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l'azione della chiesa

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

INTRODUZIONE

II problema che ora s'impone è di sapere se la dottrina affidata da Cristo alla sua Chiesa portò all'umanità i frutti di salvezza che si potevano attendere.

Sappiamo che il regno di Dio non è di questo mondo; quindi misurare i progressi del regno di Dio su quelli di questo mondo è un errore. Anzi, tale giudizio non ci appartiene affatto, perché è fra quelle cose che, per loro natura, sfuggono alla percezione e alla verifica dei nostri sensi. Però non possiamo fare a meno di porci la questione che, su un certo piano, è legittima. Infatti tra il mondo della Grazia e quello della natura non c'è separazione assoluta e radicale. L'uomo stesso di cui ci occupiamo qui è un composto di materia e di forma, di carne e di spirito, tale che non si può rinnovare spiritualmente senza che sia accompagnato da alcuni effetti visibili. La Redenzione di fatto non è fallita per il fatto che il mondo resta malvagio; sarebbe fallita se nel senso di questo mondo malvagio non constatassimo lo sviluppo di qualcosa di migliore. Paragonare il mondo cristiano a quello non cristiano, e dal paragone concludere oggettivamente che quello in definitiva vale più che questo, è impresa legittima e che deve finire col rafforzare la nostra fede.

§ 1. - La trascendenza della Chiesa nel mondo.

Occorre fare alcune distinzioni quando si parla dell'azione della Chiesa in un campo non precisamente suo. La Chiesa è una società spirituale, il cui fine è di rendere i suoi membri capaci di godere della beatitudine eterna e perciò, per la sua stessa definizione, trascende l'ordine del tempo; opera nel tempo, ma in vista dell'eternità. La distinzione dello spirituale dal temporale è un apporto essenziale del cristianesimo, che dobbiamo mettere qui come premessa. L'antichità ignorò questa distinzione; per essa il sacro e il profano si compenetravano talmente che non v'era gesto profano che non fosse suscettibile d'un significato religioso e qualsiasi funzione sacra comportava effetti profani. La religione era talmente legata alla città, che la rovina dell'una trascinava necessariamente quella dell'altra.

Legate nella durata, non lo erano meno nello spazio. Gli dèi della città perdevano forza e credito andando oltre frontiera; non c'era magistrato che non fosse anche sacerdote, e ogni volta che compariva un impero riducente sotto un unico dominio popoli diversi, si sentiva il bisogno d'una religione comune a tutti, tanto che un faraone cerca di sostituire al culto egiziano di Amon l'adorazione universale di Aton; Alessandro volle farsi riconoscere figlio di Zeus, meno per un eccesso d'orgoglio che per assicurare, con la propria divinità, la coesione d'un stato immenso; tutti i regni ellenistici erano fondati sull'adorazione del sovrano; infine il culto di Roma e d'Augusto fu il legame religioso che riuniva attorno a Roma tutti i popoli dell'impero.

Il cristianesimo è la prima religione e in fondo l'unica che fin dalle origini non è legata a nessuna forma temporale. La cattolicità della Chiesa non s'oppone alla diversità degli stati; e la sua stabilità non soffre col declino e la caduta delle civiltà. La distinzione dello spirituale e del temporale delimita perfino nel cuore una zona di libertà che non si può perdere. Lo stato teocratico s'impadronisce di tutto l'uomo e tutto lo controlla, cercando di assoggettare non solo il corpo, ma anche l'anima. Invece non c'è tirannia che possa fare presa sopra un cristiano, il quale, a motivo della parte più nobile di se stesso, appartiene sempre ad una città che non è di questo mondo. Anche se la Chiesa non avesse recato all'uomo che l'unico beneficio di garantirgli la libertà più essenziale, questo solo fatto basterebbe a porre il mondo cristiano incomparabilmente più in alto di tutti quelli che lo hanno preceduto o che sussistono accanto ad esso.

§ 2. - L'idea di civiltà cristiana.

La Chiesa e la civiltà cristiana. - Di qui dobbiamo desumere il nostro metodo, per studiare l'azione della Chiesa in campi non propri. Nelle pagine seguenti dovremo parlare spesso di civiltà cristiana. Essa, ricordiamolo bene, non è la Chiesa; designa infatti uno sviluppo, ispirato al cristianesimo, della vita propriamente umana nei suoi elementi materiali e intellettuali, estetici e morali; o, più brevemente, una civiltà, una cultura (quindi appartenente per sua natura al dominio temporale) d'ispirazione cristiana. C'è e ci sarà sempre una sola vera Chiesa, con una giurisdizione, che, se non di fatto almeno di diritto, s'estende a tutto l'universo e scomparirà solo con la scomparsa di questo mondo. Invece possono esserci più civiltà cristiane che si succedono nel corso della storia oppure, anche questo è possibile, coesistono in una medesima epoca storica. Parlando di civiltà cristiana sarebbe dunque forse meglio usare il plurale, non foss'altro che per rispettare le diversità di legittime e possibili realizzazioni.

Quindi le civiltà cristiane, per essere tali, avranno in comune certi principi essenziali; ma, salvaguardati questi, le civiltà potranno differire tra loro quasi all'infinito, secondo la diversità dei tempi e dei luoghi, poiché la Grazia perfeziona e continua la natura senza distruggerla. Ancora una volta troviamo l'ammirabile rispetto dell'uomo, che, come abbiamo visto sopra un altro piano, è il primo apporto del cristianesimo. Perciò studiare l'azione della Chiesa non significa seguire nel tempo lo sviluppo e le vicende d'una civiltà; ma significa piuttosto studiare sotto degli storici differenti, attraverso il mondo e i secoli, la espansione d'uno stesso principio trascendente.

È un grave errore legare il temporale e lo spirituale tanto strettamente da non poterli più dissociare; ma sarebbe un errore non meno grave separarli talmente, che non appaia normale e legittima nessun'azione dello spirituale sul temporale. Basta il più comune esercizio d'introspezione per convincerci che, nel composto umano, la forma non cessa d'agire sulla materia, e reciprocamente.

Proprio lo stesso avviene nella storia: i cuori non sarebbero stati mutati se non fossero stati anche modificati i gesti o gli atti. Il mondo dopo Cristo non potrebbe essere simile a quello prima di Cristo, neppure esteriormente. L'esistenza della Chiesa interessa la struttura degli stati e lo sviluppo della storia.

