tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
I - LA METAFISICA SPIRITUALISTA DI FRONTE
ALLA SPIRITUALITÀ CRISTIANA
L'apologetica
tradizionale si sviluppa di solito in tre
tappe. Prima di tutto, stabilisce i preamboli
razionali della fede: l'esistenza di un Dio
causa del mondo e la sua perfezione sostanziale,
l'immaterialità e la spiritualità
dell'anima come conclusioni naturali dell'intelligenza
umana, che per conoscerle con certezza non
aveva bisogno di rivelazione o di grazia.
Acquisite queste verità metafisiche,
nella seconda tappa, bisogna dimostrare che
se il Dio creatore del mondo è personale
e libero, è possibile una rivelazione.
Quest'ineffabile Generosità, segreto
trasparente dell'universo, può prendere
le iniziative più impreviste, come
quella di raccontare se stessa alla sua creatura
e di volerla elevare al di sopra della sua
natura di uomo. Non è possibile dimostrare
la necessità di una rivelazione che
dipende dalla liberalità divina, ma,
come diceva san Tommaso, si potrà dimostrare
che la rivelazione è " conveniente
". Nella terza tappa, l'apologetica passa
dal possibile al reale, seguendo il processo
naturale dell'intelligenza che giunge al vero
stabilendo le regole del verosimile, e dimostra
che la rivelazione che prima era idea e speranza,
divenne realtà in Cristo e per Cristo
e si continua nella Chiesa e per la Chiesa.
Verità di fatto, questa, che è
resa sicura da molteplici testimonianze convergenti.
Resta
da chiedersi se siffatto procedimento apologetico
vada d'accordo con la psicologia della conversione,
e cioè anche con le sue preparazioni
umane. È un fatto che talvolta anche
l'avventura d'una vita personale ha la sua
logica profonda, tutta finezze, che non sa
che farsene delle nostre geometrie metafisiche.
L'itinerario dall'incredulità alla
fede percorre raramente le tre tappe che abbiamo
distinto, e molti scoprono le affermazioni
spiritualistiche contenute nella loro fede
solo dopo la loro conversione, come avvenne
per esempio a Sant'Agostino. Per costoro,
l'affermazione di un Dio personale e libero
non precederà, ma seguirà la
fede nell'Uomo-Dio e nell'Incarnazione, e
alle volte, prima di scoprire la speranza
dell'immortalità personale, bisognerà
passare attraverso la fede nella resurrezione
di Cristo. Al contrario, può avvenire
che convinzioni spiritualistiche diano allo
spirito una sicurezza priva di inquietudine
religiosa, confermandolo in una filosofìa
che esalta la perspicacia dell'intelligenza
e il valore del senso morale. È il
caso del fariseo in possesso di principi e
prigioniero della soddisfazione di se stesso,
che lo chiude alla grazia.
D'altra
parte, la storia dimostra che, senza il cristianesimo,
lo spirito non avrebbe potuto raggiungere
l'integrità e la purezza d'uno spiritualismo
autentico. I] Dio di parecchi filosofi greci
ha personalità e libertà avvolte
in ombre: è autore
più dell'ordine che dell'essere del
mondo, e pare soffrire fuori di se stesso
una materia ribelle o inconoscibile. L'Idea
del Bene di Platone o l'Atto Puro di Aristotele
sono nomi sublimi e splendenti di verità,
ma non significano che la divinità
possegga l'assoluto dell'essere e la pienezza
della coscienza.
Eguale
incertezza regna sull'essenza e sul destino
dell'anima umana. Aristotele descrive in modo
sì strettamente naturalistico l'uomo
da mettere in serio pericolo la dottrina della
sopravvivenza dell'anima, principio troppo
immerso nella vita del corpo che essa informa.
E anche in Platone, il cui Fedone apre una
via filosoficamente valida per la speranza
dell'aldilà, il mito della trasmisgrazione
sembra proporre un simbolo poetico dell'eternità,
più che dell'immortalità dell'anima,
che, per Platone e Plotino, è increata
ma senza potenza creatrice (ed è forse
qui il segreto della calma tristezza dell'ellenismo
che ordina
riamente viene confusa con una serenità
superficiale); l'anima però è
troppo divina per essere divinizzata dalla
grazia. Di qui, nasce quella saggezza che
dispensa dalla religione, perché è
religione a se stessa.
Solo
il cristianesimo si fa istitutore della filosofia
e la conduce a uno spiritualismo veramente
realistico che riconosce a Dio l'immensità
della sostanza e l'ampiezza della personalità,
e rende l'anima sicura della sua immortalità
per cui si compie un destino veramente personale.
Queste affermazioni sono certamente soltanto
razionali, ma la ragione, senza la rivelazione
cristiana, rimarrebbe addormentata e ignorerebbe
le sue ricchezze.
Queste
brevi analisi confermano le diffidenze di
Pascal per un'apologetica che parte dalle
prove di Dio e dell'immortalità.
Il
grande apologista è certamente inquieto
riguardo al valore dimostrativo delle prove
di Dio e dell'anima, ma teme soprattutto che,
pur essendo eccellenti, si prestino a un uso
pagano da parte dell'uomo decaduto. Anche
se la ragione riesce a provare che c'è
un Essere grande, potente, eterno, questa
pretesa religione naturale non è una
religione, perché l'uomo conoscerà
Dio, ma non la propria miseria e sarà
tentato dalla " superbia dei filosofi
", che non vale più della "
disperazione degli atei ". L'unica cosa
necessaria è la conoscenza della Redenzione
e l'unione al Mediatore, e la ragione, fiera
delle sue prove, potrà orgogliosamente
sognare di servire e conoscere Dio senza Mediatore,
insujtando il mistero della grazia e rendendo
vana la croce di Cristo (1).
La critica pasca-liana delle prove di Dio
e dell'anima non è certamente irreprensibile
e rischia di far considerare Dio e l'anima
come oggetti soltanto soprannaturali, scoperti
dalla fede, sconfessando e quasi sacrificando
la ragione; ma è innegabile che Pascal
diffidava della ragione per un commovente
e profondo scrupolo religioso che è
sempre attuale. La diffidenza pascaliana impone
all'apologetica una questione preliminare
che non dobbiamo eludere: l'atmosfera intellettuale
in cui si muove un pensiero che prova l'esistenza
di Dio non è necessariamente cristiana.
Non dimentichiamo che le prove di Dio e dell'anima
devono essere certe per un esatto rigore dimostrativo,
ma ricordiamo pure che queste prove vogliono
essere vissute in uno spirito di rischio e
di generosità e che solo così
non induriscono lo spirito nella sufficienza
spirituale e morale. Altrimenti, l'idea di
Dio può diventare un idolo usurpatore
del posto del Dio vivo.
(1)
"...Uno il quale sia persuaso che
le proporzioni dei numeri sono verità
immateriali, eterne, e dipendenti da una prima
verità in cui sussistono e che chiamiamo
Dio, non lo troverò molto innanzi per
la sua salvezza" (Pensées,
Ed. Brunschvicg, n. 556)-
CAPITOLO
II - VALORE APOLOGETICO DELLA PROVA. CI SONO
PROVE DI ESPERIENZA?
a)
La critica.
-
Perciò, occorre impostare la questione
preliminare in tutta la sua ampiezza: l'idea
stessa d'una prova di Dio e dell'anima non
è priva di credito e di ogni valore
apologetico? Siffatto pregiudizio proviene
prima di tutto da una concezione oratoria
del pensiero, cioè dallo scetticismo
curialesco che pretende di poter discutere
qualsiasi causa. Come al tempo di Socrate,
i moderni difensori della ragione devono vincere
una sofistica che oggi si chiama prammatismo
o (ideismo).
La
prova riguardo a Dio e all'anima non è
forse inefficace e priva d'ogni valore persuasivo?
Le prove sono innanzitutto solidali con una
metafisica difficilmente penetrabile e anche
se, come diceva Pascal, sembrano solide quando
vi riflettiamo, basta lasciarsi travolgere
dalla distrazione e dal turbine della vita
per dimenticare la loro potenza logica.
