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l'azione della chiesa

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

INTRODUZIONE

II problema che ora s'impone è di sapere se la dottrina affidata da Cristo alla sua Chiesa portò all'umanità i frutti di salvezza che si potevano attendere.

Sappiamo che il regno di Dio non è di questo mondo; quindi misurare i progressi del regno di Dio su quelli di questo mondo è un errore. Anzi, tale giudizio non ci appartiene affatto, perché è fra quelle cose che, per loro natura, sfuggono alla percezione e alla verifica dei nostri sensi. Però non possiamo fare a meno di porci la questione che, su un certo piano, è legittima. Infatti tra il mondo della Grazia e quello della natura non c'è separazione assoluta e radicale. L'uomo stesso di cui ci occupiamo qui è un composto di materia e di forma, di carne e di spirito, tale che non si può rinnovare spiritualmente senza che sia accompagnato da alcuni effetti visibili. La Redenzione di fatto non è fallita per il fatto che il mondo resta malvagio; sarebbe fallita se nel senso di questo mondo malvagio non constatassimo lo sviluppo di qualcosa di migliore. Paragonare il mondo cristiano a quello non cristiano, e dal paragone concludere oggettivamente che quello in definitiva vale più che questo, è impresa legittima e che deve finire col rafforzare la nostra fede.

§ 1. - La trascendenza della Chiesa nel mondo.

Occorre fare alcune distinzioni quando si parla dell'azione della Chiesa in un campo non precisamente suo. La Chiesa è una società spirituale, il cui fine è di rendere i suoi membri capaci di godere della beatitudine eterna e perciò, per la sua stessa definizione, trascende l'ordine del tempo; opera nel tempo, ma in vista dell'eternità. La distinzione dello spirituale dal temporale è un apporto essenziale del cristianesimo, che dobbiamo mettere qui come premessa. L'antichità ignorò questa distinzione; per essa il sacro e il profano si compenetravano talmente che non v'era gesto profano che non fosse suscettibile d'un significato religioso e qualsiasi funzione sacra comportava effetti profani. La religione era talmente legata alla città, che la rovina dell'una trascinava necessariamente quella dell'altra.

Legate nella durata, non lo erano meno nello spazio. Gli dèi della città perdevano forza e credito andando oltre frontiera; non c'era magistrato che non fosse anche sacerdote, e ogni volta che compariva un impero riducente sotto un unico dominio popoli diversi, si sentiva il bisogno d'una religione comune a tutti, tanto che un faraone cerca di sostituire al culto egiziano di Amon l'adorazione universale di Aton; Alessandro volle farsi riconoscere figlio di Zeus, meno per un eccesso d'orgoglio che per assicurare, con la propria divinità, la coesione d'un stato immenso; tutti i regni ellenistici erano fondati sull'adorazione del sovrano; infine il culto di Roma e d'Augusto fu il legame religioso che riuniva attorno a Roma tutti i popoli dell'impero.

Il cristianesimo è la prima religione e in fondo l'unica che fin dalle origini non è legata a nessuna forma temporale. La cattolicità della Chiesa non s'oppone alla diversità degli stati; e la sua stabilità non soffre col declino e la caduta delle civiltà. La distinzione dello spirituale e del temporale delimita perfino nel cuore una zona di libertà che non si può perdere. Lo stato teocratico s'impadronisce di tutto l'uomo e tutto lo controlla, cercando di assoggettare non solo il corpo, ma anche l'anima. Invece non c'è tirannia che possa fare presa sopra un cristiano, il quale, a motivo della parte più nobile di se stesso, appartiene sempre ad una città che non è di questo mondo. Anche se la Chiesa non avesse recato all'uomo che l'unico beneficio di garantirgli la libertà più essenziale, questo solo fatto basterebbe a porre il mondo cristiano incomparabilmente più in alto di tutti quelli che lo hanno preceduto o che sussistono accanto ad esso.

§ 2. - L'idea di civiltà cristiana.

La Chiesa e la civiltà cristiana. - Di qui dobbiamo desumere il nostro metodo, per studiare l'azione della Chiesa in campi non propri. Nelle pagine seguenti dovremo parlare spesso di civiltà cristiana. Essa, ricordiamolo bene, non è la Chiesa; designa infatti uno sviluppo, ispirato al cristianesimo, della vita propriamente umana nei suoi elementi materiali e intellettuali, estetici e morali; o, più brevemente, una civiltà, una cultura (quindi appartenente per sua natura al dominio temporale) d'ispirazione cristiana. C'è e ci sarà sempre una sola vera Chiesa, con una giurisdizione, che, se non di fatto almeno di diritto, s'estende a tutto l'universo e scomparirà solo con la scomparsa di questo mondo. Invece possono esserci più civiltà cristiane che si succedono nel corso della storia oppure, anche questo è possibile, coesistono in una medesima epoca storica. Parlando di civiltà cristiana sarebbe dunque forse meglio usare il plurale, non foss'altro che per rispettare le diversità di legittime e possibili realizzazioni.

Quindi le civiltà cristiane, per essere tali, avranno in comune certi principi essenziali; ma, salvaguardati questi, le civiltà potranno differire tra loro quasi all'infinito, secondo la diversità dei tempi e dei luoghi, poiché la Grazia perfeziona e continua la natura senza distruggerla. Ancora una volta troviamo l'ammirabile rispetto dell'uomo, che, come abbiamo visto sopra un altro piano, è il primo apporto del cristianesimo. Perciò studiare l'azione della Chiesa non significa seguire nel tempo lo sviluppo e le vicende d'una civiltà; ma significa piuttosto studiare sotto degli storici differenti, attraverso il mondo e i secoli, la espansione d'uno stesso principio trascendente.

È un grave errore legare il temporale e lo spirituale tanto strettamente da non poterli più dissociare; ma sarebbe un errore non meno grave separarli talmente, che non appaia normale e legittima nessun'azione dello spirituale sul temporale. Basta il più comune esercizio d'introspezione per convincerci che, nel composto umano, la forma non cessa d'agire sulla materia, e reciprocamente.

Proprio lo stesso avviene nella storia: i cuori non sarebbero stati mutati se non fossero stati anche modificati i gesti o gli atti. Il mondo dopo Cristo non potrebbe essere simile a quello prima di Cristo, neppure esteriormente. L'esistenza della Chiesa interessa la struttura degli stati e lo sviluppo della storia.

Scogli da evitare. - Questa a prima vista potrebbe sembrare una verità ovvia, che non occorre dimostrare e basta appena esprimere. Alcuni però, nel compito storico e temporale della Chiesa, vedono un'usurpazione che richiede una giustificazione; altri invece s'accaniscono nel dimostrare che questo inevitabile compito fu nefasto. I primi scavano un abisso tra lo spirituale e il temporale e sono luterani, calvinisti, barthiani d'ogni setta, per i quali la natura decaduta non conserva più nessun valore in se stessa e, sopra l'abisso che si è aperto, solamente la magnificenza di Dio può gettare un ponte. Ogni opera dell'uomo è quindi sempre assolutamente malvagia e la Chiesa, ogni volta che si è associata a quest'opera umana, usci dal suo compito alleandosi al male. Costoro non negano il compito storico della Chiesa, ma lo condannano in blocco. Il cattolicesimo ha un altro concetto dei rapporti tra la natura e la grazia. La natura in sé è impotente ma non malvagia, e la Grazia ha il compito di realizzarne le virtualità latenti.

Gli altri invece che sono razionalisti, per poco che abbiano di buona fede, non discutono sul compito provvidenziale della Chiesa in alcune circostanze storiche; però, negando la trascendenza della Chiesa, credono che questo compito abbia fatto il suo tempo ed oggi sia finito. Ciò che fu uno strumento di progresso, ora sarebbe solamente un ostacolo. Costoro identificano la Chiesa con una delle tante forme transitorie della civiltà umana e precisamente con la civiltà medioevale al suo apogeo. Applicano all'eterno la categoria del caduco; per essi il cattolicesimo non sarebbe più adatto alla civiltà moderna, come il paganesimo nei primi secoli dell'età cristiana non era più in grado di rispondere alle aspirazioni dell'anima umana. Lottando contro la Chiesa, credono quindi di lottare contro un passato che sopravvive a se stesso.

Dobbiamo procedere tra errori contradditori. Nello svolgimento seguente, cercheremo di non perdere mai di vista la trascendenza della Chiesa; e, per quanto ci sembri importante la sua azione temporale, cercheremo di non dimenticare che quest'azione non è la principale; che la Chiesa per se stessa non è ordinata alla civiltà e molto meno a questa o quella forma di civiltà; che la sua storia, la quale si confonde con la storia stessa dell'uomo, non è finita e che forse, nonostante le apparenze fallaci, è solo agl'inizi. Se d passato risponde dell'avvenire, è nel senso che una certa visione dell'uomo, specificamente cristiana, non può essere cambiata nel suo fondo. Però l'avvenire è imprevedibile, e se dalle rovine del mondo moderno deve nascere una nuova civiltà cristiana, questa non sarà la riproduzione di quella medioevale, ma sarà qualcosa di diverso e di nuovo. Nel corso di questa storia vedremo giustamente che una delle grandi forze della Chiesa, sulla quale dovremo maggiormente insistere, è il suo potere d'adattarsi alle situazioni storiche più diverse. Essa è quello che rimane in seno a ciò che passa, la presenza dell'eterno nel cuore dell'effimero; e questo carattere per lo storico è senza dubbio il segno più evidente della sua divina istituzione. Qui sta il miracolo della Chiesa.

CAPITOLO I. - LA CHIESA DEI PRIMI SECOLI

Secondo il Concilio Vaticano ala Chiesa è, per se stessa, un grande e perpetuo motivo di credibilità e un'irrefragabile testimonianza della sua divina missione". La Chiesa fu tale in tutte le epoche della sua storia; ma specialmente in quella primitiva, quando il divino Fondatore l'aveva piantata "nella terra apparentemente più ingrata e dov'era più difficile germogliare. Che cos'è la Chiesa l'indomani dell'Ascensione se non quei dodici uomini e quelle donne nel Cenacolo di Gerusalemme? Attorno c'è il giudaismo ostile; più lontano il vasto mondo romano, erede di tutta l'antichità, che fa regnare la pace su tutte le terre attorno al Mediterraneo; più lontano ancora la marea immensa e poco nota dei barbari ai confini della terra, della quale s'ignorano le vere dimensioni. H comandamento di Cristo ai suoi apostoli, prima di lasciarli per tornarsene al Padre, era stato questo: a Andate, ammaestrate tutte le nazioni. Io sono con voi fino alla fine dei secoli ". Nessun comandamento era sembrato più irrealizzabile.

§ 1. - La Chiesa e il Giudaismo.

Sorge subito la domanda: quale atteggiamento bisognava prendere di fronte ai Giudei e ai Gentili? Cristo vivendo sulla terra aveva obbedito a tutte le prescrizioni della Legge mosaica, e tuttavia era venuto per abolire la Legge e a sostituirla con una Legge nuova, con una Legge di amore. La Chiesa nascente doveva rimanere nell'inquadratura del giudaismo oppure spezzarla? Tutto l'avvenire della Chiesa dipendeva da questa scelta. È noto che a tal riguardo Pietro'e Paolo per un momento si trovarono in contrasto. La Chiesa aveva già fatto numerosi adepti tra i Gentili; in particolare Paolo, il convertito sulla via di Damasco, aveva già operato molte conversioni tra i Gentili specialmente ad Antiochia, città cosmopolita, punto d'incontro di tutto l'Oriente. Ora era necessario circoncidere costoro o bastava il Battesimo? Nel 51 il Concilio di Gerusalemme risolse la questione nel senso voluto da Paolo, dicendo che la circoncisione non è obbligatoria. Fu un atto capitale, di cui non si potrà mai sopravalutare l'importanza. Fin dalle sue origini la Chiesa afferma in questo modo la sua trascendenza. Essa era nata in un ambiente affatto giudaico; gli apostoli erano tutti quanti giudei; più ancora, l'Antico Testamento era stato solo la preparazione alla nuova Legge che la doveva compiere. La Chiesa tuttavia si libera di questo passato, senza rinnegarlo; ed eccola pronta a cominciare la conquista del vasto mondo, conquista che sarebbe stata assolutamente impossibile qualora si fossero mantenute le prescrizioni mosaiche. L'antico Israele era un popolo scelto fra tutti per compiere una grande missione; questa era ormai compiuta e non c'era più motivo che il nuovo Israele restasse fedele a una legge di separazione. Ma evitato un pericolo, ne sorgeva un altro, parimenti grave e di natura molto diversa: che atteggiamento doveva assumere la Chiesa verso la cultura greco-latina?

§ 2. - La Chiesa e la civiltà antica.

Contro la Chiesa nascente, sorge non più il Sinedrio, ma la potenza assai più formidabile dell'impero romano e della civiltà millenaria della quale esso è portatore ed espressione.

La Chiesa e l'Impero. Le persecuzioni. - E' risaputo che l'antichità fa tollerante in fatto di religione, ammettendo tutti i culti. Gli Ateniesi avevano eretto un altare al Dio ignoto, Roma era piena di divinità orientali. Però l'antichità non aveva mai concepito la distinzione tra lo spirituale e il temporale; la religione era l'anima stessa della città cui doveva coesistere; al punto che, quando Roma ebbe esteso il dominio su tutto quanto il bacino del Mediterraneo e su tanti popoli diversi, dovette preoccuparsi di sovraimporre a tutte le loro religioni particolari una religione imperiale, cioè il culto di Roma e d'Augusto, cui nessuno poteva sottrarsi, senza commettere grave mancanza contro lo Stato. Cristo dicendo: " Rendete a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio " aveva posto la regola che stabiliva la distinzione dello spirituale e de] temporale, trasformava i cristiani nei cittadini più docili, ma interdiceva loro di partecipare al culto ufficiale.

Questo il motivo delle persecuzioni che per due secoli e mezzo colpirono i cristiani, i quali, prima confusi con i Giudei, non tardarono a manifestarsi distinti. I Giudei erano un popolo a parte e, pur facendo proseliti, rimanevano sempre distinti dalle altre nazioni; il loro particolarismo religioso non minacciava tutte le popolazioni dell'impero e quindi poteva venir tollerato. Invece la condizione era molto diversa per i cristiani, che si moltiplicavano con rapidità sorprendente. Le Chiese coprono presto l'Oriente e quella di Roma comincia a brillare d'uno splendore particolare, comprendendo non solo soltanto schiavi e gente di poco conto, ma anche uomini e donne della più alta aristocrazia e della stessa famiglia imperiale, fin dal tempo di Domiziano, allo spirare del primo secolo.

Le persecuzioni assunsero varie forme, e tutte, compresa quella di Diocleziano, la più violenta e sistematica, furono intermittenti, mai generali. Ciò non toglie che la Chiesa per tre secoli viva sotto una minaccia costante, la quale, lungi dal diminuirne il numero dei cristiani, lo accresce. Fu detto che il sangue dei martiri era semenza di cristiani. Alla fine del secondo secolo, al tempo del persecutore Settimio Severo, l'apologista Tertulliano poteva scrivere: tt Siamo solo di ieri e riempiamo le vostre città, le vostre campagne, i vostri eserciti, il vostro foro, il vostro Senato e vi lasciamo soltanto i templi ".

Come spiegare questa diffusione? Veramente non c'è spiegazione umana, ed è questo un aspetto del miracolo della Chiesa. Tuttavia possiamo tentare di vedere rapidamente in che modo la Chiesa s'inserì nella civiltà greco latina, e avremo cosi occasione di studiare alcune modalità della sua azione.

