di
E. J. DIJKSTERHUIS tratto da
IL MECCANICISMO E LIMMAGINE DEL
MONDO
DAI PRESOCRATICI A NEWTON pag.
(pp. 509-515)
153. Nel passare in rassegna
lo sviluppo dell'astronomia all'inizio di
questo capitolo, dove avevamo discusso l'opera
di Copernico, di Tycho Brahe e di Keplero,
non avevamo fatto alcun cenno a Galileo, la
cui fama come astronomo eguagliava la loro
nel Seicento, e il cui nome è ancor
oggi il primo a venir alla mente di molta
gente a proposito della rinasdta dell'astronomia
provocata dall'introduzione del sistema eliocentrico.
II motivo della nostra omissione risiede nel
fatto che i meriti di Galileo furono di natura
completamente diversa da quelli degli altri
tré astronomi citati. Ne nella sistematizzazione
dei dati astronomia ne nell'esattezza delle
osservazioni egli può essere messo
al loro livello. La sua attività si
svolse in un altro campo, di carattere più
fisico, e può venir apprezzata nel
suo vero valore solo alla luce dello sviluppo
della meccanica che abbiamo poco fa descritto.
Abbiamo mostrato che le sue speculazioni sull'inerzia,
sulla rela-tività e sulla composizione
dei moti erano in gran parte rivolte alla
confutazione delle obiezioni fisiche che di
solito venivano levate contro l'idea del moto
della Terra. I risultati che Galileo raggiunse
in questo campo comportarono naturalmente
enormi benefici per l'astronomia, anche se
indirettamente, favorendo la accettazione
del sistema di Copernico e aprendo la via
alla nasata e allo sviluppo di una scienza
della meccanica celeste. Questi risultati
non rientrano però in ciò che
si intendeva per astronomia nel Seicento.
154. Le cose stanno diversamente
per quanto riguarda le osservazioni che egli
fece col telescopio. Egli fu il primo a fare
scoperte in cielo per mezzo di questo strumento,
che era stato inventato poco tempo prima;
queste scoperte, a parte il loro valore di
fatto, ebbero per lui una grande importanza
poiché consolidarono la sua convinzione
della verità del sistema copernicano
e lo spinsero a difenderlo apertamente. Ciò
portò al famoso conflitto con l'Inquisizione,
che tanto clamore fece a quei tempi e che
ancor oggi da origine a contrasti di opinioni.
A questa circostanza si deve se egli occupa
una posizione cosi eccezionale non solo nella
storia delle scienze della natura ma anche
in quella della civiltà in generale;
desideriamo mettere in rilievo questo fatto
dedicandogli ancora una sezione, la quale
contiene anche una breve presentazione della
sua opera di astronomo.
155. Nell'anno 1610 fece
sensazione nel mondo dei dotti la comparsa
del trattato di Galileo Sidereus Nuncius o
Avviso sidereo (secondo una successiva spiegazione
data dallo stesso Galileo il titolo va inteso
con questo significato, e non con quello di
Messag-gero sidereo), nel quale egli descriveva
le scoperte che aveva fatto in ciclo con l'aiuto
del telescopio. La superficie della Luna pre-sentava
grandi irregolarità, che le davano
un aspetto simile a quello della Terra; la
Via Lattea e alcune nebulose si risolvevano
in congerie di piccole stelle; e il pianeta
Giove mostrava di avere satelliti. V'erano
tutte le ragioni per creare sensazione, anche
se non tutte le cose che Galileo riferiva
di avere osservato erano state precedentemente
ritenute impossibili. Nella sua opera De facie
in orbe lunae Plutarco aveva già richiamato
l'attenzione sull'affinità fisica tra
la Luna e la Terra, e anche l'ipotesi che
la Via Lattea potesse essere formata da un
gran numero di stelle era stata occasionalmente
avanzata nell'Antichità. Ma altro è
meditare intorno a simili cose e altro riferire
di averle viste effetti-vamente. Che poi Giove
dovesse avere satelliti, non era mai stato
sospettato da nessuno. Inoltre il carattere
terrestre della Luna era contrario alla fisica
aristotelica, secondo la quale persino il
corpo celeste più basso era ancora
essenzialmente diverso dalla Terra. Non solo,
ma la scoperta che Giove avesse satelliti
non costituiva di per se stessa un'argomentazione
diretta contro il sistema tolemaico nel
quale, se v'era spazio per moti di pianeti
attorno a punti che si muovevano lungo cerchi,
si sarebbero potuti assumere senza dubbio
anche moti di satelliti attorno a pianeta
Quella scoperta impediva però d'ora
in poi agli avversati di [511] Copernico,
di dire, che era impossibile che la Terra
si trascinasse dietro il suo satellite, la
Luna, nella sua riyoluzione attorno al Sole.
