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l'atto di fede

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

L'apologetica non è una scienza disinteressata, perché l'apologista è un discepolo o un ricercatore o un combattente in difesa d'una causa e al servizio di qualcuno. Chi difende e chi serve? Prima di tutto, Dio-Verità che testimoniò di se stesso; poi le anime, che bisogna portare alla Verità perché vi aderiscano. Un'opera apologetica potrebbe benissimo terminare con la dichiarazione finale del Vangelo di san Giovanni: " Tutte queste cose furono scritte perché crediate e abbiate così la vita eterna ".

L'evangelista si guardò bene dallo scrivere: "Voi ora dovete essere convinti ", oppure: " Dovreste essere convinti ", sottintendendo: a Ma non lo siete ancora tutti ". Aveva affermato l'obbligo di credere e la responsabilità dell'uomo al quale è stata offerta e ha parlato la verità; eppure, al momento di concludere, dice soltanto il suo intento e lascia Dio giudice del problema morale e personale del lettore. Manifesta il suo disegno al momento di concludere e non al principio del suo scritto, non perché dubiti della verità che comunica, ma perché aveva il diritto di dubitare del modo con cui sarebbe stata ricevuta, non sapendo che cosa ci sia nell'uomo.

Gli evangelisti di un tempo e gli apologisti di oggi sanno certamente di non essere i padroni, ma semplicemente i servi della verità; sanno pure che gli uomini, che essi cercano d'indurre a riconoscere e seguire là verità, vi aderiscono liberamente, mai passivamente spinti dalla forza delle cose e di un'esatta esposizione; le si donano quando si rivela loro.

In un'opera d'apologetica, occorre quindi una breve analisi dell'atto di fede, che senza toccare lo sviluppo scientifico degli argomenti, consiglerà un'arte più sottile delle altre, perché non mira soltanto al senso o all'intelligenza, ma a tutta l'anima.

CAPITOLO I. - COME CONCEPIRE LA FEDE SOPRANNATURALE

Questa parola può avere diversi sensi.

- La nozione di fede è alla base di ogni religione, nascondendo un fondo comune con sfumature varie non tutte superficiali. La fede mette l'uomo in relazione col mondo invisibile, al quale talvolta egli si attacca come a una ferma realtà, talvolta si sente portato o verso di esso da un istinto più o meno potente, o in esso come uno degli elementi che lo compongono. Quando chi non è cristiano o anche non è cattolico parla della sua fede, non dobbiamo aver fretta di applicare a questa fede le idee chiare che abbiamo della nostra, poiché la stessa parola serve a indicare una vaga religiosità, convinzioni irrazionali e insieme potenti, un sentimento di confidenza nel destino o in qualcuno, l'affermazione delle verità estranee all'esperienza, come pure l'adesione a un essere supremo ritenuto come rivelatore. Neppure gl'increduli hanno paura della parola e vantano la loro fede scientifica o patriottica, né sempre hanno torto; però, finiscono col creare confusione. La nozione sarà completa quando alle diverse accezioni della parola n fede j avremo aggiunto quelle della parola " credenza ". Si crede che a farà bello "; si crede " all'avvenire " della scienza, " alla parola a di qualcuno, all'" autenticità del vasellame di Glozel "; si crede che a Dio esiste e che l'anima è immortale "; e infine che a Dio si è incarnato ed è morto per noia.

Di tutti questi esempi, uno solo è autentico nel linguaggio religioso e per un cattolico: quello in cui la parola " fede a o " credenza " indica un'adesione dello spirito a una verità non evidente, ma rivelata da Dio, alla parola di Colui al quale ci si rimette totalmente.

L'uso profano si scosta più o meno da questa definizione, ma ne ritiene sempre qualche cosa: sia il carattere di certezza dell'adesione, sia il dono di sé che comporta, sia la mancanza di evidenza della verità, sia la fiducia accordata a un teste o data a qualcuno.

Lo stesso Vangelo non si serve sempre della parola " fede " nel nostro senso rigoroso. San Pietro non ha la stessa fede quando proclama Gesù Figlio di Dio vivo e sulla sua parola accetta il mistero dell'Eucaristia, e quando segue Gesù per la prima volta o quando sulla parola di Cristo getta la rete o cammina sulle acque, pur passando dall'una all'altra fede.

Un altro esempio ci viene dato dagli uomini ai quali Gesù rimprovera di non credere, ma che non sono increduli poiché credevano in Dio, al Dio che si era rivelato a Mosé, Isacco e Giacobbe. Guardiamoci bene dal datare la fede a partire dalla rivelazione cristiana e di accaparrarla solo per noi.

L'accezione ritenuta dalla Chiesa cattolica.

- Fatta questa riserva prudenziale, i cattolici hanno il grande vantaggio di potersi riferire per ciò che riguarda la natura della fede alla definizione ufficiale del Concilio Vaticano, che precisa una nozione già accettata dalla Chiesa : " La fede è una virtù soprannaturale per la quale, mossi e aiutati dalla grazia di Dio, riteniamo come vere le verità rivelate da Lui, non per averne percepito la verità intrinseca col lume naturale della ragione, ma per l'autorità di Dio stesso rivelatore, che non può ingannarsi né ingannarci ". Lungi dal pensare a cavillare sulle parole, proviamo . un vero piacere nel vederci definiti cosi chiaramente e cosi ben ritratti come credenti.