La Chiesa e la cultura antica. - Anche se spinto da Paolo fuori del giudaismo, il cristianesimo conserva sempre l'essenziale nel pensiero semitico. Pio XI potè dire: "Spiritualmente noi siamo Semiti". Il pensiero semitico è profondamente diverso da quello della cultura antica. Quindi occorreva non senza pericoli, un immenso sforzo di adattamento perché il fermento semitico colasse nelle forme greche e latine, rendendo più straordinaria la rapida espansione del cristianesimo nel mondo romano. Si volle paragonare tale estensione a quella d'altre religioni d'origine orientale, come il culto di Mitra; si finse di vedere nel cristianesimo soltanto una di quelle religioni dei misteri, che l'antichità aveva sempre, più o meno, conosciuto; ci si accani per scoprire analogie tra il mistero cristiano e i misteri pagani. È certo che l'anima antica non aveva i mai trovato la piena soddisfazione nel paganesimo ufficiale; a mano a mano che si allentavano i vincoli della città e che la salute individuale saliva al primo piano delle preoccupazioni, si videro sovrimponi due religioni, che pur si completano senza contraddirsi: una è di salvezza esteriore in certo modo sociale, l'altra inferiore e di salvezza personale. Che vi siano somiglianze superficiali tra alcuni di questi culti e il culto cristiano si può anche ammettere; tali somiglianze però non toccano la sostanza delle cose e al massimo spiegano come il cristianesimo sia stato accolto da anime le quali precisamente non erano soddisfatte né dal culto ufficiale e nemmeno dai culti misterici.

Però era sempre presente il problema più temibile, d'adattare il mistero cristiano alle regole del pensiero greco. Tra i cristiani del primo secolo sorse una discussione, ancor più grave di quella che a Gerusalemme aveva opposto San Pietro e San Paolo, tra i convinti che il cristianesimo possa e debba prendere il buono ovunque lo trovi, e i timorosi che il prestigio della filosofia greca e delle lettere classiche non allontanasse i cristiani dal Vangelo per favorire le eresie. Il contrasto in un certo senso è eterno, e lo troviamo in tutte le epoche della storia della Chiesa; per risolverlo bastava comprendere bene il senso del precetto con cui Cristo aveva ordinato ai suoi apostoli d'evangelizzare tutte le nazioni, essendo evidente che si poteva evangelizzare le nazioni solo parlando le loro lingue, cioè adottando le loro categorie mentali.

I cristiani non tardarono cosi a iniziarsi alle discipline classiche e farsene maestri. Proprio quando la cultura classica intristisce e muore esaurita, trova una nuova forza nel cristianesimo, che ringiovanisce quanto tocca. I grandi scrittori della tarda antichità non sono pagani, ma cristiani. Che cosa può opporre la letteratura latina pagana ai nomi di Tertulliano, Minucio Felice, San Gerolamo, Sant'Agostino, Sant'Ambrogio? Altrettanto diciamo nel campo greco per un Giustino, Clemente Alessandrino, Origene, San Giovanni Crisostomo. Vennero evangelizzate non solo le anime, ma anche le intelligenze, e fin dai primi secoli fu visto svilupparsi un umanesimo cristiano, che i secoli posteriori sempre riprenderanno.

Tuttavia il pericolo era grave e non tardò a manifestarsi sotto forma di eresie. La mente dapprima resta un po' confusa davanti alle innumerevoli eresie che pullulano dal secondo secolo in poi; tutte quante manifestano l'estrema difficoltà del pensiero antico ad assimilare la dottrina evangelica. Le principali pietre d'inciampo furono il domma della Trinità e quello dell'Incarnazione. Di tre Persone si era tentati di farne tre dèi, o anche più, o di vedere in esse solo tre diversi aspetti d'uno stesso Dio. Altri, attaccandosi unicamente alla divinità di Cristo, gli negavano l'umanità; altri invece, stando alla sola umanità, negavano la divinità; altri ancora dicevano che Cristo ha una sola natura, o una sola volontà. Le eresie s'opponevano l'una all'altra, ma l'una non correggeva l'altra. I due assalti più temibili furono, nel secolo secondo, quello dello gnosticismo, in cui è ben riconoscibile un'eresia giudeo-cristiana e, nel quarto secolo, quello dell'arianesimo, che è invece un'eresia pagano-cristiana.

Fin dalle origini vediamo la Chiesa dibattersi contro una duplice difficoltà, continuamente risorgente, e che non è impossibile ritrovare fino al nostro tempo. Ogni cristiano deve a un tempo lottare contro il giudeo e contro il pagano che sono in lui. Pur gettando profondamente le sue radici nel giudaismo, il cristianesimo doveva tuttavia distinguersene e separarsene; essendo cresciuto in un ambiente pagano, dal quale prendeva molti materiali utili, fu incessantemente penetrato da infiltrazioni che pure bisognava combattere. Tutto dò nei primi secoli fu attuato in condizioni tali, che una dottrina puramente umana non avrebbe potuto resistere a tante deviazioni. Assalita a un tempo all'esterno dalle persecuzioni, all'interno dalle eresie, la Chiesa a pochi anni d'intervallo riporta un duplice trionfo: il primo nel 313, con l'editto di Milano; il secondo nel 325, con il Concilio di Nicea in cui venne redatto il simbolo della nostra fede, contro tutte le eresie, e formulato per i secoli futuri il contenuto dommatico del cristianesimo.

Conclusione. - Come si vede, la Chiesa dei primi tre secoli, oltre le difficoltà proprie, incontrò anche tutte quelle che l'avrebbero assalita in seguito. Pur essendo ancora perseguitata e proscritta, dovette proporsi i tremendi problemi dell'adattamento. Il suo modo di risolverli stabilì una tradizione cui, in differenti ma analoghe circostanze, rimase sempre fedele. Il miracolo di una tale condotta, senza bisogno di sottolinearlo maggiormente, lo ritroveremo in tutte le tappe della sua storia; simile comportamento non si può spiegare con ragioni puramente umane. Solo la permanente assistenza dello Spirito Santo spiega queste rinascite, anzi queste riforme, come pure il perpetuo ritorno alla Sorgente inesauribile sui flutti d'un mondo sempre cangiante. Senza riferirsi all'eterno non è possibile spiegare l'azione della Chiesa nemmeno nell'ordine temporale.

CAPITOLO II. - L'IMPERO CRISTIANO

L'editto di Milano (313) con cui Costantino concedeva completa libertà di culto ai cristiani, apre un periodo assolutamente nuovo nella storia della Chiesa. Viene posto per la prima volta, e in tutta la sua ampiezza, il problema dei rapporti dello spirituale e del temporale. Senza analizzare a fondo i motivi, di natura molto varia, che spinsero Costantino a un atto così gravido di conseguenze, si può ammettere che egli voleva spezzare la solidarietà all'Impero con una religione abbandonata da gran parte dei suoi sudditi. L'ultima persecuzione aveva provato che ormai il paganesimo, nonostante l'appoggio dello Stato, era impotente a trionfare dell'avversario. Toccherà ora al cristianesimo ristabilire l'unità morale entro l'organismo dell'Impero, unità ritenuta sempre indispensabile. Infatti l'evoluzione fu rapidissima anche se interrotta per alcuni anni dal tentativo di Giuliano l'Apostata. Era contrario a tutte le tradizioni dello Stato romano rimanere a lungo neutrale tra il cristianesimo e il paganesimo. Non era ancor passato un secolo dall'editto di Milano e l'Impero era diventato cristiano.

§ 1. - Il rinnovamento dei valori antichi.

Alle persecuzioni successero i privilegi in favore della Chiesa. Lo Stato, per legarla a sé, si attacca ad essa, e verso la fine del secolo quarto, al tempo di Teodosio, parve creata una tale solidarietà tra lo Stato e la Chiesa, che ci si poteva chiedere se la rovina dell'uomo non avrebbe comportato quella dell'altro. Rappresentiamoci l'ampiezza di questo cambiamento quasi senza transizione. La Chiesa per la prima volta deve dare prova non solo della sua forza, come al tempo delle persecuzioni, ma anche della sua capacità d'adattamento e d'assimilazione. Essa raccoglie un'eredità gloriosa, ma anche pesante: l'eredità della cultura antica. Da lungo tempo gli apologisti se n'erano già serviti per difendersi; ora però si tratta di ben altro. Come l'amministrazione ecclesiastica adotta le linee imperiali, cosi i Padri del quarto secolo assumono il compito di salvare tutto il salvabile, di battezzare tutto il battezzarle degli antichi valori. La filosofia greca e il diritto romano furono penetrati dal Vangelo, e in Occidente specialmente due dotti guidarono l’impresa gigantesca: Sant’Ambrogio di Milano e Sant'Agostino d'Ippona. Nei trattati di Sant'Ambrogio non è difficile notare l'imitazione di Cicerone, e tutta l'opera di Sant'Agostino è impregnata dello spirito di Piatone. La loro originalità è anche più splendida; e fin da allora si vide come il cristianesimo sia capace di valorizzare tutto ciò che è autenticamente umano.

Il cristianesimo non s'attiene a un'imitazione servile, ma rinnova quanto tocca. Mentre i retori del paganesimo agonizzante non sanno che ripetere invariabilmente formule morte, tanto che nel quarto secolo la cultura antica appariva inaridita non meno dell'organizzazione dello Stato, il cristianesimo da una vita nuova e sconosciuta alle verità antiche. Basta il libro delle' Confessioni a provarlo. Uno dei tratti che maggiormente colpisce chiunque abbia familiarità con le lettere antiche, è la rarità o l'assenza, perfino nei capolavori, d'ogni accento personale. Anche i più grandi autori rivelano poco o nulla della loro intimità; e ciò li rende a noi quasi inaccessibili, più ancora del passare dei secoli. In fondo non sapremo mai chi furono Pericle o Cesare, perché ignoriamo ogni cosa della loro umanità più profonda; ne vediamo lo spirito e i gesti, ma non il cuore e l'anima. L'antichità pagana non conobbe l'uomo interiore. Per quanto interessante in altri campi, perfino la corrispondenza di Cicerone a questo riguardo è una delusione. C'è indubbiamente un Marco Aurelio, del quale sarebbe ingiusto dire che non affiori l'anima nelle note intime; però lo spettacolo di questo saggio Imperatore, tutto imprigionato nell'orgoglio stoico, è quello d'un'anima che si dibatte nel cuore d'una solitudine inumana.

Con Sant'Agostino comincia il grande dialogo non più interrotto nei secoli tra l'anima peccatrice e il Dio Salvatore. Per questo si potè dire di lui che è il primo dei moderni. Ormai non siamo più soli, perché è con noi e per sempre Qualcuno. Gli antichi dèi non amavano l'uomo e non gli domandavano amore: sotto di essi l'umanità viveva nel terrore e nell'abbandono. La letteratura e l'arte antica sono certo percorse da appelli commoventi, ma queste invocazioni non ricevettero mai una valida risposta. Ora la risposta è venuta, ed ecco i] dialogo. Uno sguardo amoroso s'è posato su ciascuno di noi, senza distinzione di casta o di razza. Tutte le potenze dell'anima, ignorate o misconosciute dai filosofi antichi, hanno cominciato a fremere, e noi abbiamo questo documento unico, di cui il Guitton metteva recentemente in luce tutto quello che lo distingue dalla filosofia neoplatonica, l'ultima grande filosofia dell'antichità. La conversione d'Agostino non getta soltanto luce sugli abissi interiori dell'uomo; ma illumina anche la vera natura del tempo e dell'eternità e il senso della storia.

§ 2. - Fondamenti d'un ordine nuovo.

Quali questioni sconcertanti si ponevano al filosofo cristiano al principio del v secolo! L'Impero che fino allora aveva protetto tutto il mondo civile,quello che i greci chiamavano " l'Ecumene ", l'Impero che i migliori spiriti potevano considerare punto culminante della storia, specialmente dopo che s'era fatto cristiano e sembrava confondersi col regno di Cristo, ora cedeva da ogni parte all'assalto dei barbari. Nel 410, meno di un secolo dall'editto di Milano, i goti d'Alarico si impadroniscono di Roma; perdute quasi completamente la Gallia e la Spagna; i Vandali minacciano l'Africa. Il cristianesimo non sembra in parte responsabile dell'immenso disastro? Simile opinione, ripresa oggi da parecchi, allora era sostenuta dagli ultimi seguaci del paganesimc. Non è difficile confutarla. Il mondo antico mori per la propria debolezza, anzi per esaurimento, svuotato a poco a poco della sua sostanza dallo spopolamento, divenuto tragico dopo la grande peste del secondo secolo e dal fallimento economico. Non tocca a noi narrare distesamente questi fatti, ma è certo che gli ultimi romani non avevano aspettato il cristianesimo per distogliersi dal mestiere delle armi; invece l'Impero moribondo trovò tra i cristiani i soldati più intrepidi e i funzionari più devoti. Questo però non bastava a restituire vigore a un organismo esaurito, ed è un errore credere che la Chiesa, che ha le promesse della vita, possa nello stesso modo assicurare la prosperità temporale degli stati, quando ne vengono a mancare le condizioni necessarie. L'errore era quasi inevitabile al principio del secolo quinto, quando l'uomo non era ancor abituato a distinguere rigorosamente la sfera dello spirituale da quella del temporale. Per rispondere ai detrattori del Cristianesimo, Sant'Agostino scrisse la Città di Dio, libro che per molti lati rimane attuale come le Confessioni. Si volle vedere in esso una condanna dello Stato, considerato opera del demonio, ma Sant'Agostino condannò non lo Stato in se stesso, ma lo Stato idolo, qual'era presentato per secoli dal paganesimo. Bastano certe esperienze contemporanee per dimostrare che una simile condanna è non solo valida, ma sempre opportuna.

Alla città puramente umana, il vescovo d'Ippona contrappone la " città di Dio ", i cui abitanti amano Dio con piena umiltà ponendolo sopra la propria persona. Nello stesso tempo Sant'Anibrogio rivendicava piena indipendenza dell'autorità religiosa da quella civile e umiliava il colpevole Teodosio sulla porta della chiesa di Milano. A questo modo il cristianesimo dei secoli quarto e quinto, anziché cedere a Cesare e succedere semplicemente al paganesimo come religione di Stato, rivendica la propria autonomia assieme all'autonomia della persona umana. L'azione d'un Ambrogio, gli scritti in cui esalta la verginità votata a Cristo, le riflessioni d'un Agostino sulla storia personale o sui grandi orizzonti della storia universale, consolidano sopra le rovine dell'ordine antico i fondamenti d'un ordine nuovo. In questi cinquantanni decisivi la Chiesa, appena uscita dalle catacombe, si prepara al compito materno e pedagogico che le sarà proprio per tanti secoli. Frattanto San Gerolamo traduce la Bibbia in latino, portando cosi alla perfezione la lingua della liturgia; e in j Oriente San Giovanni Crisostomo da un nuovo splendore all'eloquenza greca, ! mentre i Padri fanno la prima sintesi armoniosa della sapienza profana e della j Sapienza sacra.

Non s'insisterà mai abbastanza su queste meraviglie. Grazie al cristianesimo, in quest'ultimo secolo dell'Impero d'Occidente, i fiori della primavera si mescolano ai frutti dell'autunno. Nella stessa epoca alcuni uomini cominciano a ritirarsi nel deserto per consecrare la loro vita alla preghiera. Il movimento monastico dall'Egitto si propaga rapidamente fino alle estremità dell’Impero e vedremo ben presto che azione decisiva eserciterà sulla storia della civiltà.

Questa fuga dal mondo non solo risponde al disgusto provato da certe anime davanti alle turpitudini contemporanee, ma anche al desiderio di avvicinarsi di più a Dio e di contrarre la più intima unione con Lui. Gli antichi filosofi greci, e specialmente Piotino, avevano indubbiamente parlato della contemplazione, ma d'una contemplazione puramente intellettuale e priva di carità. Invece il cristiano che lascia il mondo, se ne separa solo in apparenza, e si sottrae ai legami particolari per praticare più liberamente la carità universale. L'istituzione monastica e il sacrificio della verginità consecrata sono altrettante manifestazioni dell'Amore, altrettanti modi d'affermare la dignità della persona umana.