Scogli da evitare. - Questa a prima vista potrebbe sembrare una verità ovvia, che non occorre dimostrare e basta appena esprimere. Alcuni però, nel compito storico e temporale della Chiesa, vedono un'usurpazione che richiede una giustificazione; altri invece s'accaniscono nel dimostrare che questo inevitabile compito fu nefasto. I primi scavano un abisso tra lo spirituale e il temporale e sono luterani, calvinisti, barthiani d'ogni setta, per i quali la natura decaduta non conserva più nessun valore in se stessa e, sopra l'abisso che si è aperto, solamente la magnificenza di Dio può gettare un ponte. Ogni opera dell'uomo è quindi sempre assolutamente malvagia e la Chiesa, ogni volta che si è associata a quest'opera umana, usci dal suo compito alleandosi al male. Costoro non negano il compito storico della Chiesa, ma lo condannano in blocco. Il cattolicesimo ha un altro concetto dei rapporti tra la natura e la grazia. La natura in sé è impotente ma non malvagia, e la Grazia ha il compito di realizzarne le virtualità latenti.

Gli altri invece che sono razionalisti, per poco che abbiano di buona fede, non discutono sul compito provvidenziale della Chiesa in alcune circostanze storiche; però, negando la trascendenza della Chiesa, credono che questo compito abbia fatto il suo tempo ed oggi sia finito. Ciò che fu uno strumento di progresso, ora sarebbe solamente un ostacolo. Costoro identificano la Chiesa con una delle tante forme transitorie della civiltà umana e precisamente con la civiltà medioevale al suo apogeo. Applicano all'eterno la categoria del caduco; per essi il cattolicesimo non sarebbe più adatto alla civiltà moderna, come il paganesimo nei primi secoli dell'età cristiana non era più in grado di rispondere alle aspirazioni dell'anima umana. Lottando contro la Chiesa, credono quindi di lottare contro un passato che sopravvive a se stesso.

Dobbiamo procedere tra errori contradditori. Nello svolgimento seguente, cercheremo di non perdere mai di vista la trascendenza della Chiesa; e, per quanto ci sembri importante la sua azione temporale, cercheremo di non dimenticare che quest'azione non è la principale; che la Chiesa per se stessa non è ordinata alla civiltà e molto meno a questa o quella forma di civiltà; che la sua storia, la quale si confonde con la storia stessa dell'uomo, non è finita e che forse, nonostante le apparenze fallaci, è solo agl'inizi. Se d passato risponde dell'avvenire, è nel senso che una certa visione dell'uomo, specificamente cristiana, non può essere cambiata nel suo fondo. Però l'avvenire è imprevedibile, e se dalle rovine del mondo moderno deve nascere una nuova civiltà cristiana, questa non sarà la riproduzione di quella medioevale, ma sarà qualcosa di diverso e di nuovo. Nel corso di questa storia vedremo giustamente che una delle grandi forze della Chiesa, sulla quale dovremo maggiormente insistere, è il suo potere d'adattarsi alle situazioni storiche più diverse. Essa è quello che rimane in seno a ciò che passa, la presenza dell'eterno nel cuore dell'effimero; e questo carattere per lo storico è senza dubbio il segno più evidente della sua divina istituzione. Qui sta il miracolo della Chiesa.

CAPITOLO I. - LA CHIESA DEI PRIMI SECOLI

Secondo il Concilio Vaticano ala Chiesa è, per se stessa, un grande e perpetuo motivo di credibilità e un'irrefragabile testimonianza della sua divina missione". La Chiesa fu tale in tutte le epoche della sua storia; ma specialmente in quella primitiva, quando il divino Fondatore l'aveva piantata "nella terra apparentemente più ingrata e dov'era più difficile germogliare. Che cos'è la Chiesa l'indomani dell'Ascensione se non quei dodici uomini e quelle donne nel Cenacolo di Gerusalemme? Attorno c'è il giudaismo ostile; più lontano il vasto mondo romano, erede di tutta l'antichità, che fa regnare la pace su tutte le terre attorno al Mediterraneo; più lontano ancora la marea immensa e poco nota dei barbari ai confini della terra, della quale s'ignorano le vere dimensioni. H comandamento di Cristo ai suoi apostoli, prima di lasciarli per tornarsene al Padre, era stato questo: a Andate, ammaestrate tutte le nazioni. Io sono con voi fino alla fine dei secoli ". Nessun comandamento era sembrato più irrealizzabile.

§ 1. - La Chiesa e il Giudaismo.

Sorge subito la domanda: quale atteggiamento bisognava prendere di fronte ai Giudei e ai Gentili? Cristo vivendo sulla terra aveva obbedito a tutte le prescrizioni della Legge mosaica, e tuttavia era venuto per abolire la Legge e a sostituirla con una Legge nuova, con una Legge di amore. La Chiesa nascente doveva rimanere nell'inquadratura del giudaismo oppure spezzarla? Tutto l'avvenire della Chiesa dipendeva da questa scelta. È noto che a tal riguardo Pietro'e Paolo per un momento si trovarono in contrasto. La Chiesa aveva già fatto numerosi adepti tra i Gentili; in particolare Paolo, il convertito sulla via di Damasco, aveva già operato molte conversioni tra i Gentili specialmente ad Antiochia, città cosmopolita, punto d'incontro di tutto l'Oriente. Ora era necessario circoncidere costoro o bastava il Battesimo? Nel 51 il Concilio di Gerusalemme risolse la questione nel senso voluto da Paolo, dicendo che la circoncisione non è obbligatoria. Fu un atto capitale, di cui non si potrà mai sopravalutare l'importanza. Fin dalle sue origini la Chiesa afferma in questo modo la sua trascendenza. Essa era nata in un ambiente affatto giudaico; gli apostoli erano tutti quanti giudei; più ancora, l'Antico Testamento era stato solo la preparazione alla nuova Legge che la doveva compiere. La Chiesa tuttavia si libera di questo passato, senza rinnegarlo; ed eccola pronta a cominciare la conquista del vasto mondo, conquista che sarebbe stata assolutamente impossibile qualora si fossero mantenute le prescrizioni mosaiche. L'antico Israele era un popolo scelto fra tutti per compiere una grande missione; questa era ormai compiuta e non c'era più motivo che il nuovo Israele restasse fedele a una legge di separazione. Ma evitato un pericolo, ne sorgeva un altro, parimenti grave e di natura molto diversa: che atteggiamento doveva assumere la Chiesa verso la cultura greco-latina?

§ 2. - La Chiesa e la civiltà antica.

Contro la Chiesa nascente, sorge non più il Sinedrio, ma la potenza assai più formidabile dell'impero romano e della civiltà millenaria della quale esso è portatore ed espressione.