Anche i protestanti hanno cercato di definire l'atto di fede, preconizzando la fede-fiducia. La loro fede vuoi essere un sentimento di fiducia. Fiducia nel Cristo? Non proprio, ma fiducia che ci sia un incontro spirituale, e vorremmo poter scrivere: " fiducia che " i meriti di Cristo ci siano applicati e che per questo veniamo salvati.

La Chiesa cattolica però non ha ammesso questa nozione restrittiva, poiché la fede non è semplicemente un sentimento. Questo non significa che la Chiesa escluda la fiducia dalla sua nozione dell'atto di fede, perché occorre certamente la fiducia per accettare la testimonianza. La Chiesa non nega che i protestanti e gli altri credenti possano fare un atto di fede autentico come il suo, cioè aderendo a un Dio rivelatore e accettando delle verità sulla sua testimonianza; essa chiede soltanto che, se la loro fede non coincide con la sua per l'oggetto, la riduzione dell'una relativamente all'altra sia dovuta solo a un'ignoranza invincibile.

Nella definizione del Concilio Vaticano, emergono nettamente tre idee: Lo. l'atto di fede è un atto dell'intelligenza, che ritiene come vere le verità rivelate da Dio; 2.o l'atto di fede è un'atto di virtù, e quindi interessa la volontà e le disposizioni morali; 3.o è un atto soprannaturale e ha bisogno della grazia. Dobbiamo esaminare attentamente questi tre punti senza dimenticare che chi crede è un unico e identico spirito, in cui sono distinte intelligenza, volontà e grazia, ma con operazioni indivise.

CAPITOLO II. - LA FEDE OSSEQUIO RAGIONEVOLE

Occorre cogliere la funzione dell'intelletto nello stesso atto di fede, nella preparazione ad essa e nel susseguente sforzo di comprensione.

§ 1 - Compito dell'intelligenza nell'atto di fede.

Adesione fondata su Dio stesso.

- Essendo un atto conoscitivo, l'atto di fede proviene dalla facoltà conoscitiva, cioè dall'intelligenza; esso però supera la semplice conoscenza, perché comporta un giudizio di verità. L'incredulo che studia il cristianesimo può saperne quanto e più di un fedele, ma non vi aderisce e non giudica che è vero.

L'incredulo potrebbe certamente accettare alcune verità die fanno parte del deposito rivelato e che nello stesso tempo rientrano nei limiti dello spirito umano, come l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, ma non per questo fa un atto di fede, perché il suo giudizio e quello del fedele non hanno la stessa natura. Tutti e due dicono: alo credo all'immortalità dell'anima"; ma quell'a io credo " non è Io stesso per tutti e due e comporta la stessa ambiguità che hanno i termini a credenza " e " fede ". Uno crede in seguito a riflessioni e in forza di un ragionamento, l'altro crede sull'autorità di Dio rivelatore. Nei due casi l'atto non è lo stesso e differisce nel motivo, tanto che in un campo dove l'evidenza è così tenue la credenza del cristiano, poggiando sulla suprema e assoluta autorità di Dio, raggiunge una certezza assai superiore a quella dell'incredulo. Il cristiano è assolutamente " certo " e non c'è argomento o arguzia che per sua natura sia capace di scuoterlo, perdiè attinge la verità nella sua fonte, in Dio che è la Verità prima, e aderendo a una verità rivelata sull'autorità di Dio Rivelatore in realtà aderisce a Dio stesso.

Lo sguardo della fede.

- L'atto di fede consiste dunque in un giudizio, caratterizzato dal suo motivo, che è l'autorità di Dio. È un atto semplice, che può essere preparato da ragionamenti destinati a trarre dalla rivelazione questa o quella verità, o a dare un fondamento all'autorità di Dio, ma è sempre distinto da tali ragionamenti, che non gli sono necessari, anche se legittimi. L'atto di fede consiste nel prendere possesso d'un'idea per mezzo dell'intelligenza e nell'aderire alla verità di quest'idea.

È un atto diretto, che non implica necessariamente né la riflessione sulla verità ammessa cercando di approfondirla, né la riflessione su noi stessi, che ci renda coscienti di quello che crediamo. Può accadere che difficoltà d'ordine intellettuale o d'altro genere inducano un'anima a dubitare della sua fede profonda, ma questo non significa che dubiti di Dio e di ciò che Egli rivela, e con la pratica della preghiera, con l'esercizio della carità, e camminando nella direzione della fede, fa implicitamente atti di fede.

È sempre utile e talora anche obbligatorio fare atti espliciti di fede, che possono essere preparati e facilitati, ma anche complicati dai ragionamenti, che talvolta invece di aprire l'accesso lo ostruiscono. Brunetière e Newman seguendo questo metodo, l'uno per giungere alla fede primitiva, l'altro alla fede nella divinità della Chiesa romana, provarono quanto fosse lento questo processo, da cui furono dispensati Paolo Claudel e san Paolo. Ma che cosa importa questo se la ragione deve abbandonarsi e affidarsi a Dio? Perciò la ragione abbandona i ragionamenti che poterono servirle e ora non servono più, perdiè essa scopre la novità di Dio che viene a lei, che con i suoi passi ha avanzato molto poco e d'improvviso scopre che ha superato una distanza infinita. Essa ha così una specie di rivelazione, quella del fatto della Rivelazione. Gli elementi della ricerca sono sempre gli stessi, ma la vista è molto diversa e le s'impone un nuovo modo di vedere.