Così la Chiesa, al tramonto dell'antichità, perfeziona la sua teologia lottando passo passo contro le eresie sempre rinascenti, si prepara con la preghiera, non meno che col pensiero, a sopravvivere all'Impero moribondo e a trasmettere ai barbari, assieme al deposito della fede, i valori dell'antica civiltà.

CAPITOLO III. - L'ALTO MEDIOEVO

§ 1. - Attuazione dell'ordine nuovo.

La situazione determinatasi nel secolo quinto è davvero tragica. Mentre l'Impero d'Oriente si difende a stento dai Persiani e dai Bulgari, l'Impero d'Occidente scompare (476) sommerso da una marea di popoli germanici, tra i quali dominano i Goti (Visigoti e Ostrogoti) che sono ariani, come pure i Burgundi. Invece i Franchi e gli Alemanni restano pagani. Bisogna difendersi dagli uni e dagli altri, convenire gli uni e gli altri. In questo immane sfacelo di tutte le istituzioni esistenti, solo la Chiesa resta in piedi. Un po' ovunque i vescovi ricevono il titolo di " defensor civitatis " e salvano pazientemente, instancabilmente, tutto il salvabile. San Leone Magno, San Lupo di Troyes, Sant'Agnano d'Orlèans, come già Sant'Ambrogio, fanno indietreggiare gli invasori col solo prestigio della loro personalità spirituale. E prima ancora che difensori e padri dei popoli, essi sono evangelizzatori. Grande fra tutti San Martino di Tours, vissuto nel secolo quarto. A lui risale la gloria d'aver introdotto il monachismo in Occidente, e di essere stato l'apostolo delle campagne.

a) Nelle campagne. - La civiltà antica era essenzialmente urbana, come urbani erano stati i primi cristiani. L'indomani della pace costantiniana, mentre Le città erano quasi completamente cristianizzate, le campagne restavano pagane; questo fatto spiega come la parola paganus, che etimologicamente vuoi dire abitante della campagna, sia entrata nella nostra lingua col significato di non cristiano.

Grazie all'opera dei monaci evangelizzatori, dalle campagne scomparvero le ultime tracce del vecchio paganesimo e della barbarie primitiva. Questo il primo frutto dell'istituzione monastica in Occidente. Raggruppati lontani dalle città, col compito d'onorare Dio con la preghiera e col lavoro delle mani e dello spirito, i monaci prosciugarono paludi, disboscarono foreste, coltivarono lande e riunirono attorno a sé coltivatori, fondarono comunità rurali che i monasteri difesero dai saccheggi e dalle esazioni d'ogni genere, invertirono la massa fino allora abbandonata e disprezzata.

Ora i barbari possono venire. Se lo Stato romano non ha più una vera forza militare da opporre loro, i barbari trovano nel cattolicesimo un blocco inattaccabile. Il patriottismo s'è rifugiato nella Chiesa; essa non è solo il focolare della cultura, ma anche la fonte dell'ordine, il rifugio dei poveri che da tempo in essa trovano appoggio e assistenza. Ora non si tratta più soltanto dei poveri, ma di tutta una società abbandonata, che scopre nel vescovo l'unico difensore e il capo naturale. La Chiesa continua l'impero, ma sopra un altro piano.

I barbari s'erano stanziati a caso, ed erano diversissimi, secondo le regioni. I più civili fra i Germani, i Goti ariani, occupano immensi territori, ma costituiscono soltanto un'esigua aristocrazia militare che si sovrappone alla massa delle popolazioni romane e ne resta separata dalla differente confessione religiosa. I Goti si sforzano, non senza successo, di seguire le orme dell'amministrazione imperiale, ma la loro potenza resta fragile, nonostante la brillante apparenza, perché sono in pochi e isolati tra le popolazioni soggette, sottomesse ma irreducibili. L'invasione franca fu più massiccia e i] ricordo di Roma restò molto meno vivo nella Gallia settentrionale, dove al principio del sesto secolo fu giocata la sorte della Francia e di tutta l'Europa. La conversione di Clodoveo nel 4P6 fu un avvenimento non meno decisivo dell'editto di Milano. Secondo la celebre frase di Ozanam, la Chiesa era passata ai barbari. Ma questo non significa che essa abbia tradito la romanità. Alla Roma carnale tende a sostituirsi un'altra Roma, quella fondata dagli apostoli. Mentre la Chiesa d'Oriente subisce sempre più la tutela opprimente dello Stato, la caduta dell'Impero fece evitare questo pericolo alla Chiesa d'Occidente. I ponti non sono ancora rotti e lo saranno solo molto più tardi. Il Papa si diportò sempre come suddito leale dell'imperatore di Constantinopoli, e dopo la conquista di Giustiniano dovrà anche soffrire molte volte il despotismo bizantino. Tuttavia il distacco, di fatto, è completo. Ormai accanto e sopra le potenze temporali sorge una potenza spirituale indipendente dalle sue fluttuazioni e conforme a quello che Sant'Agostino aveva previsto nella Città di Dio.

b) Tra i barbari. - Così la Chiesa potè accogliere i barbari e battezzare l'intero mondo germanico. Sotto la sua azione prende forma un nuovo mondo, che continua, molto più di quanto generalmente si creda, quello antico, ma nel quale tutto è rinnovato da un duplice apporto: l'apporto cristiano e quello germanico. Non è esagerazione dire che la Chiesa del sesto secolo regge sulle ginocchio, materne la neonata Europa. Essa non potè certamente trasformare da oggi a domani i rozzi costumi dei barbari. La sapienza della Chiesa consiste spesso nell'accomodarsi al minor male; così non soppresse di colpo la schiavitù, creò soltanto un'atmosfera dove diventava possibile la soppressione della schiavitù appena lo avessero permesso le condizioni economiche. Lo stesso avvenne per le ordalie e le brutalità primitive del diritto germanico.

c) La salvezza della coltura. - Ma la gloria che nessuno può togliere alla Chiesa, è quella d'aver salvato la cultura. I vescovi del quinto e del sesto secolo non s'imposero soltanto con la dignità della loro vita e col buon uso delle ricchezze, ma anche perché essi soli continuarono in mezzo alla barbarie circostante le grandi tradizioni umanistiche del quarto secolo. Grazie a loro e grazie ai monasteri, che si moltiplicarono di numero e acquistarono sempre maggior influsso, i capolavori del pensiero umano saranno trasmessi a generazioni più capaci di farli fruttificare. Essi inoltre creano e portano col cristianesimo la civiltà su terre che non avevano mai visto le aquile romane.

§ 2. - Lo slancio missionario.

a) L'Irlanda. - La conversione dell'Irlanda avvenne nel secolo quinto per opera di San Patrizio (887-465): un monaco che nel 482 portò in Irlanda lo spirito di Lérins. L'evangelizzazione fu estremamente rapida e in meno d'un secolo Erin era diventata l'isola dei Santi. Le condizioni politiche e sociali di questo paese, conquistato all'universo cristiano, erano diverse da quelle conosciute fino allora dalla Chiesa entro i confini dell'Impero. L'Irlanda non aveva città capaci di diventare sedi episcopali; perciò l'organizzazione ecclesiastica dovette modellarsi sul sistema del clan e della tribù, con centro nei monasteri numerosissimi e ferventi, focolai incomparabili di vita spirituale, ma anche di cultura. Mentre la barbarie guadagnava a poco a poco le regioni già civili, nella lontana Manda, grazie all'azione della Chiesa, si perpetua il culto delle lettere. Là esisteva la vecchia tradizione nazionale dei bardi e delle scuole druidiche, tradizioni che furono in certo senso continuate dai monaci irlandesi. Sotto le insegne di Cristo, le discipline classiche permisero che fosse data una forma alle antiche epopee nazionali. Così, appena sfuggita alla rovina dell'Impero, la Chiesa si dimostrava capace non solo di convenire i popoli, ma anche di fecondarne il genio peculiare di ciascuno. A questo proposito non è inutile sottolineare che se il cristianesimo storicamente, per le sue origini, è legato a una particolare cultura, cioè quella del mondo mediterraneo, non vi è legato in modo necessario, ma è aperto di diritto a tutte le culture.

I monaci irlandesi però si distinguevano per un lato molto originale dai loro predecessori egiziani, dei quali del resto imitavano la vita eremitica: avevano la passione dell'apostolato. L'Irlanda era appena guadagnata al cristianesimo e già i suoi monaci sciamavano negli altri paesi e in quello stesso da cui era partito San Patrizio. L'Mandese San Colombano al principio del secolo settimo fondò in Gallia e in Alta Italia un potente movimento monastico, con centro e modello a Luxeuil, mentre il suo discepolo San Gallo evangelizzava gli Alemanni e diventava il padre della Svizzera cristiana. Questi uomini terminarono l'opera cominciata tre secoli prima da San Martino.

Del resto il monachismo occidentale aveva da poco ricevuto da San Benedetto, <t patriarca dei monaci d'Occidente ", la sua regola definitiva. Stabilitosi a Montecassino tra il 529 e il 530, San Benedetto da principio intendeva soltanto formare questo monastero. Ma la regola benedettina aveva tali meriti che presto fu adottata in quasi tutte le abbazie, ed è per questo che ha assunto, indipendentemente dal suo valore particolare, un'importanza considerevole nella storia della civiltà. Tra la tendenza eremitica e quella cenobitica, San Benedetto da risolutamente la preferenza alla seconda. H monastero benedettino è dunque una comunità fortemente unita sotto l'autorità paterna dell'abate e concepito come a la scuola del servizio del Signore a. La preghiera, il lavoro manuale, il lavoro intellettuale e il riposo sono saggiamente dosati. I monaci offrono prima di tutto un modello di vita perfetta; d'altronde l'abbazia è un centro economico capace di bastare a se stesso, fatto d'importanza capitale in un'epoca in cui l'economia degli scambi tendeva progressivamente a scomparire, dove la vita urbana s'estingueva e l'autonomia del dominio rurale diveniva ovunque la regola. Infine, grazie alla Regola benedettina, i monaci non tardarono a essere nella Chiesa gli agenti più energici del papato e i campioni della riforma ecclesiastica. Essi quasi da soli e per molti secoli esplicarono il compito civilizzatore della Chiesa.

b) L'impulso dato da Gregorio Magno. -I benedettini cominciano col dare alla Chiesa uno dei più grandi papi, San Gregorio Magno (590-604). San Gregorio sale il trono pontificio in un momento particolarmente scuro. Mentre la frontiera bizantina del Danubio cedeva sotto i colpi degli Avari e dei loro alleati slavi, i Longobardi invadevano l'Italia appena riconquistata e tagliavano le comunicazioni tra Roma e Bisanzio. Volente o nolente, ormai bisognava che il Papa assumesse tutti i pesi della sovranità, ed è qui la vera origine dello Stato pontificio. La burrasca dei secoli sesto e settimo è forse ancor più grave di quella del secolo quinto, perché ormai appariva evidente che l'antico stato di cose non avrebbe mai potuto essere restaurato. Come s'è notato molto giustamente, un Gregorio Magno allora non aveva l'impressione di gettare le fondamenta d'un mondo, ma cercava piuttosto di salvare ciò che poteva ancor essere salvabile da un immenso naufragio. Non importa. Non solo egli ristabilisce l'ordine e una relativa prosperità negli Stati romani, ma dalla musica antica trae anche le regole del canto sacro, dandoci nel campo dell'arte una delle creazioni più notevoli della Chiesa.

D'altra parte S. Gregorio mantiene rapporti continui con tutti i sovrani barbari, anche con quelli che sembrano naturalmente nemici dello stato pontificio e che non cessano di minacciarlo. È nota la sua corrispondenza con la principessa longobarda Teodolinda, che condusse alla conversione del suo popolo. Grazie a lui i Visigoti di Spagna rinunciano all'arianesimo e la gloriosa Chiesa cattolica spagnola, che doveva dare tanti santi e martiri, è l'opera di Gregorio. Ma quello che lo fa incontestabilmente più grande, è l'aver inviato il monaco Agostino e altri benedettini romani nella Britannia divenuta anglosassone. Come nel secolo sesto la Chiesa d'Irlanda, cosi nel secolo settimo e ottavo la Chiesa d'Inghilterra, strettamente attaccata alla Santa Sede, illuminerà tutta la cristianità. Infine queste nuove missioni e l'indipendenza ormai assicurata della Sede romana da Bisanzio, preparano il papato al grande ufficio, che gli sarà proprio durante il Medio evo. Era ormai evidente che Roma è sempre e più che mai il capo dell'Occidente, non certo nel senso politico che si poteva intendere tre secoli prima, ma in senso morale e spirituale. Mentre l'impero bizantino, attaccato da ogni parte, si ripiega per un certo tempo su se stesso, il successore di Pietro prende a suo carico tutta quella parte d'Europa dove la marea delle invasioni continuava a creare agitazioni. Roma converte i popoli, li fissa, e comincia a delinearsi la fisionomia delle future nazioni.

c) I paesi anglosassoni. - Così l'Inghilterra entra allora veramente nella storia e fu il teatro di un fenomeno analogo a quello già osservato in Manda. Lungi dallo spezzare il genio nazionale, il cristianesimo lo esalta. Grazie a uomini come San Beda (672-735) e alla notevole attività dei monasteri femminili inglesi, dove si fondono la tradizione monastica, la tradizione romana e quella irlandese, si forma a poco a poco l'idea d'una cultura occidentale comune, superiore alla diversità di razza e di lingua, che domanderà al cristianesimo il principio della sua unità. Le scuole monastiche anglosassoni danno maestri al continente, e non a caso i principali artefici della rinascita carolingia vennero dall'Inghilterra.

Per completare la cristianizzazione dell'Occidente, restava da convenire la Germania propriamente detta. Sarà un'opera lunga e difficile in cui la spada avrà un compito considerevole come la predicazione e che in definitiva sigillerà la grande alleanza tra il Papato e i Carolingi. Anche qui i monaci anglosassoni occupano un posto distinto. San Bonifacio e i suoi compagni erano inglesi. L'Inghilterra d'allora rimaneva in stretto contatto con le pianure della Germania settentrionale, donde erano partiti gli invasori della Britannia; inoltre gli Anglosassoni avevano ereditato dai monaci irlandesi la passione dell'apostolato. San Bonifacio è innegabilmente la più grande figura spirituale del secolo ottavo. Se non riuscì sulle sponde del mare del Nord, dove solo la spada di Carlomagno potrà costringere i Sassoni al Vangelo, riuscì in Turingia, dove fondò la famosa abbazia di Fulda, che diverrà il centro di irradiazione del cristianesimo e della cultura per tutta la Germania. Egli, d'altra parte, si adoperò a riformare la Chiesa gallo-franca, dove s'erano introdotti innumerevoli abusi, favoriti dai primi Carolingi. La posizione di Bonifacio di fronte a un Carlo Martello o a un Pipino il Breve, illustra quella di tutta la Chiesa nella stessa epoca. Non si può fare a meno del potere temporale, ma non si dimentica che il suo appoggio costa caro, e che rimane il grande pericolo di vedere il Vangelo confuso con le ambizioni d'una politica tutta terrena.

§ 8. - La lotta contro l'Islam.

Il momento è particolarmente oscuro. Mentre Bonifacio evangelizza la Germania, l'Islam rivolge contro il cristianesimo la minaccia più formidabile che questo abbia mai subito dalle persecuzioni in poi. Dal 634 al 732 pareva che nulla potesse resistere all'assalto dei cavalieri arabi. In Oriente hanno tolto all'impero bizantino alcune tra le province più ricche e i Luoghi Santi; hanno distrutto il regno dei Sassanidi; toccano l'India; circondano le grandi steppe dell'Asia centrale; hanno conquistato tutto il littorale mediterraneo dell'Africa; distrutto in un sol colpo il regno dei Visigoti, il cui ultimo resto sopravvive solo più nelle Asturie; varcano i Pirenei e s'estendono nelle vaste piane del Sud Ovest... Intanto i loro navigli infestano il Mediterraneo e quasi tutte le isole di esso cadono in loro potere, si accampano sulla costa provenzale e minacciano la stessa Roma. S'è osservato giustamente che l'invasione musulmana segna, molto più delle invasioni del quinto secolo, la vera fine del mondo antico, in cui tutta l'economia era fondata sugli scambi mediterranei. Il colpo d'arresto di Poitiers nel 732 salva il cristianesimo da un disastro immediato; ma resta la minaccia che durerà dei secoli, fino alla grande impresa delle Crociate.

