alle sue forze. In virtù
d'un diritto di patronato, i Portoghesi avrebbero
voluto che la Chiesa fosse strettamente sottomessa
alla loro azione politica; e invece per riuscire
occorreva assolutamente separare la politica
dalla religione, cosa che i Papi del secolo
xvn ebbero il merito di capire. La persecuzione
e la distruzione della Chiesa giapponese,
che cominciò nel 1614 col falso pretesto
che i cristiani fomentavano complotti nell'impero,
apri gli occhi del pontefice di Roma sui pericoli
che presentava una solidarietà prolungata
più oltre, anche se solo apparente,
con le potenze europee, tutte occupate ne)
commercio e nella politica. A questo risponde
la fondazione della Sacra Congregazione di
Propaganda (1622) e l'istituzione dei vicari
apostolici (1658) che dipenderanno unicamente
dalla Santa Sede e saranno liberi tanto dalle
potenze temporali come dagli Ordini religiosi,
che troppo spesso avevano tendenze al particolarismo
e all'esclusività.
I
Gesuiti per primi compresero che l'evangelizzazione
dei popoli orientali era possibile soltanto
se il cattolicesimo si presentava separato
non solo dagli interessi politici dell'Europa,
ma anche da tutte le forme di civiltà
europee che non siano specificamente cristiane.
Per convenire i bramini e perché i
cristiani
dell'India
sfuggissero al disprezzo generale cui si tenevano
i Pranguis (cioè gl'indigeni convertiti
dai Portoghesi e ai quali assieme al battesimo
veniva imposta una vera snazionalizzazione),
il P. de Nobili adottò i costumi della
casta superiore e divenne bramino sannyasi.
Attaccato a Roma, egli ottenne l'approvazione
del papa Gregorioxv (1628), lo stesso che
l'anno precedente aveva istituito la Propaganda.
I suoi illustri confratelli, il P. Ricci e
il P. Schall, adottarono lo stesso atteggiamento
in Cina, e seppero farsi apprezzare dagli
ultimi imperatori Ming e dal fondatore della
dinastia mancese; ottennero importanti posti
ufficiali, specialmente all'osservatorio di
Pechino, editti di tolleranza e, in alcuni
anni, la cristianità cinese si sviluppò
rapidamente.
Qui
sorge la famosa controversia delle cerimonie
cinesi. In un certo senso, può apparire
solo come un episodio di rivalità tra
le diverse congregazioni missionarie; od anche
una manifestazione dell'ostilità che
in vari ambienti incontrava la Compagnia di
Gesù sulla fine del secolo XVII, quando
la lotta tra i giansenisti e i molinisti era
più accesa; però è qualcosa
di molto più profondo, trattandosi
in realtà di sapere se era possibile
dare un senso ragionevolmente cristiano alle
cerimonie cinesi. Roma si pronunciò
contro l'interpretazione troppo benevola dei
Gesuiti; e non è questo il luogo di
compendiare la decisione e le sue conseguenze.
Lo stesso fatto di aver posta tale questione
dimostra già, in ogni caso, fino a
che punto la Chiesa abbia favorito nell'universo
il contatto tra civiltà diverse, che
è uno dei caratteri più notevoli
del mondo moderno. E furono pure i libri dei
Gesuiti sulla Cina a far conoscere questo
grande paese all'Occidente e suscitare presso
i filosofi del secolo xviii un entusiasmo
spesso eccessivo, che talvolta fu cambiato
in astiosi attacchi contro la Chiesa.
§
3. - L'anticristianesimo del secolo XVIII.