Questa spiegazione non deve stupire, perché anche nell'ordine sensibile avvengono fatti analoghi. Il nostro sguardo pratico sugli oggetti non è quello specializzato del pittore e dell'artista, che di uno stesso spettacolo hanno una visione più ricca della nostra. Potremmo fare molti esempi; ci bastino due, in cui le impressioni ricevute dall'esterno restano identiche e cambia solo la visione. Uno stesso individuo fissando un pavimento a losanghe di diverso colore, le vede comporsi successivamente in figure diverse. Guardando un gruppo roccioso un amico ci fa vedere figure che non avevamo notate.

Così gli stessi dati della rivelazione e gli stessi ragionamenti colpiscono l'uno e lasciano l'altro indifferente; l'uno vede solo fatti e argomenti dove l'altro coglie segni e prove, e non per questo siamo nel soggettivismo, perché i dati sono oggettivi e reali. Nell'atto di fede scopriamo la novità del fatto della Rivelazione, la testimonianza di Dio, l'autorità di Dio che sollecita la nostra adesione.

L'oggetto della fede è la parola divina.

- La fede può prendere possesso di tutte le verità rivelate, e quando prende possesso di una acquista implicitamente tutte le altre, poiché tutta la difficoltà consiste nel farsi sensibili al motivo per ammetterle, cioè all'autorità di Dio, alla divina veracità, die è motivo eguale per tutte le verità. Chi deliberatamente rigetta una verità rivelata, pecca contro la fede; chi pecca contro la fede corre pericolo di mettere in dubbio l'autorità di Dio e di perdere la fede. Chi perde la fede su di un punto, non salvando il modo, perde la fede su tutti gli altri, qualunque conoscenza ne conservi.

Tra tutte le verità rivelate, quella che Dio è amore che si è abbassato su di noi e ci attira, è la verità centrale che raccoglie e domina tutte le altre e pare servirsene per trasmettersi come verità essenziale attraverso di esse.

Attraverso tutti i dommi, la fede ci fa giungere a Dio stesso, Verità prima che si rivela a noi, e promette di essere il nostro fine ultimo soprannaturale. Infatti proprio qui è il punto di partenza, il termine e la base di tutta la Rivelazione. Perché Dio rivela se non perché ci ama e la sua condiscendenza è prova di amicizia? Perché si rivela e si fa conoscere se non perché lo amiamo com'è in se stesso? Che cosa ci rivela di se stesso se non che Egli è amore e che, sempre per amore, s'incarna, redime e agisce per noi? A questo riguardo la testimonianza di san Giovanni è formale. Questa verità non contiene tutte le altre verità rivelate, ma vi è contenuta in tutte. Volendo trattarci da amici e figli, Dio ci manifesta un amore, ci riserva doni che superano infinitamente ciò che deve alla nostra natura per la sua giustizia e sapienza.

Si accederebbe quindi alla fede scoprendo quest'aggiunta, questo soprannaturale, quest'amicizia offerta da Dio, prendendo l'offerta sul serio e accettandola realmente. Credidìmus carilati scrive San Giovanni; noi crediamo all'amicizia di Dio, anzi crediamo la stessa amicizia in modo che la fiducia, che, credendo dimostriamo a Dio non si rivolge solo alla sua Veracità, ma anche alla sua suprema Bontà, e crediamo sulla parola, perché Egli, specialmente quando ci scopre il suo Amore, non può né ingannarsi né ingannarci.

Chi crede ai doni sublimi dell'amicizia divina, dell'Incarnazione, della Redenzione, dell'Eucaristia, della nostra divina adozione, della Chiesa, della visione beatifica, ecc, coglie implicitamente quest'oggetto essenziale della fede; si può anzi pensare che quelli i quali non sono stati toccati dalla rivelazione cristiana siano capaci di fare il vero atto di fede se aderiscono a Dio e ne scoprono l'amore: " Credere clic Dio esiste e che rimunera quelli che con diligenza Io cercano" (Ebr. 11, fi).

Data la natura, il motivo e l'oggetto della fede consideralo come un atto dell'intelligenza, si comprende cosi che non 6 un alto della sola intelligenza, ma un atto morale, religioso, effetto della grazia; e che per l'adulto è "li necessità di mezzo per la salute, perché é la prima risposta possibile che condiziona tutte le altre all'offerta di salute che ci viene fatta da Dio.

§ 2. - La preparazione intellettuale alla fede.

I segni di credibilità.

- La ragione può verificare l'origine divina del messaggio rivelato con una verifica che è logicamente anteriore alla fede, e che psicologicamente la può accompagnare o seguire. Il credente che si accinge a giustificare la sua fede non abbandona per questo la sua credenza, ma fa una cosa perfettamente legittima e possibile. La Chiesa ha sempre rivendicato per sé il diritto di giustificare la propria fede e per la ragione umana la possibilità di riuscirvi.