Nello stesso anno m cui apparve il Sidereus
Nuncius, Galileo scopriva le fasi di Venere
e riferiva anche che il pianeta Saturno, visto
attraverso il telescopio, si rivelava costituito
da tre corpi (la prima osservazione di quello
che Huygens doveva riconoscere come un anello
attorno al pianeta).
156. Nel complesso le affermazioni
di Galileo trovarono dapprima poco credito.
Il fatto non è così incomprensibile
e vergognoso come talvolta viene rappresentato
in scritti popolari. In primo luogo il telescopio
era uno strumento assolutamente scono-sciuto,
il cui modo di operare non era capito da nessuno,
neppure da Galileo stesso. Non solo non è
vero che egli avesse inventato Io strumento,
come proclamava nel titolo del Nuncius, ma
aveva anche una conoscenza troppo superficiale
dell'ottica per poter capire i principi su
cui esso era basato; e quando dice di avere
seguito nella sua costruzione la teoria della
rifrazione, questa è probabilmente
pura vanteria. Non solo, ma durante una dimostrazione
che ne aveva data a Bologna in casa dell'astronomo
Magmi, nessuno dei presenti era stato in grado
di discernere neppure uno dei satelliti di
Giove che egli pretendeva di aver osservati;
se si tiene presente quanto primitivo dovesse
indubbiamente essere Io strumento e quanto
poco esercitata nell'osservazione telescopica
la compagnia, non abbiamo neppur bisogno di
ricorrere alla cattiva fede per spiegare il
fatto. Cosi si diffuse presto l'opinione generale
che, se. anche qualcuno aveva potuto effettivamente
vedere le stelle medicee (era questo il nome
che Galileo aveva dato ai satelliti, in onore
della dinastia fiorentina), probabilmente
esse dovevano essere presentì in qualche
modo nelle lenti.
157. Galileo considerò
le proprie scoperte come altrettante prove
a favore del sistema copernicano. Da un punto
di vista obiettivo, naturalmente, non lo erano.
Non ve n'era neppure una sola che non avrebbe
potuto venir spiegata nell'ambito del sistema
tolemaico. Esse potevano sf servire a dimostrare
l'infon-datezza di certe obiezioni sollevate
contro il sistema copernicano, ed erano pertanto
in armonia con le speculazioni fisiche sul
moto della Terra nel senso che, insieme a
tali speculazioni potevano, e anzi inevitabilmente
dovevano, portare al riconoscimento della
sostenibilità scientifica dell'immagine
del mondo eliocentrica; ma esse non potevano
costringere gli uomini ad accettarla.
Comunque la questione del moto della Terra
questo era il vero punto in discussione,
e non il problema puramente astrono-mico riguardante
il modo più semplice di spiegare il
moto dei pianeti non presentava un interesse
soltanto scientifico. Essa si ricollegava
indissolubilmente a questioni di carattere
cosmo-logico e, di conseguenza, anche di carattere
teologico, e cosi suscitò negli animi
un'impressione molto più forte di quella
che avrebbe potuto provocare qualsiasi questione
puramente scientifica.
In effetti l'asserzione del moto della Terra,
non come inven-zione matematica ideata allo
scopo di semplificare i calcoli degli astronomi,
ma come realtà fisica è evidente
che questa era la concezione di Galileo e
che il tentativo conciliante di Osiander non
aveva fatto nessuna impressione su di lui
, colpiva alle fondamenta l'immagine del
mondo aristotelico-tomistica, che era radicata
nello stesso terreno metafisico della dottrina
cristiana; e pertanto doveva inevitabilmente
provocare reazioni difensive non solo da parte
di quegli astronomi che non potevano o non
volevano tenere separate la loro scienza e
la loro concezione del mondo, ma anche da
parte dei teologi. L'intera idea aveva ripercussioni
cosi profonde su certe nozioni che sembravano
avere un'importanza sostanziale per la religione
in particolare la posizione eccezionale
della Terra come scena su cui era stato recitato
il dramma dell'incarnazione di Dio e della
redenzione dell'umanità che era difficile
aspettarsi una discussione condotta nell'atmosfera
obbiettiva della pura scienza.