Inoltre,
provare vuoi dire tenere col pensiero ciò
che si prova, possedere, assimilare l'essere
all'intelligenza. KierKegaard considera ogni
prova di Dio come ridicoli, empietà
e impertinenza orribile, perché profana
il sacro con l'impuro contatto d'una ragione
marcia d'orgoglio. Le prove di Dio e dell'anima
non suppongono forse che io riduca alla mia
misura irrisoria il mistero presente nel mondo
e in me? Il rimprovero è diretto ad
un intellettualismo razionalistico che da
l'impressione di essere un meccanismo di concetti
troppo ben congegnati, dove domanda e risposta
si convengono come la chiave e la toppa, dove
Dio spiega chiaramente il mondo e l'anima
spiega facilmente l'uomo. Un grande pensiero
di Gabriele Marcel dice che questo significa
abbassare il mistero a problema, cioè
a un enimma la cui parola è oscuramente
significata dalla stessa enunciazione della
questione. Perciò, in me l'eninuna
può suscitare solo una curiosità
esterna al mio essere profondo e, anche se
la Sfinge minaccia divorarmi se sono incapace
di risolverlo, mi rimane estraneo ernie legato
solo da un interesse posticcio. L'io e il
mondo non possono essere enimmi di questo
genere, e io sono talmente impegnato nella
duplice realtà dell'anima e di Dio,
che mi è impossibile trattarla come
la soluzione di un problema che mi è
esteriore. D'altronde, che valore può
avere questa filosofia del mondo che pretende
spiegarlo mediante Dio cosi in fretta e bene,
senza vivere lungamente i paradossi e le contraddizioni
della sua relatività, del suo divenire,
della sua contingenza? Questa filosofìa
della persona che la spiega con una logica
tranquilla mediante un'anima sostanziale,
sènza vivere fino in fondo la contraddizione
della sua miseria e della sua grandezza? Più
brevemente: ogni sistema filosofico non giustifica
forse lo scrupolo pascaliano sempre rinascente,
contenendo in se stesso qualcosa di compiuto
e di sufficiente, mentre sono l'insufficienza
del mondo e l'incompiutezza dell'anima che
spiegano la possibilità della religione?
Nel
processo all'idea della prova di Dio e dell'anima,
troviamo infine un argomento più radicale,
dovuto a Kant, in seguito ripreso per esempio
da Alain e da Bergson. Kant si chiede semplicemente
se non sia impossibile provare un'esistenza
con la ragione. L'esistenza si mostra, si
constata, ma non si dimostra. Costruire con
la ragione un'essenza priva di contraddizioni
e ricca di tutti gli attributi possibili significa
ammassare pensieri, non incontrare un essere.
C'è ragionamento capace di passare
dal possibile al reale, dall'idea al fatto?
L'argomento ontologico non è forse
sofìstico perché conclude all'idea
di esistenza anziché all'esistenza
stessa? D'altronde, qualsiasi prova dell'esistenza
di Dio non suppone, come pensa Kant, un ricorso
segreto all'argomento ontologico, pretendendo
di concludere un'esistenza da un pensiero,
cioè una realtà da una semplice
possibilità? Eguale è il metodo
per dimostrare l'immortalità: si fa
derivare logicamente l'idea d'immortalità
da un'idea precostituita dell'anima, che in
realtà è indistruttibile in
virtù della sua definizione. Non si
confonde forse, chiede Bergson, l'idea di
esistenza con l'esistenza quando si rifiuta
di porre il problema dell'esistenza in termini
di esperienza?
Anzi,
anche se da un'idea logica potesse uscire
un'esistenza, il semplice fatto di esistere
è privo di valore, perché l'autore
di questo universo potrebbe essere un prodigioso
artista senza moralità, il genio maligno
che con la sua ombra turbò per un istante
l'audace metafisica di Cartesio. Ora, il problema
del valore è più importante
di quello dell'essere, e in Dio, dobbiamo
cercare la qualità d'una presenza infinitamente
buona, più che un'onnipotenza di cui
si può dubitare se ama necessariamente.
L'immortalità deve prendere coscienza
d'una personalità liberata dalla dispersione,
dal male, dall'incoscienza, più che
prolungare indefinitamente una sostanza.
Tutte
queste ragioni tenderebbero quindi a un'unica
conclusione: se ogni prova propriamente detta
è inefficace o sofistica, unico giudice
resta la esperienza.
b)
Valore delle prove d'esperienza.
-
Bergson tentò questa via, in cui ogni
prova è una testimonianza che pone
un accento, il quale è nello stesso
tempo sperimentale e religioso. Se le anime
sopravvivono, forse l'influsso dei morti,
cioè dei veri viventi, sui vivi, o
meglio, sui semiviventi, appartiene al campo
dell'esperienza; se fossimo capaci di svegliare
e dilatare in noi le nostre potenze d'intuizione,
percepiremmo i misteri del mondo spirituale,
come per mezzo dell'industriosa intelligenza
abbiamo penetrato i misteri del mondo della
materia. Già la psicologia della memoria
ci fa sperimentare che il ricordo puro ha
in noi una vita propria e indipendente dall'attività
cerebrale, e la morte potrebbe benissimo rendere
libera la memoria, cioè la parte più
concreta della nostra personalità;
altre linee verranno di fatto a convergere
verso lo stesso punto e renderanno la sopravvivenza
sempre più probabile. Stabilire questa
prova richiede un'inchiesta lunga e rischiosa,
che non può darci di primo acchito
la certezza assoluta di un'immortalità
definitiva; ma all'uomo conviene una certezza
umana, fatta di probabilità accumulate.
Un filosofo cristiano d'ispirazione bergsoniana
invocherebbe anche la persistenza del vecchio
istinto che spinge i popoli più primitivi
a onorare i morti come esseri sacri e la lunga
pratica della preghiera per i morti, che può
anch'essa venir considerata come un'esperienza.
Slmilmente
l'uomo ha la prova di Dio solo quando c'è
l'incontro dell'uomo con Dio. La potenza creatrice
della vita, fatto d'ordine biologico, induceva
l'autore dell'Evoluzione creatrice a supporre
a la generosità di un principio che
si dona ". I grandi mistici, evidentemente
travagliati da ciò che è più
grande di loro, sono altrettante prove viventi,
sofferenti, trionfanti dell'esistenza e dell'efficacia
di Dio. Il fatto che le testimonianze di questi
uomini, diversi per cultura, ambiente sociale,
civiltà, alle volte anche per religione
dommatica, siano in modo stupefacente convergenti,
è una probabilità che potrà
equivalere alla certezza in favore dell'esistenza
di Dio. Infatti, tutti i mistici descrivono
Dio in modo somigliante, come una realtà
che in un'inconcepibile Unità supera
le antinomie che l'intelligenza astratta può
scoprire nella natura divina: immensità
dell'Energia e generosità dell'Amore,
Onnipotenza e Umiltà, Infinità
della Grandezza e Infinità dell'Abbassamento.
Per sapere se Dio esiste e Chi è, c'è
un solo metodo accettabile, evangelico e filosofia)
a un tempo: credere a quelli che hanno veduto.
c)
Necessità e insufficienza delle prove
d'esperienza.
-
II filosofo per primo ammette che i mistici,
riguardo a Dio, sanno più cose dei
teologi, i quali, a loro volta, ne sanno più
dei filosofi. Ma l'esperienza di Dio fatta
dai mistici da loro una certezza acuta, difficile
a comunicarsi, che parla specialmente a chi
ha già tentato di a realizzare "
Dio nella sua vita, e che per essere compresa,
suppone tutto un clima spirituale.
Anche
la grazia che irraggia dagli scritti e dalla
vita dei mistici potrebbe dare a certuni le
primizie della fede e anche alcune certezze
filosofiche. Se potessimo scoprire l'anima
mistica in se stessa, il suo cielo invisibile,
ci racconterebbe la gloria di Dio con un linguaggio
più convincente di quello del cielo
visibile, perché l'ardente e raccolta
gioia dei santi, " calma esaltazione
" (dice Bergson), è un effetto
più simile alla loro causa divina comune
che non la luce del giorno e il silenzio delle
notti. È anche necessario che lo spirito
colpito dairirraggiamento dell'esperienza
mistica non rinunci a ogni ricerca per capire
ed esplori questo campo reale e privilegiato
servendosi del principio di causalità.
In questo senso, le stesse prove d'esperienza
rimandano a quelle razionali.
Parlando
più in generale, potremmo chiederci
se ogni prova di Dio non comporti una percezione
preventiva dello spirito per se stesso, una
specie d'intuizione immediata dell'essere
in noi, qualcosa come l' "Io sono"
di sant'Agostino o dì Cartesio. Senza
questa prova sperimentale, che ci da l'invincibile
persuasione della realtà dello spirituale,
la prova di Dio non sarebbe altro che un gioco
logico perdentesi nel verbalismo d'un discorso
senza intuizione. Quest'esperienza dello spirituale
è ben descritta in una recente testimonianza
riportata da Giacomo Maritain nel suo libro
Les degrès du savoir: " Mi
è accaduto spesso di sperimentare con
un'intuizione improvvisa la realtà
del mio essere, del principio profondo, primo,
che mi pone fuori del nulla. L'intuizione
era violenta e talvolta mi sbigottiva e per
prima m'ha dato la conoscenza di un assoluto
metafisico " (p. 552).