Il Concilio Vaticano insegna che ci sono realmente " segni o argomenti esterni della rivelazione, cioè fatti divini, soprattutto miracoli e profezie, che mostrando sovrabbondantemente l'onnipotenza e l'infinita scienza di Dio, sono segni certissimi della divina rivelazione, appropriati all'intelligenza di tutti " (Denz. 1790). Tra i compiti principali l'apologetica ha quello di studiare questi segni.

Veramente l'apologetica accoglie soltanto le ragioni di credere (o segni di credibilità) che hanno un valore generale e possono essere offerti a tutti, perché le ragioni personali ordinariamente non sono comunicabili, ma non sono meno valide, poiché la grazia può far scoprire un segno dell'azione di Dio in un'esperienza privata, ed è una fortuna per quelli che non hanno potuto essere raggiunti dalla predicazione evangelica.

I segni di credibilità si adattano a tutti gli spiriti.

- Non tutti gli uomini sono egualmente sensibili alle stesse prove; chi preferisce attenersi ai miracoli, chi alle profezie, chi alla coerenza e alla stabilità della dottrina; gli spiriti moderni infine saranno impressionati dal miracolo permanente della Chiesa, che ripete l'ascendente personale che Gesù esercitava al suo tempo. San Matteo scriveva il suo Vangelo per i Giudei e insisteva soprattutto sulle profezie; San Marco invece, scrivendo per il lettore romano proveniente dal paganesimo insisteva sui miracoli. Possiamo dire che ci sono prove per tutti i gusti e per tutti i temperamenti. D'altronde i vari segni si rafforzano a vicenda e l'uno spesso implica l'altro, come i miracoli evangelici e la dottrina sono uniti da tal vincolo che il miracolo, segno della rivelazione, essendo quasi sempre un miracolo tanto della bontà quanto della potenza, trasmette a suo modo la dottrina e diviene segno rivelatore. " Andate e riferite a Giovanni ciò che avete veduto e udito:... gli zoppi camminano, ecc". Gesù nello stesso tempo manifestò la sua potenza, rivelò la sua bontà e adempì una profezia. Non occorre filosofare per giungere ad ammettere la trascendenza dei segni, cioè per riconoscere in essi o per essi la presenza e l'azione d'una sapienza, d'una potenza e d'una bontà che supera le forze create; né occorre iniziazione scientifica perché ordinariamente bastano attenzioni, buon senso e quella logica naturale di cui ci serviamo tutti i giorni senza bisogno di analizzarne le leggi, clic ci da certezze e convinzioni ragionevoli, anche se non sempre ragionate.

Non è proibito ragionare; lo faccia chi vuole e può; è anzi consigliabile die Io si farcia. L'apologetica è appunto la scienza delle ragioni di credere. Si potranno anche volgarizzare per le masse le ricerche erudite, ma non occorre possederle appieno e in tutti i particolari. Per offrire ai fedeli buoni elementi di apologetica basta la conoscenza anche succinta purché esatta, della fede e della pratica cristiana.

Per acquistare delle certezze non è nemmeno necessario essere adusati agli esercizi della logica formale in cui può anche errare la ragione di molti, non trovandovisi più la duttilità d'un pensiero vissuto; né occorre cominciare col dubbio che nega ogni valore alla logica naturale, perché il dubbio né illumina né offre il punto di partenza per la certezza. D'altronde non si tratta di dubitare, ma di esaminare e chi non dubita non è meno intelligente.

§ 3. - La ragione che si nutre della fede.

L'intelligenza dei misteri. - Il Concilio Vaticano insegna che s quando la ragione, illuminata dalla fede, cerca con cura, pietà e moderazione, per dono divino acquista una certa intelligenza dei misteri molto fruttuosa, sia per l'analogia delle cose che conosce naturalmente, sia per il legame dei misteri tra di loro e col fine ultimo dell'uomo ".

La religione non è tutto mistero, né lo stesso mistero è tutto misterioso. È pacifico il principio che il mistero non si dimostra e di fatto esso sfugge a un'esauriente comprensione; ma ciò non implica che esso sfugga completamente alla comprensione. Siccome Dio s'è degnato d'insegnare a noi non per abbagliarci ma per istruirci, anche nel mistero si può cogliere qualcosa per soddisfare lo spirito, come pure per la condotta della vita.

Il Concilio Vaticano ci avvia per la strada battuta dalla Chiesa nel suo lavoro teologico.

Un primo processo, analitico, si fonda sull'analogia esistente tra il rivelato e il creato. Perfino le espressioni di cui si serve Dio per rivelare se stesso e la sua azione (Padre, Figlio, Spirito, Verbo, Luce, Vita, Verità, Amore, Redenzione, Cielo, ecc.) sono prese dalla nostra esperienza umana e ci danno quindi un'idea positiva dei misteri che esse rivelano. L'intelligenza le analizza e, dopo averle spogliate del loro antropomorfismo e liberate dalle tare inerenti alla natura creata, ne conserva il contenuto accettabile.

All'analisi segue la sintesi. Tutti i misteri della rivelazione, che è un tutto, sono collegati con in cima la Trinità, il grande Mistero, l'unico che rappresenta un Assoluto necessario; poi gli altri misteri, come la nostra vocazione a partecipare alla vita intima dì Dio, la grazia e, data la cadute dell'uomo col peccato, l'Incarnazione, la Redenzione, e una nuova economia della grazia nei Sacramenti e attraverso la Chiesa. I dommi sono così connessi die basta toglierne uno per scuotere tutti gli altri, come risulta dalla storia delle eresie, e per vederne l'armonia basta concatenare gli uni con gli altri.