Bisogna mettersi nella prospettiva dell'invasione islamica, considerare il gigantesco crescendo di terre ostili che si stendono dal Turkestan ai Pirenei, tener conto dei terribili colpi inferti all'impero bizantino per comprendere il gesto dei papi che s'accostano al regno franco e finalmente restaurano in favore di Carlomagno l'impero d'Occidente. Si è abituati a spiegare tutto con il pericolo longobardo; ma non si vede che questa minaccia, anche se immediata, non e affatto la più temibile. La verità è che la Chiesa vivrà per secoli come una fortezza assediata e per lei urge darsi un capo militare unico. La grandezza di Carlomagno, per quante legittime riserve si debbano fare su certi aspetti della sua politica, specialmente verso i Sassoni, è d'essere stato, lealmente, l'uomo di questa necessità. Non bisogna dissimularsi le profonde debolezze di quest'impero, anche nel momento del suo apogeo. La vita economica è misera; il commercio internazionale quasi completamente fermo; l'unica forza e ricchezza risiede nella proprietà fondiaria sempre più ripiegata su se stessa. II grande Stato è solo una facciata dietro la quale le forze particolariste sono sempre attive. Se non ci fosse stata la Chiesa e l'idea universale da essa tenuta in deposito, non ci sarebbe stato l'Impero e l'intera Europa si sarebbe inabissata in una irrimediabile dispersione. La stessa rinascita carolingia è opera della Chiesa. I chierici erano quasi gli unici che sapessero leggere, e la cultura antica fu conservata oscuramente nei monasteri. I consiglieri di Carlomagno, e specialmente l'anglosassone Alcuino, sono vescovi e monaci, che, per obbedire all'imperatore, non fanno altro che mettere in luce le ricchezze salvate dal disastro dai loro predecessori. Per quanto parziale e superficiale, la ripresa della vita intellettuale in Occidente è d'una importanza considerevole. Grazie alla copia d'Alcuino ci pervenne quasi tutto quello che ci resta della letteratura latina; grazie alla scuola Palai che comincia ad attuarsi il sogno dei monaci anglosassoni per una cultura universale fondata su principi cristiani. In arte s'imita Bisanzio, che rimane il grande modello e il focolaio della civiltà; ma non è meno vero che le miniature di quel tempo e la cappella d'Àix sono i primi monumenti propri dell'Occidente cristiano, e che annunciano timidamente, come una prima aurora, lo splendore successivo.

Il regno di Carlomagno segna appena una breve schiarita in quei secoli di ferro. Dopo la morte di Carlo non solo l'impero non tarda a smembrarsi, ma anche la cristianità subisce nuovi assalti. I Vikinghi taglieggiano il littorale del Mare del Nord, dell'Atlantico e della Manica; gli Arabi continuano gli attacchi contro l'Italia del Sud e la Provenza; infine i Magiari delle piane del Danubio succedono agli Unni e agli Avari e saccheggiano la Germania. Mentre all'interno l'autorità si sbriciola all'infinito, da ogni parte s'addensano nubi alle frontiere. Il secolo nono fu il tempo della peggiore angoscia. Intanto la Chiesa continua a pregare, a cantare e a lavorare. Questo tempo orribile è anche quello delle Sequenze di Nottker, il tempo che dal piano della basilica pagana vede sorgere a poco a poco quella della basilica romanica per soddisfare ai bisogni monastici. Qua e là, specialmente in Germania, alcune scuole monastiche restano fiorenti e s'ha l'impressione d'un fuoco che cova sotto la cenere, di timidi fiori che precedono la primavera. Sembrava che allora tutto il compito della Chiesa consistesse nel mantenere e conservare, in mezzo ai peggiori disastri. Ma essa cosi preparava l'avvenire.

CAPITOLO IV. - IL MEDIOEVO CRISTIANO

§ 1. - Ricostruzioni e riforme interne.

Nel secolo decimo comincia la ricostruzione. Nel 911 i Normanni di Rolione ricevono la Normandia. Convertiti al cristianesimo, non tardarono a costituire uno stato fra i più ordinati della cristianità, un'inesauribile riserva di forze giovani e fresche. Poi, con la dinastia Sassone degli Ottoni, la Germania riprende il primato. Ottone il Grande ad Augusta arresta definitivamente i Magiari, che presto si convertono e formano il regno di Santo Stefano. Le missioni germaniche sostenute troppo spesso con la spada, estendono il cristianesimo nelle regioni del nord e dell'est. Come in Manda e come nell'Inghilterra anglosassone, anche nei paesi scandinavi la conversione segna uno straordinario risveglio intellettuale, e l'Islanda diviene il centro d'una brillante ma effimera cultura nordica. È la grande epoca delle saghe. In Boemia San Venceslao opera in favore del suo popolo ciò che S.anto Stefano aveva fatto per il suo. Ma già un secolo prima la missione dei santi Cirillo e Metodio in Moravia aveva rivelato a se stesso il mondo slavo. Cosi ovunque troviamo la Chiesa accanto alla culla delle nuove nazioni che si dividono l'Europa.

Intanto nel 962 Ottone il Grande ristabilisce l'impero e fonda quel Sacro Romano Impero di nazionalità germanica che resterà una pietra angolare della civiltà medioevale. L'idea d'un potere temporale unico, che facesse da contrappeso al potere spirituale unico del Pontefice romano era seducente e la si può comprendere come una reazione all'anarchia feudale, che allora trionfava quasi dappertutto. Però nascondeva pericoli che l'avvenire avrebbe manifestato; e intanto la Chiesa, nei secoli X e XI, subiva una delle più gravi crisi della sua storia. Tutto il regime feudale era fondato sul possesso della terra. La Chiesa, che dalle vaste proprietà fondiarie traeva la maggior parte delle sue risorse, aveva dovuto entrare nel sistema; e questo creava quasi necessariamente un'interferenza gravida di pericoli tra lo spirituale e il temporale. Numerosi vescovi e sacerdoti si sposavano per assicurare ai discendenti la continuazione dei loro benefici, e d'altra parte i sovrani laici pretendevano disporre a loro capriccio delle abbazie e dei vescovadi. Infine, alla sommità della gerarchia, gl'imperatori tedeschi del x secolo e del principio del XI trattavano il Papa come un loro cappellano, come dice Cristoforo Dawson : " II problema vitale del secolo X era se la barbarie feudale sarebbe riuscita a catturare e assorbire la società pacifica della Chiesa, o se quest'ultima avrebbe trionfato, imponendo i propri ideali e la propria cultura superiore alla nobiltà feudale, come aveva fatto in passato con le monarchie barbariche degli Anglosassoni e dei Franchi ". (1).

S'è visto che già San Bonifacio aveva dovuto lavorare sia alla riforma della Chiesa franca come alla conversione della Germania, e presso le autorità civili non aveva sempre trovato la dovuta collaborazione. L'opera doveva continuamente essere ripresa, e ai benedettini di Cluny spetta l'onore d'aver fatto trionfare in tutta la Chiesa la causa della riforma. L'originalità di Cluny, fondato l’11 settembre del 910, era che i suoi monaci non dipendevano da nessuna autorità laica o ecclesiastica, eccetto che dal Papa. D'altra parte le abbazie, che si raggruppavano attorno al monastero borgognone, restavano legate fra loro come i diversi organi d'un unico corpo. Indipendenti da ogni potere locale, sfuggono per questo alle servitù feudali, conservano il principio dell'universalità caratteristico della Chiesa, infine costituiscono una incomparabile milizia del papato, sparsa in tutta la cristianità. Infine si sa che lo slancio di Cluny coincide col pieno fiorire dell'arte romanica. La costruzione della terza chiesa di Cluny (distrutta nel 1811) di cui Urbano II benedisse il coro nel 1095, riempi quasi tutto il secolo XI, in cui trionfa la riforma.

(1) C. Dawson, La formazione dell'unità europea, p. 265, ed. Einaudi, Torino 1939.

Per giungere alla riforma era stato necessario liberare e conquistare la Sede romana, poiché nessuna riforma nella Chiesa può giungere a termine se non attraverso il capo; e fu soprattutto l'opera del toscano Ildebrando, che divenne papa nel 1073 col nome di Gregorio vii. Egli morì nel 1085 in esilio, apparentemente vinto, in seguito alle sue celebri lotte con l'imperatore Enrico IV. Ma la riforma della Chiesa era realmente e vittoriosamente compiuta, e, con la fine del secolo XI, che vede partire la prima crociata, sono finiti i tempi ostili e comincia una nuova era, quella del medioevo cristiano. Per due secoli il prestigio del papato sarà incomparabile: malgrado i conflitti, che lo metteranno ancora varie volte alle prese con l'autorità imperiale, il potere spirituale allora domina senza contrasti in tutta l'Europa cristiana, grazie non solo all'immensa ricchezza della Chiesa, e all'efficacia delle armi spirituali, e al fatto che essa più che mai è l'unica detentrice della cultura, ma specialmente al fatto che la fede cristiana è generalmente professata in tutto il mondo, in modo che nessuna importante attività del tempo è concepibile se non esercitata sotto il segno di Cristo. Di conseguenza la Chiesa ha direttamente il merito di tutto il bene che allora si fa, e che di fatto si confonde con la civiltà occidentale.

§ 2. - Le Crociate e loro conseguenze per la civiltà.

Ora questa civiltà è in piena fioritura e poche età sono più gloriose e feconde, in qualsiasi campo, dei secoli XII e XIII. Dopo aver vissuto a lungo ripiegata su se stessa, oppressa dall'Islam, l'Europa cristiana tenta infine un'eroica sortita. Un papa cluniacense, Urbano II, predicò nel 1095 la prima Crociata; ma l'idea era molto più antica e già Gregorio vii l'aveva avuta. La Crociata è un fenomeno complesso, dove, in proporzioni ineguali, si mescolano elementi politici, militari, religiosi. Per ben comprenderla, bisogna prima di tutto rappresentarsi una civiltà in cui, salva la distinzione essenziale dello spirituale e del temporale, pare cosa ovvia che la forza venga messa a servizio della verità. Del resto la Crociata non ha lo scopo di convenire gl'infedeli, ma di riconquistare contro di essi terre un tempo già cristiane e che essi hanno occupato con la forza. Il che è vero tanto della Spagna come dei Luoghi Santi. Infine urgeva trovare uno sbocco al ribollimento feudale. Le Crociate furono tutto questo insieme, ma furono soprattutto la prima grande offensiva dell'Europa cristiana contro l'Islam orientale, conquistando così un'importanza senza uguali nella storia della civiltà. Da una parte con il loro carattere internazionale attestano l'esistenza effettiva d'una civiltà di cui vero capo è il Papa, poiché né l'imperatore né alcun re prese parte alla prima Crociata; d'altra parte attestano il tramonto dell'impero bizantino, che era stato glorioso ancora nel secolo decimo, quando gl'imperatori avevano fatto indietreggiare l'Islam quasi fin sotto le mura di Gerusalemme. Ma l'intervento dei Selgiuchidi nel secolo XI non solo aveva ricacciato l'impero entro gli antichi confini, ma ne minacciava perfino l'esistenza. Per salvare il cristianesimo orientale dal disastro finale, bisognava che l'Occidente venisse alla riscossa.

a) Contatto con l'Oriente. - Le Crociate provocarono quindi il duplice contatto con l'impero bizantino e col mondo musulmano. È certo che la discordia tra Greci e Latini, che non potè mai essere definitivamente superata, e che si manifestò fin da principio, spiega il fallimento finale delle Crociate, e più tardi anche la caduta di Costantinopoli. Malgrado tutto, non invano i cavalieri d'Occidente impararono a conoscere una civiltà più antica e più raffinata. Anche con lo stesso Islam il contatto non fu sempre di guerra. Con una facilità d'assimilazione, che ci stupisce ancora, i fondatori degli stati latini d'Oriente si adattarono a un mondo sconosciuto, ai cui margini s'erano spinti come sentinelle avanzate. Le Crociate ristabilirono effettivamente la comunicazione tagliata da secoli tra le due sponde ostili del Mediterraneo, e sotto questo aspetto non si apprezzerà mai abbastanza la loro grande importanza nella storia della civiltà. Conseguenza più o meno evidente delle Crociate fu la ripresa del commercio internazionale nel secolo XII, lo spingere di nuovo gli sguardi alle lontane regioni al di là dell'Islam; le città marittime italiane, Genova, Pisa, soprattutto Venezia, si sviluppano e s'arricchiscono; a loro esempio e imitazione la vita urbana un po' ovunque riprende l'importanza che ha perduta da lungo tempo, e tra i nobili e i campagnoli sale a poco a poco una nuova classe sociale, la borghesia, con caratteri propri.

b) La cavalleria cristiana. . Più ancora, è probabile che al grande movimento delle Crociate si debba riallacciare l'influsso esercitato dalla Chiesa sui costumi della nobiltà e la comparsa d'un nuovo tipo di soldato, che nessun'epoca aveva conosciuto: il soldato cristiano, il cavaliere. Nel secolo XII era evidente che la Chiesa, con la riforma del secolo precedente, non solo era vittoriosamente sfuggita alla morsa feudale, ma che a sua volta agiva con sempre maggior forza a trasformare la stessa feudalità. In questo modo vengono incorporati nell'eredità cristiana, nuovi valori umani. Anche nei secoli più rudi, la Chiesa aveva tenuto sempre come suo appannaggio la protezione dei deboli e degli oppressi. Ora era riuscita a mettere la spada a servizio del diritto, a porre la forza a servizio della debolezza. D'altra parte sotto il suo influsso s'afferma la nozione d'onore, nozione complessa, in cui entrano molti elementi di valore diverso, alcuni presi dalle antiche tradizioni guerriere dei Germani, ma che segnano innegabilmente un progresso della dignità umana. La nuova civiltà signorile, che si sviluppa nel secolo xn, è pure caratterizzata dal posto eminente che vi occupa la donna. Si dirà che quel posto alle volte è stato eccessivo, che la poesia cortese, in cui soprattutto si manifesta, debba certe sue ispirazioni alla poesia araba anteislamica; ma non resta meno vero che la Chiesa prende larga parte in questo sviluppo. Onorando la verginità consecrata, il cristianesimo prepara lo spirito e i cuori a riconoscere pienamente la virtù femminile. Infine il posto occupato dalla Vergine nella teologia e nella liturgia cristiana innalza la donna alla massima altezza possibile. E quando San Bernardo canta Maria SS., quando i maestri d'arte delle cattedrali ne scolpiscono l'immagine e la espongono alla venerazione dei fedeli, compiono nel campo sacro lo stesso gesto dei cavalieri nel campo profano. Abbiamo qui una vera e totale trasformazione nei costumi, che non solo s'addolciscono e s'ingentiliscono, ma comportano anche tutta una nuova concezione dell'amore umano, ignorato dall'antichità. L'impressione di lontananza che le opere antiche anche somme producono sempre su noi moderni, è in parte spiegabile dal fatto che l'amore, come l'intendiamo noi, non vi compare quasi affatto. Tale amore che non è più solo desiderio fisico, e nemmeno preoccupazione di perpetuare una famiglia, ma è aspirazione dell'anima a perdersi nell'anima, è un  dono del cristianesimo che collocò la donna nella sua vera dignità. E siccome infine quest'amore umano, d'altronde troppo spesso aberrante, raggiunge l'amore divino, è logico che sia accompagnato da una mirabile fioritura mistica, che culmina in San Bernardo nel secolo XII.

c) Ampliamento del pensiero occidentale. - Le Crociate allargando l'orizzonte del mondo, allargarono pure quello del pensiero occidentale. Attraverso le traduzioni e i commentari arabi, i dottori cristiani ritrovarono Aristotele e la grande tradizione del pensiero greco. Alla fine del secolo XII si sente una vera febbre d'istruzione; un po' ovunque, sull'esempio dell'Università di Parigi, si costituiscono grandi organismi per l'insegnamento superiore. La Chiesa non aveva mai trascurato del tutto l'istruzione, di cui ebbe tutto il peso da sola, come pure delle opere d'assistenza. Nel nostro studio abbiamo avuto occasione di citare le scuole monastiche, ma per essere completi, dovremmo parlare anche delle scuole episcopali e delle innumerevoli scuole parrocchiali, dove i più umili apprendevano i rudimenti del sapere. Intanto nel secolo XII, che per molti aspetti segna una rinascita delle lettere molto più estesa e duratura di quella carolingia, si sviluppa un'intensa attività intellettuale, illustrata dall'esempio celebre della controversia tra San Bernardo e Abelardo. Le Università del secolo XIII furono lo strumento adatto a simili bisogni. Sappiamo di quali cure i Papi, specialmente Innocenzo in, circondarono l'Università di Parigi, chiamata il cervello della civiltà cristiana medioevale, come Roma ne era il cuore e la Germania il braccio.