Nel
" secolo dei lumi " assistiamo alla
decomposizione dell’Anrien Regime. Non solo
i " filosofi " non distinguono tra
ordine politico sociale e la società
religiosa che ad esso potè appoggiarsi
senza confondersi, ma si scagliano soprattutto
e talvolta quasi esclusivamente contro la
Chiesa, quasi fosse responsabile di tutte
le iniquità e fosse il principale ostacolo
al trionfo della "ragione". Comincia
allora il grande malinteso, che in molti non
è ancor finito. Madre della civiltà
e dei popoli, la Chiesa si vede accusata d'opprimere
questi e di soffocare quella. In realtà
si tratta di sapere se l'uomo è capace
di salvare se stesso, senza Dio o contro Dio;
oppure se si debba attendere la sua salvezza
eterna e anche temporale solo da una divina
mediazione. L'esaltazione dell'uomo fatta
dal Rinascimento, perfettamente ammissibile
se l'uomo resta subordinato a Dio, condusse
a questo tragico dibattito, in seguito ad
una serie di deviazioni, di cui il razionalismo
cartesiano e il laicismo d'ispirazione massonica
sono le forme più appariscenti.
CAPITOLO
VIII. - LA CHIESA CONTEMPORANEA
Nuove
tempeste stanno dunque per abbattersi sulla
Chiesa. Ogni volta che i popoli vorranno liberarsi
da un giogo, spesso ingiusto, crederanno nello
stesso tempo di dover attaccare la Chiesa,
come se essa fosse solidale con tutto un passato
spesso deplorevole. La passione della giustizia
che li anima, l'aspirazione a una fraternità
universale sono in origine istanze autenticamente
cristiane, neppur concepibili se non ci fosse
stato il cristianesimo. Il compito della Chiesa
negli ultimi secoli è stato di ricostruzione
e di resistenza, e nello stesso tempo d'evangelizzazione
nel senso più largo, cioè in
quanto implica la riconquista da parte del
cristianesimo di tutti i campi, intellettuali,
morali e materiali che gli appartengono di
diritto. L'opera di difesa e l'opera di riconquista
sono contraddittorie solo in apparenza; in
realtà sono complementari e mai, nel
pensiero di nessun papa, l'una impedisce l'altra.
È invece il secolo che è pieno
di contraddizioni e di lotte fra partiti.
§
1. - La ricostruzione dopo la tormenta.
Le
profonde trasformazioni economiche e sociali
degli ultimi centociquant'anni hanno reso
particolarmente difficile e necessaria l'opera
della ricostruzione. Rapido sviluppo della
tecnica, avvento della borghesia capitalista,
nascita d'un proletario industriale, apparizione
della lotta di classe, esplosione dei nazionalismi,
questi i caratteri essenziali d'un'epoca fra
tutte la più tormentata. La Chiesa
non segue il movimento, ma lo comprende e
lo domina. Oggi possiamo giudicare con la
serenità della storia il magnifico
sforzo dei cattolici liberali del secolo scorso.
Per quanti errori abbia potuto commettere
qualcuno, essi volevano spezzare nettamente
la solidarietà della Chiesa da qualsiasi
regime politico e sociale, dando in questo
modo nuovo splendore a verità antiche
quanto il cristianesimo. Ma tali verità
erano particolarmente urgenti, e oggi lo sono
più che mai.
Intanto,
come all'indomani della Riforma, dopo la tormenta
rivoluzionaria il cattolicesimo mostrava una
stupefacente vitalità. Nella prima
metà del secolo xix assistiamo alla
rapida ricostruzione degli antichi Ordini
e alla creazione d'una quantità di
nuove congregazioni, che rispondono ai nuovi
bisogni. Per quanto sia divenuto precipitoso
il cammino dell'umanità, la Chiesa
non perde il respiro. Gregorio xvi, il papa
dell'Enciclica Mirari vos, è anche
il papa delle missioni. Nel 1822 viene creata
a Lione l'opera della Propagazione della Fede;
l'attività missionaria, quasi abbandonata
da cinquant'anni, riprende con rinnovato ardore;
i predicatori del Vangelo ritornano in Asia
sui loro antichi campi d'apostolato, e con
l'Africa si apre un campo quasi interamente
vergine, dove la messe sarà forse più
rapida che altrove. Qui, come ovunque, occorre
guardarsi dalla vecchia tendenza dei governi
a servirsi dei missionari per i loro fini
imperialistici; ma ci si sforza soprattutto
di accelerare la formazione del clero indigeno,
scopo che già si prefiggeva la Società
delle Missioni Estere di Parigi, fondata nel
secolo XVII. Cosi s'avvicina l'ora in cui
le Chiese più lontane vivranno di vita
loro propria. La cattolicità non è
soltanto l'Europa e i paesi europeizzati dell'America;
ma sono pure in senso proprio l'India e la
Cina, l'Oceania e l'Africa, non avendo essa
che i confini del mondo. La cattolicità
rispetta le diversità di nazione, di
razza e di cultura. Intanto è lecito
pensare che il giorno in cui Cristo sarà
adorato su tutta la terra, sarà anche
il giorno in cui comincerà tra tutti
gli uomini il regno della vera fraternità.