La Chiesa e l'Impero. Le persecuzioni. - E' risaputo che l'antichità fa tollerante in fatto di religione, ammettendo tutti i culti. Gli Ateniesi avevano eretto un altare al Dio ignoto, Roma era piena di divinità orientali. Però l'antichità non aveva mai concepito la distinzione tra lo spirituale e il temporale; la religione era l'anima stessa della città cui doveva coesistere; al punto che, quando Roma ebbe esteso il dominio su tutto quanto il bacino del Mediterraneo e su tanti popoli diversi, dovette preoccuparsi di sovraimporre a tutte le loro religioni particolari una religione imperiale, cioè il culto di Roma e d'Augusto, cui nessuno poteva sottrarsi, senza commettere grave mancanza contro lo Stato. Cristo dicendo: " Rendete a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio " aveva posto la regola che stabiliva la distinzione dello spirituale e de] temporale, trasformava i cristiani nei cittadini più docili, ma interdiceva loro di partecipare al culto ufficiale.

Questo il motivo delle persecuzioni che per due secoli e mezzo colpirono i cristiani, i quali, prima confusi con i Giudei, non tardarono a manifestarsi distinti. I Giudei erano un popolo a parte e, pur facendo proseliti, rimanevano sempre distinti dalle altre nazioni; il loro particolarismo religioso non minacciava tutte le popolazioni dell'impero e quindi poteva venir tollerato. Invece la condizione era molto diversa per i cristiani, che si moltiplicavano con rapidità sorprendente. Le Chiese coprono presto l'Oriente e quella di Roma comincia a brillare d'uno splendore particolare, comprendendo non solo soltanto schiavi e gente di poco conto, ma anche uomini e donne della più alta aristocrazia e della stessa famiglia imperiale, fin dal tempo di Domiziano, allo spirare del primo secolo.

Le persecuzioni assunsero varie forme, e tutte, compresa quella di Diocleziano, la più violenta e sistematica, furono intermittenti, mai generali. Ciò non toglie che la Chiesa per tre secoli viva sotto una minaccia costante, la quale, lungi dal diminuirne il numero dei cristiani, lo accresce. Fu detto che il sangue dei martiri era semenza di cristiani. Alla fine del secondo secolo, al tempo del persecutore Settimio Severo, l'apologista Tertulliano poteva scrivere: tt Siamo solo di ieri e riempiamo le vostre città, le vostre campagne, i vostri eserciti, il vostro foro, il vostro Senato e vi lasciamo soltanto i templi ".

Come spiegare questa diffusione? Veramente non c'è spiegazione umana, ed è questo un aspetto del miracolo della Chiesa. Tuttavia possiamo tentare di vedere rapidamente in che modo la Chiesa s'inserì nella civiltà greco latina, e avremo cosi occasione di studiare alcune modalità della sua azione.

La Chiesa e la cultura antica. - Anche se spinto da Paolo fuori del giudaismo, il cristianesimo conserva sempre l'essenziale nel pensiero semitico. Pio XI potè dire: "Spiritualmente noi siamo Semiti". Il pensiero semitico è profondamente diverso da quello della cultura antica. Quindi occorreva non senza pericoli, un immenso sforzo di adattamento perché il fermento semitico colasse nelle forme greche e latine, rendendo più straordinaria la rapida espansione del cristianesimo nel mondo romano. Si volle paragonare tale estensione a quella d'altre religioni d'origine orientale, come il culto di Mitra; si finse di vedere nel cristianesimo soltanto una di quelle religioni dei misteri, che l'antichità aveva sempre, più o meno, conosciuto; ci si accani per scoprire analogie tra il mistero cristiano e i misteri pagani. È certo che l'anima antica non aveva i mai trovato la piena soddisfazione nel paganesimo ufficiale; a mano a mano che si allentavano i vincoli della città e che la salute individuale saliva al primo piano delle preoccupazioni, si videro sovrimponi due religioni, che pur si completano senza contraddirsi: una è di salvezza esteriore in certo modo sociale, l'altra inferiore e di salvezza personale. Che vi siano somiglianze superficiali tra alcuni di questi culti e il culto cristiano si può anche ammettere; tali somiglianze però non toccano la sostanza delle cose e al massimo spiegano come il cristianesimo sia stato accolto da anime le quali precisamente non erano soddisfatte né dal culto ufficiale e nemmeno dai culti misterici.

Però era sempre presente il problema più temibile, d'adattare il mistero cristiano alle regole del pensiero greco. Tra i cristiani del primo secolo sorse una discussione, ancor più grave di quella che a Gerusalemme aveva opposto San Pietro e San Paolo, tra i convinti che il cristianesimo possa e debba prendere il buono ovunque lo trovi, e i timorosi che il prestigio della filosofia greca e delle lettere classiche non allontanasse i cristiani dal Vangelo per favorire le eresie. Il contrasto in un certo senso è eterno, e lo troviamo in tutte le epoche della storia della Chiesa; per risolverlo bastava comprendere bene il senso del precetto con cui Cristo aveva ordinato ai suoi apostoli d'evangelizzare tutte le nazioni, essendo evidente che si poteva evangelizzare le nazioni solo parlando le loro lingue, cioè adottando le loro categorie mentali.

I cristiani non tardarono cosi a iniziarsi alle discipline classiche e farsene maestri. Proprio quando la cultura classica intristisce e muore esaurita, trova una nuova forza nel cristianesimo, che ringiovanisce quanto tocca. I grandi scrittori della tarda antichità non sono pagani, ma cristiani. Che cosa può opporre la letteratura latina pagana ai nomi di Tertulliano, Minucio Felice, San Gerolamo, Sant'Agostino, Sant'Ambrogio? Altrettanto diciamo nel campo greco per un Giustino, Clemente Alessandrino, Origene, San Giovanni Crisostomo. Vennero evangelizzate non solo le anime, ma anche le intelligenze, e fin dai primi secoli fu visto svilupparsi un umanesimo cristiano, che i secoli posteriori sempre riprenderanno.

Tuttavia il pericolo era grave e non tardò a manifestarsi sotto forma di eresie. La mente dapprima resta un po' confusa davanti alle innumerevoli eresie che pullulano dal secondo secolo in poi; tutte quante manifestano l'estrema difficoltà del pensiero antico ad assimilare la dottrina evangelica. Le principali pietre d'inciampo furono il domma della Trinità e quello dell'Incarnazione. Di tre Persone si era tentati di farne tre dèi, o anche più, o di vedere in esse solo tre diversi aspetti d'uno stesso Dio. Altri, attaccandosi unicamente alla divinità di Cristo, gli negavano l'umanità; altri invece, stando alla sola umanità, negavano la divinità; altri ancora dicevano che Cristo ha una sola natura, o una sola volontà. Le eresie s'opponevano l'una all'altra, ma l'una non correggeva l'altra. I due assalti più temibili furono, nel secolo secondo, quello dello gnosticismo, in cui è ben riconoscibile un'eresia giudeo-cristiana e, nel quarto secolo, quello dell'arianesimo, che è invece un'eresia pagano-cristiana.