A Parigi fu compiuto il più grande lavoro teologico dopo l'epoca dei Padri della Chiesa. Per vari secoli s'era fatto poco più che conservare; ora sembra ormai giunto il tempo di continuare e completare. In questo lavoro i nuovi Ordini mendicanti ebbero parte preponderante, rispondendo a una duplice necessità. Da una parte la ricchezza notevolmente accresciuta con le città, la borghesia e il traffico internazionale, porta certe anime a sentire più forte l'appello alla povertà evangelica. La seconda metà del secolo xu vide in questo senso una serie di tentativi sporadici di cui parecchi, come quello dei Valdesi, non tardarono a erigersi contro la gerarchia e deviare dall'ortodossia. Con lo sviluppo dell'istruzione generale e delle condizioni materiali fatte più stabilì, appare lo spirito di critica e d'esame. L'attuale ricchezza della Chiesa viene paragonata con la povertà degli inizi. Bisognava reagire senza nulla distruggere, e questo fu l'opera soprattutto di San Francesco d'Assisi. D'altra parte la nuova importanza delle città esigeva nuovi metodi d'apostolato. Le abbazie benedettine, con la loro caratteristica stabilità loci, erano poco preparate allo scopo, e San Domenico constatò che avevano fallito nell'opera contro gli Albigesi. Invece i Mendicanti vanno da una città all'altra, predicando sulle pubbliche piazze, si mescolano alla vita del popolo e, con l'istituzione del terz'Ordine, lo associano strettamente alla loro vita religiosa. Infine San Francesco d'Assisi uni tutta la natura nell'adorazione del Creatore, con una novità d'importanza pari all'esaltazione della donna. L'uomo dell'antichità si è sentito sempre schiacciare dall'enormità delle forze naturali; cercò di difendersi, ma non sognò mai di amarle, di comprenderle, penetrarle. Invece il cristiano sa che la natura è uscita dalla stessa mano che ha fatto l'uomo; davanti ad essa prova un sentimento di fraternità; e non è a caso che i primi balbettii della scienza moderna siano usciti dalle università francescane d'Inghilterra.

Sebbene animati dallo stesso spirito di povertà, come i frati Minori, i Predicatori hanno essenzialmente la missione d'insegnare. Fin da principio tra di loro la cultura intellettuale, specialmente teologica, va di pari passo con la vita spirituale. Mentre San Bonaventura, che fu maestro generale dei Francescani, da uno splendore e un vigore nuovo alla teologia tradizionale che attraverso Sant'Agostino si riallaccia al pensiero platonico, sarà gloria dei Domenicani Sant'Alberto Magno e San Tommaso d'Aquino informare la filosofia cristiana d'aristotelismo e attuare una sintesi armoniosa della ragione e della fede. Il razionalismo aristotelico, introdotto nelle scuole al principio del secolo XIII, poneva agli uomini del tempo i problemi più gravi. Rigettarli significava consumare il divorzio tra la ragione e la fede, e fare in modo che quella potesse svilupparsi contro questa. Accettare sembrava mettere in pericolo il deposito della rivelazione; e cosi si spiegano le accanite resistenze incontrate dalla nuova filosofia. Tuttavia, se la ragione viene da Dio, dev'essere possibile la conciliazione; ed è merito immortale di San Tommaso non solo aver pensato questo, ma di averlo dimostrato per secoli nei suoi scritti, in cui non sappiamo se si debba ammirare di più la maestosa architettura, la serenità dell'argomentazione, la chiarezza dell'esposizione o la profondità e l'ardimento dei concetti, che si rivelano ancora fecondi dopo cinquecent'anni.

d) Rinascita artistica. - Mentre il Dottore Angelico edifica pazientemente l'immenso edificio delle sue Somme; mentre la Chiesa trionfa dell'eresia albigese, che metteva in pericolo non solo il cristianesimo, ma i fondamenti di qualsiasi società umana, all'arte romanica succede quella gotica, come lo slancio verticale della preghiera e della carità alla solidità massiccia e tozza delle certezze indistruttibili. In tutti i campi il secolo XIII è un'età di fioritura. Non già che siano scomparsi tutti i pericoli, ma per la prima volta, dopo secoli, l'uomo dell'Occidente ha preso confidenza nel suo destino. In Francia regna San Luigi. Già altri come Sant'Enrico di Germania, Santo Stefano d'Ungheria, San Venceslao di Boemia, Sant'Olav di Norvegia e altri ancora, avevano proposto al mondo lo spettacolo del monarca cristiano. Nessuno però ebbe la perfezione, la grazia sorridente, la generosità cavalieresca di San Luigi, nel quale, all'apice del Medioevo, culminava quanto di giustizia, di carità, di nobiltà e di devozione il cristianesimo da secoli aveva messo nel cuore degli uomini. Il secolo XIII in tutti i campi produce fiori di grazia e di civiltà veramente primaverili. Il mondo nuovo, sorto da terribili sconvolgimenti e stabilizzato in un certo equilibrio, appare tutto fresco dalle acque battesimali, come al mattino dei giorni. Al principio del secolo, mentre regna gloriosamente Innocenzo III, San Francesco d'Assisi riunisce in sé la più austera umiltà e un ardore cavalieresco che lo affratella coi paladini; San Luigi a metà del secolo unisce la forza e la dolcezza, la prudenza e l'entusiasmo, governa il suo regno con mano maestra e perisce portando un'ultima sfida all'Islam, riassumendo tutta la grandezza temporale e spirituale del suo tempo; infine San Tommaso d'Aquino, contemporaneo del Re santo attua nell'ordine della speculazione e della preghiera un equilibrio calmo e sereno, che è quello delle epoche felici, in cui tutte le forze convergono pacificamente verso un unico scopo.

_ Le arti in qualche modo esprimono sempre simili felici risultati. Anche se il ricordo di San Francesco e di San Luigi fosse spento; anche se l'opera di San Tommaso d’Aquino fosse perduta, e rimanessero soltanto le cattedrali, potremmo ancora comprendere che cosa sia stata questa grande manifestazione della civiltà cristiana. Certamente i vecchi demoni erano solo incatenati, non distrutti; la storia non conosce pause. Studiata nei particolari, la cronaca di quel tempo non è sempre edificante; ma non resta meno vero che allora fu raggiunta una certa perfezione, la quale ci tocca tanto più in quanto fu, quasi interamente l'opera della Chiesa, che in questo modo dimostrò ancora una volta che cos'era capace di fare per gli uomini. E l'epoca si chiude con l'apparizione del più grande poeta che il cristianesimo abbia dato al mondo, fino ai nostri giorni: Dante Alighieri. La sua Divina Commedia è la cattedrale, la Summa poetica, dove troviamo esposto tutto il sapere del tempo e le sue aspirazioni ad una monarchia universale, che raggruppasse tutti i popoli cristiani sotto uno scettro, com'erano già uniti sotto la verga d'un solo pastore. Nella persona di Beatrice si compie la sintesi dell'amore divino e dell'amore umano, alla quale tendevano per vie diverse la cortesia e la mistica. Infine, grazie a Virgilio, l'antichità non è assente da questa armonia, cui partecipano Dio e l'uomo.

CAPITOLO V. - IL TRAMONTO DEL MEDIOEVO

§ 1. - L'emancipazione dell'Europa.

Ma Dante già parla al passato. Egli descrive ciò che non è più o che dev'essere maggiore di ciò che è. Con la fine del secolo XIII l'equilibrio è rotto. Filippo il Bello riporta contro Bonifacio vili un trionfo che non è soltanto del temporale sullo spirituale, ma del diritto romano sul diritto cristiano, del particolarismo nazionale sull'universalismo cattolico. È questo il fatto più saliente tra mille altri i quali tutti dimostrano che il mondo laico cerca di affrancarsi dalla Chiesa e ormai vuole affermare un'autonomia sempre più intransigente nella propria sfera. In un certo senso questo movimento era naturale e inevitabile. La lunga tutela che la Chiesa, forzata dagli avvenimenti, aveva esercitato sull'Europa non poteva durare per sempre; era suonata l'ora della maggior età e dell'emancipazione. Prima d'esaminare lo sviluppo di questo nuovo stato, che ormai forma tutto il nostro soggetto, conviene osservare che fu la stessa Chiesa a mettere i laici nella situazione di rivendicare la loro indipendenza, fino a disputarle il campo che le è proprio.

Un giorno ad esempio si vedrà la scienza tentare l'invasione del campo della fede, ma non si nota a sufficienza come questa stessa scienza non avrebbe potuto costituirsi fuori del cristianesimo. Eppure è abbastanza evidente che non si sviluppò fuori dell'Europa cristiana. Il fatto si spiega facilmente se si riflette che mentre l'antichità sottometteva l'uomo alla natura, e la deificava, il cristianesimo invece sottomette la natura all'uomo, incaricato di piegarla al proprio servizio e alla lode di Dio. Infatti i primi inizi della scienza sperimentale sono opera della Scuola di Oxford e dello spirito francescano. Lo stesso avvenne per la nuova attività economica, risultato delle Crociate, che sviluppa lo spirito intraprendente della borghesia e sulle rovine della società feudale prepara la nascita della società moderna.

Tra il XI e il XV secolo, avviene una vera rivoluzione, che in pieno Medioevo annuncia e prepara già i tempi moderni. All'epoca carolingia l'unica ricchezza era stata quella fondiaria; il commercio si può dire non esistesse è l'industria era quasi nulla, perché non aveva sbocchi. Oltre il clero e la nobiltà, la popolazione era composta quasi esclusivamente di gente della campagna, liberi o servi, e la vita urbana quasi scomparsa, perché le città avevano perduto ogni attività economica. Dal secolo XI, con il lento ritorno della sicurezza, s'affaccia una nuova classe di uomini, che hanno i mezzi d'esistenza non direttamente legati alla terra: sono i commercianti e i liberi artigiani. Riaprendo il commercio mediterraneo, le Crociate diedero un rapido slancio alla nascente borghesia. Di fronte alla ricchezza fondiaria comincia la ricchezza mobile, che aumenta rapidamente, e con essa la borghesia introduce nel mondo altri costumi e altri ideali: spirito di risparmio insieme a spirito di avventura, valori del lavoro opposti ai valori della contemplazione e del coraggio militare; soprattutto individualismo, che si distingue dall'adesione tradizionale e incondizionata a un corpo di dottrina e a una regola dei costumi. Di qui la tensione con la Chiesa e il carattere a volte anticlericale del moto d'emancipazione dei Comuni e della letteratura borghese, come s'esprime per esempio nei fubliaux e nel Decamerone.

Qui non c'interessa se queste nuove tendenze abbiano scosso profondamente la Chiesa. Istituzione divina e insieme umana, per sua essenza è legata a Dio e non può cadere; ma è pure vincolata all'uomo e alle sue debolezze per ciò che vi è in essa necessariamente di carnale e di temporale. È così che appare sempre più o meno immedesimata con lo stato delle cose esistenti, specialmente quando questo stato presenta un certo equilibrio e stabilità, quasi interamente opera sua, come fu nel Medioevo. La Chiesa nonostante resta trascendente per il suo principio e capace di adattarsi a tutte le forme nuove, purché sane, quali potrà inventare il genio dell'uomo. Quella dei secoli XIV XV fu indubbiamente la crisi più grave mai subita; anzi fu soltanto la prima fase d'un immenso processo, il cui sviluppo non è ancor finito.

Se ormai il cammino della civiltà pare sempre più estraneo alla Chiesa, spesso si tratta solo d'un'apparenza, che bisogna approfondire. Chesterton amava ripetere che il mondo è pieno di verità cristiane impazzite. Il secolo XIV è il punto a partire dal quale le verità cristiane cominciarono ad impazzire, il che tuttavia non le stacca dalla loro origine. È possibile che la scienza si separi e poi s'opponga; ma non per questo non è più la figlia legittima della morale e della pratica cristiana, non solo per il motivo suddetto, ma anche perché ogni verità viene da Dio e perché l'onesta ricerca della verità per sé è una cosa buona. Anche lo spirito d'intraprendenza non è cattivo in se stesso, purché non sia esclusivamente volto al guadagno e alla conquista brutale.

§ 2. - L'espansione della fede in Oriente.

Qui ancora la Chiesa aveva segnato per prima il cammino. Le Crociate fecero uscire l'Europa da se stessa e la strapparono al suo isolamento. Non solo per il contatto coll'Islam, ma anche perché a poco a poco si scopri tutto un mondo al di là. Nel 1245, con la missione del francescano Giovanni di Pian del Carpine in Tartaria, s'apre una nuova epopea. Egli non ottenne dal Gran Khan la sperata alleanza contro l'Islam, ma aperse le vie dell'Asia, che ormai non si chiuderanno mai più. Nel 1253 San Luigi mandò in Persia il domenicano Ivo il Bretone e in Cina il francescano Guglielmo di Rubruck; nel frattempo alcuni veneziani, i fratelli Polo, con tutt'altri scopi avevano seguito fino alla Cina gl'itinerari dei religiosi. Ne riportarono novità sbalorditive, e specialmente le notizie che il fondatore della dinastia mongola, Kubilai, desiderava il battesimo. Subito il papa Nicolo IV deputò per quei lontani paesi il francescano Giovanni di Montecorvino (1289). Il successo immediato fu sorprendente. Nel 1298 venne costruita a Pechino una chiesa cristiana; dal 1298 al 1306 in Cina fu organizzata una vera cristianità. Nel 1305 Clemente v nominava Giovanni da Montecorvino arcivescovo di Pechino. Un altro francescano, Oderico da Pordenone, dal 1318 al 1330 viaggiò in Estremo Oriente, e nel 1318 il papa Giovanni XXII con la Bolla Redemptor noster divide tutta l'Asia tra i due ordini mendicanti. Ai Domenicani l'Asia occidentale, ai Francescani l'Asia orientale. Purtroppo furono fondazioni senza seguito. La cristianità cinese peri con la dinastia mongola che la proteggeva; la peste nera della metà del secolo xiv estese la devastazione dall'Estremo Oriente all'Occidente e dal 1350 ogni comunicazione tra le due estremità dell'antico mondo rimase interrotta.