Attendendo al suo lavoro, la predicazione
del Vangelo a tutte le nazioni, la Chiesa
apporta al mondo sconvolto le sole garanzie
di una vera pace, e forse prepara l'avvento
d'una civiltà universale, che il mondo
non ha mai conosciuto finora, e che lungi
dall'essere
fondata sulla distruzione delle culture particolari,
le integrerà in una nuova sintesi.
§
2. - Salutare resistenza della Chiesa al rinascente
paganesimo.
Il
lungo pontificato di Pio IX afferma con autorità
sovrana i fondamenti incrollabili della Chiesa.
Mentre prosegue Io sviluppo dommatico con
la definizione dell'Immacolata Concezione,
il Sillabo condanna gli errori moderni, e
il Concilio Vaticano afferma l'autorità
dottrinale e sovrana del Pontefice Romano.
Intanto Leone XIII si china sui bisogni del
suo tempo, riafferma la trascendenza della
Chiesa di fronte ai regimi politici, incoraggia
i cattolici a prendere parte attiva alla vita
pubblica del loro paese e ad affrontare risolutamente
il problema sociale sorto dalle condizioni
della produzione e degli scambi. L'Enciclica
Rerum Novarum (1892) segna una data capitale.
Si poteva pensare che la Chiesa si trovasse
disarmata e senza risposta di fronte ai problemi
posti dalla comparsa del proletariato industriale;
ma in realtà basta guardare ai suoi
princìpi per trovare risposte appropriate.
Essa afferma ancora una volta il rispetto
dovuto alla persona umana, il che basta per
illuminare un mondo d'errori e di tenebre;
non è solidale col capitalismo borghese
più di quanto non fosse un tempo con
l'antico regime e con il feudalesimo. Quarantanni
dopo, Pio XI, con la Quadragesimo anno, rinnova
e precisa le istruzioni del suo predecessore;
ha davanti agli occhi l'opera compiuta dopo
quasi mezzo secolo, i sindacati cristiani,
l'azione dottrinale continuata per l'opera
di maestri qualificati come un Giuseppe Toniolo
in Italia, il fecondo apostolato d'un Ketteler
in Germania, e anche i nuovi bisogni. Egli,
come già Leone XIII, non presenta soluzioni
tecniche, che non sono affatto compito della
Chiesa, ma propone i principi per la restaurazione
dell'ordine sociale secondo la Legge evangelica,
e in nome di questa leva recisa condanna sia
contro il capitalismo sfruttatore, sia contro
il socialismo materialista: negatori l'uno
e l'altro dei diritti della persona umana.