Io
sono in modo assolutamente sostanziale e insieme
infinitamente precario, perché non
seno né per me né per la natura,
ma per un Altro che soltanto in sé
ha la rcgione della sua esistenza. Questo
tema, semisperimentale e semirazionale, viene
sviluppato in ogni prova di Dio e " trascritto
con caratteri di fuoco " e condensato
in rapide folgorazioni dalla vita intima del
mistico, tanto che lo spirito filosofico non
potrebbe cominciare il suo itinerario verso
Dio senza un'esperienza lontanamente analoga
con quella mistica.
d)
Difesa dell'idea di prova razionale.
-
Contro le obiezioni sempre rinascenti, ricordiamo
che provare non significa possedere o dominare
e che ogni prova mi lascia di qua del mistero.
Misconosce
la natura della prova chi immagina che essa
mi dispensi dal " realizzare " Dio
nel mio destino per sonale, e dal meritare,
con l'umiltà che si offre alle ispirazioni,
queste testimonianze concrete che superano
infinitamente ogni filosofia e hanno una certezza
oscura e soggettiva, che si svelerà
nell'eternità con evidenza abbagliante.
La prova ci da una conoscenza derisoriamente
insufficiente al desiderio del nostro cuore
e della nostra intelligenza. Chi ha la certezza
di Dio e dell'immortalità attraverso
le prove, dev'essere più inquieto e
più insoddisfatto di chi cerca ancora
nell'incertezza. Per dimostrare questo fatto,
conviene analizzare più a lungo la
natura della prova.
La
prova non è un mezzo per procurarsi
una fede rassicurante col modico prezzo d'un
ragionamento; non è un'algebra metafisica
che dia un nome all'assoluto risolvendolo
in un'equazione. Le difficoltà che
sorgono dall'idea di prova sono valide contro
un certo deismo insufficiente e facilone,
che alle lente e pazienti prove tradizionali
vorrebbe sostituire una prova matematica,
come ad esempio la caricatura della prova
ontologica che spreme l'esistenza dalla stessa
definizione di Dio con un gioco d'astrazione
dove brilla più l'ingegnosità
dello spirito umano che l'amore e la bontà
di Dio; che mette la natura di Dio alla portata
di mano, costringendola nel breve giro d'una
definizione. Si capisce come un Pascal, un
Kierkegaard considerassero questa logica come
una vera empietà.
L'idea
di prova, lungi dal manifestare l'orgoglio
dello spirito, è un'esperienza di umiltà
spirituale e insieme di dignità intellettuale,
una confessione di potenza e d'impotenza.
Anche qui vale quanto dice Pascal, che l'uomo
non può manifestare la propria grandezza
senza con ciò stesso esporre la propria
miseria. Ora un'intuizione esauriente che
scopra alla curiosità filosofica l'evidenza
immediata di Dio sarebbe una grandezza senza
miseria. Spinoza pretende che ogni uomo saggio
intuisca la sua necessaria esistenza in Dio.
(" Noi sentiamo e sperimentiamo di essere
eterni ", dice nell'Etica). Ma questo
significa pretendere di entrare troppo presto
nella terra promessa e togliere prima del
tempo i veli spaziali e temporali che ci nascondono
Dio. L'idea di prova non è affatto
un'ingenuità dommatica, anzi, manifesta
che è metafisicamente impossibile che
l'uomo, linchà rimane prigioniero della
sua condizione, intuisca decisamente e definitivamente
il divino.
Saremmo
invece di fronte a una miseria senza grandezza,
se le nostre prove fossero solo surrogati
logici e simbolici dell'intuizione sovrumana
che ci viene negata. Non c'è prova
senza intuizione, ma un'intuizione umana,
cioè evanescente, che ha sempre bisogno
di essere ritrovata, rianimata, riscoperta.
La dialettica della prova è l'arte
di resuscitare un'intuizione che muore incessantemente.
Quindi,
provare l'esistenza di Dio non significa subordinarla
e possederla, come pensa il prammatismo contemporaneo,
ingombro di pregiudizi militari; anzi, significa
subordinare se stessi ad essa proprio mentre
si stabilisce la prova. In questo modo, la
pratica delle prove è una scuola d'umiltà
e fa vedere, contro il pessimismo d'origine
giansenista, che la ragione umana non è
condannata all'errore e non è stata
privata della verità in punizione del
peccato. Umiltà senza disperazione
e ottimismo senza orgoglio sono il clima morale
in cui l'intelligenza pensa le prove di Dio
e dell'anima.
Resta
infine da dimostrare che lo sforzo per provare
un'esistenza non ha nulla di sofistico, come
vorrebbe l'obiezione della filosofia positivista,
la quale pretende che l'esperienza basti a
se stessa e abbia in sé tutte le condizioni
della sua intelligibilità. Così
la scienza, passando da una relazione all'altra,
potrebbe lax vedere come tutto l'universo
collabori al volo di un moscerino. Il pensiero
kantiano chiama intelligibilità questo
condizionamento universale. Però, il
volo del moscerino e perfino il palpito vitale
della minima tra le sue cellule non esiste
solo in funzione del resto del mondo, ma anche
in se stesso; la più fuggevole immagine
del sogno nella coscienza distratta non esiste
solo in funzione del resto della coscienza,
ma anche in se stessa. Si tratta di sapere
se l'essere di ogni oggetto basta o no a se
stesso. Qualsiasi positivismo e qualunque
filosofia dell'esperienza pura, come il bergsonismo
e anche l'esistenzialismo, restano al di sotto
della questione e suppongono questo contestabile
postulato: l'esistenza non ha problemi di
sorta.
Il
positivismo e l'idealismo di stile kantiano
pensano che lo spirito umano possa rispondere
solo dell'ordine e non anche dell'essere del
mondo; che ci sia un problema scientifico
di relazioni tra le cose, ma non un problema
della cosa stessa. Il bergsonismo, ad esempio,
identificando l'essere e il divenire, è
inevitabilmente condotto all'idea che il divenire
non si debba spiegare, dal momento che esiste
e basta. Per l'esistenzialismo, ogni esistenza
è una rivelazione opaca e impenetrabile
essendo priva di ragion d'essere, e a di troppo
per l'eternità ". Sartre, nell'esperienza
della nausea, scopre questa metafisica.
Sotto
questo punto di vista, il problema della dimostrazione
d'un'esistenza è davvero sofistico.
Ma il postulato che l'essere è sufficiente
a se stesso crolla giustamente; la ragione
nella natura di ciascun oggetto materiale
e spirituale è in grado di leggere
una dipendenza più radicale di quella
che lo unisce al resto del mondo; quindi,
è comprensibile che un'esistenza assoluta
sia dimostrabile partendo da un'esistenza
contingente. L'esistenzialismo di un Sartre,
facendo vedere in uno stile che a stento può
essere confutato, che ogni esistente non può
trovare la ragione del proprio essere in un
altro esistente, e nemmeno nella totalità
degli altri esistenti, ci mette di fronte
al dilemma che il positivismo e l'idealismo
tentavano eludere: o l'assurdità dell'essere,
o Dio, ragione suprema dell'essere. L'intuizione
che l'essere di ogni oggetto dell'esperienza
sensibile o spirituale non è per se
stesso né per il resto del mondo, è
il principio che permetterà di fondare
una prova dell'esistenza di Dio.
Allo
stesso modo, un ragionamento vivificato dall'esperienza
intcriore di sé, permette per se stesso
di concludere che ogni operazione dello spirito,
intellettuale o volontaria, ha soltanto un
essere derivato e suppone l'esistenza di un
soggetto in cui si radica. Ciò è
contrario all'empirismo e significa che lo
spirito umano non è un puro spettacolo
senza profondità, non una successione
di fatti di coscienza, tutti posti sullo stesso
piano, non un erompere di novità radicalmente
imprevedibili, ma significa che è un
principio permanente e insieme vivente di
trasparenza e di fedeltà a se stessi.
Più
di metà della questione è costituita
da queste preparazioni filosofiche e morali,
che permettono di far vedere che le prove
di Dio e dell'anima reggono al duplice esame
della validità logica e del valore
spirituale. Ora, conviene esporre brevemente
queste prove, proponendo una sintesi dell'insegnamento
più comune dei filosofi cristiani,
raggruppandole, soprattutto per ragioni pedagogiche,
sotto tre titoli: 1) la dipendenza radicale
del mondo e la permanenza dell'anima; 2) i
gradi di verità e di bontà e
la vocazione dell'anima all'universalità
del vero e all'integrità del bene;
3) la finalità dell'universo e la volontà
di felicità.
CAPITOLO
III - LE PROVE RAZIONALI DI DIO E DELL'ANIMA
La
dipendenza radicale del mondo e la permanenza
dell'anima.
1.
Dipendenza del mondo.