La fede vissuta illumina lo spirito.

- Per quanto interessante l'analisi di ciascun domma é soddisfacente la vista del loro insieme, è ancor possibile migliorare la conoscenza che cc ne danno l'analisi e la sintesi, perché dopo averli contemplati, dobbiamo ancora viverli. La dottrina cristiana illumina la nostra vita e, per una felice reversibilità, dalla pratica della vita cristiana riceve un supplemento di chiarezza. Per comprendere qualcosa dell'amore di Dio bisogna amare: l'egoismo è d'ostacolo alla fede. Parallelamente non è possibile intendere bene il " dato rivelato " se non lo si riconosce teoricamente e praticamente nella verità che apporta la luce attesa per orientare la vita. Rileggendo con questo spirito il sesto capitolo di san Giovanni si nota come Nostro Signore, proponendo ai suoi discepoli l'idea, in quel tempo ancora sconcertante, che occorre mangiare il suo corpo, l'associa al progetto splendido a prima vista pazzesco della partecipazione alla vita di Dio; il Padre attira l'uomo e lo da al Figlio; il Figlio lo riceverà dal Padre e non lo respingerà, anzi darà se stesso all'uomo per renderlo al Padre e associarlo al loro divino amplesso: " Siccome il Padre, il vivente, ha mandato me e io vivo per il Padre, così pure colui che mangia di me, per me vivrà ". San Pietro non aveva capito più degli altri " come mai può costui darci da mangiare la sua carne ", ma aveva tuttavia percepito che cosi sarebbe avvenuto e poggia la sua fede su questa grande esperienza: a Tu hai parole di vita eterna ".

CAPITOLO III. - LE DISPOSIZIONI MORALI

La fede impegna tutta quanta l'anima. . La Chiesa e i teologi insegnano che vi sono disposizioni morali necessarie per credere. Ecco alcune testimonianze.

Il Concilio Vaticano afferma che quello della fede a è un atto libero e non è prodotto necessariamente dalle prove della ragione umana ". Sant'Agostino scrive: " L'amore domanda, l'amore colpisce, l'amore fa aderire alla Rivelazione, l'amore conserva l'adesione data ". E San Tommaso: " La fede si fonda sull'intelligenza sotto il comando della volontà, e ne risulta che quest'azione della volontà è accidentale relativamente all'intelligenza, ma essenziale relativamente alla fede " (De Veritate, q. 14, a. 3).

E qui la tradizione non fa altro che commentare il Vangelo. Il fatto che Nostro Signore annuncia sanzioni contro chi non crede, significa che chi non crede è responsabile e libero, a Chi crede... sarà salvato; chi non crede sarà condannato " (Me. 16, 16). Il colloquio con Nicodemo (Gv. 3, 18-22) ci offre un inizio di spiegazione di questa legge: " Chi in lui crede, non va condannato; ma chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell'Unigenito Figlio di Dio, ed è questa la ragione della condanna: che la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano cattive. Infatti chi opera il male odia la luce e alla luce non si accosta per timore che non si palesino per ciò che sono le sue opere; ma chi opera la verità si accosta alla luce, affinchè si renda manifesto che le sue opere sono fatte secondo Dio ". E nel discorso apologetico del capitolo quinto Gesù chiede ai suoi avversari: " Come potreste credere voi, che andate in cerca di gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo? " Poco prima aveva detto loro: " Io vi conosco e so che non avete in voi l'amore di Dio ".

I testi precedenti sono tutti chiari.

L'atto di fede è proprio dell'intelligenza, perché è un atto di conoscenza e di giudizio; tanto per il suo motivo che per l'oggetto interessa egualmente la volontà e le tendenze, in modo che le disposizioni morali aiutano, ostacolano o anche si oppongono all'adesione. Sebbene l'atto di fede sia fondato su ragioni, non basta concludere: " Questo è rivelato; Dio ha parlato; possiamo, dobbiamo credere questo ", per giungere a dire: " Io credo ". Paolo Bourget nell'Etape presenta Jean Monneron, uno studente incredulo, che si fa istruire nella religione dal suo professore di filosofia, M. Ferrand, cattolico fervente. Lo studente segue la dimostrazione, ammette teoricamente le conclusioni e praticamente... nulla: " Egli non crede ". Altro è riconoscere che la religione ha una buona base e altro fare un atto religioso. Ora quello della fede è un atto religioso, non una opinione favorevole all'autorità di Dio, non è nemmeno una proclamazione formale di quest'autorità, ma è una sommissione a quest'autorità, un vero omaggio di sommissione, in cui è impegnato tutto l'uomo. D'altronde Dio stesso si impegna con la Rivelazione, poiché non annuncia una verità qualsiasi garantendola solo con la sua veracità, ma si rivela e offre se stesso come amore e offre il suo amore, senz'avere gran bisogno di reclamare il nostro amore; ora per credere a una tale proposta di amicizia occorre un amore o amicizia iniziale.