Fin dalle origini vediamo la Chiesa dibattersi contro una duplice difficoltà, continuamente risorgente, e che non è impossibile ritrovare fino al nostro tempo. Ogni cristiano deve a un tempo lottare contro il giudeo e contro il pagano che sono in lui. Pur gettando profondamente le sue radici nel giudaismo, il cristianesimo doveva tuttavia distinguersene e separarsene; essendo cresciuto in un ambiente pagano, dal quale prendeva molti materiali utili, fu incessantemente penetrato da infiltrazioni che pure bisognava combattere. Tutto dò nei primi secoli fu attuato in condizioni tali, che una dottrina puramente umana non avrebbe potuto resistere a tante deviazioni. Assalita a un tempo all'esterno dalle persecuzioni, all'interno dalle eresie, la Chiesa a pochi anni d'intervallo riporta un duplice trionfo: il primo nel 313, con l'editto di Milano; il secondo nel 325, con il Concilio di Nicea in cui venne redatto il simbolo della nostra fede, contro tutte le eresie, e formulato per i secoli futuri il contenuto dommatico del cristianesimo.

Conclusione. - Come si vede, la Chiesa dei primi tre secoli, oltre le difficoltà proprie, incontrò anche tutte quelle che l'avrebbero assalita in seguito. Pur essendo ancora perseguitata e proscritta, dovette proporsi i tremendi problemi dell'adattamento. Il suo modo di risolverli stabilì una tradizione cui, in differenti ma analoghe circostanze, rimase sempre fedele. Il miracolo di una tale condotta, senza bisogno di sottolinearlo maggiormente, lo ritroveremo in tutte le tappe della sua storia; simile comportamento non si può spiegare con ragioni puramente umane. Solo la permanente assistenza dello Spirito Santo spiega queste rinascite, anzi queste riforme, come pure il perpetuo ritorno alla Sorgente inesauribile sui flutti d'un mondo sempre cangiante. Senza riferirsi all'eterno non è possibile spiegare l'azione della Chiesa nemmeno nell'ordine temporale.

CAPITOLO II. - L'IMPERO CRISTIANO

L'editto di Milano (313) con cui Costantino concedeva completa libertà di culto ai cristiani, apre un periodo assolutamente nuovo nella storia della Chiesa. Viene posto per la prima volta, e in tutta la sua ampiezza, il problema dei rapporti dello spirituale e del temporale. Senza analizzare a fondo i motivi, di natura molto varia, che spinsero Costantino a un atto così gravido di conseguenze, si può ammettere che egli voleva spezzare la solidarietà all'Impero con una religione abbandonata da gran parte dei suoi sudditi. L'ultima persecuzione aveva provato che ormai il paganesimo, nonostante l'appoggio dello Stato, era impotente a trionfare dell'avversario. Toccherà ora al cristianesimo ristabilire l'unità morale entro l'organismo dell'Impero, unità ritenuta sempre indispensabile. Infatti l'evoluzione fu rapidissima anche se interrotta per alcuni anni dal tentativo di Giuliano l'Apostata. Era contrario a tutte le tradizioni dello Stato romano rimanere a lungo neutrale tra il cristianesimo e il paganesimo. Non era ancor passato un secolo dall'editto di Milano e l'Impero era diventato cristiano.

§ 1. - Il rinnovamento dei valori antichi.

Alle persecuzioni successero i privilegi in favore della Chiesa. Lo Stato, per legarla a sé, si attacca ad essa, e verso la fine del secolo quarto, al tempo di Teodosio, parve creata una tale solidarietà tra lo Stato e la Chiesa, che ci si poteva chiedere se la rovina dell'uomo non avrebbe comportato quella dell'altro. Rappresentiamoci l'ampiezza di questo cambiamento quasi senza transizione. La Chiesa per la prima volta deve dare prova non solo della sua forza, come al tempo delle persecuzioni, ma anche della sua capacità d'adattamento e d'assimilazione. Essa raccoglie un'eredità gloriosa, ma anche pesante: l'eredità della cultura antica. Da lungo tempo gli apologisti se n'erano già serviti per difendersi; ora però si tratta di ben altro. Come l'amministrazione ecclesiastica adotta le linee imperiali, cosi i Padri del quarto secolo assumono il compito di salvare tutto il salvabile, di battezzare tutto il battezzarle degli antichi valori. La filosofia greca e il diritto romano furono penetrati dal Vangelo, e in Occidente specialmente due dotti guidarono l’impresa gigantesca: Sant’Ambrogio di Milano e Sant'Agostino d'Ippona. Nei trattati di Sant'Ambrogio non è difficile notare l'imitazione di Cicerone, e tutta l'opera di Sant'Agostino è impregnata dello spirito di Piatone. La loro originalità è anche più splendida; e fin da allora si vide come il cristianesimo sia capace di valorizzare tutto ciò che è autenticamente umano.

Il cristianesimo non s'attiene a un'imitazione servile, ma rinnova quanto tocca. Mentre i retori del paganesimo agonizzante non sanno che ripetere invariabilmente formule morte, tanto che nel quarto secolo la cultura antica appariva inaridita non meno dell'organizzazione dello Stato, il cristianesimo da una vita nuova e sconosciuta alle verità antiche. Basta il libro delle' Confessioni a provarlo. Uno dei tratti che maggiormente colpisce chiunque abbia familiarità con le lettere antiche, è la rarità o l'assenza, perfino nei capolavori, d'ogni accento personale. Anche i più grandi autori rivelano poco o nulla della loro intimità; e ciò li rende a noi quasi inaccessibili, più ancora del passare dei secoli. In fondo non sapremo mai chi furono Pericle o Cesare, perché ignoriamo ogni cosa della loro umanità più profonda; ne vediamo lo spirito e i gesti, ma non il cuore e l'anima. L'antichità pagana non conobbe l'uomo interiore. Per quanto interessante in altri campi, perfino la corrispondenza di Cicerone a questo riguardo è una delusione. C'è indubbiamente un Marco Aurelio, del quale sarebbe ingiusto dire che non affiori l'anima nelle note intime; però lo spettacolo di questo saggio Imperatore, tutto imprigionato nell'orgoglio stoico, è quello d'un'anima che si dibatte nel cuore d'una solitudine inumana.

Con Sant'Agostino comincia il grande dialogo non più interrotto nei secoli tra l'anima peccatrice e il Dio Salvatore. Per questo si potè dire di lui che è il primo dei moderni. Ormai non siamo più soli, perché è con noi e per sempre Qualcuno. Gli antichi dèi non amavano l'uomo e non gli domandavano amore: sotto di essi l'umanità viveva nel terrore e nell'abbandono. La letteratura e l'arte antica sono certo percorse da appelli commoventi, ma queste invocazioni non ricevettero mai una valida risposta. Ora la risposta è venuta, ed ecco i] dialogo. Uno sguardo amoroso s'è posato su ciascuno di noi, senza distinzione di casta o di razza. Tutte le potenze dell'anima, ignorate o misconosciute dai filosofi antichi, hanno cominciato a fremere, e noi abbiamo questo documento unico, di cui il Guitton metteva recentemente in luce tutto quello che lo distingue dalla filosofia neoplatonica, l'ultima grande filosofia dell'antichità. La conversione d'Agostino non getta soltanto luce sugli abissi interiori dell'uomo; ma illumina anche la vera natura del tempo e dell'eternità e il senso della storia.