158. Infatti, in tutti i
paesi in cui penetrò la relazione sul
nuovo sistema del mondo, i teologi sentirono
istintivamente che ne venivano minacciati
i loro dogmi più sacri, e dappertutto
si levarono contro la concezione eliocentrica.
E siccome essi citavano principalmente passi
della Sacra Scrittura nei quali il fatto che
la Terra fosse immobile al centro del mondo
sembrava asserito senza ambiguità (ad.esempio
Giosuè, X, 12; Salmi, XVIII, 6; Salmi,
CIII, 5; Ecclesiastes I, 4), una questione
che avrebbe dovuto essere discussa su basi
puramente scientifiche finì col mescolarsi
a questioni di interpretazione scritturale
che la corruppero irri-mediabilmente.
Nella maggioranza dei casi l'opposizione teologica
non ebbe molto effetto oltre a quello di ritardare
fino a un certo punto lo sviluppo dell'astronomia
eliocentrica e di creare certe difficoltà
per i suoi seguaci. Che nel caso di Galileo,
d'altra parte, essa portasse un conflitto
di tanta importanza fu dovuto a cause che
[513] in parte avevano un carattere fondamentale,
in parte un carattere accidentale. Fra le
cause accidentali v'erano le ostilità
personali, alle quali probabilmente contribuì
l'atteggiamento violentemente polemico che
Galileo era solito assumere; le cause di carattere
fondamentale comprendevano la circostanza
che, in quanto cattolico romano, egli era
soggetto, in materia di dottrina, all'autorità
della Chiesa, e che come laico non era libero
come lo era il protestante Keplero di
prender parte a dispute metodologiche sulla
interpretazione della Scrittura, e ancor meno
Io era di sostituire l'interpretazione ufficialmente
accettata con una spiegazione sua propria
dei testi biblici che si riferivano al moto
o meno della Terra.
159. È comprensibile
che il Santo Uffizio abbia colto l'occa-sione
di prendere misure allorché a Firenze
la questione aveva suscitato uno scandalo
pubblico. Ma il modo in cui ciò fu
fatto rivela una valutazione inadeguata della
vera importanza della questione e delle conseguenze
future della decisione. Infatti, il 24 febbraio
1616 fu pronunciato U seguente verdetto su
due propo-sizioni, in cui, a quanto pare,
le autorità credevano di avere riassunto
l'essenza del sistema copernicano:
Prima proposizione: II Sole
è il centro del mondo ed è assolutamente
'immobile di moto locale.
Verdetto: Tutti hanno detto che la suddetta
proposizione è stolta e 'assurda dal
punto di vista filosofico e costituisce una
formale eresia nella misura in cui contraddice
espressamente !e affermazioni della Sacra
Scrittura in molti luoghi sia secondo il significato
letterale delle parole sia secondo la comune
esposizione e interpretazione del Santi Padri
e dei dottori di teologia,
Seconda proposizione: La
Terra non è il centro del mondo, ne
è immobile, ma si muove tutta, e ha
anche un moto diurno.
Verdetto: Tutti hanno detto che questa proposizione
riceve lo stesso verdetto dal punto di vista
filosofico e che, per quanto riguarda la verità
geologica, costituisce per lo meno un errore
di fede.
Il Sant'Uffizio, a dire il vero, mostrò
di avere assai poca ispira-zione divina quando
pronunciò questo decreto. Stabilendo
una relazione tra proposizioni scientifiche,
che in futuro erano naturalmente suscettibili
di venire tanto confutate quanto confermate,
e una religione che per definitionem non aveva
da temere nessuna confutazione e non aveva
bisogno di nessuna conferma, apriva la possibilità
che il futuro sviluppo della scienza della
natura compro-mettesse la religione, una possibilità
che doveva ben presto [514] avverarsi. Che
il Collegio non si curasse dell'eventualità
che la sua decisione potesse interferire con
lo studio della scienza, che dopo tutto è
una legittima funzione intellettuale della
mente umana, non dev'essere usato come un
rimprovero verso di esso; favorire lo sviluppo
della scienza non rientrava tra le sue competenze.
Ma il fatto che i membri del Collegio abbiano
agito con così poco giudizio verso
quella religione che essi erano espressamente
inca-ricati di proteggere, ha fatto sì
che in tutti i tempi figli fedeli della Chiesa
Blaise Pascal, ad esempio si torcessero
di impotente irritazione, che divenne tanto
più intensa quando essi videro con
quanta prontezza i suoi nemici ne fecero un'arma
per attaccarla.