-La
prova attinge la sua forza nell'intuizione
dell'essere. Ogni oggetto della nostra esperienza
interna o esterna ha un'esistenza che non
può fare a meno della ragion d'essere.
Possiamo riunire qui tre prove classiche dell'esistenza
di Dio, che suppongono tutte la stessa intuizione
dell'essere e lo stesso principio della ragion
d'essere: la prova mediante il moto, la prova
mediante la causa efficiente, la prova mediante
la contingenza.
Prova
mediante il moto.
-
L'universo fisico e morale è fatto
di muta menti che si richiamano a vicenda:
energie ricevute e trasmesse, turbinio di
astri e turbinio di elettroni, fughe infinite
dell'infinitamente grande e dell'infinitamente
piccolo, crescita della vita, slancio, maturità,
declino del pensiero, seminagioni e messi
indefinite dell'idea di coscienza in coscienza.
Tutto si muove, muta, riceve dall'esterno
il principio del suo divenire. A qualunque
essere
ragionevole s'impone l'inevitabile problema
dell'origine del moto, non per risalire nel
tempo e porre un primo inizio, a il buffetto
iniziale " forse difficilmente intelligibile
dalla ragione naturale; ma per sapere se attualmente
tutta questa prodigalità di energie
s'inventano da sole in ogni istante o dipendono
da una sorgente inesauribile che dona loro
moto e vita. Possiamo dire con Claudel che
ogni moto nel mondo è una specie di
s paura di Dio "; ogni cosa condannata
al crollo e incapace di conservare a lungo
la sua forma immutabile rende
omaggio all'identità e all'immutabilità
di Dio.
Prova
mediante la causa efficiente.
- Quand'anche, procedendo da una condizione
all'altra, da una causa all'altra, mostrassimo
come il mondo intero regga il passo di una
formica o il volo del genio, non avremmo però
spiegato la loro realtà e posizione
fuori del nulla. Nessuna cosa per se stessa
è causa del proprio essere; quest'essere
l'ha ricevuto, sia essa un atomo perduto nelle
profondità della materia, sia una cometa
filante tra due mondi, un ammasso di soli
nelle vie lattee, un'immagine di sogno incerto
ed evanescente, la tensione creatrice dell'eroismo
o della bellezza. Ogni realtà di questo
mondo esiste, ma
non di per se stessa. Dovremo dunque risalire
da una causa efficiente all'altra fino all'infinito?
No, perché queste cause, che danno
l'una all'altra l'esistenza, non avrebbero
ancora finito di agire, mentre l'essere, qualunque
esso sia, di cui bisogna giustificare l'esistenza,
esiste in modo incontestabile. Quindi bisogna
concludere che, per spiegare l'esistenza dipendente
delle singole cose, occorre un Essere che
è per se stesso.
Possiamo considerare la prova cartesiana più
classica come un caso particolare o un modello
di questa prova della causa efficiente: io
esisto, argomenta Cartesio, ho l'idea della
perfezione; però, io non mi sono creato
da me stesso, perché con l'essere mi
sarei dato tutte queste perfezioni di cui
ho l'idea; perciò io ho ricevuto la
mia esistenza da un Dio che mi ha dato unitamente
l'esistenza e l'idea di perfezione.
Prova
mediante il possibile e il necessario.
-
Tutto quello che è in questo mondo
è, ma potrebbe anche non essere. Nessun
essere concreto è necessario all'esistenza
del mondo; anzi, è possibile pensare
senza contraddizione perfino l'annientamento
di questo mondo. Con termini più stringenti,
possiamo dire che nessuna natura comporta
la necessità della propria esistenza;
e in questo, l'angelo più glorioso
è pari al più insignificante
granello di polvere. Óra. il passaggio
dal possibile al reale non è spiegabile
per se stesso, e bisogna che il necessario
fondi e spieghi il possibile. Si potrebbe
obiettare che le leggi dell'universo sono
necessarie e spiegano a sufficienza la contingenza
di dascun essere particolare. Però,
dobbiamo chiederci se la loro esistenza necessaria
esista fuori dell'esistenza degli esseri contingenti
e se l'essere sia spiegabile con la relazione;
senza dire che nessuna cosa può bastare
a se stessa e che tutte quante hanno bisogno
di appoggiarsi le une alle altre e che le
necessità relative suppongono la necessità,
assoluta. Se tutti gli esseri sono contingenti,
come può non essere contingente l'insieme
dell'universo? Di qui, la necessità
che esista un Essere necessario e distinto
dal mondo.
Lo
sviluppo particolareggiato di queste prove,
che possono variare all'infinito, ha poca
importanza; basta cogliere bene il loro principio.
Talvolta, la coscienza viene illuminata da
quest'intuizione subitanea: io sono un essere
posto fuori delle mie cause; per quanto siano
numerose le mie relazioni con l'ambiente fisico
e intellettuale che mi fa vivere, non sono
la somma di queste dipendenze; ma neppure
sono l'essere nella sua pienezza; sono salvato
dal nulla, strappato, senza che io c'entri
per niente, all'abisso di questa catastrofe
assoluta, la cui ombra si protenderà
sulla mia vita, anche se è immortale.
Ogni cosa mormora questo linguaggio, mette
in piena luce questo mistero, perché
esiste senza restrizioni, senza reticenze,
e tuttavia la sua nascita, il suo divenire,
la sua morte dicono abbastanza l'infinita
precarietà d'un'esistenza salvata dal
nulla.
Tali
riflessioni ci dicono che il clima morale
di questa prova conferisce assai, se non al
suo valore dimostrativo, almeno alla sua efficacia
di persuasione. L'essere dentro e fuori di
noi dev'essere vissuto e pensato come un dono,
offertoci sempre nuovo con una divina liberalità.
Vi è nell'idea dell'essere, sulla quale
riposa la prova, una specie di virtù,
naturalmente evangelica. Gli esseri del nostro
mondo sono, ma non in modo assoluto; di qui
uno spirito fatto insieme di attaccamento
e di distacco, essendo ogni essere un mistero
di fragilità e un mistero di consistenza.
Qui s'impone un ascetismo del sentimento,
e di fronte all'essere, non proveremo quella
specie di pietà, che s'ispira a Vigny,
suscitata unicamente dalla fragilità
e che ama l'essere perché " sempre
minacciato ". In questo modo, eviteremo
l'ubriacatura pantelstica, sensibile a quella
violenza e aggressività dell'esistenza
che i pittori moderni sanno così bene
scoprire in un Arlecchino, in un barattolo
o in una chitarra. Bisogna che la nostra sensibilità
accolga e superi questi sentimenti opposti
in una nuova sintesi che renda il nostro cuore
sensibile alla gloriosa umiltà delle
cose, che sono per un altro. Soprattutto le
arti della pittura e della musica sono in
grado di procurarci quest'emozione di sufficienza
insufficiente, che è il sentimento
più metafisico cercato a tentoni dall'esistenzialismo
ateo, che scopre soltanto i miseri surrogati
della nausea e del disgusto. Chi sapesse leggere
nell'animale, nell'utensile o nella stella
tutto il loro k humour " e il loro pathos
divenuto vita e materia, non dubiterebbe di
Dio.
2.
La permanenza dell'anima.
-
Come ogni altra cosa creata, l'anima ha un
essere finito, relativo, dipendente da Dio
nel profondo della sua esistenza. È
possibile senza contraddirsi dire che è
immortale quest'essere essenzialmente contingente?
L'anima è pensiero; conosce se stessa
e le altre cose, e sa che la sua condizione
umana è mortale. Generazione e corruzione
non sono forse la legge dell'essere
relativo e dipendente? Uno sguardo superficiale
sul mondo non mostra forse che gli esseri
sono tanto più fragili ed esposti all'insidia
di più numerose cause corruttrici quanto
più sono preziosi, in proporzione della
bontà e dell'amore che realizzano?
Un elettrone sembra indistruttibile; invece,
un pensiero fonte d'intelligenza e d'amore,
sarà annientato da un granello di sabbia
o da un microbo. È ragionevole che
l'intelligenza possa trattare come apparente
questa legge del nostro universo?
Sentiamo
in noi stessi un desiderio di durata, che
rende pungente l'angoscia davanti alla morte.
Questo desiderio è soltanto un tenace
appetito biologico, trasferito nel pensiero,
oppure è un'esigenza disinteressata
e legittima?