Per
chiunque rifletta un po' sui problemi del
proprio tempo, la questione capitale della
nostra epoca, che impegna tutto il destino
della cultura occidentale, è di sapere
se l'uomo moderno riuscirà a mettere
la tecnica al servizio dell'uomo, o se invece
diverrà lo schiavo degli strumenti
che s'è procurato. Tutti gli sconvolgimenti
di cui siamo testimoni angosciati, provengono
da una evidente sproporzione delle istituzioni
e dei costumi a condizioni di vita radicalmente
differenti. Le tecniche materialiste hanno
già abbondantemente dimostrato di essere
impotenti e nocive, proprio in quanto non
sono rette da un concetto esatto e totale
dell'uomo. E appare sempre più chiaro
che un tale concetto è affidato al
deposito sacro della Chiesa. Essa sola propone
agli uomini una nozione della persona umana
che non la subordina né alle necessità
della produzione, né allo Stato. A
un osservatore superficiale può sembrare
che oggi trionfino ovunque princìpi
anticristiani. Il materialismo ateo per certe
nazioni è diventato quasi dogma di
Stato; e lo stesso così detto "
mondo libero " pare dominato largamente
dal materialismo pratico del tecnicismo, dell'affarismo,
del tornaconto politico. Il cristianesimo
subisce un duplice assalto: da una parte risuscitano
i vecchi paganesimi che si credevano morti;
dall'altra parte il razionalismo e l'umanesimo
antropocentrico, che si sviluppano dopo il
Rinascimento, sono spinti fino alle estreme
conseguenze. Prima della guerra, Pio XI fece
fronte alle due parti chiamando i laici a
militare nelle file dell'Azione Cattolica
e lanciandoli decisamente in tutti i fronti
in cui oggi è impegnata la lotta per
il regno di Dio. L'ultima guerra poi, la più
atroce che il mondo abbia mai conosciuto,
dimostrò fino a che punto l'uomo si
possa degradare, quando ha perduto il senso
della sua divina somiglianza. I pericoli non
sono scongiurati nel seno della pace precaria
in cui viviamo, finché s'affrontano
ancora due concezioni del mondo ambedue materialiste,
una delle quali è rappresentata dalla
plutocrazia d'oltre Atlantico e l'altra dalla
statolatria bolscevica. Bisogna combattere
sui due fronti, perché sia l'uno quanto
l'altro nemico minacciano l'avvenire della
civiltà.
§
3. - Verso una nuova civiltà cristiana.
Per
questo molte anime oggi ritornano al cristianesimo
e alla sua forma più perfetta, il cattolicesimo.
Il rinnovamento cattolico, che non tocca solo
l'élites intellettuali, grazie a movimenti
specializzati, non significa soltanto che
molte anime sono in pena, ma anche che la
salvezza dell'umanità, compresa quella
temporale, non potrà essere ottenuta
fuori di quei principi che la Chiesa da secoli
non ha cessato di affermare. A questo rispondono
i gesti pontifici così importanti,
come la creazione dell'Azione cattolica e
la solenne proclamazione della regalità
di Cristo su tutte le cose, spirituali e temporali.
Pare che la Chiesa nel secolo xx debba ancor
salvare la civiltà di cui è
madre, come già fece in favore della
civiltà antica durante le invasioni
barbariche. Alcuni credono di vedere già
spuntare l'alba di una nuova civiltà
cristiana, cioè d'uno stato di cose
in cui lo spirituale informerà il temporale,
sebbene in forme molto diverse.
CONCLUSIONE
Naturalmente
il quadro che abbiamo cercato di tracciare
nelle pagine precedenti è molto incompleto,
anche perché la Chiesa agì in
campi diversi, in molti modi e così
nascosti, che spesso se ne vede il risultato
senza poter esattamente determinarne la causa.
Fino a che punto per esempio si può
scoprire quest'azione in questo o quel risultato
dell'ordine scientifico ottenuto da qualcuno
dei suoi figli? È cosa delicata e quasi
sempre impossibile dare una prova rigorosa
in questa materia. In generale ci sfuggono
i casi individuali, eccetto quelli della santità.
Noi cogliamo bene solo l'insieme.
§
1. - L'umanesimo dell'azione cristiana.