160. Come semplice conseguenza
logica del decreto del tribunale l'opera di
Copernico De revolutionibus fu bandita in
attesa che venisse emendata, e a Galileo fu
ingiunto di abbandonare l'opinione condannata
e fu proibito di sostenerla, insegnarla e
difenderla in qualsiasi modo a voce e per
scritto. Secondo il documento che contiene
l'annuncio di quest'ingiunzione la cui forma
non è per nulla chiara Galileo si
sarebbe sottomesso ad essa e avrebbe promesso
di obbedire.
Se Galileo fece effettivamente una tale promessa,
è certo che non la mantenne. Il Dialogo
sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico
e copernicano, che egli pubblicò nel
1632, è un'ininterrotta e franca difesa
del sistema copernicano, e le occa-sionali
affermazioni inserite per ordine del Censore
papale inteso a precisare che l'autore non
professa ciò che, in maniera molto
esplicita, professa in tutta l'opera (ossia
che il sistema copernicano contiene la verità
e che soltanto la stupidità e la arretratezza
possono negarlo) hanno un effetto piò
derisorio che conciliante.
È anche pienamente comprensibile che,
nonostante la conces-sione dell'Imprimatur,
l'Inquisizione non potesse accettare la pubblicazione
di quest'opera. Ma nel 1633 le autorità
della Chiesa si comportarono in maniera ancor
più stolta e con ancora minor tatto
nel maneggiare una situazione complessa e
delicata di quanto avessero fatto diciassette
anni prima. Si può esser certi che
il processo di Galileo avrebbe avuto un corso
diverso se il tribunale fosse stato presieduto
da una figura della statura di Tommaso d'Aquino
invece che dal Papa Urbano VIII. Naturalmente
sarebbe stato possibile trovare un modus per
comporre il conflitto in uno spirito conciliatorio,
mantenendo così tra la religione e
la scienza quell'armonia che solitamente era
stata materia di così grande [515]
preoccupazione per la Chiesa. Invece, un uomo
ormai vecchio fu costretto a fare una vergognosa
ritrattazione, nella quale negava tutto quello
che un tempo aveva professato con tutto il
vigore della sua mente brillante e della sua
anima ardente.
161. Taluni sono inclini
a chiamare Galileo un martire della scienza.
Ma essi o ignorano l'andamento del processo
di Galileo oppure non sanno che cosa sia un
martire. Per tutto il processo l'atteggiamento
di Galileo fu esattamente il contrario di
quello di un martire; egli fece tutto quello
che potè per liberarsi dalla colpa
che in senso formale aveva indubbiamente commessa
difendendo il sistema copernicano, e nel far
ciò non indietreggiò di fronte
alla più abbietta umiliazione. Nessuno
ha il diritto di rimproverarlo per aver fatto
ciò; infatti una convinzione scientifica
è meno atta di una convinzione religiosa
ad ispirare eroismo. Ma non si devono confondere
le categorie e onorarlo per un atteggia-mento
su cui è meglio stendere un velo. D'altra
parte tutte le parti interessate avevano buone
ragioni per essergli grate del suo atteggiamento:
la Chiesa cattolica romana, per non essere
quindi obbligata a spingersi a quegli estremi
cui l'avrebbe costretta la costanza dell'accusato;
e la scienza della natura, per il fatto che
negli anni concessigli dopo il processo Galileo
le regalò il frutto più prezioso
della sua mente, i Discorsi.
162. In tutto il processo
soltanto un uomo si comportò saggiamente,
il Cardinale Bellarmino. Già un anno
prima del decreto del 1616 in una lettera,
al carmelitano Foscarini aveva consigliato
a questi e a Galileo di trattare del sistema
copernicano ex suppositione, cioè di
asserire meramente che i fenomeni planetari
potevano venir salvati più facilmente
assumendo il Sole come centro del mondo piuttosto
che la Terra. Considerando le obiezioni che
erano state sollevate dai teologi, egli pensava
che questa fosse la linea di condotta più
appropriata, la quale avrebbe poi messo fino
a che non si fossero fornite prove conclusive
della rotazione della Terra di continuare
tranquillamente a similare l'astronomia e
di conservare l'armonia con la religione.
Ma Galileo, convinto com'era di possedere
tale prova (convinzione che ora sappiamo erronea),
si dimostrò assolutamente inaccessibile
a questo genere di scaltrezza lo stesso
genere di scaltrezza dimostrato da Osiander
e quand'anche avesse tentato di seguire
il consiglio di Bellarmino, non avrebbe potuto
costringere se stesso a perseverare in un
simile atteggiamento.