Tra
tutti i viventi, solo l'uomo sa di essere
mortale; la morte per lui, non è un
evento futuro, ma assiduamente presente. Se
devo morire, son già morto, scrive
il P. Sertillanges. Se la morte è qualcosa,
è tutto. Un amore che deve finire,
è come se non fosse; un'opera che deve
inabissarsi nel nulla, è come se non
fosse mai stata strappata dal nulla. L'avvenire
dell'umanità, se è destinato
a diventare passato e nulla e se, come la
storia e la preistoria, deve divenire una
necropoli gigantesca, sarà costretto
ad accantonare i successi più strabilianti
della civilità. La morte dell'uomo
più umile preannuncia e simbolizza
la morte di tutta l'umanità. Per credere
a ciò che fa, o più semplicemente
per vivere, ogni uomo è condotto a
negare la morte che cerca di vincere, tentando
di essere fedele nella sua vita mortale. Per
dire più brevemente la stessa cosa,
se la morte è tutto, la vita diventa
inintelligibile.
Il
desiderio di durata non nasce solo dalla volontà
di vivere una vera vita. L'angoscia davanti
alla morte è anche, se è lecito
unire queste due parole, un'angoscia razionale,
nata dal sentimento che la morte in se stessa
è assurda. La fine di un amore e la
morte di un bimbo, che sono le due massime
sciagure della vita, gettano la disperazione
nel cuore e non uccidono il corpo. Un po'
di polvere impalpabile in un organismo potrà
annientare una potenza generosa e creatrice?
L'intelligenza si scandalizza se in questo
modo il più dipende dal meno, il meglio
dal peggio, lo spirito dalla materia, se vi
è tale sproporzione tra la causa insignificante
e la grandezza dell'effetto.
L'assurdo
non può essere l'ultima parola di un
mondo che sappiamo creato da Dio o più
semplicemente che la ragione ci costringe
a pensare intelligibile nella misura stessa
in cui è. La protesta contro la morte,
l'amaro e salutare pianto, anima di ogni opera
grande, non può essere privo di una
propria ragion d'essere. L'uomo è un
assurdo vivente e pensante se fin d'ora è
un cadavere a se stesso. Il mistero della
vita e della morte è ammissibile solo
se siamo certi di edificare nella notte una
cattedrale che ogni momento tocchiamo, però
senza poter abbracciare con un solo sguardo
l'ampiezza dell'opera fatta, di cui l'eternità
farà manifesta la gloria che supera
ogni immaginazione.
La
certezza di durare è giustificata metafisicamente,
ma se non è vissuta in uno spirito
cristiano e viene abbandonata al suo peso
naturale, è in pericolo di non bastare
a rassicurare il fanciullino pauroso che è
in noi, di cui parla il Fedone. Malgrado tutte
le prove dell'immortalità, la morte
è sempre una realtà misteriosa
e tragica, di cui solo i grandi viventi conoscono
tutta l'amarezza, che assaporano nella continua
distruzione del tempo fluente che minaccia
ogni fedeltà; e siccome il nostro cuore
è più debole della nostra intelligenza,
se dimenticassimo la certezza religiosa di
cui testimonia san Paolo — uniti al Risorto
di Pasqua, abbiamo il potere di riscattare
il tempo, cioè la morte — saremmo i
vinti, non i vincitori del tempo.
I
gradi di verità e di bontà;
la vocazione dell'anfana all'universalità
del vero e all'integrità del bene.
- L'universo fisico e morale ha gradi di essere,
che sono nello stesso tempo gradi d'unità,
di verità, e di bontà. La pianta
ha più unità, verità
e realtà dell'atomo, l'uomo più
della pianta. Ogni giudizio di realtà
emesso da un pensiero retto è anche
un giudizio di valore. Aristotele diceva che
un cane vivo vale più che un leone
morto, e Malebranche soggiungeva: II mio cocchiere
vale più del mio cavallo. Possiamo
considerare l'universo come una gerarchia
di perfezioni crescenti, ma tutte, anche quelle
più gloriose, sono limitate e relative;
perciò, sono ricevute e partecipate.
Dalla materia si passa alla vita, dalla vita
al pensiero, dal pensiero alla carità:
in ogni grado l'unità, la realtà,;il
valore sono più pieni e totali. La
struttura gerarchica dell'universo è
intelligibile solo se esiste un supremo grado
di essere, che comprende in modo eminente
tutte le perfezioni limitate degli altri esseri,
e, nello stesso tempo, le giustifica. E pèrche
un essere sia insieme il più uno di
tutti, il più vero, il migliore, bisogna
che sia Unità, Verità, Valore
sostanziale. Ancora una volta, dobbiamo nominare
Dio.
La
stessa prova può venir presentata in
un modo un po' diverso, accentuando più
il punto di vista agostiniano che quello tomista.
Io giudico dei gradi di bontà e di
verità perché ho in me la misura
dei miei giudizi, cioè l'idea del bene
e del vero. Queste idee sono immanenti, perché
intime alla mia coscienza; nello stesso tempo,
sono trascendenti, perché presentano
un certo numero di caratteri che la mia coscienza
e la mia esperienza sono incapaci di spiegare.
Io so con scienza intima e certa che ogni
verità è universale e necessaria.
Vi è quindi un ordine di vero che nessuna
rivoluzione minaccia e che il tempo non può
intaccare; e questo lo so anche se colgo soltanto
approssimazioni figurative di questa verità
immutabile. Un miraggio nel deserto, il sole
a duecento passi della percezione volgare,
il teorema di Pitagora, la legge della caduta
dei corpi, la distinzione metafisica dell'essere
contingente e dell'essere necessario: a ogni
gradino di questa scala, io posseggo col pensiero
una verità meno apparente e meno ipotetica,
più piena e più certa.
Nell'ordine
del bene, so anche che la fedeltà attua
più valore del tradimento, il lavoro
più del denaro. Ci sono dunque idee
e valori necessari sui quali dobbiamo regolare
i nostri pensieri e la nostra condotta; contro
di essi, nulla possono le nostre ignoranze
e le nostre rivolte, come gli occhi chiusi
non possono annientare la luce. Ora. tutto
quello che viene da me è cangiante,
contradditorio; la mia coscienza non ha le
dimensioni di quest'ordine ideale, più
reale della stessa realtà. Malebranche
dice ancora che noi non eguagliamo la minima
delle nostre idee; a fortiori, nemmeno l'idea
di Dio che, secondo la tradizione agostiniana,
è il necessario punto di partenza di
ogni prova. E in realtà, se la nostra
idea più positiva è quella d'Infinito,
il pensiero ha un contenuto che né
esso stesso e neppure la natura possono spiegare.
Quindi, soltanto l'idea di Dio potrà
reggere da sola il peso di una dimostrazione
dell'esistenza di Dio.
L'influsso
del tomismo e del kantismo ha indubbiamente
colpito, e certo ingiustamente, il prestigio
della prova ontologica, che non significa
affatto ontologismo e che forse è supposta
da ogni prova di Dio. Ma questa è un'opinione
particolare che qui deve cedere il posto ad
affermazioni più comuni: l'ordine del
vero e dei valori richiede dunque una causa
che spieghi la sua universalità, la
sua immutabilità, cioè una Causa
universale, necessaria, immutiihile, che è
D'io.
L'idea di Bene, generatrice dell'obbligazione
morale, indica la sua origine divina in modo
forse ancora più luminoso. È
una regola che non posso trasgredire senza
sentire che realizzo meno verità umana;
è una pressione irresistibile, ma anche
un'aspirazione infinitamente ricca, di cui
né il mio destino né quello
di tutti gli uomini possono esaurire le innumerevoli
possibilità di vocazione che contiene
nelle sue pieghe; essa mi presenta un volto
singolare, quasi specchio della mia perfezione
singolare. La sua presenza in tutte le coscienze
attua la magnifica fraternità di tutti
gli uomini e mi insegna le virtù più
opposte, come l'attaccamento e il distacco,
mi trascina attraverso le avventure più
contradditorie, ora nel vuoto e ora nella
pienezza, e intanto, da al mio destino la
logica più formidabile. Non io ho messo
nel mio cuore quest'ospite terribile, quest'esigenza
di superamento, questa coscienza morale che
Gandhi paragona ora a una piccola voce silenziosa,
ora a una colonna di fuoco. In questi molteplici
aspetti, che però nel profondo sono
una sola cosa, la coscienza deve scoprire
l'azione di un Dio che conosciamo soltanto
moltiplicato e diviso come nei frammenti di
uno specchio infranto.
Se
Penimmatica chiarezza delle idee di verità
e di bontà ci conduce a Dio, come l'effetto
conduce alla causa, la stessa analisi ci assicura
che esiste* l'immortalità. L'anima
non è soltanto la forma di un corpo,
ma è anche la forma di altre forme,
aperta all'universalità dell'essere,
cioè a ogni verità e bellezza.
L'universale non può essere che spirituale,
e questa vocazione all'universale ci fa vedere
l'immaterialità dell'anima, e quindi,
la sua immortalità.