Tanto per la ragione desunta dal motivo dell'atto di fede quanto per quella desunta dall'oggetto della fede è indispensabile che per credere l'uomo sia almeno sommariamente ben disposto verso Dio, che si senta impegnato e s'impegni verso di Lui in questa o quella forma. Claudel sentì la felicità di credere; Brunetière volle lasciarsi fare dalla verità; la Samaritana, contro ogni costumanza, accettò di essere ammaestrata da un uomo d'una razza estranea e ostile e di non vedere in lui che il profeta, non appena ebbe sentore che Io fosse davvero. Nonostante gli errori della sua vita morale, questa donna dimostrò una dirittura fondamentale sul punto capitale del dovere di adorare; si mostrò curiosa della verità, mentre poteva chiudersi alle questioni che le venivano proposte e interrompere il colloquio. Fu cosi che ella venne alla Luce.

Occorre sempre questo procedimento, in cui il primo passo è di Dio, il secondo dev'essere nostro, quello della nostra doverosa ricerca. Alcuni aspettano finché la luce li risvegli con la sua intensità; altri fissano appuntamenti a Dio e lo aspettano al varco: a Quando mi sarà stato provato che... b, ponendo ciascuno condizioni varie secondo i propri gusti; ma ciò non significa volere la verità, amarla, cercare la gloria che viene da Dio solo.

Precisazioni sol compito della volontà. - La volontà e le disposizioni morali come esercitano il loro influsso? Non supplendo l'insufficienza delle prove, supposto che siano realmente insufficienti. Io credo quella determinata verità proprio perché voglio crederla e perché è vera, non perché io voglia che sia vera.

Un paragone con l'apparecchio radio-ricevente ci aiuterà a capire. Per prendere bene una trasmissione occorre fissarsi sulla lunghezza d'onda; amplificare il suono; eliminare i suoni parassiti e fare la messa a punto per ottenere la purezza e la chiarezza e distinguere ciò che trasmette la stazione da cui si captano le onde. Orbene, è evidente che l'apparecchio ricevente non emette quello che riceve. Allo stesso modo la volontà influisce sull'atto di fede, come in tutte le conoscenze in cui interviene, fissando l'attenzione dell'intelligenza, intensificando lo sforzo per comprendere, aiutandola a mettersi a punto. La volontà aiuta l'intelligenza cercando il bene che le viene offerto e favorendola cosi nella ricerca del vero, poiché lo stesso spirito pensa e vuole, e Io stesso essere si propone ad esso sotto il duplice aspetto di vero e di bene. Le verità di fede sono luce e vita, ma non essendo evidenti per se stesse, l'intelligenza e la volontà devono agire nello stesso senso. Quindi non basta dire che la volontà fa aderire l'intelligenza all'oggetto della fede, ma bisogna anche riconoscere che l'aiuta a vedere, senza il pericolo che l'aiuti fino a farle vedere ciò che non è, dal momento die la volontà rafforza bensì l'intelligenza, ma l'intelligenza dirige la volontà: ignoti nulla cupido. Intelligenza e volontà collaborano con un'azione combinata, ma l'una non sostituisce l'altra, e dobbiamo pure tener presente che esse rispondono a una richiesta che viene loro dall'esterno e che la Rivelazione entra nel campo delle idee solo in quanto era prima nel campo della storia.

In definitiva la fede, poggiando sulla stessa verità di Dio, Creatore e Rivelatore, poggia su una certezza superiore a tutte le certezze umane; però questa certezza é sempre fragile, come ogni certezza morale, e basta che perdiamo il gusto e l'amore della Verità per sottrarre il nostro appoggio e ritrovarci vacillanti, non però per colpa della Verità.

CAPITOLO IV. - CARATTERE SOPRANNATURALE DELL'ATTO DI FEDE

Nessuno va a Dio senza Dio. - " Benché l'assenso della fede non sia per nulla un moto cieco dello spirito, nessuno può tuttavia aderire all'insegnamento del Vangelo, come è necessario per giungere alla salute, senza un'illumuiazione e un'ispirazione dello Spirito Santo, che da a tutti la soavità dell'adesione e della credenza alla verità, poiché la fede in se tessa è un dono di Dio, anche quando non opera mediante la carità, e il suo atto è un'opera relativa alla salute, con cui l'uomo si sottomette liberamente a Dio stesso, consentendo e cooperando alla sua grazia, cui potrebbe resistere". Così il Concilio Vaticano ha condensato tutta la dottrina scritturale tradizionale. La tradizione è unanime nell'affermare che nell'opera della salvezza l'iniziativa spetta a Dio. Questa dottrina fu messa in rilievo soprattutto nel dibattito tra Sant'Agostino, dottore della grazia, e i Pelagiani. Annunciando l'Eucaristia alla folla, Gesù diceva: " Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre, che mi ha mandato ", e siccome gli ascoltatori erano poco disposti il Maestro divino cercava di prepararli a credere : il suo discorso sull'Eucaristia (Gv. 6) è anche un discorso sulla fede. " Io sono il pane della vita. Chi viene a me non avrà più fame ". Egli è il vero pane del cielo, e ci si nutre di Lui prima di tutto andando a Lui con la fede; ma per andare al Figlio bisogna che prima siamo stati dati a Lui dal Padre: a Tutto ciò che il Padre mi ha dato verrà a me ", e il Padre da soltanto quelli che si sono lasciati attirare da Lui.

La grazia che guarisce e la grazia che eleva.