Ma non resta meno vero che le nuove vie, ricche d'un cosi grande avvenire, erano state tracciate dalla Chiesa, la quale restava cosi fedele alla sua più grande tradizione, d'aprirsi liberalmente a tutte le forme della cultura. Già nel secolo XIII Domenicani e Francescani avevano fatto un considerevole sforzo per adattare l'insegnamento cristiano allo spirito delle popolazioni musulmane. Qui basterà citare il nome del Beato Raimondo Lullo, che nel 1276 fondò a Maiorca l'illustre collegio di Miramare, ove dovevano essere studiate specialmente le questioni musulmane in vista dell'apostolato. I Domenicani, sotto la guida di San Raimondo di Penafort non restarono indietro e abbiamo buone ragioni per credere che una delle principali opere di San Tomaso d'Aquino, la Somma contro i Gentili, fosse specialmente destinata a rispondere alle particolari questioni che venivano poste dalla predicazione nei paesi musulmani.

§ 3. - L'epoca del grande scisma.

Mentre l'Europa comincia ad emanciparsi dalla tutela della Chiesa, il suo orizzonte s'allarga, e le imprese missionarie preludono alle spedizioni dei grandi navigatori del secolo successivo. Era veramente destino della Chiesa, universale per definizione, aprire agli uomini tutte le vie della terra. La facilità degli uomini di quel tempo nell'adattarsi ai costumi più lontani e nell'imparare tutte le lingue evoca il ricordo dell'età apostolica, quando i Dodici ricevettero il dono delle lingue e San Paolo non voleva più distinzioni fra Greci e Barbari, fra Giudei e Gentili. Cosi venne in piena luce uno degli apporti essenziali del cristianesimo, che accorda un valore infinito a ogni anima umana. È possibile che la Chiesa non abbia condannato espressamente la schiavitù, che abbia ammesso certe ineguaglianze temporali tra gli uomini; ma almeno essa non ha mai variato sul principio, e in un'epoca che sembrava comportare un nuovo individualismo, il particolarismo nazionale, essa resta ostinatamente fedele alla sua missione universale.

Questo è certo importante quanto le lagrimevoli divisioni del grande scisma d'Occidente; però non bisogna dissimulare che la Chiesa allora subì una delle più gravi crisi della sua lunga storia. All'origine c'è la disfatta di Bonifacio vili, cioè di tutto l'ideale cristiano del Medioevo davanti alle nuove potenze temporali. Prima conseguenza fu il trasferimento del papato in Avignone, il cuore tolto dal suo posto. Ma quando gli sforzi d'una Santa avranno ricondotto il Papa a Roma, sarà ben altra cosa, e si potrà vedere quanto la cristianità fosse discentrata. Al Papa di Roma s'oppone quello d'Avignone, e vi sarà anche, tra i due, il papa del concilio e si vedrà l'Europa cristiana divisa in tre tronconi. Il Concilio di Costanza ristabilì certo l'unità (1417), ma non potè farlo senza prendere il posto che nella Chiesa era sempre stato riservato al Pontefice romano. Nel 1431 il Concilio di Basilea sosterrà addirittura l'opinione della superiorità del Concilio. La vittoria finale d'Eugenio IV non pone fine alla questione, che in sostanza continuerà fino al Concilio Vaticano. Infine la riforma della Chiesa non s'è compiuta e non si compirà che in seguito a nuove e più gravi divisioni.

Non possiamo tuttavia passare sotto silenzio questo periodo d'apparente decadenza, che non assomiglia per nulla a quelli che abbiamo già conosciuto alla fine dell'epoca merovingica o dopo la caduta della potenza carolingia. Questa volta nulla dell'apporto dei secoli è definitivamente perduto o compromesso. Si tratta piuttosto d'una dolorosa crisi di crescenza; le forze che avevano raggiunto l'equilibrio per un momento nel secolo xm, cominciano a divergere; muore la grande scolastica, la questione tra nominalisti e realisti porta all'abbandono quasi generale della dottrina tomista e questo significa rivendicazione d'una totale indipendenza per la ragione umana. Anche l'equilibrio gotico è spezzato; l'architettura a fiammeggiante " sacrifica la solidità al virtuosismo e non riesce a evitare la monotonia; le arti si emancipano, l'affresco e le vetrate cedono alla pittura da cavalletto. Non più nell'atrio delle cattedrali ma attorno alle tombe dei principi brulica il popolo delle statue. La letteratura nelle lingue volgari si sviluppa a detrimento di quella latina, che esprimeva l'unità cristiana.

Intanto terribili flagelli si sono abbattuti sul mondo: la peste nera ha ucciso milioni di uomini; la guerra dei Cent'anni, accompagnata nei due paesi da torbidi interni, rovina la Francia e l'Inghilterra; la Chiesa è paurosamente scossa dallo scisma e dalle eresie: Wiklif in Inghilterra, Giovanni Huss in Boemia. Infine la minaccia islamica, allontanata momentaneamente dalle Crociate, si profila di nuovo in Oriente. Nel 1453 gli Ottomani prendono Costantinopoli e distruggono così l'ultimo resto dell'impero bizantino; tutte le isole cadono in loro potere; essi dominano completamente il Mediterraneo orientale e, attraverso la valle del Danubio, minacciano direttamente Vienna e il cuore dell'Europa. Allora si sente nuovamente gemere l'anima dei popoli d'Occidente. Mentre gli scheletri scricchiolano al ritmo d'una danza macabra, lungo il Reno fiorisce una nuova scuola di mistica, dalla Svizzera all'Olanda, e darà al mondo l'Imitazione di Gesù Cristo. Pare che nella tormenta universale l'intimità dell'anima con Dio diventi ancor più calda. E Caterina da Siena che riconduce il Papa a Roma, Giovanna d'Arco che conduce il suo re a Reims, Coletta di Corbia che percorre le strade sulla sua miserabile carretta, dimostrano ciascuna a suo modo come l'uragano attizzi la fiamma. In questo periodo d'ombre e di luci, in cui il mondo pare voler sfuggire alla Chiesa sua governante, la parte rimasta viva dell'umanità si appoggia più amorosamente che mai al cuore del suo Dio.

CAPITOLO VI. - LE GRANDI SCOPERTE IL RINASCIMENTO E LA RIFORMA

§1.-Il Rinascimento.

Gli avvenimenti prodigiosi che riempiono il secolo XV e il principio del XVI non sono inattesi, come potrebbe sembrare a prima vista. I regni iberici stanno terminando la lotta contro l'Islam. Il Portogallo non ha raggiunto ancora i suoi confini che pensa a prolungare in Africa la lotta contro gl'infedeli. Un pensiero religioso anima Enrico il Navigatore, Gran Maestro dei cavalieri di Cristo, quando dalla solitudine di Sagres, di fronte all'oceano sconosciuto, lancia le sue caravelle sempre più lontano verso il Sud. È un movimento analogo a quello dei missionari un tempo inviati in Tartaria e fino in Cina; ora però si va attraverso il mare.

Anche Cristoforo Colombo, lo scopritore dell'America, ha un'anima di crociato; e molto più gli argomenti religiosi, che non quelli politici ed economici, determinarono Isabella la Cattolica, mentre dalla città di Santa Fé continua l'assedio di Granata, a equipaggiare la spedizione. Toccando le nuove terre, Colombo per prima cosa pianta solennemente la croce. Quindi non si esagera dicendo che fu anche la Chiesa ad aprire mondi ignoti all'Europa, alla soglia dei tempi moderni. Inutile insistere sulle prodigiose conseguenze di queste grandi scoperte. Diverse civiltà avevano prima potuto svilupparsi sui punti distanti del pianeta, ignorandosi tra loro, ma ora un contatto sempre più stretto si stabilisce fra i continenti. L'uomo sarà ora in grado di fare i confronti e conoscere meglio di prima le varietà e i suoi limiti, e il Vangelo potrà davvero essere predicato fino ai confini della terra.

Non è meno ardente né meno fecondo il moto degli spiriti, in quegli anni turbinosi. Il Rinascimento non fu, come si immaginò per molto tempo, brusca scoperta di bellezze prima ignorate o neglette. Le ricerche più recenti hanno dimostrato che in Francia, fin dal secolo XII, i chierici letterati conoscevano l'antichità quasi quanto i contemporanei dei Medici. La Chiesa poi non solo non fu mai ostile ad un ritorno all'antichità, ma lo incoraggiò in tutti i modi; e basta ricordare il papa Pio il che umanisticamente si chiamava Enea Silvio Piccolomini, il quale fu definito l'ultimo papa del Medioevo (non sognava forse una crociata generale contro gli Ottomani?) e il primo del Rinascimento. Non mirò costantemente la Chiesa a unire l'uomo all'uomo attraverso i tempi e gli spazi e a segnare la profonda unità delle diverse membra? Alla vigilia della Riforma, la Chiesa dimostra davvero che nulla di quanto è umano le resta estraneo e, davanti ai nuovi mondi e all'antichità riconquistata, rimane fedele alla missione apostolica che un tempo l'aveva lanciata tra i barbari. Tutto deve e può essere evangelizzato.

§ 2. - La Chiesa e la Riforma.

Ma proprio di là uscì la Riforma. Non possiamo esaminare nei particolari questo fenomeno complesso. All'indomani del grande scisma, come nel secolo xi, la Chiesa aveva certamente bisogno di riformarsi. Non avendo potuto farsi prima dall'interno, la riforma si compirà all'esterno con la e l'eresia. Lutero e Calvino, in fondo, non mirano solo a separarsi da Roma, ma a scavare tra la Grazia e la natura un fosso invalicabile, in modo che l'attività temporale sia assolutamente libera nel proprio ordine, come l'azione spirituale di Dio è arbitra delle sue scelte. Così è definitivamente infranto l'universo cristiano concepito dal Medioevo ed è evidente che anche la Riforma, cosi considerata, non è un fatto inatteso, ma la conseguenza quasi inevitabile d'una serie di rotture meno apparenti

II Concilio di Trento. - II modo con cui la Chiesa reagì non è privo d'interesse per la storia della civiltà. Col Concilio di Trento la Chiesa attuò la propria riforma. Senz'abbandonare nessuno dei suoi dogmi, anzi riaffermandoli con una fermezza e una precisione più grandi che mai, la Chiesa ha rafforzato la sua disciplina e si è dato press'a a poco il volto che vediamo ancora oggi. Dalle sue file sorse una nuova milizia, come quando aveva dovuto fare fronte alle nuove necessità imposte dal movimento e dallo sviluppo della vita urbana. Nacque cosi la Compagnia di Gesù, fondata da un ardito soldato, che le diede un'organizzazione militare, internazionale, strettamente sottomessa alla Sede Romana, manifestando in questo modo l'universalità e l'unità della Chiesa; prefiggendosi il compito non solo di predicare, come gli Ordini mendicanti, ma anche di dirigere le coscienze e d'istruire la gioventù.

Col passare dei secoli e col raffinarsi della civiltà, s'affermano sempre più le personalità individuali. La predicazione collettiva e la confessione che si limita a enumerare peccati gravi non basta più, perché molte anime hanno bisogno d'una direzione più particolare. Anche se qui ci potè essere qualche abuso, bisogna tuttavia riconoscere che il progresso è sulla linea stessa del cristianesimo, che sempre professò un profondo rispetto della persona umana. Sotto certi aspetti i Gesuiti sono i fondatori della psicologia moderna; e possiamo dire, sotto la loro direzione o il loro controllo, si svolge l'umanesimo devoto di San Francesco di Sales e l'ammirabile movimento mistico illustrato dai nomi di Santa Teresa d'Avila e di San Giovanni della Croce. Ciò che avevano preparato i mistici renani, e che in certo modo costituisce il collegamento tra la mistica medioevale e quella moderna, porta adesso tutti i suoi frutti, come se Dio volesse avvicinarsi all'uomo tanto più intimamente quanto più si fanno pressanti i bisogni.

Le opere di educazione. - Ma forse l'opera più notevole dei Gesuiti è nel campo dell'insegnamento. Questo, nel Medioevo, era dato soprattutto da chierici a chierici; ma ora non si può più trascurare la sete e il bisogno di sapere che si manifesta in molti laici appartenenti alle classi superiori della società, nobili e grandi borghesi. La vecchia organizzazione universitaria, in piena decadenza, non è più adatta per loro. I Gesuiti allo scopo creano nei loro collegi l'insegnamento secondario; e in questo campo noi in sostanza camminiamo ancora sulle loro orme. L'attacco protestante, come non aveva fatto piegare la Chiesa riguardo ai suoi dogmi, non la distolse nemmeno da quanto l'Umanesimo aveva di sano e di benefico. Il programma dei Gesuiti è umanista, fondato sull'approfondita conoscenza delle lettere greche e latine, e mira nello stesso tempo a formare cittadini onesti e solidi cristiani.

La Chiesa della riforma cattolica. - Certo, essa digerisce profondamente da quella medioevale. Però sarebbe ingiusto misconoscerne la vera grandezza. Oggi s'è reso giustizia all'arte barocca, e la stessa giustizia dobbiamo a questa Chiesa, che potremmo chiamare barocca. Il fasto e la magnificenza nei monumenti del tempo talvolta la vince sulla solida pietà che aveva edificato le antiche cattedrali. Possiamo preferire Chartres a San Pietro di Roma, ma dobbiamo ammettere che la cattolicità della Chiesa, i cui orizzonti sono ormai vasti quanto il mondo, non si espresse mai con eguale maestà. Ancora una volta l'antichità collabora superbamente all'esaltazione del cristianesimo. Una nuova alleanza si stringe in questa stessa epoca fra il trono e l'altare, molto diversa da quella che un tempo aveva stretto il Sacerdozio e l'Impero, poiché ora non si poteva più parlare di civiltà e di monarchia universale. Le nazioni si affermano con forza irresistibile e in ciascuna nazione il simbolo vivente della propria unità è l'autorità del sovrano.

Adattandosi ai tempi nuovi, la Chiesa firma con questi sovrani dei concordati, cioè trattati tra potenza e potenza. I governi temporali sono tentati di basare la loro autorità sul potere spirituale, e si vedrà un Bossuet esaltare la monarchia assoluta nella sua Politica tratta dalla Sacra Scrittura. Avviene pure che la spada si metta al servizio dell'unità della fede; ma ciò non impedisce ai pensatori cristiani e alle supreme autorità della Chiesa d'affermare e mantenere la trascendenza del cristianesimo. Anche quando si crede necessario patteggiare col mondo, i principi essenziali furono sempre salvaguardati. D'altronde bisogna osservare che la confusione tra il temporale e lo spirituale era stata praticata prima dai principi protestanti della Germania e che la pace di Augusta aveva dato loro piena soddisfazione, proclamando il famoso adagio: cujus regio, ejus religio. Nessuno allora ammetteva che l'unità politica potesse essere veramente sicura senza l'unità di fede. Solo l'editto di Nantes, dovuto in gran parte alle circostanze di fatto della Francia del 1598, è una memoranda eccezione.

CAPITOLO VII. - L'ETÀ' MODERNA

§ 1. - I grandi Ordini del secolo XVII.

Così vengono precisate le condizioni in cui la Chiesa eserciterà il suo ministero per due secoli. L'Europa è divisa in due confessioni religiose, che dopo la metà del secolo XVII sembrano avere definitivamente stabiliti i rispettivi confini. Nei paesi dov'è rimasto, il cattolicesimo romano si dedica alla necessaria ricostruzione e riforma, le cui grandi linee furono fissate dal Concilio di Trento. Fu una nuova primavera della fede, priva della freschezza e della grazia ingenua del Medioevo, ma caratterizzata dalla serietà e dalla profondità. Dopo i lavori indimenticabili d'Enrico Bremond più nessuno può ignorare che cosa fu la fioritura mistica nella Francia del secolo XVII; lo stesso dobbiamo dire degli altri paesi cattolici. Sorgono un po' ovunque nuove congregazioni, sull'esempio dei Gesuiti, e le antiche ritornano alle loro prime e più austere tradizioni, con un moto analogo a quello che ha sollevato la cristianità del Medioevo, tra la fondazione di Cluny e quella degli Ordini mendicanti.