Platone,
affermando che l'anima si ricorda della Bellezza
eterna e che ha in sé la prova della
sua divina semplicità e il pegno della
sua eternità, in quanto partecipa alle
idee e solo così può avere la
vita intellettuale, scrisse l'essenziale di
quanto la filosofia può sospettare.
Al capo opposto della storia, l'autore più
antiplatonico che si possa sognare, che col
suo immenso genio cercò di analizzare
a fondo l'insignificante e l'effimero, quasi
suo malgrado sfiorò la verità
più platonica e più umana, quando
scrisse: " Forse, il nulla è
il vero e tutto il nostro sogno è inesistente;
ma allora sentiamo che queste frasi musicali,
queste nozioni che esistono in rapporto al
nulla, non possono essere che nulla. Noi periremo,
ma abbiamo come ostaggi questi divini prigionieri
che seguiranno la nostra sorte e renderanno
la morte meno amara, meno ingloriosa, forse
meno probabile " (1).
La bellezza di un passo di Dante o di un angelo
di Leonardo da Vinci, la verità del
" Fedone " o delle a Confessioni
" non può essere effimera, e nemmeno
l'anima che la comprende senza esaurirla può
essere effimera. L'occhio abbagliato dal sole,
ma che vede la luce, si chiuderà solo
per riaprirsi trasformato in sole.
La
presenza attiva ed esigente dell'idea di Bene
nell'anima è anche una speranza razionale
d'immortalità. La nostra vita è
ottenebrata dalle ombre del tempo e dell'incoscienza
al punto che d è impossibile sapere
il bene che abbiamo realizzato. Solo il passaggio
del nostro io dalla dispersione all'unità
può essere la sanzione richiesta dalla
giustizia per la nostra vita. Se la nostra
personalità, che pare scorrere col
tempo, può venir raccolta in un'intuizione
unica oltre il tempo, allora conosceremo la
totalità del nostro amore del Bene,
o il nostro rifiuto assoluto. Sapere quello
che io sono è la sanzione più
sconcertante e più giusta, e contro
tutte le mitologie della trasmigrazione, dice
che noi viviamo una vita unica, definitiva,
irrevocabile. Occorre l'immortalità
per restituire ciascuno a se stesso in una
luce piena. In questo senso, il destino morale
postula necessariamente l'immortalità.
(1)
Marcel Proust, À la recherche du
temps perda! Du còte de chec Svianti,
t. II, p. tgt.
Le
prove che pongono Dio e l'immortalità
come conclusione dell'idea di verità,
sono tra le più aleatorie, perché
non sfuggono al pericolo di presentare Dio
privo di vita e d'ingannare la speranza cristiana.
Grande è infatti la tentazione di servirsi
di tali prove con quello spirito pagano, che
pretende di comprendere o eguagliare Dio e
sperimentare fin d'ora e quasi gustare l'immortalità.
Le idee del vero e del bene saranno prese
come immagini di Dio, fedeli rappresentazioni
della sua natura, mentre in realtà
non sono che effetto d'una 'causa che le supera
infinitamente; Dio sarà confuso con
l'Idea delle Idee, una Idea suprema, somma,
in una parola, un idolo dell'intelligenza,
qualche cosa di eterno, e non una Persona
vivente.
Se
partiamo dal principio platonico per cui l'anima
comprende l'idea perché la conoscenza
è possibile solo tra cose simili, e
l'anima partecipa all'immutabilità
e immaterialità di quest'idea, vi è
l'analogo pericolo di confondere l'anima con
un'essenza logica. L'anima sfugge alla morte
in quanto è intelligenza e la parte
del mio essere che sfuggirà alla distruzione
sarà dunque una specie d'intelligenza
impersonale e non quest'io unico che visse
un'avventura unica.
La
rivelazione cristiana, ricordando a tutti
e anche ai filosofi, che essa ammaestra come
chiunque altro, che Dio è una persona
e che l'io arriverà alla vita eterna
con la sua individualità, salvò
la metafisica da tentazioni e da pericolose
facilità, richiamandola a un maggior
rigore e invitandola a scoprire con le sole
sue forze la verità che le ricorda.
La ragione può sapere che Dio non è
uno spettacolo intelligibile, ma la causa
dell'appello del bene o della necessità
del vero che s'impone, della gerarchla dei
valori, di cui la coscienza individuale non
può spiegare a se stessa i rigori e
l'universalità. Le sole forze della
coscienza non possono spiegare il passaggio
dalla coscienza sensibile a quella intellettuale.
Per questo, bisogna ammettere l'esistenza
di una super-coscienza, che è nello
stesso tempo e in modo eminente soggetto e
oggetto. L'essere per sé non può
riunire tutte le perfezioni della creazione
se non è nello stesso tempo in sé
e da sé, se non è contemporaneamente
Personalità e Verità, Eternità
e Vita.
Cosi
l'anima, essendo capace di pensare l'immutabile
e l'universale, ha già in sé
un pegno d'immortalità. L'anima che
pensa e comprende non si confonde con il suo
destino sensibile e temporale; si distingue
da esso ogni istante perché lo pensa
e lo giudica alla luce dell'idea, pur coincidendo
con esso e aderendo alla sua singolarità.
L'anima, che è pensiero e vita ad un
tempo, in questo modo, trasforma il suo destino
in destinazione. La memoria di un'anima spirituale
è dunque una memoria intellettuale
che non cessa di trasformare il ricordo in
pensiero, l'immagine in idea, e che dell'avvenimento
singolare, del peccato particolare e dell'amore
unico, fa una verità eterna e tuttavia
singolare, particolare e unica. Sarà
vero in eterno che io ho dato questo bkehier
d'acqua a chi aveva meno sete di me o che
affrettai il passo, passando oltre, quando
sulla via di Gerico udii un gemito. Il mondo
inabissandosi nel nulla e il tempo crollando
non muteranno un iota a questa verità.
Nel mio pensiero, il mio passato è
già " tale che infine l'eternità
lo cambia in se stessa ". Non basta dire
che, dopo la distruzione di tutti gli esseri
particolari, questa verità esisterà
solo come uno spettacolo senza spettatore
o solo nella coscienza di Dio, perché
io mi trovo impegnato
nella verità delineata nella mia azione.
Se questa verità quaggiù non
è nulla senza di me, come potrebbe
essere senza di me nell'eternità? se
non c'è una coscienza destinata a viverla
ancora, a gioirne o soffrirne, non ci può
essere la verità destinata a chi vive,
tanto che s'impone questo logicissimo dilemma:
la mia azione è priva di verità
e il mio pensiero è un riflesso senza
consistenza e senza significato, oppure nella
mia azione c'è una verità che
sopravvive al tempo e con essa mi salvo dalla
distruzione.
3.La
finalità dell'universo.
-
La prova più nota dell'esistenza di
Dio è quella della finalità,
che però più d'ogni altra può
essere falsata da immagini antropomorfe e
materializzata da un meschino ottimismo. In
questo mondo dove tutto è attività
e dove l'attività non è nulla
se non si orienta verso un fine, ci sono degli
agenti. La ghianda diventa quercia, il bambino
adulto; o, più precisamente, anche
se la ghianda non germoglia e se il bambino
muore nella culla, quella è una quercia
e questi un adulto in potenza. Tale argomento
ha anche un altro aspetto: il molteplice è
per l'unità, le parti sono per il tutto,
come si può osservare nella vita di
ogni vivente, nell'attività dell'intelligenza
e della volontà umana, nel complesso
dell'universo, che rivela l'adattamento della
vita alla materia, dell'intelligenza alle
leggi, le corrispondenze meravigliose dell'infinitamente
piccolo e dell'infinitamente grande. Uno scienziato
con-temporanco dice che il mondo assomiglia
di più a un grande pensiero che a una
grande macchina. Quest'orientamento d'ogni
attività fa vedere che in principio
era il Verbo, cioè il pensiero creatore
e formatore che da rettitudine e pienezza
a ogni attività. Ogni agente separato
dal suo fine e in cammino verso di esso deve
necessariamente venir diretto da un Altro.
Stiamo
attenti, perché questa prova non venga
degradata in una specie di ottimismo borghese
e pigro, che fa immaginare il mondo creato
per la massima comodità dell'uomo e
che accieca davanti allo scandalo del male,
tanto che può bastare la sola lacrima
di un bambino, di cui parla Dostoievski, per
togliermi il diritto di affermare Dio! È
vero che, per i pochi fiori che sbocciano
in primavera, fu necessario uno spaventoso
massacro di germi; è vero che c'è
la sofferenza, che c'è la morte; è
vero, come dice Claudel, che la volontà
peccatrice dell'uomo può " impedire
questa sinfonia " di cui dovrebbe essere
una nota docile e accordatal A riparare questi
guasti, alcuni dei quali restano irreparabili,
si rendono necessarie le invenzioni più
inaspettate dell'Amore divino. La prova dell'ordine,
pensata coraggiosamente, non impedisce di
comprendere le realtà che superano
l'intelligenza; anzi, ci permette di chiarirle
e sentire con esse la loro tristezza. In realtà,
ogni disordine comporta un ordine mancato,
e senza l'idea e l'esigenza dell'ordine, non
sapremmo nemmeno che esiste il disordine e
non vivremmo lo strazio angoscioso d'un amore
che si spegne prima di aver amato, d'un bimbo
che muore senza aver vissuto. Perfino il peccato
in quanto gioia pèrduta, se è
sensibile al cuore, diviene un'angoscia davanti
al disordine. Ora, il disordine sarebbe meno
spaventoso se il nostro spirito non avesse
in se stesso, come essenza ed esigenza, l'idea
dell'ordine. E solo Dio può essere
causa di quest'idea.