§ 2. - Fondamenti d'un ordine nuovo.

Quali questioni sconcertanti si ponevano al filosofo cristiano al principio del v secolo! L'Impero che fino allora aveva protetto tutto il mondo civile,quello che i greci chiamavano " l'Ecumene ", l'Impero che i migliori spiriti potevano considerare punto culminante della storia, specialmente dopo che s'era fatto cristiano e sembrava confondersi col regno di Cristo, ora cedeva da ogni parte all'assalto dei barbari. Nel 410, meno di un secolo dall'editto di Milano, i goti d'Alarico si impadroniscono di Roma; perdute quasi completamente la Gallia e la Spagna; i Vandali minacciano l'Africa. Il cristianesimo non sembra in parte responsabile dell'immenso disastro? Simile opinione, ripresa oggi da parecchi, allora era sostenuta dagli ultimi seguaci del paganesimc. Non è difficile confutarla. Il mondo antico mori per la propria debolezza, anzi per esaurimento, svuotato a poco a poco della sua sostanza dallo spopolamento, divenuto tragico dopo la grande peste del secondo secolo e dal fallimento economico. Non tocca a noi narrare distesamente questi fatti, ma è certo che gli ultimi romani non avevano aspettato il cristianesimo per distogliersi dal mestiere delle armi; invece l'Impero moribondo trovò tra i cristiani i soldati più intrepidi e i funzionari più devoti. Questo però non bastava a restituire vigore a un organismo esaurito, ed è un errore credere che la Chiesa, che ha le promesse della vita, possa nello stesso modo assicurare la prosperità temporale degli stati, quando ne vengono a mancare le condizioni necessarie. L'errore era quasi inevitabile al principio del secolo quinto, quando l'uomo non era ancor abituato a distinguere rigorosamente la sfera dello spirituale da quella del temporale. Per rispondere ai detrattori del Cristianesimo, Sant'Agostino scrisse la Città di Dio, libro che per molti lati rimane attuale come le Confessioni. Si volle vedere in esso una condanna dello Stato, considerato opera del demonio, ma Sant'Agostino condannò non lo Stato in se stesso, ma lo Stato idolo, qual'era presentato per secoli dal paganesimo. Bastano certe esperienze contemporanee per dimostrare che una simile condanna è non solo valida, ma sempre opportuna.

Alla città puramente umana, il vescovo d'Ippona contrappone la " città di Dio ", i cui abitanti amano Dio con piena umiltà ponendolo sopra la propria persona. Nello stesso tempo Sant'Anibrogio rivendicava piena indipendenza dell'autorità religiosa da quella civile e umiliava il colpevole Teodosio sulla porta della chiesa di Milano. A questo modo il cristianesimo dei secoli quarto e quinto, anziché cedere a Cesare e succedere semplicemente al paganesimo come religione di Stato, rivendica la propria autonomia assieme all'autonomia della persona umana. L'azione d'un Ambrogio, gli scritti in cui esalta la verginità votata a Cristo, le riflessioni d'un Agostino sulla storia personale o sui grandi orizzonti della storia universale, consolidano sopra le rovine dell'ordine antico i fondamenti d'un ordine nuovo. In questi cinquantanni decisivi la Chiesa, appena uscita dalle catacombe, si prepara al compito materno e pedagogico che le sarà proprio per tanti secoli. Frattanto San Gerolamo traduce la Bibbia in latino, portando cosi alla perfezione la lingua della liturgia; e in j Oriente San Giovanni Crisostomo da un nuovo splendore all'eloquenza greca, ! mentre i Padri fanno la prima sintesi armoniosa della sapienza profana e della j Sapienza sacra.

Non s'insisterà mai abbastanza su queste meraviglie. Grazie al cristianesimo, in quest'ultimo secolo dell'Impero d'Occidente, i fiori della primavera si mescolano ai frutti dell'autunno. Nella stessa epoca alcuni uomini cominciano a ritirarsi nel deserto per consecrare la loro vita alla preghiera. Il movimento monastico dall'Egitto si propaga rapidamente fino alle estremità dell’Impero e vedremo ben presto che azione decisiva eserciterà sulla storia della civiltà.

Questa fuga dal mondo non solo risponde al disgusto provato da certe anime davanti alle turpitudini contemporanee, ma anche al desiderio di avvicinarsi di più a Dio e di contrarre la più intima unione con Lui. Gli antichi filosofi greci, e specialmente Piotino, avevano indubbiamente parlato della contemplazione, ma d'una contemplazione puramente intellettuale e priva di carità. Invece il cristiano che lascia il mondo, se ne separa solo in apparenza, e si sottrae ai legami particolari per praticare più liberamente la carità universale. L'istituzione monastica e il sacrificio della verginità consecrata sono altrettante manifestazioni dell'Amore, altrettanti modi d'affermare la dignità della persona umana.

Così la Chiesa, al tramonto dell'antichità, perfeziona la sua teologia lottando passo passo contro le eresie sempre rinascenti, si prepara con la preghiera, non meno che col pensiero, a sopravvivere all'Impero moribondo e a trasmettere ai barbari, assieme al deposito della fede, i valori dell'antica civiltà.

CAPITOLO III. - L'ALTO MEDIOEVO

§ 1. - Attuazione dell'ordine nuovo.

La situazione determinatasi nel secolo quinto è davvero tragica. Mentre l'Impero d'Oriente si difende a stento dai Persiani e dai Bulgari, l'Impero d'Occidente scompare (476) sommerso da una marea di popoli germanici, tra i quali dominano i Goti (Visigoti e Ostrogoti) che sono ariani, come pure i Burgundi. Invece i Franchi e gli Alemanni restano pagani. Bisogna difendersi dagli uni e dagli altri, convenire gli uni e gli altri. In questo immane sfacelo di tutte le istituzioni esistenti, solo la Chiesa resta in piedi. Un po' ovunque i vescovi ricevono il titolo di " defensor civitatis " e salvano pazientemente, instancabilmente, tutto il salvabile. San Leone Magno, San Lupo di Troyes, Sant'Agnano d'Orlèans, come già Sant'Ambrogio, fanno indietreggiare gli invasori col solo prestigio della loro personalità spirituale. E prima ancora che difensori e padri dei popoli, essi sono evangelizzatori. Grande fra tutti San Martino di Tours, vissuto nel secolo quarto. A lui risale la gloria d'aver introdotto il monachismo in Occidente, e di essere stato l'apostolo delle campagne.

a) Nelle campagne. - La civiltà antica era essenzialmente urbana, come urbani erano stati i primi cristiani. L'indomani della pace costantiniana, mentre Le città erano quasi completamente cristianizzate, le campagne restavano pagane; questo fatto spiega come la parola paganus, che etimologicamente vuoi dire abitante della campagna, sia entrata nella nostra lingua col significato di non cristiano.