Se
diamo uno sguardo alla lunga storia che abbiamo
percorso brevemente, appare anzitutto che
l'opposizione tra antichi e moderni è
piuttosto tra pagani e cristiani. Ne abbiamo
una prova supplementare studiando le grandi
civiltà ancora contemporanee a noi,
appena sfiorate dal soffio del cristianesimo,
e soprattutto le culture dell'Estremo Oriente.
Sarebbe facile, ma falso, concludere con qualcuno
che il cristianesimo s'identifica con la civiltà
occidentale. Contro l'identificazione, protesta
tutta l'azione missionaria della Chiesa negli
ultimi secoli. Dire che la Chiesa finora ha
informato soltanto la civiltà occidentale,
significa constatare uno stato di fatto che
sarebbe abusivo trasformare in uno stato
di diritto. Non resta meno vero che quasi
tutto ciò che noi siamo specificamente,
noi uomini d'Occidente, lo dobbiamo alla Chiesa,
senza tuttavia che questo limiti per nulla
il valore universale del cristianesimo. Non
conosciamo il termine della storia, non sappiamo
se sia già prossimo o ancora molto
lontano, ma è possibilissimo che nei
secoli avvenire si vedano costituirsi nuove
culture cristiane molto diverse dalla cultura
occidentale.
Infatti
il cristianesimo trascende tutti i dilemmi,
compreso quello di Oriente-Occidente. Se s'è
diffuso soprattutto tra i popoli che abitano
l'estremità occidentale del nostro
continente, ciò è dovuto a contingenze
storiche certa-' mente volute dalla Provvidenza,
ma non necessariamente immutabili. Pare invece
che, come getta un ponte tra l'antichità
e i tempi moderni, il cristianesimo realizzi
l'unione tra Oriente e Occidente, se si ammette
che l'Oriente è volto soprattutto alla
contemplazione e l'Occidente prevalentemente
all'azione. Il difficile equilibrio tra i
due campi è realizzato in alcune famiglie
religiose e in alcune anime d'elezione. Di
per sé esso tende sempre a spezzarsi,
e al tempo della Riforma s'è vista
una di queste rotture. Oltre ad aver molte
altre conseguenze, il protestantesimo contribuì
a orientare l'uomo d'Occidente verso la conquista
imperialistica del mondo e allo sfruttamento
della materia. Quanto di più occidentale
c'è nella nostra civiltà, non
è d'origine cattolica, perché
la Chiesa seppe sempre conservare la misura
tra le tendenze contraddittorie dell'uomo.
Basta studiare i suoi mistici per vedere che
nella loro vita si stabilisce un profondo
accordo tra quello che noi presumiamo occidentale,
e quello che crediamo orientale. In Oriente
o in Occidente, essa mira sempre all'uomo,
tanto a ciò che in esso vi ha di più
individuale (e che più spesso l'Oriente
misconosce) come a ciò che nella sua
struttura fisica e morale presenta di universale.
La Chiesa dopo venti secoli non ha ancora
cessato di lavorare per rovesciare le barriere
come aveva annunciato San Paolo, ed è
presumibile thè la storia sarà
vicina al suo termine solo quando il lavoro
sarà compiuto.
§2.-Il
ritorno ai compiti puramente spirituali.