Non
si può obiettare che il Dio scoperto
con questa prova non è quello cristiano,
perché è solo un artista, fattore
d'armonia; che niente prova che questo Dio
sia unico, dal momento che gli antichi si
servivano di questa prova per dimostrare gli
dèi della loro mitologia. Chi ragiona
cosi, si serve della prova in
senso pagano, per insufficiente rigore metafisico.
Siccome ogni agente finito, compresi gli angeli
più belli, è ordinato al suo
fine da un altro agente più grande,
che spiega la finalità per mezzo degli
dèi, non intende bene la spiritualità
della prova. Solo l'Essere che è il
proprio Fine, cioè l'Unico, l'Assoluto,
Dio è padrone della propria attività,
è l'ordinatore degli esseri che tendono
al loro fine senza conoscerlo ed è
l'ordinatore e il fine degli esseri dotati
di pensiero e di volontà. Dio muove
tutte le cose a come l'oggetto amato muove
l'amante " (Aristotele), con l'amore
e l'aspirazione che sono la causa più
intelligente (Platone).
È
quasi impossibile non materializzare la prova
del governo di Dio se non la pensiamo con
spirito francescano che, in virtù di
un'intuizione gratuitamente data, sa percepire
il divino linguaggio parlato da tutti gli
esseri, comprese le pietre del deserto. Fuori
di questo clima, la prova della finalità
diviene il piccolo ragionamento comodo e rassicurante,
deriso da Pascal, che nell'universo visibile
voleva vedere solo silenzio eterno e spazio
infinito. Solo la grazia francescana, dimenticata
dal giansenismo, sa far parlare il silenzio
e confessare Dio allo spazio, in quest'universo
in cui nulla è senza ragione, cioè
senz'amore.
La
volontà di felicità.
- Anche l'anima dell'uomo ha la sua "finalità"
tutto il suo dinamismo è orientato
verso la felicità. E mentre l'istinto
della felicità è nell'uomo infermo
e inquieto, come ferito dalla concupiscenza,
pronto a deviare per il suo tormento verso
le contraddizioni e le apparenze del piacere,
l'idea di felicità invece è
di una meravigliosa purezza metafisica. Io
so di scienza certa che non avrò felicità
se non si compiranno luminosamente tutte le
virtualità e possibilità del
mio essere intcriore; se la mia libertà
non trionferà su ciò che mi
domina esternamente e su ciò che mi
costringe internamente; se il mio amore non
sarà vittorioso nel limitare i miei
desideri e i beni insufficienti che posseggo.
Io sono fatto per conoscere e amare tutto;
io so che quel paesaggio oceanico che non
vedrò mai aveva un messaggio da trasmettermi;
che quello sconosciuto che non incontrerò
mai mi avrebbe parlato un linguaggio atteso;
soprattutto so che, se avessi raccolto tutti
questi appelli perduti, la mia nostalgia per
il divino sarebbe stata più pungente
e più esigente. Siamo di fronte a un'esperienza
umana così comune, che basta che ciascuno
consulti il suo cuore per conoscere e sperimentare
la realtà inimmaginabile che si impossessa
di noi con le voci di questo mondo, e la loro
incapacità di colmare il più
profondo dei suoi
desideri.
Non
si deve confondere il desiderio naturale di
felicità illimitata come la capacità
dell'anima, con un istinto biologico, perché
ogni istinto adatta l'uomo al mondo, mentre
invece il desiderio di felicità è
tale da renderci tanto disadatti ed estranei
a questo mondo quanto più appassionatamente
l'avremo amato; né bisogna confondere
il desiderio naturale di felicità con
la morbida impazienza delle tempeste romantiche
che Renato bramava. Siffatte degradazioni
del desiderio della felicità totale
sono troppo facili quando non è vissuto
con spirito cristiano e vigile. Esso è
un'inquietudine sana e salutare, giustificata
dalla ragione in quanto tra la natura dell'anima,
fatta per conoscere tutto, e la sua condizione
corporea e temporale in mezzo al relativo
e al finito, c'è una contraddizione,
che però non può essere definitiva,
come vorrebbe l'esistenzialismo ateo. Sartre,
quando descrive la fine che è a il
progetto fondamentale " d'ogni uomo,
come identità dell'in sé e del
per sé, vuoi dire che, per colmare
un uomo, ci vorrebbe tutta la pace immobile
della natura insieme alla vigile inquietudine
dello spirito; ma questo significa voler l'impossibile,
poiché pace e inquietudine si contraddicono,
perché, per vivere la felicità,
avrebbe bisogno della morte della coscienza,
e ogni coscienza vive la morte della felicità,
e questo, come am-mette anche Sartre, significa
mettere nell'uomo, cioè alla sommità
dell'universo, l'assurdo di un desiderio naturale
con finalità menzognera.
La
volontà di felicità, liberata
da ogni travestimento romantico, in fondo
non è altro che aspirazione all'unità,
suscitata nell'uomo dall'angoscia della propria
disperazione. Se il mondo fosse radicalmente
spezzato in due dall'irreducibile antinomia
dell'a in sé " e del n per sé
", cioè della cosa e dello spirito,
la volontà d'unità farebbe dell'uomo
una vittima inutile abbandonandolo a una tortura
senza carnefice. Lo stato di creatura è
una sorte comune in cui tutte le cose, dall'atomo
all'angelo, comunicano; perciò, è
possibile la fraternità tra l'uomo
e il mondo; la serenità delle cose
e l'inquietudine dello spirito indicano, senza
contraddirsi, lo stesso Dio e testimoniano
in favore di questa Gioia infinita e misteriosa
che ha messo in moto i mondi e i cuori. La
prova di Dio e insieme dell'immortalità
è valida perché c'è un
Essere che orienta l'anima alla felicità
e un giorno gliela potrà dare tanto
piena che, come dice Claudel, non ne estinguerà
mai il desiderio insaziabile.
CONCLUSIONI
I.
Esiste una religione naturale?
-
L'idea di una religione naturale, cioè
di uno spiritualismo livellato alla ragione,
non può venir accolta senza inquietudine
né respinta senza rimorsi. Se infatti
esiste una religione naturale, l'uomo non
avrà la capacità di salvarsi
da se stesso, rendendo vana la grazia e la
Croce di Cristo? D'altra parte, se non c'è
religione naturale e il dono della fede e
della carità sono talmente gratuiti
da stupire e confondere l'uomo con la sola
ragione, com'è possibile separare il
soprannaturale dall'assurdo, il sovrumano
dall'inumano? L'antinomia è solo apparente,
perché la natura umana ha sufficiente
dignità onde una religione naturale
sia sempre possibile e anche troppa fragilità
onde una religione naturale sia viva ed efficace.
Il
giansenismo si teneva saldo a una metà
della verità quando condannava come
contraddittoria l'idea della religione naturale.
Se l'uomo decaduto è incapace di elevarsi
a Dio, c'è religione, cioè legame
tra Dio e l'uomo solo quando, con un miracolo
di generosità imprevedibile, Dio discende
fino all'uomo. Soltanto la grazia, che non
può essere naturale, rende possibile
la religione.
La
teologia ottimista dei moderni ha veduto chiaramente
l'altra metà del vero, e tentato di
riabilitare l'idea di religione naturale.
L'inquietudine umana non è forse un'aspirazione
al divino? Si scoprono presentimenti del sacro
tanto nelle arti più raffinate dei
popoli più civili quanto nei costumi
ingenui dei più primitivi; nel poema,
nel mito e nel rito si vedono molte intuizioni
religiose cercate, mancate o mascherate!
Superando,
col comprenderle, deficienze e compiacenze,
su questo punto ambiguo il pensiero cattolico
può proporre alcune certezze che si
equilibrano e si limitano vicendevolmente.
Vi
è una religione naturale irreconciliabile
col cristianesimo, quella cioè che
riduce il divino a unaa conquista dell'uomo,
togliendogli il carattere di dono di Dio.