Grazie all'opera dei monaci evangelizzatori, dalle campagne scomparvero le ultime tracce del vecchio paganesimo e della barbarie primitiva. Questo il primo frutto dell'istituzione monastica in Occidente. Raggruppati lontani dalle città, col compito d'onorare Dio con la preghiera e col lavoro delle mani e dello spirito, i monaci prosciugarono paludi, disboscarono foreste, coltivarono lande e riunirono attorno a sé coltivatori, fondarono comunità rurali che i monasteri difesero dai saccheggi e dalle esazioni d'ogni genere, invertirono la massa fino allora abbandonata e disprezzata.

Ora i barbari possono venire. Se lo Stato romano non ha più una vera forza militare da opporre loro, i barbari trovano nel cattolicesimo un blocco inattaccabile. Il patriottismo s'è rifugiato nella Chiesa; essa non è solo il focolare della cultura, ma anche la fonte dell'ordine, il rifugio dei poveri che da tempo in essa trovano appoggio e assistenza. Ora non si tratta più soltanto dei poveri, ma di tutta una società abbandonata, che scopre nel vescovo l'unico difensore e il capo naturale. La Chiesa continua l'impero, ma sopra un altro piano.

I barbari s'erano stanziati a caso, ed erano diversissimi, secondo le regioni. I più civili fra i Germani, i Goti ariani, occupano immensi territori, ma costituiscono soltanto un'esigua aristocrazia militare che si sovrappone alla massa delle popolazioni romane e ne resta separata dalla differente confessione religiosa. I Goti si sforzano, non senza successo, di seguire le orme dell'amministrazione imperiale, ma la loro potenza resta fragile, nonostante la brillante apparenza, perché sono in pochi e isolati tra le popolazioni soggette, sottomesse ma irreducibili. L'invasione franca fu più massiccia e i] ricordo di Roma restò molto meno vivo nella Gallia settentrionale, dove al principio del sesto secolo fu giocata la sorte della Francia e di tutta l'Europa. La conversione di Clodoveo nel 4P6 fu un avvenimento non meno decisivo dell'editto di Milano. Secondo la celebre frase di Ozanam, la Chiesa era passata ai barbari. Ma questo non significa che essa abbia tradito la romanità. Alla Roma carnale tende a sostituirsi un'altra Roma, quella fondata dagli apostoli. Mentre la Chiesa d'Oriente subisce sempre più la tutela opprimente dello Stato, la caduta dell'Impero fece evitare questo pericolo alla Chiesa d'Occidente. I ponti non sono ancora rotti e lo saranno solo molto più tardi. Il Papa si diportò sempre come suddito leale dell'imperatore di Constantinopoli, e dopo la conquista di Giustiniano dovrà anche soffrire molte volte il despotismo bizantino. Tuttavia il distacco, di fatto, è completo. Ormai accanto e sopra le potenze temporali sorge una potenza spirituale indipendente dalle sue fluttuazioni e conforme a quello che Sant'Agostino aveva previsto nella Città di Dio.

b) Tra i barbari. - Così la Chiesa potè accogliere i barbari e battezzare l'intero mondo germanico. Sotto la sua azione prende forma un nuovo mondo, che continua, molto più di quanto generalmente si creda, quello antico, ma nel quale tutto è rinnovato da un duplice apporto: l'apporto cristiano e quello germanico. Non è esagerazione dire che la Chiesa del sesto secolo regge sulle ginocchio, materne la neonata Europa. Essa non potè certamente trasformare da oggi a domani i rozzi costumi dei barbari. La sapienza della Chiesa consiste spesso nell'accomodarsi al minor male; così non soppresse di colpo la schiavitù, creò soltanto un'atmosfera dove diventava possibile la soppressione della schiavitù appena lo avessero permesso le condizioni economiche. Lo stesso avvenne per le ordalie e le brutalità primitive del diritto germanico.

c) La salvezza della coltura. - Ma la gloria che nessuno può togliere alla Chiesa, è quella d'aver salvato la cultura. I vescovi del quinto e del sesto secolo non s'imposero soltanto con la dignità della loro vita e col buon uso delle ricchezze, ma anche perché essi soli continuarono in mezzo alla barbarie circostante le grandi tradizioni umanistiche del quarto secolo. Grazie a loro e grazie ai monasteri, che si moltiplicarono di numero e acquistarono sempre maggior influsso, i capolavori del pensiero umano saranno trasmessi a generazioni più capaci di farli fruttificare. Essi inoltre creano e portano col cristianesimo la civiltà su terre che non avevano mai visto le aquile romane.

§ 2. - Lo slancio missionario.

a) L'Irlanda. - La conversione dell'Irlanda avvenne nel secolo quinto per opera di San Patrizio (887-465): un monaco che nel 482 portò in Irlanda lo spirito di Lérins. L'evangelizzazione fu estremamente rapida e in meno d'un secolo Erin era diventata l'isola dei Santi. Le condizioni politiche e sociali di questo paese, conquistato all'universo cristiano, erano diverse da quelle conosciute fino allora dalla Chiesa entro i confini dell'Impero. L'Irlanda non aveva città capaci di diventare sedi episcopali; perciò l'organizzazione ecclesiastica dovette modellarsi sul sistema del clan e della tribù, con centro nei monasteri numerosissimi e ferventi, focolai incomparabili di vita spirituale, ma anche di cultura. Mentre la barbarie guadagnava a poco a poco le regioni già civili, nella lontana Manda, grazie all'azione della Chiesa, si perpetua il culto delle lettere. Là esisteva la vecchia tradizione nazionale dei bardi e delle scuole druidiche, tradizioni che furono in certo senso continuate dai monaci irlandesi. Sotto le insegne di Cristo, le discipline classiche permisero che fosse data una forma alle antiche epopee nazionali. Così, appena sfuggita alla rovina dell'Impero, la Chiesa si dimostrava capace non solo di convenire i popoli, ma anche di fecondarne il genio peculiare di ciascuno. A questo proposito non è inutile sottolineare che se il cristianesimo storicamente, per le sue origini, è legato a una particolare cultura, cioè quella del mondo mediterraneo, non vi è legato in modo necessario, ma è aperto di diritto a tutte le culture.