Dal
nostro itinerario emerge un'altra constatazione:
la Chiesa, costretta nel passato da necessità
ineluttabili a svolgere molti compiti che
non erano suoi, ai nostri giorni si è
trovata ricondotta progressivamente a un campo
puramente spirituale. Gli accordi del Laterano
del 1929 offrono un simbolo di quest'evoluzione,
che Pio XI si compiacque sottolineare. Anche
qui è facile interpretare male le apparenze,
come fu fatto. Questo ritiro della Chiesa
su posizioni inespugnabili e sacre fu ed è
ancora correntemente considerato come il risultato
di disfatte successive. Ma si tratta di ben
altra cosa. La parola evangelica: Date a Cesare
non ha cessato di risuonare attraverso i secoli,
né era possibile che d'un sol colpo
sviluppasse tutte le sue conseguenze, perché
troppe abitudini vi si opponevano. Furono
necessarie molte centinaia d'anni perché
la distinzione tra temporale e spirituale
fosse esattamente compresa. Così la
Chiesa per molto tempo fu costretta a sovvenire
alla debolezza degli uomini. In certe epoche
assunse interamente il loro governo, tanto
quello dei corpi come quello delle anime;
per un tempo ancora più lungo portò
da sola tutto il peso del sapere umano. A
poco a poco e in gran parte, grazie a lei
e alla sua teologia, le scienze profane e
le scienze sacre hanno riconosciuto i loro
campi specifici, e quelle profane divennero
non indipendenti, perché c'è
una gerarchia che non potè mai essere
misconosciuta senza danno, ma autonome. Lo
stesso è avvenuto per le lettere e
le arti, sebbene in modo diverso. È
evidente che la progressiva laicizzazione
del mondo presenta dei pericoli, e a sottolinearli
basta la storia degli ultimi secoli; però
bene intesa non è malvagia, e noi abbiamo
la certezza che la Chiesa, sollevata dai compiti
che non le sono essenziali, potrà attendere
meglio che nel passato al proprio compito
di condurre gli uomini alla beatitudine eterna.
Può darsi che la sua azione sulla civiltà
divenga meno appariscente, come abbiamo potuto
constatare percorrendo la storia degli ultimi
secoli, ma non sarà certo meno profonda.
Perciò non si tratta d'indebolimento,
di decadenza, ma di purificazione e di ritiro,
nel senso più pieno del termine. Non
è a dirsi che le conseguenze di questo
ritiro alle volte non siano state gravi. Nei
tempi angosciosi in cui viviamo, è
facile spiegarsi come l'uomo abbia usato la
sua recente libertà. Ma in un santo
ritiro si attingono forze nuove; e forse la
Chiesa ne avrà presto bisogno per salvare
una volta ancora gli uomini che l'hanno respinta.
Tuttavia
la storia non ritorna mai sui propri passi,
e se siamo all'aurora d'un nuovo Medioevo,
annunciato da qualche pensatore contemporaneo,
è certo che questo Medioevo non assomiglierà
al primo, com'è poco probabile che
si ritorni a metodi di governo tramontati
per sempre. Uno dei tratti comuni, che la
nostra epoca presenta con la cristianità
medioevale, è di essere chiusa in un
mondo dove sono abolite le distanze. L'Europa
cristiana per secoli fu chiusa tra i ghiacci
polari, l'Atlantico e l'Islam; cosi il mondo
contemporaneo è ormai limitato ai confini
del pianeta. " L'avventura di Colombo
è terminata " scrive P. Claudel.
In quest'universo chiuso, dove l'uomo cerca
le regole della sua unità, l'azione
della Chiesa può mostrarsi ancor più
feconda che nel passato. Fin dalle sue origini
essa predica l'unità del genere umano.
" Andate, ammaestrate tutte le nazioni
" disse Cristo ai suoi discepoli nel
lasciarli per tornare al Padre. Ora ecco die,
per quanto divise, tutte le nazioni sono soltanto
province di questo mondo sempre più
piccolo. Il bisogno di socialità stringe
gl'individui in unità classiste in
lotta fra loro e le forze politiche in blocchi
formidabili. Solo l'azione interiore del messaggio,
cristiano varrà a far cadere le armi
della lotta di classe e le cortine di ferro
che oggi dividono il mondo.
Il
destino dell'uomo, di tutto l'uomo, non fu
mai così direttamente in gioco come
nell'ora attuale; ma c'è la Chiesa
che combatte per la sua salvezza, con la voce
autorevole del suo Capo (si pensi ai messaggi
di Pio XII), col sacrificio silenzioso dei
suoi martiri, con l'opera dei nuovi apostoli
del clero e del laicato. Ogni epoca di martirio
ha preparato il sorgere di una nuova cristianità.