Tra tutte le famiglie religiose che è impossibile enumerare, meritano un posto particolare i preti dell'Oratorio, che si propongono soprattutto la formazione del clero, ma che ben presto sono tratti a seguire i Gesuiti nel campo dell'insegnamento. Assai differenti dai loro emuli e quasi altrettanto accetti, gli Oratoriani nei loro collegi diedero più importanza all'insegnamento scientifico e, aggiungendo la loro tradizione a quella dei Gesuiti, nell'insegnamento secondario attuale si troverà ben poco che non sia dovuto agli uni o agli altri. Infine, col Padre Malebranche, l'Oratorio tentò una sintesi tra cristianesimo e cartesianesimo, sintesi forse imperfetta, ma d'importanza capitale nella storia delle idee.

Benché gli sforzi degli Oratoriani e dei Gesuiti fossero rivolti soprattutto alla formazione della nobiltà e della borghesia, la Chiesa non si disinteressò dell'istruzione popolare. Lo Stato lasciava ad essa completamente i campi dell'educazione e dell'assistenza. Nuove Congregazioni religiose sorsero tra i secoli XVI e xvii, per l'istruzione e la formazione dei figli del popolo. Giova ricordare, oltre i Somaschi, i Barnabitì, le Orsoline, due congregazioni che si specializzarono nel campo dell'insegnamento: i Padri delle Scuole Pie e i Fratelli delle Scuole cristiane. I fondatori di queste due famiglie religiose, S. Giuseppe Calasanzio e S. Giovanni B. de la Salle, si dedicarono espressamente a risanare la piaga della miseria intellettuale degli umili, con animo di educatori e di apostoli. I metodi da essi sperimentati ed elaborati dai loro collaboratori, hanno nella storia dell'insegnamento primario importanza grande quanto quelli dei Gesuiti e degli Oratoriani nel campo dell'insegnamento secondario.

L'assistenza agl'infelici fu sempre compito essenziale della Chiesa, ma in quei tempi di guerre, carestie, epidemie, divenne provvidenziale ed urgente. Ad alleviare tante miserie, Iddio suscitò eroi della carità e famiglie religiose consecrate all'assistenza dei poveri e degl'infermi: S. Giovanni di Dio coi Fratelli Ospedalieri, S. Camillo de Lellis coi Ministri infermieri, e, grande fra tutti, S. Vincenzo de' Paoli. Non s'era visto da tempo un prodigio di carità universale, come quello del signor Vincenzo. Egli si dedica alle missioni nelle campagne, si china sugli orfani e gli abbandonati, sui poveri e i sofferenti d'ogni genere, sui condannati alle galere. E attorno a lui si levano legioni di anime generose, dalle Dame e le Figlie della Carità, ai Padri della Missione, a quanti oggi ancora sul suo esempio e nel suo nome si dedicano per soccorrere i miseri.

§ 2. - L'epopea missionaria.

Nel Nuovo Mondo. - Infine, per quanto splendidi siano i servizi resi dalla Chiesa in questo tempo alla civiltà nei vecchi paesi cristiani d'Europa, forse sono superati dalla straordinaria epopea missionaria che si sviluppò dopo le grandi scoperte. Abbiamo visto che in America gli Spagnoli piantano la croce assieme alla bandiera di Sua Maestra cattolica. Lo so che innumerevoli eccessi vengono rimproverati, non senza ragione, ai conquistatori avidi di potenza e di lucro; però bisogna prima constatare che mentre le colonie inglesi eliminano rapidamente l'elemento indigeno, questo si mantenne nell'America latina, dove forma tuttora parte notevole della popolazione. A questo non è estranea l'azione della Chiesa. Occorre ricordare il vescovo domenicano Bartolomeo de Las Casas, soprannominato il Padre degl'Indi, che traversò l'oceano almeno tredici volte per difendere alla corte di Spagna la causa degl'Indigeni. È vero che per la maggior parte degli Spagnoli gl'Indi erano un materiale umano da sfruttare, ma per i religiosi che sbarcarono in America, quasi contemporaneamente ai coloni, erano anime da salvare. I missionari, assai più dei conquistadores, formarono l'America latina, pur commettendo qualche errore, per esempio nel non organizzare un clero indigeno conforme alla volontà dei primi e più grandi di essi, per cui la religione non avrebbe mai corso il rischio di sembrare un'importazione straniera. Se si devono deplorare queste lacune, bisogna anche riconoscere che esse erano allora quasi inevitabili. La Chiesa non dev'essere fatta responsabile nemmeno dell'orribile tratta dei Negri, che fu organizzata dopo i viaggi pressanti di Bartolomeo de Las Casas in favore degl'Indiani.

Dobbiamo citare anche l'opera straordinaria dei Gesuiti nel Paraguay. I dettagli di quella specie di Città di Dio esigono varie riserve, e la vita quasi conventuale imposta ai selvaggi convertiti forse non era la più adatta, però furono gettati semi fecondi, non completamente soffocati dalle rivoluzioni e dalle guerre successive; fu dato un esempio che poteva benissimo essere ripreso con nuova forma. All'altro estremo dell'America, sulle sponde del San Lorenzo che Emanuele Champlain aveva dato alla Francia, gli stessi Gesuiti spiegarono un eroismo soprannaturale per la conversione degli Uroni e degl'Irochesi. In quel paese poco popolato era molto difficile fondare vere cristianità indigene. Almeno il sangue dei martiri, per esempio d'un uomo come il P. Jogues, non doveva scorrere invano. La Francia cattolica del secolo xvn impiantò sulle sponde del San Lorenzo una delle cristianità più feconde e più vive.

In Asia. - Ma il campo d'apostolato più fecondo e difficile furono le immense regioni che i navigatori portoghesi avevano aperto all'Europa, cioè la Cina e l'India. Qui un grande nome domina su tutti gli altri: quello di San Francesco Saverio. Dall'India al Giappone, attraverso le più lontane isole delle Molucche, ovunque portò instancabile il Vangelo, ponendo l'assedio, come dice P. Claudel, di fronte alla vecchia Asia. È là che si deciderà forse il dramma più acuto della storia del mondo, perché là formicolano più le numerose masse umane, che non hanno ancora ricevuto l'annuncio della buona Novella; là si svilupparono e fiorirono civiltà che per molti titoli meritano d'essere paragonate a quella dell'Occidente. San Francesco Saverio fu l'intrepido pioniere che, sorretto dall'amore e dalla fede, leva dinanzi alle generazioni future la carta delle terre da conquistare.

Gli ostacoli venivano non solo dalla parte degli indigeni, ma anche dalla nazione portoghese, che pretendeva il monopolio sull'immenso dominio, sproporzionato alle sue forze. In virtù d'un diritto di patronato, i Portoghesi avrebbero voluto che la Chiesa fosse strettamente sottomessa alla loro azione politica; e invece per riuscire occorreva assolutamente separare la politica dalla religione, cosa che i Papi del secolo xvn ebbero il merito di capire. La persecuzione e la distruzione della Chiesa giapponese, che cominciò nel 1614 col falso pretesto che i cristiani fomentavano complotti nell'impero, apri gli occhi del pontefice di Roma sui pericoli che presentava una solidarietà prolungata più oltre, anche se solo apparente, con le potenze europee, tutte occupate ne) commercio e nella politica. A questo risponde la fondazione della Sacra Congregazione di Propaganda (1622) e l'istituzione dei vicari apostolici (1658) che dipenderanno unicamente dalla Santa Sede e saranno liberi tanto dalle potenze temporali come dagli Ordini religiosi, che troppo spesso avevano tendenze al particolarismo e all'esclusività.

I Gesuiti per primi compresero che l'evangelizzazione dei popoli orientali era possibile soltanto se il cattolicesimo si presentava separato non solo dagli interessi politici dell'Europa, ma anche da tutte le forme di civiltà europee che non siano specificamente cristiane. Per convenire i bramini e perché i cristiani

dell'India sfuggissero al disprezzo generale cui si tenevano i Pranguis (cioè gl'indigeni convertiti dai Portoghesi e ai quali assieme al battesimo veniva imposta una vera snazionalizzazione), il P. de Nobili adottò i costumi della casta superiore e divenne bramino sannyasi. Attaccato a Roma, egli ottenne l'approvazione del papa Gregorioxv (1628), lo stesso che l'anno precedente aveva istituito la Propaganda. I suoi illustri confratelli, il P. Ricci e il P. Schall, adottarono lo stesso atteggiamento in Cina, e seppero farsi apprezzare dagli ultimi imperatori Ming e dal fondatore della dinastia mancese; ottennero importanti posti ufficiali, specialmente all'osservatorio di Pechino, editti di tolleranza e, in alcuni anni, la cristianità cinese si sviluppò rapidamente.

Qui sorge la famosa controversia delle cerimonie cinesi. In un certo senso, può apparire solo come un episodio di rivalità tra le diverse congregazioni missionarie; od anche una manifestazione dell'ostilità che in vari ambienti incontrava la Compagnia di Gesù sulla fine del secolo XVII, quando la lotta tra i giansenisti e i molinisti era più accesa; però è qualcosa di molto più profondo, trattandosi in realtà di sapere se era possibile dare un senso ragionevolmente cristiano alle cerimonie cinesi. Roma si pronunciò contro l'interpretazione troppo benevola dei Gesuiti; e non è questo il luogo di compendiare la decisione e le sue conseguenze. Lo stesso fatto di aver posta tale questione dimostra già, in ogni caso, fino a che punto la Chiesa abbia favorito nell'universo il contatto tra civiltà diverse, che è uno dei caratteri più notevoli del mondo moderno. E furono pure i libri dei Gesuiti sulla Cina a far conoscere questo grande paese all'Occidente e suscitare presso i filosofi del secolo xviii un entusiasmo spesso eccessivo, che talvolta fu cambiato in astiosi attacchi contro la Chiesa.

§ 3. - L'anticristianesimo del secolo XVIII.

Nel " secolo dei lumi " assistiamo alla decomposizione dell’Anrien Regime. Non solo i " filosofi " non distinguono tra ordine politico sociale e la società religiosa che ad esso potè appoggiarsi senza confondersi, ma si scagliano soprattutto e talvolta quasi esclusivamente contro la Chiesa, quasi fosse responsabile di tutte le iniquità e fosse il principale ostacolo al trionfo della "ragione". Comincia allora il grande malinteso, che in molti non è ancor finito. Madre della civiltà e dei popoli, la Chiesa si vede accusata d'opprimere questi e di soffocare quella. In realtà si tratta di sapere se l'uomo è capace di salvare se stesso, senza Dio o contro Dio; oppure se si debba attendere la sua salvezza eterna e anche temporale solo da una divina mediazione. L'esaltazione dell'uomo fatta dal Rinascimento, perfettamente ammissibile se l'uomo resta subordinato a Dio, condusse a questo tragico dibattito, in seguito ad una serie di deviazioni, di cui il razionalismo cartesiano e il laicismo d'ispirazione massonica sono le forme più appariscenti.

CAPITOLO VIII. - LA CHIESA CONTEMPORANEA

Nuove tempeste stanno dunque per abbattersi sulla Chiesa. Ogni volta che i popoli vorranno liberarsi da un giogo, spesso ingiusto, crederanno nello stesso tempo di dover attaccare la Chiesa, come se essa fosse solidale con tutto un passato spesso deplorevole. La passione della giustizia che li anima, l'aspirazione a una fraternità universale sono in origine istanze autenticamente cristiane, neppur concepibili se non ci fosse stato il cristianesimo. Il compito della Chiesa negli ultimi secoli è stato di ricostruzione e di resistenza, e nello stesso tempo d'evangelizzazione nel senso più largo, cioè in quanto implica la riconquista da parte del cristianesimo di tutti i campi, intellettuali, morali e materiali che gli appartengono di diritto. L'opera di difesa e l'opera di riconquista sono contraddittorie solo in apparenza; in realtà sono complementari e mai, nel pensiero di nessun papa, l'una impedisce l'altra. È invece il secolo che è pieno di contraddizioni e di lotte fra partiti.

§ 1. - La ricostruzione dopo la tormenta.

Le profonde trasformazioni economiche e sociali degli ultimi centociquant'anni hanno reso particolarmente difficile e necessaria l'opera della ricostruzione. Rapido sviluppo della tecnica, avvento della borghesia capitalista, nascita d'un proletario industriale, apparizione della lotta di classe, esplosione dei nazionalismi, questi i caratteri essenziali d'un'epoca fra tutte la più tormentata. La Chiesa non segue il movimento, ma lo comprende e lo domina. Oggi possiamo giudicare con la serenità della storia il magnifico sforzo dei cattolici liberali del secolo scorso. Per quanti errori abbia potuto commettere qualcuno, essi volevano spezzare nettamente la solidarietà della Chiesa da qualsiasi regime politico e sociale, dando in questo modo nuovo splendore a verità antiche quanto il cristianesimo. Ma tali verità erano particolarmente urgenti, e oggi lo sono più che mai.

Intanto, come all'indomani della Riforma, dopo la tormenta rivoluzionaria il cattolicesimo mostrava una stupefacente vitalità. Nella prima metà del secolo xix assistiamo alla rapida ricostruzione degli antichi Ordini e alla creazione d'una quantità di nuove congregazioni, che rispondono ai nuovi bisogni. Per quanto sia divenuto precipitoso il cammino dell'umanità, la Chiesa non perde il respiro. Gregorio xvi, il papa dell'Enciclica Mirari vos, è anche il papa delle missioni. Nel 1822 viene creata a Lione l'opera della Propagazione della Fede; l'attività missionaria, quasi abbandonata da cinquant'anni, riprende con rinnovato ardore; i predicatori del Vangelo ritornano in Asia sui loro antichi campi d'apostolato, e con l'Africa si apre un campo quasi interamente vergine, dove la messe sarà forse più rapida che altrove. Qui, come ovunque, occorre guardarsi dalla vecchia tendenza dei governi a servirsi dei missionari per i loro fini imperialistici; ma ci si sforza soprattutto di accelerare la formazione del clero indigeno, scopo che già si prefiggeva la Società delle Missioni Estere di Parigi, fondata nel secolo XVII. Cosi s'avvicina l'ora in cui le Chiese più lontane vivranno di vita loro propria. La cattolicità non è soltanto l'Europa e i paesi europeizzati dell'America; ma sono pure in senso proprio l'India e la Cina, l'Oceania e l'Africa, non avendo essa che i confini del mondo. La cattolicità rispetta le diversità di nazione, di razza e di cultura. Intanto è lecito pensare che il giorno in cui Cristo sarà adorato su tutta la terra, sarà anche il giorno in cui comincerà tra tutti gli uomini il regno della vera fraternità. Attendendo al suo lavoro, la predicazione del Vangelo a tutte le nazioni, la Chiesa apporta al mondo sconvolto le sole garanzie di una vera pace, e forse prepara l'avvento d'una civiltà universale, che il mondo non ha mai conosciuto finora, e che lungi dall'essere fondata sulla distruzione delle culture particolari, le integrerà in una nuova sintesi.

§ 2. - Salutare resistenza della Chiesa al rinascente paganesimo.

Il lungo pontificato di Pio IX afferma con autorità sovrana i fondamenti incrollabili della Chiesa. Mentre prosegue Io sviluppo dommatico con la definizione dell'Immacolata Concezione, il Sillabo condanna gli errori moderni, e il Concilio Vaticano afferma l'autorità dottrinale e sovrana del Pontefice Romano. Intanto Leone XIII si china sui bisogni del suo tempo, riafferma la trascendenza della Chiesa di fronte ai regimi politici, incoraggia i cattolici a prendere parte attiva alla vita pubblica del loro paese e ad affrontare risolutamente il problema sociale sorto dalle condizioni della produzione e degli scambi. L'Enciclica Rerum Novarum (1892) segna una data capitale. Si poteva pensare che la Chiesa si trovasse disarmata e senza risposta di fronte ai problemi posti dalla comparsa del proletariato industriale; ma in realtà basta guardare ai suoi princìpi per trovare risposte appropriate. Essa afferma ancora una volta il rispetto dovuto alla persona umana, il che basta per illuminare un mondo d'errori e di tenebre; non è solidale col capitalismo borghese più di quanto non fosse un tempo con l'antico regime e con il feudalesimo. Quarantanni dopo, Pio XI, con la Quadragesimo anno, rinnova e precisa le istruzioni del suo predecessore; ha davanti agli occhi l'opera compiuta dopo quasi mezzo secolo, i sindacati cristiani, l'azione dottrinale continuata per l'opera di maestri qualificati come un Giuseppe Toniolo in Italia, il fecondo apostolato d'un Ketteler in Germania, e anche i nuovi bisogni. Egli, come già Leone XIII, non presenta soluzioni tecniche, che non sono affatto compito della Chiesa, ma propone i principi per la restaurazione dell'ordine sociale secondo la Legge evangelica, e in nome di questa leva recisa condanna sia contro il capitalismo sfruttatore, sia contro il socialismo materialista: negatori l'uno e l'altro dei diritti della persona umana.