I monaci irlandesi però si distinguevano per un lato molto originale dai loro predecessori egiziani, dei quali del resto imitavano la vita eremitica: avevano la passione dell'apostolato. L'Irlanda era appena guadagnata al cristianesimo e già i suoi monaci sciamavano negli altri paesi e in quello stesso da cui era partito San Patrizio. L'Mandese San Colombano al principio del secolo settimo fondò in Gallia e in Alta Italia un potente movimento monastico, con centro e modello a Luxeuil, mentre il suo discepolo San Gallo evangelizzava gli Alemanni e diventava il padre della Svizzera cristiana. Questi uomini terminarono l'opera cominciata tre secoli prima da San Martino.

Del resto il monachismo occidentale aveva da poco ricevuto da San Benedetto, <t patriarca dei monaci d'Occidente ", la sua regola definitiva. Stabilitosi a Montecassino tra il 529 e il 530, San Benedetto da principio intendeva soltanto formare questo monastero. Ma la regola benedettina aveva tali meriti che presto fu adottata in quasi tutte le abbazie, ed è per questo che ha assunto, indipendentemente dal suo valore particolare, un'importanza considerevole nella storia della civiltà. Tra la tendenza eremitica e quella cenobitica, San Benedetto da risolutamente la preferenza alla seconda. H monastero benedettino è dunque una comunità fortemente unita sotto l'autorità paterna dell'abate e concepito come a la scuola del servizio del Signore a. La preghiera, il lavoro manuale, il lavoro intellettuale e il riposo sono saggiamente dosati. I monaci offrono prima di tutto un modello di vita perfetta; d'altronde l'abbazia è un centro economico capace di bastare a se stesso, fatto d'importanza capitale in un'epoca in cui l'economia degli scambi tendeva progressivamente a scomparire, dove la vita urbana s'estingueva e l'autonomia del dominio rurale diveniva ovunque la regola. Infine, grazie alla Regola benedettina, i monaci non tardarono a essere nella Chiesa gli agenti più energici del papato e i campioni della riforma ecclesiastica. Essi quasi da soli e per molti secoli esplicarono il compito civilizzatore della Chiesa.

b) L'impulso dato da Gregorio Magno. -I benedettini cominciano col dare alla Chiesa uno dei più grandi papi, San Gregorio Magno (590-604). San Gregorio sale il trono pontificio in un momento particolarmente scuro. Mentre la frontiera bizantina del Danubio cedeva sotto i colpi degli Avari e dei loro alleati slavi, i Longobardi invadevano l'Italia appena riconquistata e tagliavano le comunicazioni tra Roma e Bisanzio. Volente o nolente, ormai bisognava che il Papa assumesse tutti i pesi della sovranità, ed è qui la vera origine dello Stato pontificio. La burrasca dei secoli sesto e settimo è forse ancor più grave di quella del secolo quinto, perché ormai appariva evidente che l'antico stato di cose non avrebbe mai potuto essere restaurato. Come s'è notato molto giustamente, un Gregorio Magno allora non aveva l'impressione di gettare le fondamenta d'un mondo, ma cercava piuttosto di salvare ciò che poteva ancor essere salvabile da un immenso naufragio. Non importa. Non solo egli ristabilisce l'ordine e una relativa prosperità negli Stati romani, ma dalla musica antica trae anche le regole del canto sacro, dandoci nel campo dell'arte una delle creazioni più notevoli della Chiesa.

D'altra parte S. Gregorio mantiene rapporti continui con tutti i sovrani barbari, anche con quelli che sembrano naturalmente nemici dello stato pontificio e che non cessano di minacciarlo. È nota la sua corrispondenza con la principessa longobarda Teodolinda, che condusse alla conversione del suo popolo. Grazie a lui i Visigoti di Spagna rinunciano all'arianesimo e la gloriosa Chiesa cattolica spagnola, che doveva dare tanti santi e martiri, è l'opera di Gregorio. Ma quello che lo fa incontestabilmente più grande, è l'aver inviato il monaco Agostino e altri benedettini romani nella Britannia divenuta anglosassone. Come nel secolo sesto la Chiesa d'Irlanda, cosi nel secolo settimo e ottavo la Chiesa d'Inghilterra, strettamente attaccata alla Santa Sede, illuminerà tutta la cristianità. Infine queste nuove missioni e l'indipendenza ormai assicurata della Sede romana da Bisanzio, preparano il papato al grande ufficio, che gli sarà proprio durante il Medio evo. Era ormai evidente che Roma è sempre e più che mai il capo dell'Occidente, non certo nel senso politico che si poteva intendere tre secoli prima, ma in senso morale e spirituale. Mentre l'impero bizantino, attaccato da ogni parte, si ripiega per un certo tempo su se stesso, il successore di Pietro prende a suo carico tutta quella parte d'Europa dove la marea delle invasioni continuava a creare agitazioni. Roma converte i popoli, li fissa, e comincia a delinearsi la fisionomia delle future nazioni.

c) I paesi anglosassoni. - Così l'Inghilterra entra allora veramente nella storia e fu il teatro di un fenomeno analogo a quello già osservato in Manda. Lungi dallo spezzare il genio nazionale, il cristianesimo lo esalta. Grazie a uomini come San Beda (672-735) e alla notevole attività dei monasteri femminili inglesi, dove si fondono la tradizione monastica, la tradizione romana e quella irlandese, si forma a poco a poco l'idea d'una cultura occidentale comune, superiore alla diversità di razza e di lingua, che domanderà al cristianesimo il principio della sua unità. Le scuole monastiche anglosassoni danno maestri al continente, e non a caso i principali artefici della rinascita carolingia vennero dall'Inghilterra.

Per completare la cristianizzazione dell'Occidente, restava da convenire la Germania propriamente detta. Sarà un'opera lunga e difficile in cui la spada avrà un compito considerevole come la predicazione e che in definitiva sigillerà la grande alleanza tra il Papato e i Carolingi. Anche qui i monaci anglosassoni occupano un posto distinto. San Bonifacio e i suoi compagni erano inglesi. L'Inghilterra d'allora rimaneva in stretto contatto con le pianure della Germania settentrionale, donde erano partiti gli invasori della Britannia; inoltre gli Anglosassoni avevano ereditato dai monaci irlandesi la passione dell'apostolato. San Bonifacio è innegabilmente la più grande figura spirituale del secolo ottavo. Se non riuscì sulle sponde del mare del Nord, dove solo la spada di Carlomagno potrà costringere i Sassoni al Vangelo, riuscì in Turingia, dove fondò la famosa abbazia di Fulda, che diverrà il centro di irradiazione del cristianesimo e della cultura per tutta la Germania. Egli, d'altra parte, si adoperò a riformare la Chiesa gallo-franca, dove s'erano introdotti innumerevoli abusi, favoriti dai primi Carolingi. La posizione di Bonifacio di fronte a un Carlo Martello o a un Pipino il Breve, illustra quella di tutta la Chiesa nella stessa epoca. Non si può fare a meno del potere temporale, ma non si dimentica che il suo appoggio costa caro, e che rimane il grande pericolo di vedere il Vangelo confuso con le ambizioni d'una politica tutta terrena.