- Così il credere non dipende soltanto dalla nostra buona volontà ma, per varie ragioni, occorre la grazia:

1. a titolo di rimedio (detta perciò grazia medicinale), perché la nostra buona volontà non è mai tanto sicura da non dover temere nessun ostacolo o difficoltà, che non mancano mai, nemmeno per i credenti. La nostra intelligenza è sempre in grado di dare tanto facilmente un consenso assoluto a verità non evidenti, per quanto ben fondate su testimonianze?

2. A titolo più rigoroso, che le da il nome di elevante. Abbiamo bisogno non solo di essere sostenuti perché siamo deboli, troppo deboli per il nostro compito, ma di essere " elevati " all'altezza del compito che ci domina in modo assoluto, perché non è naturale all'uomo stringere amicizia con Dio, ed è proprio questa che Dio propone e l'uomo accetta. Con la fede entriamo nel soprannaturale assoluto. Molte verità rivelate riguardano l'intima vita di Dio e lo stesso fatto della Rivelazione, indipendentemente dal contenuto e dai mezzi adoperati per attuarlo, é un atto di condiscendenza che traduce un'intenzione personale; è un'attenzione delicata e personale di Dio per l'uomo. È ancor naturale che l'uomo consideri l'autorità di Dio ben diversamente che una verità astratta, capace di giustificare una tesi, e vi si riferisca e appoggi direttamente su di essa, facendola entrare in qualche modo nelle sue vie, e che tratti con Dio da persona a persona? L'atto di fede, per se stesso e qual è stato definito, non è dunque nella natura dell'uomo o di qualsiasi altra creatura di Dio: per diventarne capaci bisogna riceverne la capacità da Dio, il quale se si china su di noi, non si abbassa, perché per rendere possibile l'incontro bisogna che ci elevi e ci " imparenti " con Lui.

Si spiega cosi la nostra possibilità di adattarci al bene soprannaturale che ci viene proposto e all'offerta che ci è fatta; si spiega che le nostre aspirazioni di uomini semplicemente onesti si innalzino alle soglie dell'Eterno, e che accogliamo con simpatia la Rivelazione e il suo oggetto; si spiega cosi quel a colpo d'occhio " che in segni materiali, fa riconoscere il modo di Dio, e la sua firma personale, " colpo d'occhio " che non è proporzionato né direttamente né inversamente all'intelligenza naturale e ai suoi gradi. C'è un dono che non è naturale, che è una luce nuova per lo spirito e un impulso, un'attrattiva, per la volontà, che vengono solo dall'alto.

Per quanto misteriosi gli apparenti indugi della grazia, questo dono non viene rifiutato a nessuno che lo cerchi con buona volontà, come insegna il Concilio Vaticano : " II Signore misericordiosissimo con la sua grazia eccita gli erranti e li aiuta a giungere alla conoscenza della verità; Egli da pure la sua grazia a quelli che ha trasferito dalle tenebre nella sua luce ammirabile per confermarli nella perseveranza fedele a questa luce, abbandonando solo quelli che lo abbandonano ".

Ricerca scientifica e fede personale.

- L'apologetica, dicevamo, non è una scienza disinteressata. Essa istruisce, ma per convincere; convince per persuadere e convertire.

Il credente che fa dell'apologetica è già in precedenza completamente convinto, persuaso e convertito. Prima dell'apologetica la sua fede non era cieca; egli aveva buone ragioni per credere e gli mancava solo di essersene reso nettamente conto, di conoscerne la profondità e l'estensione, di saperle ordinare in un sistema logico, spiegarle e renderle utili agli altri.

Anche dopo che il credente avrà fatto questo lavoro, l'incredulo non sarà costretto a seguirlo, poiché la fede non si crea a forza di ragionamenti; non viene data bell'e fatta; piuttosto la da Dio che può d'un sùbito illuminare l'intelligenza e convertire la volontà, restando sempre il padrone dei suoi doni, e del giorno e dell'ora. Conseguentemente l'apologista ha un compito complesso; alla solidità scientifica deve aggiungere l'abilità d'un avvocato e la santità di un apostolo, dovendo ad un tempo soddisfare lo spirito, guadagnare la volontà e ottenere la grazia.

Tutta la chiave del problema è in questi tre dati e dal fatto che compito e specialità propria dell'apologista è di offrire motivi, non si devono dimenticare gli altri due dati, anche se non se ne parla, perché trascurandoli non si giunge e non si può sperare di giungere a buon fine.

Già solo le dimensioni di questo volume, che è soltanto un manuale di volgarizzazione, scoraggerebbero le migliori volontà, se proprio la buona volontà, aiutata dalla grazia non fosse capace ad ogni istante di sollevare lo spirito che sta per essere sopraffatto. I problemi toccati dall'apologetica si moltipllcheranno ancora. Non ci dobbiamo sconcertare se crescerà sempre più il numero delle questioni da risolvere e delle obiezioni da confutare, perché non fa tanto impressione il fatto che da tutte le parti si fa fuoco contro le posizioni della Chiesa, quanto piuttosto che tutti gli assalti siano stati respinti uno dopo l'altro. Ora occorre custodire gelosamente tutte le conquiste di queste vittorie, almeno per servirsene al momento buono, perché i nuovi venuti della critica, quando non hanno nulla di nuovo da offrire, hanno il debole di rimettere in questione quello che è già stato risolto. In complesso la massa delle obiezioni non può costituire un'obiezione massiccia, e non oseremmo forse riprendere ad una ad una le risposte, se la buona volontà, sempre a aiutata dalla grazia " non traesse un argomento altrettanto plausibile dalla massa delle risposte. Si riprendano ad una ad una le obiezioni, anzi quelle che per me fanno difficoltà o, meglio ancora, si studino di preferenza quelle in cui si scopre già un raggio di luce; allora non occorrerà che siano esauriti tutti i problemi perché la buona volontà, sempre aiutata dalla grazia, si affretti a concludere, non essendo necessario né utile trarre dall'ombra tutti i dubbi formulati in passato per ripiombarveli, dal momento che sono già al loro posto, e non devono essere riportati alla luce quando non è indispensabile. Il vero amore per la verità non cerca l'ombra, ma la luce.