Per chiunque rifletta un po' sui problemi del proprio tempo, la questione capitale della nostra epoca, che impegna tutto il destino della cultura occidentale, è di sapere se l'uomo moderno riuscirà a mettere la tecnica al servizio dell'uomo, o se invece diverrà lo schiavo degli strumenti che s'è procurato. Tutti gli sconvolgimenti di cui siamo testimoni angosciati, provengono da una evidente sproporzione delle istituzioni e dei costumi a condizioni di vita radicalmente differenti. Le tecniche materialiste hanno già abbondantemente dimostrato di essere impotenti e nocive, proprio in quanto non sono rette da un concetto esatto e totale dell'uomo. E appare sempre più chiaro che un tale concetto è affidato al deposito sacro della Chiesa. Essa sola propone agli uomini una nozione della persona umana che non la subordina né alle necessità della produzione, né allo Stato. A un osservatore superficiale può sembrare che oggi trionfino ovunque princìpi anticristiani. Il materialismo ateo per certe nazioni è diventato quasi dogma di Stato; e lo stesso così detto " mondo libero " pare dominato largamente dal materialismo pratico del tecnicismo, dell'affarismo, del tornaconto politico. Il cristianesimo subisce un duplice assalto: da una parte risuscitano i vecchi paganesimi che si credevano morti; dall'altra parte il razionalismo e l'umanesimo antropocentrico, che si sviluppano dopo il Rinascimento, sono spinti fino alle estreme conseguenze. Prima della guerra, Pio XI fece fronte alle due parti chiamando i laici a militare nelle file dell'Azione Cattolica e lanciandoli decisamente in tutti i fronti in cui oggi è impegnata la lotta per il regno di Dio. L'ultima guerra poi, la più atroce che il mondo abbia mai conosciuto, dimostrò fino a che punto l'uomo si possa degradare, quando ha perduto il senso della sua divina somiglianza. I pericoli non sono scongiurati nel seno della pace precaria in cui viviamo, finché s'affrontano ancora due concezioni del mondo ambedue materialiste, una delle quali è rappresentata dalla plutocrazia d'oltre Atlantico e l'altra dalla statolatria bolscevica. Bisogna combattere sui due fronti, perché sia l'uno quanto l'altro nemico minacciano l'avvenire della civiltà.

§ 3. - Verso una nuova civiltà cristiana.

Per questo molte anime oggi ritornano al cristianesimo e alla sua forma più perfetta, il cattolicesimo. Il rinnovamento cattolico, che non tocca solo l'élites intellettuali, grazie a movimenti specializzati, non significa soltanto che molte anime sono in pena, ma anche che la salvezza dell'umanità, compresa quella temporale, non potrà essere ottenuta fuori di quei principi che la Chiesa da secoli non ha cessato di affermare. A questo rispondono i gesti pontifici così importanti, come la creazione dell'Azione cattolica e la solenne proclamazione della regalità di Cristo su tutte le cose, spirituali e temporali. Pare che la Chiesa nel secolo xx debba ancor salvare la civiltà di cui è madre, come già fece in favore della civiltà antica durante le invasioni barbariche. Alcuni credono di vedere già spuntare l'alba di una nuova civiltà cristiana, cioè d'uno stato di cose in cui lo spirituale informerà il temporale, sebbene in forme molto diverse.

CONCLUSIONE

Naturalmente il quadro che abbiamo cercato di tracciare nelle pagine precedenti è molto incompleto, anche perché la Chiesa agì in campi diversi, in molti modi e così nascosti, che spesso se ne vede il risultato senza poter esattamente determinarne la causa. Fino a che punto per esempio si può scoprire quest'azione in questo o quel risultato dell'ordine scientifico ottenuto da qualcuno dei suoi figli? È cosa delicata e quasi sempre impossibile dare una prova rigorosa in questa materia. In generale ci sfuggono i casi individuali, eccetto quelli della santità. Noi cogliamo bene solo l'insieme.

§ 1. - L'umanesimo dell'azione cristiana.

Se diamo uno sguardo alla lunga storia che abbiamo percorso brevemente, appare anzitutto che l'opposizione tra antichi e moderni è piuttosto tra pagani e cristiani. Ne abbiamo una prova supplementare studiando le grandi civiltà ancora contemporanee a noi, appena sfiorate dal soffio del cristianesimo, e soprattutto le culture dell'Estremo Oriente. Sarebbe facile, ma falso, concludere con qualcuno che il cristianesimo s'identifica con la civiltà occidentale. Contro l'identificazione, protesta tutta l'azione missionaria della Chiesa negli ultimi secoli. Dire che la Chiesa finora ha informato soltanto la civiltà occidentale, significa constatare uno stato di fatto che sarebbe abusivo trasformare in uno stato di diritto. Non resta meno vero che quasi tutto ciò che noi siamo specificamente, noi uomini d'Occidente, lo dobbiamo alla Chiesa, senza tuttavia che questo limiti per nulla il valore universale del cristianesimo. Non conosciamo il termine della storia, non sappiamo se sia già prossimo o ancora molto lontano, ma è possibilissimo che nei secoli avvenire si vedano costituirsi nuove culture cristiane molto diverse dalla cultura occidentale.

Infatti il cristianesimo trascende tutti i dilemmi, compreso quello di Oriente-Occidente. Se s'è diffuso soprattutto tra i popoli che abitano l'estremità occidentale del nostro continente, ciò è dovuto a contingenze storiche certa-' mente volute dalla Provvidenza, ma non necessariamente immutabili. Pare invece che, come getta un ponte tra l'antichità e i tempi moderni, il cristianesimo realizzi l'unione tra Oriente e Occidente, se si ammette che l'Oriente è volto soprattutto alla contemplazione e l'Occidente prevalentemente all'azione. Il difficile equilibrio tra i due campi è realizzato in alcune famiglie religiose e in alcune anime d'elezione. Di per sé esso tende sempre a spezzarsi, e al tempo della Riforma s'è vista una di queste rotture. Oltre ad aver molte altre conseguenze, il protestantesimo contribuì a orientare l'uomo d'Occidente verso la conquista imperialistica del mondo e allo sfruttamento della materia. Quanto di più occidentale c'è nella nostra civiltà, non è d'origine cattolica, perché la Chiesa seppe sempre conservare la misura tra le tendenze contraddittorie dell'uomo. Basta studiare i suoi mistici per vedere che nella loro vita si stabilisce un profondo accordo tra quello che noi presumiamo occidentale, e quello che crediamo orientale. In Oriente o in Occidente, essa mira sempre all'uomo, tanto a ciò che in esso vi ha di più individuale (e che più spesso l'Oriente misconosce) come a ciò che nella sua struttura fisica e morale presenta di universale. La Chiesa dopo venti secoli non ha ancora cessato di lavorare per rovesciare le barriere come aveva annunciato San Paolo, ed è presumibile thè la storia sarà vicina al suo termine solo quando il lavoro sarà compiuto.

§2.-Il ritorno ai compiti puramente spirituali.

Dal nostro itinerario emerge un'altra constatazione: la Chiesa, costretta nel passato da necessità ineluttabili a svolgere molti compiti che non erano suoi, ai nostri giorni si è trovata ricondotta progressivamente a un campo puramente spirituale. Gli accordi del Laterano del 1929 offrono un simbolo di quest'evoluzione, che Pio XI si compiacque sottolineare. Anche qui è facile interpretare male le apparenze, come fu fatto. Questo ritiro della Chiesa su posizioni inespugnabili e sacre fu ed è ancora correntemente considerato come il risultato di disfatte successive. Ma si tratta di ben altra cosa. La parola evangelica: Date a Cesare non ha cessato di risuonare attraverso i secoli, né era possibile che d'un sol colpo sviluppasse tutte le sue conseguenze, perché troppe abitudini vi si opponevano. Furono necessarie molte centinaia d'anni perché la distinzione tra temporale e spirituale fosse esattamente compresa. Così la Chiesa per molto tempo fu costretta a sovvenire alla debolezza degli uomini. In certe epoche assunse interamente il loro governo, tanto quello dei corpi come quello delle anime; per un tempo ancora più lungo portò da sola tutto il peso del sapere umano. A poco a poco e in gran parte, grazie a lei e alla sua teologia, le scienze profane e le scienze sacre hanno riconosciuto i loro campi specifici, e quelle profane divennero non indipendenti, perché c'è una gerarchia che non potè mai essere misconosciuta senza danno, ma autonome. Lo stesso è avvenuto per le lettere e le arti, sebbene in modo diverso. È evidente che la progressiva laicizzazione del mondo presenta dei pericoli, e a sottolinearli basta la storia degli ultimi secoli; però bene intesa non è malvagia, e noi abbiamo la certezza che la Chiesa, sollevata dai compiti che non le sono essenziali, potrà attendere meglio che nel passato al proprio compito di condurre gli uomini alla beatitudine eterna. Può darsi che la sua azione sulla civiltà divenga meno appariscente, come abbiamo potuto constatare percorrendo la storia degli ultimi secoli, ma non sarà certo meno profonda. Perciò non si tratta d'indebolimento, di decadenza, ma di purificazione e di ritiro, nel senso più pieno del termine. Non è a dirsi che le conseguenze di questo ritiro alle volte non siano state gravi. Nei tempi angosciosi in cui viviamo, è facile spiegarsi come l'uomo abbia usato la sua recente libertà. Ma in un santo ritiro si attingono forze nuove; e forse la Chiesa ne avrà presto bisogno per salvare una volta ancora gli uomini che l'hanno respinta.

Tuttavia la storia non ritorna mai sui propri passi, e se siamo all'aurora d'un nuovo Medioevo, annunciato da qualche pensatore contemporaneo, è certo che questo Medioevo non assomiglierà al primo, com'è poco probabile che si ritorni a metodi di governo tramontati per sempre. Uno dei tratti comuni, che la nostra epoca presenta con la cristianità medioevale, è di essere chiusa in un mondo dove sono abolite le distanze. L'Europa cristiana per secoli fu chiusa tra i ghiacci polari, l'Atlantico e l'Islam; cosi il mondo contemporaneo è ormai limitato ai confini del pianeta. " L'avventura di Colombo è terminata " scrive P. Claudel. In quest'universo chiuso, dove l'uomo cerca le regole della sua unità, l'azione della Chiesa può mostrarsi ancor più feconda che nel passato. Fin dalle sue origini essa predica l'unità del genere umano. " Andate, ammaestrate tutte le nazioni " disse Cristo ai suoi discepoli nel lasciarli per tornare al Padre. Ora ecco die, per quanto divise, tutte le nazioni sono soltanto province di questo mondo sempre più piccolo. Il bisogno di socialità stringe gl'individui in unità classiste in lotta fra loro e le forze politiche in blocchi formidabili. Solo l'azione interiore del messaggio, cristiano varrà a far cadere le armi della lotta di classe e le cortine di ferro che oggi dividono il mondo.

Il destino dell'uomo, di tutto l'uomo, non fu mai così direttamente in gioco come nell'ora attuale; ma c'è la Chiesa che combatte per la sua salvezza, con la voce autorevole del suo Capo (si pensi ai messaggi di Pio XII), col sacrificio silenzioso dei suoi martiri, con l'opera dei nuovi apostoli del clero e del laicato. Ogni epoca di martirio ha preparato il sorgere di una nuova cristianità.

Il passato della Chiesa c'insegna in modo sfolgorante che essa si dimostrò sempre capace, in qualsiasi circostanza e senza mai abbandonare nulla del suo deposito sacro, di compiere la missione ricevuta, la più sublime in questo rnondo.^ Questa rettitudine e questa duttilità non sono soltanto un pegno per l'avvenire, qualunque esso sia; ma sono pure una prova d'importanza non trascurabile. Per ogni spirito libero da pregiudizi c'è qualcosa più che umano e di cui la storia non offre altro esempio. Studiando i particolari degli annali della Chiesa, si constata, quasi come altrove, una pesante massa di debolezze umane. Ciò non deve essere motivo di scandalo, ma piuttosto una prova sovrabbondante dell'esistenza divina. In fondo solo Dio poteva rivelare l'uomo all'uomo, come ha fatto la Chiesa. Che l'uomo abbia abusato di questo sapere, di quest'inalienabile libertà che gli è data in appannaggio, non prova nulla contro la Madre che l'ha tenuto sulle ginocchia bambino, che l'ha nutrito col suo latte, guidato nei primi passi, che infine gli ha aperto il mondo intero per cantare la lode di Dio. Questo dimostra soltanto che nell'ordine spirituale, il più elevato di tutti, noi avremo sempre bisogno della Madre, che non cessa di pregare per noi e di avvertirci con una tenerezza che nessuna ingratitudine vale a scoraggiare.

G. M.

BIBLIOGRAFIA. – 1. Anzitutto le più recenti storie della Chiesa come quelle di Fliche et Martin, 24 voli., in corso di pubblicazione presso la S. A. I. E. di Torino; di L. Todesco, 5 voli., rifusa a cura di Daniele Ireneo, Marietti, Torino 1952 ; di Daniel Rops, 6 voli, ivi; di Bihimeyer, 3 voli., Morcelliana, Brescia. Grandiosa e redatta da molti specialisti la prima; di facile lettura la seconda; di viva attualità per la sua impostazione la terza; di riconosciuto valore scientifico la quarta.

Ma più ancora giovano le opere di sintesi tra le quali ci sembrano migliori le seguenti: De Punval-Pittet, Storia illustrata della Chiesa, Marietti, Torino 1954; L. Stefanini, La Chiesa Cattolica, 2 ed., Brescia, Morcelliana 1952; J. Lortz, Gèschkhte der Kirche in ideengesckkhtlicher Betrachtung, 16 ed., Aschendorff, Miinster in W. 1952 ; irad. ital. presso Ed. Paoline, Alba 1958. B. Ridder, Manuale di Storia Eccles., ivi 1958. Rousselot, Huby, Brou, Grandmaison, Ckristus. La relìgion chrétienne, Beauchesne, Paris 1932 ; G. Kurt, La Chiesa nelle ore decisine delle storia, Fiorentina, Firenze 1945.
Sui princìpi. G. Maritain, Religione e cultura, Guanda, Modena 1938; Primato dello spirituale, Ed. La Cardinal Ferrari, Roma s. d.; Umanesimo integrale, Studiimi, Roma 1947. P. Febnessole, De la civilisation ehrétietme, Beauchesne, Paris 1945. A. Bruccuerri, La Chiesa e la civiltà, 4 ed., Civiltà Cattolica, Roma 1943. R, Spiazzi, II eruttammo perfezione dell'uomo, 2 ed., Ed. Paoline, Alba 1953. H. W. Russel, Profilo dì un umanesimo cristiano, Einaudi, Torino 1945. P. Brezzi, Cristianesimo e civiltà, Coletti, Roma 1944. Soprattutto le encicliche, i discorsi e i messaggi degli ultimi Pontefici. Cfr. Encìcliche sociali dei Papi da Pio IX a Pio XII, a cura di G. Giordani, Studium, Roma 1948.