§ 8. - La lotta contro l'Islam.

Il momento è particolarmente oscuro. Mentre Bonifacio evangelizza la Germania, l'Islam rivolge contro il cristianesimo la minaccia più formidabile che questo abbia mai subito dalle persecuzioni in poi. Dal 634 al 732 pareva che nulla potesse resistere all'assalto dei cavalieri arabi. In Oriente hanno tolto all'impero bizantino alcune tra le province più ricche e i Luoghi Santi; hanno distrutto il regno dei Sassanidi; toccano l'India; circondano le grandi steppe dell'Asia centrale; hanno conquistato tutto il littorale mediterraneo dell'Africa; distrutto in un sol colpo il regno dei Visigoti, il cui ultimo resto sopravvive solo più nelle Asturie; varcano i Pirenei e s'estendono nelle vaste piane del Sud Ovest... Intanto i loro navigli infestano il Mediterraneo e quasi tutte le isole di esso cadono in loro potere, si accampano sulla costa provenzale e minacciano la stessa Roma. S'è osservato giustamente che l'invasione musulmana segna, molto più delle invasioni del quinto secolo, la vera fine del mondo antico, in cui tutta l'economia era fondata sugli scambi mediterranei. Il colpo d'arresto di Poitiers nel 732 salva il cristianesimo da un disastro immediato; ma resta la minaccia che durerà dei secoli, fino alla grande impresa delle Crociate.

Bisogna mettersi nella prospettiva dell'invasione islamica, considerare il gigantesco crescendo di terre ostili che si stendono dal Turkestan ai Pirenei, tener conto dei terribili colpi inferti all'impero bizantino per comprendere il gesto dei papi che s'accostano al regno franco e finalmente restaurano in favore di Carlomagno l'impero d'Occidente. Si è abituati a spiegare tutto con il pericolo longobardo; ma non si vede che questa minaccia, anche se immediata, non e affatto la più temibile. La verità è che la Chiesa vivrà per secoli come una fortezza assediata e per lei urge darsi un capo militare unico. La grandezza di Carlomagno, per quante legittime riserve si debbano fare su certi aspetti della sua politica, specialmente verso i Sassoni, è d'essere stato, lealmente, l'uomo di questa necessità. Non bisogna dissimularsi le profonde debolezze di quest'impero, anche nel momento del suo apogeo. La vita economica è misera; il commercio internazionale quasi completamente fermo; l'unica forza e ricchezza risiede nella proprietà fondiaria sempre più ripiegata su se stessa. II grande Stato è solo una facciata dietro la quale le forze particolariste sono sempre attive. Se non ci fosse stata la Chiesa e l'idea universale da essa tenuta in deposito, non ci sarebbe stato l'Impero e l'intera Europa si sarebbe inabissata in una irrimediabile dispersione. La stessa rinascita carolingia è opera della Chiesa. I chierici erano quasi gli unici che sapessero leggere, e la cultura antica fu conservata oscuramente nei monasteri. I consiglieri di Carlomagno, e specialmente l'anglosassone Alcuino, sono vescovi e monaci, che, per obbedire all'imperatore, non fanno altro che mettere in luce le ricchezze salvate dal disastro dai loro predecessori. Per quanto parziale e superficiale, la ripresa della vita intellettuale in Occidente è d'una importanza considerevole. Grazie alla copia d'Alcuino ci pervenne quasi tutto quello che ci resta della letteratura latina; grazie alla scuola Palai che comincia ad attuarsi il sogno dei monaci anglosassoni per una cultura universale fondata su principi cristiani. In arte s'imita Bisanzio, che rimane il grande modello e il focolaio della civiltà; ma non è meno vero che le miniature di quel tempo e la cappella d'Àix sono i primi monumenti propri dell'Occidente cristiano, e che annunciano timidamente, come una prima aurora, lo splendore successivo.

Il regno di Carlomagno segna appena una breve schiarita in quei secoli di ferro. Dopo la morte di Carlo non solo l'impero non tarda a smembrarsi, ma anche la cristianità subisce nuovi assalti. I Vikinghi taglieggiano il littorale del Mare del Nord, dell'Atlantico e della Manica; gli Arabi continuano gli attacchi contro l'Italia del Sud e la Provenza; infine i Magiari delle piane del Danubio succedono agli Unni e agli Avari e saccheggiano la Germania. Mentre all'interno l'autorità si sbriciola all'infinito, da ogni parte s'addensano nubi alle frontiere. Il secolo nono fu il tempo della peggiore angoscia. Intanto la Chiesa continua a pregare, a cantare e a lavorare. Questo tempo orribile è anche quello delle Sequenze di Nottker, il tempo che dal piano della basilica pagana vede sorgere a poco a poco quella della basilica romanica per soddisfare ai bisogni monastici. Qua e là, specialmente in Germania, alcune scuole monastiche restano fiorenti e s'ha l'impressione d'un fuoco che cova sotto la cenere, di timidi fiori che precedono la primavera. Sembrava che allora tutto il compito della Chiesa consistesse nel mantenere e conservare, in mezzo ai peggiori disastri. Ma essa cosi preparava l'avvenire.

CAPITOLO IV. - IL MEDIOEVO CRISTIANO

§ 1. - Ricostruzioni e riforme interne.

Nel secolo decimo comincia la ricostruzione. Nel 911 i Normanni di Rolione ricevono la Normandia. Convertiti al cristianesimo, non tardarono a costituire uno stato fra i più ordinati della cristianità, un'inesauribile riserva di forze giovani e fresche. Poi, con la dinastia Sassone degli Ottoni, la Germania riprende il primato. Ottone il Grande ad Augusta arresta definitivamente i Magiari, che presto si convertono e formano il regno di Santo Stefano. Le missioni germaniche sostenute troppo spesso con la spada, estendono il cristianesimo nelle regioni del nord e dell'est. Come in Manda e come nell'Inghilterra anglosassone, anche nei paesi scandinavi la conversione segna uno straordinario risveglio intellettuale, e l'Islanda diviene il centro d'una brillante ma effimera cultura nordica. È la grande epoca delle saghe. In Boemia San Venceslao opera in favore del suo popolo ciò che S.anto Stefano aveva fatto per il suo. Ma già un secolo prima la missione dei santi Cirillo e Metodio in Moravia aveva rivelato a se stesso il mondo slavo. Cosi ovunque troviamo la Chiesa accanto alla culla delle nuove nazioni che si dividono l'Europa.

Intanto nel 962 Ottone il Grande ristabilisce l'i