Come si nota durante le rivoluzioni, questa
specie di religione naturale diventa presto
una religione della natura, il deismo diventa
ateismo, il bisogno religioso di superamento
trova soddisfazione nel sogno di Prometeo
che vuole un'umanità capace di darsi
salute, felicità e perfezione. Contro
questo paganesimo sempre minacciante, è
sempre opportuna la vigilanza pascaliana.
Vi sono verità religiose d'ordine naturale:
Dio creatore, vendicatore del male, amico
del bene; l'uomo ragionevole e libero, promesso
all'immortalità; c'è una saggezza
naturale che disdegna l'effimero e preferisce
quello che è solido, un eroismo naturale
che sprezza la viltà e sceglie ciò
che è nobile. Né il peccato
originale né una lunga pratica del
male poterono soffocare questo senso del vero
e del generoso nell'umanità. L'uomo
ferito resta uomo, ma con le sue sole forze
è incapace di proteggere la sua umanità
e la sua ragione contro gli assalti del l'inumano
e le proliferazioni dell'assurdo.
E questo è tanto vero, che dovettero
intervenire la grazia e la rivelazione per
restaurare l'uomo naturale. L'insegnamento
mosaico riguardo a Dio è più
ragionevole delle sublimi metafisiche dei
Greci; la fraternità umana è
difendibile dalla crudeltà e dalla
menzogna soltanto in un clima di verità
evangelica, perché l'uomo privato del
soprannaturale cade al di sotto dell'uomo
e della natura, e le eccezioni salvano unicamente
l'onore. Anche la religione naturale ebbe
bisogno d'essere rivelata, come un palinsesto
troppo vecchio che Dio ha riscritto interamente
di propria mano.
Quando
non è cancellata dall'ingratitudine
e dalla sproporzione, la religione naturale
è simile a una fuggitiva reminiscenza,
fatta di timidi presentimenti, di gesti che
ignorano l'ampiezza del loro significato.
Policrate troppo felice getta il suo anello
in mare; Edipo, consecrato dalla sua disgrazia,
è più grande nell'esilio di
Colono che nella reggia di Tebe. La religione
naturale è presente nel bisogno cosi
umano di dedicare il tesoro più caro,,
nel sentimento invincibile che è vano
affaticarsi a mietere se non è ancora
giunto il tempo d'offrire i manipoli. Essa
è pure presente nella pietà
che si prova davanti alle sante realtà
dell'esistenza, della nascita, del dolore,
dell'amore, della morte, nell'oscura certezza
che esse sono infinitamente più grandi
delle loro apparenze. La religione naturale
infine è una nostalgia davanti al mistero,
che nessuna astuzia o audacia umana potrà
eliminare. Non nascerà mai un Prometeo
capace di rapare il fuoco più sacro
di cui potranno impadronirsi solo la pazienza
verginale e la purezza attenta che ignorano
il loro oggetto. La religione naturale è
un lumicino incerto nella notte che precede
la fede, ma basta a provare che Dio è
dappertutto, anche nell'attesa e nell'assenza
di Dio.
II
-Esistono gli atei? Essere o non essere.
-
Le prove di Dio e dell'anima apparentemente
sono molteplici, ma la loro intima sostanza
è unica. Le prove di Dio si riducono
all'impossibilità che un essere particolare
sia la propria ragion d'essere; all'impossibilità
che un'attività finita e limitata sia
realmente padrona della propria origine e
fine. Le prove dell'anima convengono nel dimostrare
che questa non è interamente soggetta
al tempo, ma che ha in sé qualcosa
che
trascende il tempo, come la chiara presenza
d'un'idea immutabile o d'una legge universale,
o dell'oggetto ideale e necessario d'un oscuro
dinamismo. O più brevemente: la riflessione
naturale, giudicando che ogni esistenza relativa
è essenzialmente un dono, prova Dio;
giudicando che ogni spirito è essenzialmente
una promessa, assicura l'immortalità.
Per
evitare un'inadeguatezza un po' meno derisoria,
avremmo dovuto mettere in risalto il fallimento
di qualsiasi tentativo di spiegare naturalisticamente
Dio e l'immortalità. Non è possibile
che queste idee siano miti utili ai poteri
sociali, perché Dio è una potenza
superiore a quella di Cesare, e l'immortalità
è una giustizia superiore a quella
del potere civile. Né possono essere
miti utili alla vita minacciata dall'intelligenza
troppo sapiente e scettica: Dio non è
un'assicurazione contro il fallimento della
vita, né l'immortalità contro
la morte per salvare il gusto del vivere,
perché Dio e l'immortalità non
sono pensieri rassicuranti. Dio mi sta di
fronte e mi giudica; l'immortalità
è una terribile incognita.
Infine,
sarà la povertà dell'uomo che
fa la ricchezza di Dio? Il marxismo afferma
che l'uomo, oppresso dallo sfruttamento economico,
proietta in Dio il suo sogno di potenza; privato
della felicità, aliena in un'eternità
irreale i suoi bisogni di vita piena. Ma quando
sarà ricco potente e felice, i nuovi
mezzi di vita cancelleranno l'idea di Dio.
E invece, proprio l'essere più geniale
e proprio mentre trionfa, sente maggiormente
i propri limiti. Bisogna essere molto felici
per sentire la tristezza ai confini della
felicità.
Ogni
spiegazione naturalistica è dunque
insufficiente e ridicola, e quindi, non si
può pensare né vivere l'ateismo
totalmente logico. Pascal dice che l'ateismo
alle volte è la forza dello spirito
che si illude di negare Dio e in realtà
rifiuta solo la mitologia di un dio nazionale,
in guerra con altri dèi; d'una vita
immortale che è soltanto egoismo continuo
e senza limiti. In realtà, i negatori
di Dio si fanno di Dio un'idea più
alta di quella che combattono, e illudendosi
di negare, affermano.
L'ateismo
puro talvolta si fabbrica falsi dèi,
ed è un modo d'ingannare la fame di
Dio che è naturale alla coscienza umana,
mettendo l'assoluto nel relativo, l'infinito
nel finito, l'esigenza dell'adorazione e della
contemplazione in una passione umana; in questo
modo, sorge la mistica della nazione o del
capo, della giustizia o della tradizione,
o, più poveramente, si divinizza qualche
ardore carnale. Ma quando si moltiplicano'
le apparenze, si cerca la realtà:_
la varietà delle menzogne è
una ricerca della verità, la prodigalità
degli idoli è un'istanza del vero Dio,
sebbene tutto sia vano.
In
definitiva, l'ateismo puro sarebbe il suicidio
dell'intelligenza, incapace di pensare l'essere
e il vero; il suicidio della volontà,
incapace di volere il bene. Se il moto non
basta a se stesso, se l'azione non costruisce
nulla di eterno, non ci sarà che l'istante
in un mondo contraddittorio, sconnesso e infranto,
simile alla storia narrata dall'idiote di
Shakespeare. H puro multiplo, la totale dispersione
in noi e fuori di noi, è il caos, anzi
il nulla. Amieto ha impostato bene l'eterno
problema metafisico.
S. B.
BIBLIOGRAFIA.
Ricordiamo semplicemente i grandi testi classici:
Aristotele, La Metafisica; Platone,
Il Fedone; S. Tommaso d'Aquino, La
Somma Teologica (I. q. a). Tra le opere
contemporanee: Gakrigoo-Lagrange, Dieu,
son Existence et sa Nature.
ed., Beauchesne, Paris 1928. M. Daffara, Dio,
esposizione e valutazione delle prove,
2 edi, S. E. L, Torino 1952. G. Ricaorn e
altri, Dio nella ricerca umana, Coletti,
Roma 1950. Sertolanoes, Dio " niente?
S. E.I., Torino 1940. M. F. Scsacoa, II
problema di Dio e della religione nella filosofia
attuale, 4 ed., Morcelliana, Brescia
1953. A. Masnovo, La filosofia verso la
religione, Ed. Vita e Pensiero, Milano
1946. G. Rabeau, Dku, son existence et
sa providence, Bloud et Gay, Paris 1933.
Espone, tra l'altro, le prove di esperienza.
A. Zacchi, Filosofia della religione.
Parte I: Dio; parte II: L'uomo. 4 voli.,
Ferrari, Roma 1921-25. P. G. LANDUCCI, Esiste
Dio? 2 ed., Pro Civitate Christiana,
Assisi 1951; II mistero dell'anima umana,
ivi,Dio. Introduzione al problema teologico
1952. M. F. Scoagga, Filosofia e metafisica,
Morcelliana, Brescia 1950. G. Maritain, II
significato dell'ateismo contemporaneo,
Morcelliana, Brescia 1950. G. Fabro, , Studium,
Roma 1953. J. Maritain, Approches de Dieu,
Alsatia, Paris 1953.