Il
passato della Chiesa c'insegna in modo sfolgorante
che essa si dimostrò sempre capace,
in qualsiasi circostanza e senza mai abbandonare
nulla del suo deposito sacro, di compiere
la missione ricevuta, la più sublime
in questo rnondo.^ Questa rettitudine e questa
duttilità non sono soltanto un pegno
per l'avvenire, qualunque esso sia; ma sono
pure una prova d'importanza non trascurabile.
Per ogni spirito libero da pregiudizi c'è
qualcosa più che umano e di cui la
storia non offre altro esempio. Studiando
i particolari degli annali della Chiesa, si
constata, quasi come altrove, una pesante
massa di debolezze umane. Ciò non deve
essere motivo di scandalo, ma piuttosto una
prova sovrabbondante dell'esistenza divina.
In fondo solo Dio poteva rivelare l'uomo all'uomo,
come ha fatto la Chiesa. Che l'uomo abbia
abusato di questo sapere, di quest'inalienabile
libertà che gli è data in appannaggio,
non prova nulla contro la Madre che l'ha tenuto
sulle ginocchia bambino, che l'ha nutrito
col suo latte, guidato nei primi passi, che
infine gli ha aperto il mondo intero per cantare
la lode di Dio. Questo dimostra soltanto che
nell'ordine spirituale, il più elevato
di tutti, noi avremo sempre bisogno della
Madre, che non cessa di pregare per noi e
di avvertirci con una tenerezza che nessuna
ingratitudine vale a scoraggiare.
G.
M.
BIBLIOGRAFIA.
– 1. Anzitutto le più recenti storie
della Chiesa come quelle di Fliche et Martin,
24 voli., in corso di pubblicazione presso
la S. A. I. E. di Torino; di L. Todesco, 5
voli., rifusa a cura di Daniele Ireneo, Marietti,
Torino 1952 ; di Daniel Rops, 6 voli, ivi;
di Bihimeyer, 3 voli., Morcelliana, Brescia.
Grandiosa e redatta da molti specialisti la
prima; di facile lettura la seconda; di viva
attualità per la sua impostazione la
terza; di riconosciuto valore scientifico
la quarta.
Ma
più ancora giovano le opere di sintesi
tra le quali ci sembrano migliori le seguenti:
De Punval-Pittet, Storia illustrata della
Chiesa, Marietti, Torino 1954; L. Stefanini,
La Chiesa Cattolica, 2 ed., Brescia,
Morcelliana 1952; J. Lortz, Gèschkhte
der Kirche in ideengesckkhtlicher Betrachtung,
16 ed., Aschendorff, Miinster in W. 1952 ;
irad. ital. presso Ed. Paoline, Alba 1958.
B. Ridder, Manuale di Storia Eccles., ivi
1958. Rousselot, Huby, Brou, Grandmaison,
Ckristus. La relìgion chrétienne,
Beauchesne, Paris 1932 ; G. Kurt, La Chiesa
nelle ore decisine delle storia, Fiorentina,
Firenze 1945.
Sui princìpi. G. Maritain, Religione
e cultura, Guanda, Modena 1938; Primato
dello spirituale, Ed. La Cardinal Ferrari,
Roma s. d.; Umanesimo integrale, Studiimi,
Roma 1947. P. Febnessole, De la civilisation
ehrétietme, Beauchesne, Paris 1945.
A. Bruccuerri, La Chiesa e la civiltà,
4 ed., Civiltà Cattolica, Roma 1943.
R, Spiazzi, II eruttammo perfezione dell'uomo,
2 ed., Ed. Paoline, Alba 1953. H. W. Russel,
Profilo dì un umanesimo cristiano,
Einaudi, Torino 1945. P. Brezzi, Cristianesimo
e civiltà, Coletti, Roma 1944. Soprattutto
le encicliche, i discorsi e i messaggi degli
ultimi Pontefici. Cfr. Encìcliche sociali
dei Papi da Pio IX a Pio XII, a cura di G.
Giordani, Studium, Roma 1948.