II compito dell'apologetica è insieme scienza e arte.

- Il ricercatore di buona volontà studierà finché non avrà trovato; rifletterà, pregherà, sia pure mettendo semplicemente i propri mali davanti al taumaturgo, denudando i propri dubbi, come chi espone una piaga al sole; se crede potrà anche discutere, purché non si lasci prendere dal gioco della discussione, discutendo per discutere.

L'apologista dal canto suo si studierà di guidare lo spirito del ricercatore, aiutandolo a prendere coscienza delle proprie certezze e aspirazioni, cercando di fargli scoprire le scorciatoie nella foresta di cui non occorre contare tutti gli alberi; suggerendogli, con l'analogia delle cose che conosce, gli atteggiamenti del credente e le certezze della fede. È importante quest'ultimo punto, poiché l'apologista ha il compito di condurre il ricercatore a "un modo di vedere ", a " un colpo d'occhio ", che tuttavia sono dati dalla grazia, potendo egli fare poco più che suggerirli, per mezzo di comparazioni, il che richiede abilità e tatto psicologico. Le comparazioni, di cui anche Gesù si servi nel suo insegnamento, non sono ragioni. Questo metodo è efficace non tanto perché illumina un oggetto con un altro, ma perché conduce lo spirito a fare su tale oggetto una messa a punto che lo aiuterà a vederne meglio un altro. Un ufficiale d'artiglieria che ha fatto pratica nello spostare i tiri, capirà a volo il metodo: il tiro viene aggiustato su di un obbiettivo in vista determinando e utilizzando gli elementi di aggiustamento per raggiungere un obbiettivo vicino e visto. Semplice comparazione.

Per finire riprendiamo il paragone della foresta, in cui ci possiamo perdere. Cosi nell'apologetica. Chi non conosce la foresta si deve lasciar guidare da chi l'ha percorsa in senso inverso, e soprattutto deve andare avanti, evitando di girare attorno, di ritornare sempre sui propri passi, di voler passare ad ogni costo dove c'è un albero, di fermarsi in un angolo piacevole senza più pensare alla meta. Proprio cosi fanno molti apologisti, che non avanzano, chiudendosi in un cerchio, ritornando su punti acquisiti, ostinandosi su di una difficoltà, compiacendosi di uno studio senza uscirne. L'essenziale è giungere alla meta, non importa per quale via. Lo spirito umano non è universale e una difficoltà superata resta una difficoltà, ma è superata, ed è ormai classica la formula di Newman: a Diecimila difficoltà non fanno un dubbio ". Di certezza in certezza si vada al vero, preferendo ciò che prova a ciò che crea il dubbio. Nel 1852 Ozanam consigliava a un amico di fare " in materia di religione ciò che si fa in materia di scienza: assicurare un certo numero di verità prime, provate, e poi abbandonare le obiezioni allo studio dei saggi ". n Quante obiezioni cadranno da se stesse quando si crederai "

L'apologetica in definitiva è una scienza; è la scienza delle ragioni di credere; ma è anche un'arte, e solo lo studio dell'atto di fede poteva determinarne le leggi.

M. H.

BIBLIOGRAFIA. - L'articolo postumo di Houdard prolunga con originalità l'insegnamento di G. Brunhes nel suo classico libro su La fot et sa justification rationelk, Paris, Bloud et Gay 1928; trad. it. presso Ed. Paoline, Alba, 1955.

Dopo di allora è stato pubblicato: R. Aubert, Le problèmi de l'aete de fot, Louvain 1Q.45- Questo lavoro, di oltre ottocento pagine, dispensa da ogni altra bibliografia, poiché vi si trova il repertorio più completo di tutto quello che fu pensato e scritto sul problema dell'atto di fede.

Segnaliamo due opere venute dopo quella dell'Aubert: M. L. Gherard de Lau-ries, Dimensions de la fot, a voli. Ed. du Cerf, Paris 1952. Contiene profonde analisi speculative. A. Decout, L'aete de fot. Beauchesne, Paris 1947. Presenta in forma facile gli elementi logici e psicologici dell'atto di fede. Infine ricordiamo il volumetto di J. MouROtrx, Io credo in te, Morcelliana, Brescia 1950, che studia la struttura personale della fede, e quello di R. Brini, Dalle certezze di ragione alle certezze di fede, Ed. C. Fanton, Torino 1949, che è uno studio sul tipo di certezza nell'assenso razionale della rivelazione cristiana.